Sospiri è online!

Sospiri di [Giuseppe Mastroianni]

Mi fa piacere segnalarvi che da oggi è online il libro di un mio caro amico, Giuseppe Mastroianni, di cui vi ho parlato già qui.

Sospiri è una raccolta di poesie, un lavoro durato dieci anni e che finalmente vede la luce, è scaricabile gratis fino a domani sera 5 Luglio a questo link —> Sospiri e senza aggiungere una parola di più, per adesso, vi lascio anche la descrizione, nel caso vi possa incuriosire!

Sospiri è una raccolta di poesie frutto di una ricerca espressiva durata dieci anni e un giorno. In essa gli amanti e le condizioni  si cercano, si amano e si odiano, danzando in un’estate che brucia lasciando testimonianza attraverso la scrittura.Come passi di un percorso, le pagine del libro si alternano attraverso esperienze, stili e tematiche che vanno dall’amore alla vita, dai diritti sociali al misticismo dei supermercati fino alla vaporwave e alla bellezza della sinestesia e dell’assoluto. In questo modo, ogni poesia prova ad affrontare e codificare il linguaggio complesso dei sentimenti e dei rapporti al fine di trovare un senso al caos, dando voce alle cose che vorremmo dire e che non facciamo.

ComeDiari #18: Chilometri di tempo.

Non ricordo il giorno in cui l’ho deciso. Anzi, in realtà non è stata una decisione presa in un giorno soltanto, quindi ricordarlo sarebbe un esercizio inutile della memoria. E’ stato un po’ come quando sei in ritardo alla stazione, il treno è già fermo alla banchina e le porte stanno per chiudersi da un momento all’altro. Allora ti avvicini alla prima, che è l’ultima del convoglio, pronta per salire su. Poi pensi che se affretti il passo forse riesci a raggiungere la porta successiva con il vantaggio di evitare la folla che si è creata in fondo al treno. Arrivi alla penultima porta, ma di nuovo ti stuzzica l’idea che correndo un po’ ce la fai a salire sulla carrozza centrale dove aumentano le probabilità di trovare un posto a sedere. E così via, corri di porta in porta, finché il fischio del capotreno ti ricorda che devi prendere una decisione e salire.

Mi sono ritrovata a correre sulla linea del tempo, di giorno in giorno, senza fermarmi. Non è da me e sinceramente non credevo nemmeno di avere tutto questo fiato. Far mente locale per rendersi conto di quanto fiato sia rimasto nei polmoni è una cosa che di solito fa chi ha deciso da subito quanto lontano vuole andare. Insomma, lo fa chi ha una destinazione. E’ la differenza tra chi viaggia e chi invece scappa e io non avevo idea di dove sarei voluta arrivare.

Ho sempre trovato che la fuga sia un’alternativa tra le peggiori. Sono una che resta fino alla fine, il che però forse dipende più dal fatto che faccio fatica a riconoscerne una e questo è il motivo per cui il mio inconscio ce l’ha a morte con me e mi mette i bastoni tra le ruote in continuazione.

Giorno dopo giorno mi sono accorta di aver messo una distanza tra me e quella brutta sensazione. Una distanza temporale. Quella vera, fisica, c’era già e l’avevo già invano combattuta. Io non mi accorgo nemmeno di quando qualcosa mi ferisce nel profondo. Se me ne accorgo in genere ci metto tempo, altrimenti uso quei cieli neri per appenderci le stelle come più mi piace. Ieri ho fissato un punto azzurro sopra i palazzi della mia città e mi è preso un colpo quando mi sono resa conto che da quel punto l’Universo mi osserva una volta ogni ventiquattro ore e che quindi non è fisso, altroché, il cielo è l’inganno più riuscito della Natura.

La sensazione era ed è ancora che non sarebbe mai cambiato niente.

Sarei rimasta invisibile e incastrata in un eterno eccitante inizio a cui non seguiva niente. Avrei continuato a sperare di vedere, toccare, sentire quella persona così come si era presentata all’inizio. Mi ero ritrovata ad inseguire parole e gesti che esprimevano desideri e sentimenti per me, a dipendere da quelle brevi e intense felicità, intervallate da silenzi lunghissimi, incomprensibili, dolorosi. Mi dicevo ogni volta che forse non avevo usato le parole giuste, che dovevo amarlo meglio. Insomma, che era colpa mia se di nuovo se ne era andato.

Avevo arredato così bene quel cielo che quando sentivo la sua mancanza mi bastava guardare le stelle per sentirmi vicina a lui. Le ripassavo una ad una con lo sguardo, l’avrò fatto decine e decine di volte. Ogni tanto di notte mi capita di risentire la magia che pensavo ci unisse, che lui diceva ci unisse.

Quando mi sveglio però tutte le sensazioni implodono nel petto schiacciate dall’evidenza dell’esperienza. E fa male.

Quando la quarantena ci ha rinchiusi tutti ognuno nella propria tana ho potuto notare che la sua non faceva poi così schifo come raccontava. E la differenza tra ciò che è e ciò che pensavo che fosse si è fatta così evidente che non sono riuscita a fermarmi più. La dissonanza aveva un’unica spiegazione, quel che dice non coincide con quel che è. Lui non esiste. Ho corso ancora e cercando di non guardarmi indietro. In fondo sarebbe stato contro natura restare ancora a lungo immobile nel suo cielo.

Mostro e adesso cosa faccio?

Ho trovato in rete questo piccolo fumetto e dice tanto, davvero tanto, anche con le immagini. È una conversazione assurda, ma vera e intima e delicata. Mi ha colpita molto. Buona lettura.

Andrà tutto, beh.

Le volte che mi capita di vedere una gara di corsa con ostacoli non riesco a trattenermi dal provare una serie di sensazioni miste tra ansia, brividi e stupore. Un po’ come se nel mondo così come se lo aspetta il mio cervello non esistesse la possibilità di saltare così in alto, così tante volte, senza che l’atleta non incappi anche per un micrometro nell’ostacolo e non finisca per rotolarcisi insieme sulla pista in un susseguirsi di capriole scomposte che potrebbero coinvolgere anche gli altri partecipanti.

Spesso invece, quando chiudo gli occhi e provo ad immaginare qualcuno scendere una rampa di scale non riesco a non immaginarlo mentre mette un piede in fallo dopo il terzo o quarto gradino.

C’è invece quella cosa bellissima, di una bellezza unica, quella per cui le azioni e i pensieri, i sorrisi e le pause, il giorno e la notte si infilano uno dietro l’altro come perline ordinate nella linea del tempo. Nessuna ansia che accelera il meccanismo, nessuna paura che lo rallenta. Nessuno spargimento di perline qua e là che richiederà tempo extra per rimettere tutto a posto.Ripensare, capire, riunire frammenti di ricordi, catalogare, ordinare per data, riassegnare emozioni, motivazioni, scelte. Un casino.

Forse esiste una parola per descrivere questo, ma la stanchezza mi sta prendendo e non mi viene proprio in mente. In realtà ci sto pensando da giorni. Sapete, lo sforzo che porta al risultato, le pagine di un libro che si accumulano sul lato sinistro. I piccoli passi, i piedi messi bene uno avanti l’altro, senza fretta, senza perdere l’equilibrio e soprattutto, senza allontanarsi da sé.

Spero non siano state tutte le canzoncine e le pubblicità andrà tutto bene a fregarmi – non credo, la mia immaginazione continua beatamente ad incepparsi – però ecco, riscoprire che le cose possono corrispondersi, come i gradini e i piedi, i salti e gli ostacoli, l’impegno e i risultati sssth, senza urlarlo troppo in giro, mi ha fatto sentire bene, un bene semplice, fresco. Normale.

Soltanto, grazie.

“Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contradetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l’affetto tra esseri completamente diversi.”

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volareLuis Sepulveda

Vuoto per pieno, Pasqua.

Picture by margherita_grasso

Una signora bionda sulla settantina si ferma sotto al balcone al primo piano del palazzo di fronte al mio. Credo sia la seconda o terza volta. Aspetta un po’, poi alza lo sguardo e sorride al suo nipotino. Come stai, hai fatto i compiti, come sei bello tesoro mio. La prima volta le sono passata accanto mentre andavo a fare la spesa, poi mi è capitato di rivedere la stessa sequenza di azioni direttamente dal mio balcone. Un signore anziano qualche piano più su invece apre le porte degli infissi con slancio e si appoggia alla ringhiera. A volte va su e giù per il balcone. Cerchiamo implicitamente di approfittare con lo sguardo di spazi di mondo diversi. In un altro balcone ancora due bambini giocano con la palla e in quello del palazzo alla mia destra ogni tanto la famiglia si riunisce chiacchierando in quello che sembra uno spazio comune, diversamente dall’interno della casa, forse, dove ognuno ha il suo da fare. Solo la donna più anziana porta la mascherina e cerca di farsi ubbidire dal cane che le gironzola intorno.

Le abitudini si adattano agli spazi ristretti e questa settimana ho capito che vale anche per me, nonostante all’inizio sentissi poco il peso delle restrizioni. C’è un altro spazio che al contrario sembra allargarsi, agguantando centimetri su centimetri ogni giorno approfittando che non ci sia quasi nessuno in giro a guardare, curiosare, giudicare. Mi chiedo se forse non sia meglio così e mi sorprendo nel pensare ogni tanto che il dopo mi fa un po’ paura. Non voglio che al via libera qualcuno apra con slancio le porte del mio mondo ficcandocisi dentro e rimettendo in disordine tutto, dopo lunghi giorni passati a rassettare, catalogare, a far prendere aria a quegli angoli dell’anima dove non si accende mai la luce per tenerli nascosti e al sicuro dagli altri. Per non parlare di tutti quei padiglioni nuovi di zecca che sto cercando di attrezzare con fonti di energia rinnovabili in maniera che vadano da sé anche quando sarò troppo occupata per curarli per bene. Non voglio che arrivi la folla, la confusione, il dubbio, l’invidia o la paura a sciuparli.

Questa sera ho visto alla TV una Basilica di San Pietro vuota, ma per esempio, per la prima volta non mi sono vista come da fuori. Insomma, quando è piena di gente per forza di cose te che la guardi da lontano sei fuori. Adesso che è vuota, mi sembra di esserci, di essere lì dentro.

Io che non sono particolarmente religiosa, che quando capito a Messa mi lascio distrarre dal cappello, dalla borsa che cade, dal colpo di tosse, dal freddo, dal caldo, dall’eco, dalle sculture, mi godo questo vuoto che è pieno, questo escludere che include.

La Terra con la mascherina

Questa immagine mi ha colpito per la sua tenerezza, per il colpo d’occhio che ci mostra quanto la questione sia globale e in qualche modo mi ricollego a ciò che dicevo nell’ultimo post, il mondo è malato, vero, però quel che sta accadendo è segno di uno squilibrio profondo che va oltre al solo problema del riscaldamento globale. O meglio, finora quando se ne parlava ci si sentiva poco coinvolti direttamente, come persone, come se fosse qualcosa che chissà quando o come avrebbe inciso sulle nostre vite. Insomma, qualche grado in più sul termometro ma la nostra realtà scorreva se possibile a velocità più elevata rispetto a qualche decennio fa. Che le due cose siano correlate oppure no non lo so, ma la Terra intera indossa una mascherina e non è solo una geniale illustrazione.

Appunti di quarantena

Sono in fila per entrare al supermercato, intorno a me le persone indossano mascherine di vari tipi e chi non ce l’ha avvolge naso e bocca in una sciarpa di lana sotto i quasi venti gradi di un Marzo che cerca di fare il suo dovere nonostante tutto.
Esce una coppia di anziani, lui zoppica un po’, lei sembra affaticata, portano un paio di buste che sembrano poco pesanti. Una signora chiede ma come, voi uscite di casa, lei risponde che tanto in quarantena ci stanno sempre e la zittisce in fretta. Io che so cosa significa per qualcuno non poter uscire liberamente di casa annuisco tra me e me, mentre sento un paio di sensazioni perdere la strada e fare un pericoloso slalom per non scontrarsi.

La prima considerazione che ho appuntato mentalmente all’inizio di questa settimana è che all’italiano medio è stato chiesto praticamente di condurre per quindici giorni la vita di una persona anziana o disabile, ma anche di uno studente universitario sotto esame e ha quasi dato di matto, tra fughe, paranoie, crisi ed escamotage vari per riuscire lo stesso a mettere un piede fuori casa. Per non parlare del fatto che ci ha messo un po’ a capire che la quarantena andava fatta per proteggere se stesso.

Perfino la TV ha cambiato i palinsesti per poter intrattenere i bambini a casa da giorni, come se fossero delle bombe a mano con la sicura tolta, pronti ad esplodere al primo accenno di noia. Al quinto giorno di clausura sono iniziati i flash-mob per sentirci più vicini a gente di cui nemmeno sapevamo l’esistenza. La sensazione sui social era parliamo per due tre giorni di questa cosa poi la dimentichiamo e passiamo alla prossima come accade sempre e ho assistito pian piano alla conversione di tutti al solo e unico tema Coronavirus.

La prima volta che però ho sentito che davvero si tratta di un momento storico è stato sabato sera, quando mi sono affacciata al balcone e non c’era nessuno. Nessuno, né a piedi, né in auto. Il silenzio mi è piaciuto ma poi dopo pochi secondi ha iniziato ad inquietarmi. Mi sono ricordata di quando da piccola nei miei voli pindarici mentali mi chiedevo come sarebbe stato il mondo senza persone, come le strade sarebbero apparse più larghe e di lunghezza infinita, ma soprattutto mi chiedevo quanto potesse essere divertente andare in autostrada con la bicicletta. Per un istante è sembrato davvero che il mondo si fosse svuotato.

Con il passare dei giorni mi abituo a queste sensazioni, ma soprattutto inizia a piacermi l’estrema calma in fila dal fruttivendolo, i posso entrare, grazie, mi scusi nei piccoli negozi di alimentari, perché sto cercando di uscire a piedi e usufruire delle attività dei piccoli commercianti invece di recarmi nei grandi supermercati, con più gente e più rischio, almeno secondo me. Mi piace vedere le Istituzioni che lavorano sodo, i politici che non litigano. Mi piace l’idea che lo smart working oltre che ad evitare possibili contagi stia anche diminuendo traffico e inquinamento. Mi piace che la TV sia diventata di nuovo davvero servizio pubblico, che non inventa più frivolezze per intrattenere la gente, ma solo aiuta a capire, imparare, a fare da ponte con le Istituzioni di cui spero si possa tornare ad aver fiducia. Mi piacciono i Sindaci che si chiudono negli uffici, anche da soli, a lavorare, lavorare tanto. Mi piace che si sia placata l’ansia di andare, vedere, correre ovunque e mi piace l’idea che in qualche modo ho come del tempo regalato per me stessa, per rimettermi in piedi.

E se è vero che ogni malattia nasce da uno squilibrio degli individui con la realtà che li circonda come la medicina orientale ci insegna, allora tutto ciò significa che qualcosa deve cambiare necessariamente o forse, che questo momento storico ci cambierà, anche duramente e non accetterà se o ma o scuse per uscire lo stesso di casa o per non entrare e guardare dentro di sé.

Sintomi di civiltà

Per la verità in questi giorni mi sto godendo alla TV le immagini di Conte che corre da una parte e dall’altra con la faccia concentrata di uno che sta cercando la soluzione ad un problema, al posto di quelle quotidiane dei politici delle varie fazioni che giocano a scoppiare palloncini agli avversari che in risposta tirano loro un dito nell’occhio e così via, senza fine.


Da un lato penso che un eccesso di entropia in un sistema fa si che prima o poi accada qualcosa che costringe il sistema stesso ad un nuovo equilibrio.

Per dire: i medici non fanno che ripetere in quale banalità consiste la prevenzione al coronavirus, ovvero rispettare basiche norme igieniche. Una sorta di ritorno, quindi, a quelle stesse cose che più o meno diceva sempre anche mia nonna.

Riepilogando, il Governo che lavora, la gente che non starnutisce dove capita, i treni che profumano di pulito…
Insomma, se non fosse stato per la bambina sovragitata che ieri mattina mi ha accusata di aver saltato la fila alla cassa mentre sua mamma guardava il tonno sullo scaffale e si trovava almeno a tre metri dall’ultimo carrello in fila e ripeteva “Mamma mamma, ma ci siamo prima noi vero? Vero? È passata avanti, ci siamo prima noi!” e la mamma che non mi ha tranquillizzata rispondendomi “No non ti preoccupare, è lei che ha troppo senso della giustizia” avrei detto che da tutta questa storia c’era la possibilità di uscirne migliori di come eravamo prima.

ComeDiari #17: Fiato sospeso

Mi accorgo del tempo che passa perché sul legno liscio dei mobili si è posata di nuovo la polvere. Se non fosse per quella direi che oggi è lo stesso giorno di ieri. Almeno dentro di me sembra essere così.
E se le luci della città non brillassero così tanto in lontananza non sarei nemmeno così sicura del fatto che, no, sui miei occhi non c’è nessun velo opaco e grigio. Fuori da me il mondo è acceso e la Luna mi prende alla sprovvista quando alzo un po’ di più lo sguardo, nel caso il concetto non mi sia abbastanza chiaro.
Le labbra mi bruciano e se così non fosse penserei ancora che la questione sia chiusa tutta in una bocca che non parla, un’assenza silente e una strada lunghissima cosparsa di briciole di parole e di sguardi.
Riesco a sentire l’Amore sotto ai polpastrelli e la musica bollire nelle orecchie nonostante a volte ancora mi precipitano dentro vorticando furiosamente cadendo dalla soglia della Paura e sprigionando immagini che arrivano alla mente senza passare dai sensi.
Succede allora che una mente affollata appesantisce il cuore e tutti gli altri organi e l’Anima trattiene il respiro per allontanare da sé il prossimo istante.