Soglia alta.

Story of Yaoyaomva

Il dottore si alza dallo sgabellino e sorridendo si avvicina al pc. Diciamo che non vado mai esattamente di buon umore dal dentista, ma avverto un particolare moto di intolleranza invadermi da capo a piedi quando mi dice che ha apprezzato la mia autoironia quando al suo annuncio che a breve avrebbe anestetizzato il nervo del mio dente irrimediabilmente cariato ho risposto mogiamente si, fa molto male, lo so. Come l’altra volta. Avrei voluto dirgli che ero rassegnata, non ironica, mentre cerco di placare la mia rivolta interna stringendo il fazzoletto di carta che ho tra le mani.

Guarda la radiografia al pc e sbarra gli occhi. Dice che non riesce a capire come io non provassi alcun dolore nonostante una carie così. L’intervento sul nervo si è reso necessario dopo un tentativo di curare la carie andato male, il dentista dice che prima o poi avrei provato un dolore lancinante ugualmente, ma in quel momento ne avevo altri di nervi a fior di pelle al pensiero che prima della cura mi sentivo praticamente bene.

Continua a guardare la radiografia indicandomi con il dito l’estensione del “danno”, quando mi dice che devo avere una soglia del dolore alta altrimenti il fenomeno non si spiegherebbe. Lì per lì dentro me la rivolta ha lasciato posto ad una timida soddisfazione, ma ho continuato a pensare a quella frase anche nei giorni seguenti.

Mi sono detta in generale quanti dolori si adattano, aderiscono così bene alle forme delle nostre vite e per quanto sembri banale dire che finiscono per farne parte in realtà accade che si danno loro altri nomi, spiegazioni, stanno lì sul mobile vicino al televisore, in borsa o addosso e mai se ne prende almeno uno da parte per chiedergli chi sei? Sul serio, da dove sei spuntato fuori? Poi qualcuno per caso li chiama con il loro nome, ci si rende conto che non è normale, per niente normale accettare quel tipo di parole o di comportamento o quella situazione o quel male fisico e allora iniziano gli sguardi di traverso, i sospetti e si inizia a pensare a come liberarsene senza però urtare la loro suscettibilità, piano piano, in silenzio, non sia mai che decidano di mettersi proprio di traverso e farci ancora più male.

Forse è perché in qualche modo siamo finiti per adattarci noi a loro, abbiamo spalmato le nostre abitudini, le nostre reazioni, le nostre scelte su di loro per non sentirne le durezze e non farci male, incastrandoci negli spazi che ci hanno concesso e costruendo lì le nostre giornate, fissando da lì i nostri obiettivi.

Insomma si dice che il dolore serve a proteggerci, quante volte però ci accontentiamo di restarci dentro più del tempo necessario a scampare il pericolo? E che succede se finiamo per alzare troppo quella soglia?

Le cose che ‘non’.

Riepilogando, da questa mattina sono riuscita a non svegliarmi presto (male, male male), questione che in qualche modo devo risolvere al più presto, a non litigare con il funzionario dell’ASL che ha risposto male ad una signora che protestava per la scelta di non so chi di ritirare il distributore di numeri per la fila allo sportello solo perché mancava un quarto d’ora alla chiusura come se stessimo in cerca di chissà quale favore e non di esercitare un nostro diritto, a non comprare una bambolina di stoffa delle dimensioni di un tappo di sughero, con vestito natalizio e trecce bionde di cordoncino perché sennò avrei dovuto prendere anche le decorazioni in feltro a forma di campana, albero di Natale e stella e poi la tazza natalizia, al che ho posato tutto e ho tirato dritto con il carrello verso il reparto del riso, a non cedere alle lusinghe del divano dopo pranzo, a non sentirmi a disagio nella mia stessa vita, dopo aver capito che si tratta di una lotta contro i mulini a vento finché non si riconoscono i meccanismi attraverso cui ci si mette da soli i bastoni tra le ruote, da soli capite, e non ci si rende conto che abbandonarsi alla pigrizia e all’inerzia è come tradirsi e quindi oggi mi sono sentita serena finalmente perché sono riuscita a tendere una mano a quella me che qualche anno fa ho iniziato a seppellire sotto cumuli di impegni presi con chiunque tranne che con lei, e, tolti di mezzo i rimpianti, credo mi stessi chiudendo nella paura di averla persa e forse nella convinzione che non mi spettasse di esser padrona del mio tempo, come se avessi da aspettare di mettere ordine tra tutti i pensieri e le sensazioni sulla morte di mia mamma e portare a termine tutto ciò che questo ha lasciato in sospeso prima di ricominciare a vivere.

Tutto questo, però, per dire che è iniziata la settimana del Black Friday su Amazon e a quello no, oggi non riuscirò a resistere.

Come si affronta il drago

Risultati immagini per san giorgio e il drago

Giro la testa ovunque intorno a me. I miei occhi cercano una fonte qualsiasi di distrazione a cui aggrapparsi per non cedere. Non ora, mi dico. Non posso. C’è lei.

La mia ricerca si arresta con lo sguardo sulla statua di San Giorgio in alto alla mia destra. Insomma, ho sempre saputo fosse lì, la statua, non mi aspettavo piuttosto che stesse lì anche la soluzione al mio problema. Almeno in quel momento. Mentre il prete parla di non ricordo cosa avesse a che fare con esistenza e amore, le sue parole si stavano avventurando pericolosamente verso dei tasti dolenti dentro me. Un attimo ancora e con ingenuo savoir faire li avrebbero pure pestati.

Forse è perché alla presenza di un piccolo essere umano ci si sente in dovere di proteggerlo, anche da se stessi, e quindi ho cercato istintivamente qualcosa che fosse un’arma.

E per fortuna lì vicino ce ne era una tra le mani di San Giorgio.

La scena è balenata nella mia mente in pochi secondi. Ho immaginato di prendere la lancia chiusa nella teca con il suo proprietario e di scagliarla contro il dolore che stava per esplodermi dentro.

In genere si dice basta un po’ di autocontrollo e di solito funziona. Che succede però se un giorno ci si chiede se c’è qualcosa di più oltre a quello, un potere più grande, un’altra possibilità, un’opportunità diversa di affrontare tutto e in particolare loro?

Loro, i nostri draghi.

Se l’opportunità fosse scegliere?

Scegliere di non sentire dolore, scegliere di accenderci la luce dentro, scegliere di alzarci più presto o più tardi, scegliere di sorridere, scegliere di non prendercela troppo, scegliere di riprovare e di non dar peso ad un fallimento. Scegliere di essere più leggera. Scegliere di infrangere una regola, scegliere di non andare a guardare tra i brutti ricordi, scegliere di essere libera dal passato e di non ragionare per conseguenze, scegliere di essere allegra e scegliere di essere triste senza sentirmi in colpa.

Scegliere di liberare la testa e iniziare a leggere un libro, scegliere di liberare il cuore e amare me stessa.

Il piccolo essere umano si gira verso di me, sapevo che a quel punto l’avrebbe fatto, gli rispondo con un sorriso sicuro, va tutto bene.
Il drago annuisce, dice che va a farsi un giro e di fargli uno squillo se serve. In fondo i tempi sono cambiati, nulla togliere a San Giorgio, ma qui tra poco non ci saranno nemmeno più gli animali nei circhi, figuriamoci i draghi morti negli articoli dei blog.

Play.

picture by Charlotte Harcus

Ho messo le cuffie, ma non ho premuto play. Non voglio sentire altre parole. Ho già un casino di spezzoni di canzoni nella testa, che inizia a farmi male. Volevo sentirne alcune, ma ho pensato m’avrebbero fatta piangere, volevo ripiegare su delle altre, ma mi avrebbero fatta sorridere. E poichè non mi andava nè di piangere, nè di sorridere, è successo questo pasticcio. Si sono scontrate tutte mentre correvano verso la punta del giradischi e si sono rotte. Distrutte.
Non ho premuto play e ho chiuso gli occhi. Volevo provare lo stesso quella sensazione di chiudere il mondo fuori e sparire. Non provare più niente. Niente di niente. 

Accendo il phon e chiudo gli occhi mentre lo avvicino ai capelli bagnati. Quel rumore forte e costante riempie le orecchie e mi avvolge, i pensieri smettono di rincorrersi e vanno liberi ognuno per la propria strada. Ripesco gli auricolari ormai tutti annodati dalle profondità della mia borsa e cerco su Youtube rumore bianco. Mi perdo nelle frequenze d’onda che sembrano riempire l’apparente vuoto dello spazio cosmico e in quelle che emettono alcuni strumenti elettrici. Riempiono il mio silenzio. 

Insomma, da allora mi sono appassionata ai rumori. Quando posso cerco su Youtube video ASMR, che sta per risposta apicale sensoriale autonoma, o più semplicemente è quel formicolio che si sente dietro la schiena o la nuca in risposta a degli stimoli sensoriali, in questo caso dei suoni. Le persone che creano questi video usano qualsiasi oggetto per creare rumori ripetitivi e rassicuranti che inducono al rilassamento e aiutano a dormire. Così dalle mie cuffie sono iniziati ad uscire gorgoglii di acqua, rumori di spruzzi, ticchettii. I miei pensieri ci hanno preso gusto a provare strade nuove che si snodano dritte e parallele come se le onde sonore fossero denti di un pettine invisibile che li attraversa e li ordina. 

A furia di cercare sono arrivata a conoscere gli ambience. Sono dei video in cui viene simulato un vero e proprio contesto, con annessi suoni. Premo Play e mi ritrovo in una biblioteca antica, dove ascoltare il fruscio delle pagine sfogliate, il rumore dei passi delle persone che si aggirano tra gli scaffali e il crepitio proveniente da un camino acceso. In alcuni video viene introdotto anche il picchiettare delle gocce di pioggia sui vetri o i rimbombi di tuoni lontani. Esistono decine e decine di ambience: panetterie, sale da thè, uffici, boschi, luoghi fantastici, focolari domestici. Ognuno è corredato dei suoni tipici di quel tipo di ambiente. Mi affascina tantissimo restare lì in ascolto, ogni rumore è una scoperta, una carezza. Delicato e discreto. Non cerca in qualche modo di suscitarmi emozioni. 

Poi un giorno, poco tempo fa, qualcuno senza pensarci due volte mi mette alle orecchie delle cuffie wireless con una canzone a tutto volume. Il suono inizia ad espandersi in uno spazio dentro di me che non credevo fosse così grande. Sorrido tenendomi con le mani le cuffie strette alla testa.
Girando su me stessa capisco che finalmente è tornata la musica. 

Quale domani

picture by Drawingfish

La cassiera maltratta i miei funghi pleurotus in vaschetta mentre cerca di far riconoscere il codice a barre della confezione agli infrarossi ormai esausti alla fine di un lungo sabato di lavoro. Guardo i funghi che finalmente rotolano mogi fino a me che li attendo alla fine della cassa con la busta in plastica riciclabile tra le mani.

Ho letto sul web un’intervista a Piero Angela. Diceva che la mia è la generazione che non ha speranza nel futuro. A parte le certezze che mancano, siamo in qualche modo convinti del fatto che domani andrà peggio. A prescindere. La nostra unica certezza è che domani ci sarà una nuova crisi economica, una qualche catastrofe ambientale o semplicemente ci sarà difficile crearci una famiglia, trovare un lavoro a tempo indeterminato, comprare una casa o semplicemente avere ancora un Pianeta su cui abitare.

Esco dal supermercato, spingo il carrello che ha seri problemi a tenere la traiettoria fino all’auto. Si è fatto buio. La mia di speranza lavora a contratto. Certi periodi le va bene e l’Universo decide di rinnovare, altri invece è costretta a stare a casa ma per sua natura cerca lo stesso qualcosa da fare, insomma ne approfitta per mettere in ordine, rinnovare casa qua e là, fare meditazione. Diciamo che non mi chiedo spesso domani come andrà. Cerco di fare il meglio con quello che ho oggi. Eppure quest’ansia generale la percepisco negli altri ed è come un velo che si incastra nei meccanismi delle cose della vita e rende tutto più faticoso.

L’ascensore è ostaggio di una mamma che non riesce a farci entrare i suoi due piccoli maschietti al fine di salire al primo piano. Uno entra ed esce dal vano come un coniglietto Duracell impazzito, l’altro fa le capriole sulle scale. Uno dei due qualche giorno prima mi aveva additata per strada storcendo il nasino al motto di “Tu sei brutta e cattiva!”, così a gratis. Ho provato a spiegargli che forse si trattava di uno scambio di persona ma non ha voluto sentire ragioni. Ho immaginato che forse anche avere cinque anni comporta l’insorgenza di momenti di forte stress.
Se fosse stata un gatto la signora avrebbe potuto afferrarli per il collo e tirarli dentro, ma deve accontentarsi di prenderli per le orecchie.

Il fatto che questi siano tempi duri ci condiziona a pensare a domani, ma non al futuro. Ci teniamo a soddisfare i bisogni prossimi e ci stiamo disabituando a pensare a lungo termine. Altro che fine del mondo dei Maya o Millennium Bug. L’importante è potersi rintanare nelle proprie abitazioni a fine giornata davanti alla televisione da cinquanta pollici. Durante quel paio d’ore dopo cena l’ansia sembra placarsi, sia che siamo riusciti a portare a termine tutti gli impegni della giornata, sia che no.

L’altro giorno però mi è presa fortemente a male. Non avevo voglia di far niente, ma questo mi faceva sentire profondamente in colpa. In più mi sono accorta che davvero le mie ambizioni si sono ridotte a riuscire a rispettare la mia agenda settimanale. Cerco di fare il meglio con quello che ho oggi.
Si, okay.

Non basta però. Sento il bisogno di fare ogni giorno qualcosa che prenderà senso e forma in quella cosa lì che si chiama futuro, di riuscire ad essere costante in qualcosa che non so ancora come e in quale domani sarà.

Attraverso quel punto

Insomma, non lo so.

Non lo so come si fa.

Guardo questa pagina bianca e mi dico, non lo so.

Come si fa a guardarsi dentro e tirare dalle trame dell’anima qualcosa che abbia vagamente senso dopo, ecco.

Dopo la morte.

Tipo, come funziona adesso quella cosa per cui ad un certo punto mi fermo e mi metto a scrivere una o due ore durante la giornata? Ammesso che ci riesca, guardando il mondo, cosa ci vedo adesso? Servono tutt’altri perché e percome a sorreggere la realtà, adesso.

Mi sembra dissacrante legarmi con le parole alle mie sensazioni, come se mi cucissi ad una realtà che ora so può svanire da un momento all’altro.
Perché forse l’unica domanda alla quale vorrei risposta è dove sei adesso, cosa stai facendo? E la risposta non appartiene a questi spazi e a questo tempo. Mi sembra altrettanto stupido costruirci intorno castelli di parole che non arriveranno mai nemmeno a sfiorare il cielo.

Se tutto cambia affinché non cambi nulla, allora dovrei riconoscere sempre un punto in mezzo al tutto che è sempre lo stesso, qualsiasi cosa accade. Lo stesso punto da cui si nasce e si muore. Quello attraverso il quale tu mi hai portata due volte, quello per cui passa quel filo che ti ho promesso sarebbe rimasto sempre uguale e sempre nostro.

E mi sento come nata di nuovo in una nuova consapevolezza del mondo.

Oggi specchiandomi nella postazione del parrucchiere mi son vista finalmente trentenne e ho dovuto lottare con una lacrima che stava per sfilare proprio lì davanti a tutti. E ho capito che volermi bene è un modo per continuare ad avere cura di te.

E’ stato come cercare di trattenere l’acqua con le mani.

E se la vita può andar via così, prima di aver finito di fare tante cose, prima di aprire quella scatola di cioccolatini o aver indossato quel vestito nuovo, prima di aver festeggiato o lavorato o pianto per quelle altre battaglie, allora che stiamo a fare qui? Insomma, deve continuare da qualche altra parte. Devi esser saltata in un’altra realtà. Una in cui non esiste il tempo o lo spazio o magari tutti e due. Si perché questo spazio-tempo deve avere dei confini molto più sottili di quelli che immaginavo, anzi, che non immaginavo. No, perché uno non ci pensa mai alla morte. Non sta né sulla lista della spesa, né su quella dei documenti da presentare per il 730, né tra le possibili destinazioni di una vacanza e nemmeno tra gli annunci di lavoro. Invece fa parte della vita e ho come la sensazione, forte, che risieda lì un qualche profondo senso di libertà, felicità e di vita.



Le cose facili

picture by Aeppol

Ho appena visto la pubblicità delle nuove scatolette di tonno con basso contenuto di olio. Pare le abbiano fatte per sollevare noi utilizzatori dall’incombenza di scolare l’olio in eccesso prima di mettere il tonno in un panino o in un’insalata.
I miei pensieri erano intenti in una zuffa epocale che mi stava togliendo le energie e la voglia di fare qualsiasi cosa e per qualche istante si sono fermati a mezz’aria illuminati dalla luce emanata dal televisore e sono rimasti così, immobili. Uno stringeva ancora un ciuffo di capelli di un altro tra le dita, che a sua volta stava cercando di sferrare un colpo basso al suo avversario. Insomma, al mondo qualcuno si preoccupa di facilitarci il compito di mettere il tonno sulle bruschette, mentre l’angolino “Apri qui” sulle confezioni di affettati si trova sempre dal lato delle fette che stanno sotto alle altre. I litiganti hanno perso qualsiasi entusiasmo e senza nemmeno più la zuffa in corso, non so, mi sono sentita una triste calma addosso.

E’ che sto cercando qualcosa in cui credere.

Una vecchia amicizia si è riaffacciata nella mia vita giusto il tempo di dirmi che la fiducia e l’amore devo trovarli dentro di me e non negli altri. Poi mi ha abbandonata. Stessa cosa una persona che qualche volta ha detto pure di amarmi. Mi chiedo spesso come sarebbe stato amarci davvero. Invece è stato troppo per mollare subito e troppo poco per continuare. Nessuna circostanza che suggerisse la strada. E a sollevare l’Universo dall’incombenza di far girare in qualche modo le cose mi ci sono messa solo io. Amicizie e relazioni sono quasi sempre facilitate in qualche modo. Distanze, comitive, tempi. Esiste sempre una via preferenziale nella quale si incanalano tutti gli elementi necessari per tenere su un rapporto tra persone. Ecco, io non ne ho mai vista una in vita mia. Mai. Mi sono impegnata e ho sudato ogni volta che ci tenevo tanto. E che poi ho visto tutto andare in pezzi.

E oggi non so per cosa lottare. Sui fronti di battaglia che mi circondano vedo solo mucchi di parole mie distrutte, a terra, esanimi.

Credo che morirei io stessa se dovessi in qualche modo adeguarmi alle cose facili. E allora no, grazie, stasera resto qui. Aspetto un’ispirazione, una scintilla, una storia. Insomma, un’altra battaglia. In virtù della differenza che c’è tra vivere e, invece, sentirsi vivi. E quindi credere.

La pasticceria

foto personale

“Sono rimasta nel traffico. Cazzo è tutto bloccato stasera! Va beh dai, sto arrivando.”

Ho messo le scarpe sbagliate oggi. Non sono adatte per aspettare in piedi, per strada, sui sanpietrini. E tira un vento che porcamiseria, non ho messo la sciarpa e nemmeno il cappello, domenica c’era la primavera, l’avete-vista-anche-voi, vero? E non so che fare adesso. Penso che potrei fare shopping. Entro in un negozio di abbigliamento. Mi sento troppo scocciata perfino per chiedere alla commessa il prezzo di quella giacca. Esco.

Ma si, quella pasticceria all’angolo. C’ha pure i posti a sedere. E’ proprio carina, ti metti lì, ti rilassi e poisaihovishiauialaosh.. La voce nella mia memoria si affievolisce. Non ricordo né dove l’ho sentita né da chi. Il vento continua a tirarmi giù dalla testa il cappuccio del cappotto. Attraverso la strada illuminata dalle luci gialle, bianche e rosse delle auto e proseguo sulla destra fino alla pasticceria. Mi affaccio dentro per vedere se ci sono posti liberi. La signora alla cassa mi invita ad entrare indicandomi l’ultimo tavolino in fondo. Mi siedo sulla poltroncina di pelle grigia chiara davanti ad un tavolino rettangolare che parte direttamente dal muro sotto la finestra alla mia sinistra. Le tende rosse sono raccolte ai lati della finestra e un pilastro dietro la poltroncina di fronte alla mia mi nasconde dal resto del locale. Dal mio posto posso sbirciare la vetrina lunghissima piena di dolci di tutti i tipi e buttare un occhio sulla strada da dietro al vetro che inizia a puntinarsi di gocce d’acqua microscopiche.

Non ho fame e ordino una tisana di un arancio carico che sa di mela, carota e zenzero. E poi, forse, devo essermi suggestionata come un’Alice che legge messaggi su bottiglie e su dolcetti dopo essere finita in una casetta cadendo in un pozzo profondissimo, mentre osservo invece sul talloncino alla fine della bustina della mia tisana la scritta Emozionami.

Pochi minuti e ho dimenticato il vento e il tempo e il vuoto che mi zavorra. Caspita, queste scarpe mi danno un’aria così sofisticata. Che belle le luci della città. Mi trovo in tutti i posti del mondo in un istante. Sono nell’Orient Express che sfreccia veloce di notte chissà attraverso quali terre, in un bar di Londra pieno di persone tutte sole e tutte parte comunque di qualcosa, in un caldo pub in Belgio e anche nel cuore di Napoli, ricordi quel posto? Dicemmo che ci saremmo tornate. E ovunque sto buttando giù idee su fazzoletti di carta con una penna trovata nella mia borsetta. Idee che diventeranno un racconto o magari un romanzo. E sono bella e forte e so stare con chiunque, se capita, altrimenti mi lascio cullare da una calda e sottile malinconia. Riesco a fare quello che mi piace e a non sentirmi in debito con la mia felicità quando faccio invece ciò che devo. Sto bene. Sto così bene.

“Ehi sono quasi arrivata”

L’ultimo sorso di tisana è freddo. Mi alzo, riprendo la borsa e lo zaino, pago ed esco. Una signora mi viene addosso mentre lotto con il vento per rimettermi il cappuccio. Scorgo da lontano le frecce d’emergenza e l’auto accostata al marciapiede. Il sogno si è infiltrato nelle trame della mia realtà e la città sembra più bella anche senza più quel vetro davanti.

Distorsione

Escher

Mentre parla cammina su e giù davanti alla finestra. Non riesco ad ascoltarla: ad ogni passo cadenzato e fintamente casuale le scarpe nere stridono sul finto parquet di ceramica. Devono essere nuove. I pantaloni che indossa sono di una taglia in meno a quella che serve, ma in compenso il maglioncino le cade morbido all’altezza dei fianchi. Ha tutta l’aria di esser diventata qualcosa di diverso prima che avesse il tempo di accorgersene.

In certi momenti tutto sembra darmi nausea. Mi fisso su dettagli inutili che mi fanno cortocircuito lungo la strada che dagli occhi porta al cervello. Alice continua a parlare. Mi chiedo se qualcun’altro in platea nota la distorsione nell’armonia che di solito è invisibile e intrecciata alle cose del mondo o sta davvero ascoltando il suo discorso.

Chissà se alla natura, all’Universo frega qualcosa delle nostre sensazioni. Il disagio e la rabbia assistono impotenti ogni volta che l’aria si ricompone dopo il passaggio di un tuono e mentre il suono si affievolisce disperdendosi disturbando ad ogni metro sempre un po’ meno il silenzio.

La distorsione un po’ alla volta si riassorbe e Alice diventa parte del momento e del contesto. E no, le sensazioni poi dobbiamo rimettercele a posto da soli. L’armonia ingloba, trasforma, cambia sagoma ai pezzi affinché tutto possa combaciare di nuovo. Opporsi significa condannarsi a ferirsi di continuo tra gli spigoli delle cose che prima erano in un modo e adesso non più.

Mi ritrovo che sto ascoltando Alice. Dopo l’impaccio iniziale la sua voce è diventata cadenzata e musicale e attira piacevolmente le mie orecchie. Deve averci lavorato parecchio su. Chissà quali spigoli l’hanno costretta a cambiare. Lo immagino e prometto a me stessa che le mie scelte saranno diverse. Sempre che ci si possa adattare e allo stesso tempo cercare di diventare la persona che si desidera essere.


Il filo.

Stasera ho bisogno delle parole. Ne stendo un po’ intorno a me e poi mi ci infilo sotto, a cercare un po’ di calore. Va bene, penso. Forse di domenica sera le leggi del cosmo chiudono un occhio e mi lasciano in pace. Anche se ormai mi sto abituando a stare fuori dalle cose. Non fa poi così freddo.

E’ stato più che altro un bisogno. Eliminare. Togliere. Nessuno mi guarda. Bene. Lo dico. Qui, in questo universo, siamo solo crudelmente costretti a creare e distruggere illusioni. Non c’è nient’altro da fare. Sono giorni che ci perdo la testa su. Allora ho provato a smontarlo, questo mondo. Un pezzo alla volta. Ho tolto ogni gioia e ogni dolore. Ogni sogno inutile. Le aspettative e tutto ciò che sembra grandioso e fantastico finché non lo fai e ti accorgi che non è poi sto granché. Ho tolto l’amore. Quel poco che abita nella mia vita. Ho tolto la tristezza. Non serve. Farsi del male sembra una via d’uscita ma richiede fatica ed è solo un’attività figlia di una distorsione del senso del piacere.

E’ rimasto un filo. Un capo parte da me. L’altro non riesco a vederlo. Non si capisce bene. Sembra che serva a far muovere le gambe. I pensieri. Non lo so dove sto andando. Devo capire però cos’è questo filo. Di cosa è fatto.

Va bene così, per stasera. Nessuno mi guarda. Allora resto ancora un po’ qui.