E se il principe azzurro è svenuto, noi lo ridestiamo!

[Post scritto a quattro mani da SognidiRnR e Bloom2489]

rapunzel principe svenuto

Dunque, dove eravamo? Ah si. Riprendiamo dal rimedio numero cinque:

5. Un paio di sani buffi sulle guance. Se al risveglio dovesse accusarvi di essere state violente e poco amorevoli, ricordategli che non siete affette da sindrome della crocerossina, ma donne che al momento giusto sanno avere polso, anche se quello che dite e fate potrebbe ledere momentaneamente il suo orgoglio. Quelle che non rischiano accondiscendendo praticamente a tutti i suoi capricci sono solo ridicole oche.

6. Tenetegli le gambe in calzamaglia alzate in maniera che il sangue possa circolare meglio. Casomai avesse attraversato una palude nauseabonda a piedi, nel dubbio, non sfilate gli stivaletti.

rapunzel principe

7. Sussurrategli all’orecchio i risultati delle partite dell’ultima giornata di campionato. Trattandosi di un’emergenza potete anche mentire e fargli credere di averli indovinati tutti e di aver vinto la bolletta.

8. Insomma, è un principe. Non avrà una fata madrina ma uno stregone di fiducia forse sì. Chiamate sua madre, sua zia, il maggiordomo di corte o la cameriera che gli stira il mantello e fatevi dare il suo numero. Vedrete che accorrerà con la pozione più adatta alla situazione.

Da quella che è la nostra esperienza in materia di principi svenuti –ovvero nulla- è tutto.

Intanto arriva San Valentino e… Aspetta.

San Valentino?

 

Ma porc… Miseriaccia!

E vi chiedete ancora perché è svenuto??

Semplice, si è finto moribondo per non portarvi a cena!

Lasciatelo immediatamente lì dov’è!!!

 

VI SIETE PERSI I PRIMI QUATTRO RIMEDI? Questo post scritto a quattro mani da SognidiRnR e da me inizia qui! —> E se il principe azzurro è svenuto, noi lo ridestiamo – SognidiRnR

rapunzel principe svenuto

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L’aneddoto dell’arancia

aneddoto arancia tolleranza

Due sorelline stanno litigando per l’ultima arancia rimasta nel cestino della frutta.

La bambina più grande pensa che quell’arancia le appartenga, senza se e senza ma. Ne ha bisogno e poi l’ha vista per prima. L’altra sostiene la stessa cosa. Le serve un’arancia, purtroppo ce n’è una sola ed è indubbiamente la sua.

La madre le vede litigare. Si avvicina e chiede il motivo della discussione. Guarda l’arancia, oggetto del contenzioso, e prova a pensare ad un modo per mediare la situazione e cercare di accontentare entrambe le bambine.

Subito le viene in mente di dividere l’arancia a metà. Le sembra la soluzione più ovvia e semplice. Prende dal cassetto un coltello, afferra l’arancia e appoggia la lama sulla buccia per tagliarla, ma le bambine si disperano ancora di più.

Iniziano a sostenere che con una sola metà dell’arancia non possono farci proprio niente. E’ decisamente troppo poco. Mezza arancia non basta a nessuna delle due. La donna allora si ferma e decide di indagare meglio. Chiede ad ognuna cosa deve farci esattamente con l’arancia.

La prima sorella si asciuga le lacrime con la manica della maglietta e racconta alla donna che le serve la buccia per fare una torta all’arancia. La più piccola, a testa bassa, dice che semplicemente desiderava un succo d’arancia per merenda.

La madre sorride ad entrambe. Taglia l’arancia, ne spreme la polpa e da’ il succo alla sua figlia più piccola e consegna le bucce a quella più grande.

Questa storia che adesso ho scritto così, seguendo un po’ la mia fantasia, è un’importante “aneddoto” sulla mediazione. Fa capire come a volte litigando non ci si spiega bene accecati soltanto dall’ingiustizia di non vedersi riconosciuto un certo diritto.

La cosa che più mi piace di questa storia, però, è il modo in cui si dovrebbe, ogni volta, cercare una soluzione. La pace non è sempre nella via di mezzo. Non basta dividere l’intera arancia tra le due sorelline per far si che entrambe siano davvero soddisfatte. L’equilibrio spesso è trasversale. Va cercato ascoltando e spiegando. Non si tratta di simmetria ed uguaglianza. Anzi.

L’equilibrio è un incastro dai bordi imperfetti, fatto di parti che materialmente non pesano allo stesso modo ma che possono avere comunque valore diverso.

Allora penso che da questo tipo di mediazione potrebbe nascere qualcosa di meglio della semplice pace.

La tolleranza e il rispetto dei bisogni altrui.

Invece qui ci si sveglia un mattino e si scopre che una delle due sorelle s’è messa una bandiera italiana sulle spalle e ha tentato di sparare e uccidere l’altra.

Per una cazzo di arancia che nemmeno le serve intera.

Il principe azzurro è svenuto

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Ero sulla bacheca di WordPress in procinto di cliccare su Scrivi e far comparire questo foglio bianco che suo malgrado finisce ogni volta per raccogliere in forma più o meno ordinata le mille cose che ho per la testa, quando l’occhio è caduto sullo spazio sotto alle statistiche nel quale ci sono le frasi digitate nei motori di ricerca che hanno condotto eventuali avventori del web nel mio blog.

Di cose strane se ne leggono spesso e altrettanto spesso mi chiedo quali attinenze Google possa aver trovato tra quelle parole e i miei articoli.

Questa volta però, insomma, è stato diverso.

Uno legge una cosa del genere e non può certo restare indifferente. No?

Qualcuno è arrivato nel mio blog dopo aver digitato questa frase: il principe azzurro è svenuto.

Capirete che quel che avevo in mente di scrivere prima di leggere questa frase è passato immediatamente in secondo piano e ho iniziato a pormi un mucchio di domande.

Mi sono anche un po’ preoccupata, ecco.

Prima di tutto, quale principe azzurro? Il pretendente di Biancaneve o quello di Cenerentola? Forse si intende invece quello che ha risvegliato la Bella Addormentata nel Bosco? Qualcuno dei principi delle storie più moderne? Chissà.

E poi mi chiedo, dove? Dove è successo? Lottava contro un drago? Si è impressionato per qualcosa? Un calo di pressione? Magari non aveva mangiato abbastanza. Può capitare. Io stavo per svenire qualche settimana fa dopo aver fatto un prelievo di sangue. Non che mi sia impressionata – ok, forse un poco sì -, ma è stato per la fame. Ero a digiuno dalla sera prima. Quindi potrei capire.

Insomma signori, qui un principe azzurro è svenuto. E’ un fatto decisamente strano e cavolo, non riesco a non pensarci.

Non è stato ucciso in un duello. Non si è perso nel bosco. Non ha rischiato la vita attraversando il regno sul suo cavallo affrontando mille pericoli.

E’ svenuto.

Così.

Chissà dove.

E chissà perché.

Nemmeno si tratta della parodia in cui oggi spesso ci si imbatte a proposito degli uomini. In quel caso sarebbe stato non esiste più il principe azzurro. Non esiste, capite? Non “è svenuto”.

Mi chiedo se forse c’è qualche fiaba degli ultimi tempi nella quale si narra di un principe che sviene e di cui non so nulla. Ho provato a mia volta a cercare il principe azzurro è svenuto su Google e non ho trovato notizie interessanti. Nemmeno tra le Immagini c’è nulla che raffiguri un principe svenuto.

Insomma, non so più cosa pensare. Non riesco ad immaginare cosa stesse cercando la persona che ha digitato quella frase. Di sicuro qui nel mio blog non ci sono tracce di principi svenuti. Ho scritto di principi azzurri incapaci, inesistenti, sopravvalutati, ma svenuti no.

Per favore, chi sa qualcosa, parli. Devo risolvere questo mistero.

E tu che sei arrivato qui cercando principi svenuti, casomai dovessi ripassare, fammi sapere come è andata.

Grazie.

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Gli effetti collaterali della libertà

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Disarm – Pawel Kuczynski

Ieri sera sul tardi girando tra i canali della tv mi sono fermata ad ascoltare un frammento di intervista a degli esperti di cose varie nel quale si parlava dei genitori che sempre più spesso attaccano gli insegnanti dei propri figli ogni qualvolta questi ultimi tornano a casa lamentandosi di un brutto voto o di un rimprovero ricevuto a scuola.

Uno di questi esperti ad un certo punto ha detto:

“E’ una sfiducia tra adulti.”

Una frase buttata lì, in mezzo a tutte le altre. Un pezzo di discorso. Eppure nella monotonia delle voci che stavano facendo da sottofondo ai miei pensieri che iniziavano ad assumere pian piano la forma di un cuscino sul quale abbandonare la mente nonostante la sede -il divano- non fosse la più adeguata, quella frase è suonata in modo diverso. Mi ha colpita. L’ho ripetuta nella mia testa.

Sfiducia.

Adulti.

Sfiducia. Tra adulti.

Ho preso il cellulare e ho aperto l’app che uso per annotare le cose quando non ho a disposizione carta e penna. Un’insalata di post-it virtuali su cui ci sono segnati nomi, link di ricette abbandonati, idee, ricerche da fare, ispirazioni andate a male per esser state lasciate lì a prender aria per troppo tempo.

Scrivi nota. 

Dunque. Un titolo? No. Una breve introduzione? No, era troppo tardi per pensarci su. Alla fine l’ho segnata così. E’ una sfiducia tra adulti. Ho premuto due volte il tasto per tornare alla home, mi sono sforzata di tenere gli occhi aperti il tempo di raccogliere le energie e farmene una ragione del fatto che dal divano sarei dovuta arrivare al mio letto, in qualche modo.

Sapete, uno a volte pensa che il mondo va a rotoli semplicemente perché oggi ci sono molti meno tabù e meno regole ferree da rispettare. Un tempo perfino un’autista di autobus come mio nonno era rispettato come un pubblico ufficiale alle poste o dal salumiere. Gli autisti di oggi nemmeno portano più la divisa. I bambini e i ragazzini sono figli dei social network affidati a genitori che biologicamente li hanno generati, sì, ma non hanno altro compito che nutrirli e comprare loro il necessario per sopravvivere nel mondo insieme ai loro fratelli nativi digitali. Nessun insegnante è più utile di Wikipedia, a meno che non sia in grado di inventare ogni giorno qualche nuovo numero per attrarre la propria platea.

Poi ho sentito quella frase ed è stato come dare una terza dimensione a qualcosa che finora ne aveva solo due. Una sorta di profondità.

Allora li ho visti. Gli autisti di oggi, i genitori, l’insegnante giocoliere. L’ho sentita. La sfiducia. Non una qualunque. Una specifica. Quella nel prossimo.

Ecco tutto. Forse i tabù di un tempo definivano dei ruoli e questo creava fiducia tra le persone. Poi tutto è cambiato. Oggi ci ripariamo dietro gli smartphone per evitare di incrociare gli sguardi degli altri. Siamo convinti di essere autosufficienti finché non ci confrontiamo con il male fisico e sentiamo come una sconfitta l’aver bisogno di qualcuno che possa aiutarci. Siamo terroristi da tastiera ogni volta che in realtà potremmo semplicemente esprimere un tacito dissenso e c’è la violenza dei ragazzini che hanno le teste bacate dalle serie tv nelle quali le persone muoiono per finta, ma in hd.

E cavolo è davvero assurdo che di tutta questa libertà siamo in grado di viverne quasi più gli effetti collaterali che le conquiste per cui tanti prima di noi hanno lottato.

Il passato nel posto sbagliato

passato futuro media

Credo che sia meglio agire e sbagliare, piuttosto che restare immobili a guardare o peggio subire.

Pertanto sono una che sbaglia. Commetto degli errori e l’ho sempre ammesso.

Qualche tempo fa lessi una cosa sconvolgente. A causa della fotografia digitale e di tutti i sistemi per archiviare e condividere foto e immagini, ci stiamo lasciando dietro un deserto digitale. Non stampiamo quasi più le fotografie e i ricordi, per non parlare di documenti di qualsiasi genere. La tecnologia avanza, i software si aggiornano di continuo e anche i formati in cui vengono salvati tutti questi files, quindi è possibile che tra decenni non si potrà più accedere a ciò che oggi pensiamo sia al sicuro nella nostra pen drive o cloud. E sarà il vuoto perché non ci saranno più testimonianze storiche ‘cartacee’ di questo periodo. Secondo gli esperti infatti alla lunga il cartaceo sarebbe comunque più affidabile del digitale. Insomma, una foto per quanto sbiadita, stropicciata e strappata qua e là è sempre meglio di un file che non si apre più.

Per contro, si verifica un altro fenomeno abbastanza strano. Il virtuale ci nega il diritto di dimenticare. O almeno lo rende alquanto difficile.

Dicevo, anch’io faccio errori. Non mi mai capitato però di non mettere il cuore in qualsiasi tipo di frase io abbia mai pronunciato. Non ci riesco. Se il più piccolo livello di apprezzamento nei riguardi di una persona si può definire stima, beh io non riesco a separarla dall’affetto. Questo forse fa di me una persona del tutto normale o forse è più probabile che sia vero il contrario. Fatto sta che se non provo almeno stima, e quindi affetto, non mi applico nel pronunciare nessun tipo di frase.

Tutti quelli con cui ho condiviso momenti della mia vita, per me, hanno un valore che sono disposta a proteggere in tutti i modi che riesco a concepire. Niente effetti speciali. E’ solo la verità.

Due o tre volte è mi capitato di trovarmi di fronte invece persone che non hanno la più pallida idea di cosa intendo. Persone rancorose che non sono disposte a mettersi in discussione e che creano intorno a sé un mondo finto fatto di false amicizie e di rapporti superficiali pur di svegliarsi al mattino, guardarsi allo specchio e sentirsi convinte di non aver mai sbagliato.

E’ difficile, ma proprio difficile, ma alla fine rinuncio. Perché c’è un limite a tutto. Non si può subire il rancore di qualcuno per sempre.

E il valore? Un momento, quello resta. Anzi, è l’unica cosa che resta e che ho il diritto di conservare e proteggere. Per conto mio. Nella mia testa. Nei miei ricordi.

E’ a questo punto che il virtuale non aiuta. Gli algoritmi del volemose bene fanno sì che nella timeline ti ritrovi sempre e ancora quelle persone o qualcuno che le conosce e granelli finissimi delle loro vite continuano a finire nella tua perché purtroppo i social network sono materiali permeabili a meno che non si adottino misure forse anche troppo drastiche.

Invece io non voglio sapere. Non voglio guardare, ascoltare, leggere niente. Non mi riguarda. Ho il diritto di dimenticare e di liberarmi di quei granelli che tolgono spazio al nuovo, a chi nella mia vita c’è davvero e mi capisce e mi vuole bene e condivide i miei stessi valori, la mia idea di amicizia, di amore, di tempo condiviso. Chi da’ valore alle mie parole, alle mie intenzioni, al mio affetto e alle mie attenzioni.

Rischiamo di avere un presente pieno di passato e un futuro che ne sarà praticamente privo. Un deserto digitale lo vorrei, sì, ma alle mie spalle e a proposito delle vite che non riguardano più la mia.

Gironzolando tra gli ultimi minuti dell’anno

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E’ difficile che un anno appena trascorso mi lasci qualche insegnamento specifico. Insomma, ci sono i momenti belli e quelli brutti, le soddisfazioni e le delusioni che più o meno si bilanciano nell’arco di dodici mesi. Passano nella mente ricordi di gioie e di tristezze e qualche beh se avessi saputo, allora avrei fatto così. 

Mi fermo sotto la porta della mia stanza.

Mia madre è indaffarata a togliere i panni asciutti dai termosifoni per mettercene altri ancora umidi. Li gira, li aggiusta, qui ne mette altri due, lì tre. –Prenditi la tua roba asciutta-, dice.
Tendo l’orecchio destro. Glenn Miller. E’ sempre stata la colonna sonora del fine anno. Se mio padre mette Glenn Miller allora da qualche parte dietro a quel broncio deve essere felice, o almeno ci sta provando. Sorrido e ballo un po’.

Quest’anno invece ho imparato due cose in particolare.

Le parole hanno un peso. E un senso. Sembra banale e scontato. Invece no. Forse è perché ho litigato con quasi tutte le persone a me più vicine, una cosa che per me è ancora nuova. Le parole non sono solo dei tratti a due dimensioni e con spessore trascurabile come sembra a prima vista. Portano con sé significati ben precisi e al di là di quel che si dice a proposito di quelle scritte che restano e  le pronunciate che invece volano, tutte hanno un effetto. Imprevedibile, che si consuma in pochi istanti o si snoda attraverso giornate che formano settimane e poi mesi.

Niente è definitivo. Anche se lo sembra. Specie quando lo urliamo, lo desideriamo o lasciamo scappare dalla bocca quel mai più. Le cose si rompono, si aggiustano, fanno capriole, le perdi, le rincorri, finalmente le trovi e magari non sono nemmeno più come le avevi conosciute all’inizio. Sono migliori oppure peggiori. Tutto cambia, affinché non cambi niente. Perché in qualche modo devi ritrovarti di nuovo sulla tua strada e se hai la mente aperta capisci anche il motivo di tutte le deviazioni e il mondo sembra brillare per qualche istante in maniera che la lezione ti si imprimi nel cuore per sempre.
Niente è un dramma se non vogliamo che sia tale oppure può esserlo e poi non esserlo più. Un po’ come ci pare.

Energia è stata la parola che è rimasta al mio fianco durante questo anno, silenziosa, a volte capricciosa ma ogni volta che alzavo lo sguardo sugli spalti lei c’era a spronarmi e ammonirmi. Ho fatto un sacco di cose bellissime che non avevo mai fatto in vita mia e che però hanno occupato tutto lo spazio e il tempo che in realtà mi serviva per lavorare ad obiettivi a cui tenevo molto.

Forse è solo questione di raddrizzare il tiro. Ci vuole energia, sì, ma bisogna anche usarla nel modo giusto. Voglio parole chiare, obiettivi realizzati, voglio capire e farmi capire meglio. Pare che tutto ciò si chiami Assertività.

Mi sono innamorata di questa parola e la voglio con me, da domani, ogni giorno.

E c’è il telefono che suona, i panni che asciugano, Miller che vaga libero per casa attenuandosi di stanza in stanza, i dolci in bella vista, le candele in attesa, le lenticchie in acqua e io che gironzolo tra i minuti di questo ultimo giorno per assicurarmi di esser pronta al nuovo anno.

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Cinque minuti del mio Natale

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Cinque minuti.

Giusto il tempo di assaggiare l’aria e sentire quanto sa di attesa.

Il mondo è teso, sospeso, come i fili di lucine intermittenti attaccati ai lampioni che si guardano ai due lati della strada.

Siamo tutti come quei lampioni. Ci scrutiamo attraverso distanze di tanti tipi diversi.

Ci tocchiamo con le parole.

Senti. Senti?

E’ una gioia semplice. Non si muove nulla. C’è silenzio.

Poi accendo una candela e allora l’attesa si compone di secondi che si consumano in successione uno dopo l’altro, fino a quando le distanze si azzerano e tutti noi riusciamo a toccarci addirittura con i pensieri.

Adesso però aspetta.

Ascolta.

Io ti sento.

È tutto qui. È quella parte di Natale che è solo mia e adesso conosci ed è anche un po’ tua.

Cinque minuti del mio Natale.

Auguri di vero cuore a tutti voi e spero abbiate “cinque minuti” per raccontarmi qual è il vostro Natale. Non quello condiviso con amici e parenti, ma quello soltanto vostro, il momento in cui sentite il significato, qualunque esso sia, invadervi.

Le tre regole dell’albero di Natale

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Qualche giorno fa mia madre mi ha chiesto se esistono, chissà, delle regole per addobbare un albero di Natale. Lì per lì le ho risposto che grandi regole non credo ce ne siano, anche se spesso latita decisamente il gusto per i colori e le proporzioni.

Ormai ne ho già visti diversi, sia dal vivo che in foto, tramite vari social.

Una volta pensavo che esistessero semplicemente due correnti di pensiero a proposito: ci sono le persone che addobbano alberi veri o finti secondo la moda e quelle che usano le stesse decorazioni praticamente da sempre. Tra cui ci sono io, che utilizzo anche lo stesso albero che conserva un ottimo aspetto nonostante abbia ormai alcuni rami riattaccati con il fil di ferro.

Poi basta, tutto qui.

Eppure. Secondo me c’è dell’altro.

C’è chi ad esempio sostituisce l’albero enorme con uno piccolo perché tanto i bambini sono cresciuti e quindi a che serve. 

C’è chi lo compra tutto bianco. Sì, quello con i rami completamente bianchi. Quello che io non capisco molto, ecco.

C’è chi assolutamente ci mette su i ‘fili d’angelo’ anni ’80. Qualche anno fa li ho messi anch’io ma si ingarbugliano tutti e quindi mi è bastato e da allora li ho lasciati nello scatolo insieme alle palline senza gancio.

C’è chi in cima mette il puntale e chi la stella. In realtà ho visto anche orribili teste di Babbo Natale ficcate sul punto più alto dell’albero o dei fiori di stoffa che.. Boh. Io alterno. Quest’anno tocca alla stella, ma anche il puntale mi piace, nonostante faccia somigliare l’albero ad un grosso ricevitore di messaggi provenienti da universi alieni.

C’è chi tira fuori dal garage o dall’armadio le scatole piene di palline e serie di luci quasi prima di dicembre e chi lo fa quando ormai è già il giorno 23, per metterci i regali sotto il 24, aprirli il 25 e considerare finita l’utilità dell’albero il 26.

Insomma, un albero di Natale dice molto su chi lo fa.

Tipo, a cosa hai ormai rinunciato. Cosa invece non può proprio mancare. In cosa credi. Dove pensi che stia andando la tua vita. Il colore dei tuoi sogni. Se credi più nel passato, nel presente o nel futuro.

Se in casa ci sono bambini.

O gatti.

L’albero svela a tutti se in realtà ti senti solo. Se hai bisogno di sperare che questo possa essere un Buon Natale come gli altri ti augurano o sei già sicuro che sarà unico e irripetibile perché c’è lui lei loro, finalmente. Mostra senza riserve la tua mania per l’ordine o la tua necessità di caos. E’ capace di raccontare perfino se ti piacciono gli ospiti o li vivi come una scocciatura, se cucinerai per il pranzo di Natale o se comprerai cibi già pronti. Sa chi è che ti manca da morire. Conosce a memoria i nomi di tutte le persone che vorresti lì al tuo fianco ad osservarlo. Scommetto che sarebbe in grado di indovinare anche quale regalo vorresti che custodisse per te, fino alla notte di Natale.

Ho pensato molto a quella domanda e alla fine ho tirato fuori tre regole che, ovviamente, valgono esclusivamente per me. E sono:

L’albero deve essere più alto di me. Non che ci voglia molto, ma da che mondo è mondo, l’albero va guardato col naso all’insù.

Gli addobbi devono essere colorati, così come le luci. Niente albero a tema, dorato o fucsia.

Una cosa alla quale non posso proprio rinunciare. La magia. Una volta completo, bisogna fare tre o quattro passi indietro e sentire che effetto fa. Ogni gesto, ritocco o pallina un po’ storta rappresenta ciò che ho dentro. Ed è quello, davvero, il mio Natale.

 

Short #5

Vorrei soffiare via la nebbia dalle mie risposte e dalla tua pelle e dalle mie mani che si allungano ma toccano ansie informi, oggi, invece che te.

Il silenzio e il foglio bianco

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Un foglio bianco a me, un foglio bianco a lei. Una matita ciascuna.

Dai fai un disegno. Ne faccio uno anch’io e poi decidiamo qual è il più bello.

Panico.

Ero davanti ad un foglio bianco e mi è presa l’ansia.

Volevo spiegarle che il foglio mi sembrava perfetto così, bianco, e che non c’era nessun bisogno di sporcarlo. Ho sbirciato sul suo foglio. Aveva iniziato con un sole dai raggi ondulati e con il cielo. Era già al prato verde.

Non hai disegnato ancora niente? Guarda che io sono già avanti.

Guardavo la matita e il foglio. Una farfalla? No, banale. Fiori? Ancora peggio. Aiuto! Fantasia, dove diavolo ti sei cacciata? Ti sembra il momento di fare l’esistenzialista? Serve un disegno e serve adesso. Diamoci una mossa. Un disegno. E allora. Su. 

Guarda che poi devi anche colorarlo.

Al centro del suo foglio era apparsa una specie di caverna. Ah no. Uno, due, tre… Ah no, ecco, ha troppi strati. Un arcobaleno. Porca miseria. Ero rimasta indietro. Mi sentivo pessima. Eppure è come tutte le volte che non riesco ad interrompere il silenzio o come quando mi piace ascoltare solo i rumori che vengono dalla strada. Le voci, i clacson. Il mio preferito però resta sempre quello della pioggia. Meglio ancora se è un temporale. Mi fa stare bene. Nessuna melodia o canzone vale la pena di interrompere quel suono cadenzato e imperfetto che nessuno ha scritto e nessuno sa come finisce e nessuno mai potrà ripetere uguale. Perché dipende dall’intensità della pioggia, dalla grandezza delle gocce d’acqua, dagli ostacoli che incontrano cadendo e dall’inclinazione con cui li colpiscono. In mancanza di pioggia c’è sempre il silenzio che racchiude tutte le melodie, come la luce bianca che è composta da tutti i colori dell’arcobaleno. E cavolo la musica alle volte è così tremendamente banale. Sai già come inizia, sai già come finisce.

E vorrei spiegarle che è solo da poco che ci ho fatto pace e poi sarà la volta dei fogli bianchi. Una cosa alla volta.

La musica mi ha spiegato che se interrompo il silenzio non è vero che poi succede qualcosa di brutto. E tu, foglio bianco, sai cosa vorrei che mi dicessi? Che i miei sogni non si frantumano se non penso solo e soltanto a come realizzarli.   

All’arcobaleno mancavano giusto un paio di colori e poi sarebbe stato completo. Ho sorriso. Mentre ero lì a pensare è apparsa sul mio foglio una ragazza dai capelli foltissimi seduta a gambe incrociate sul suo divano e con una tazza fumante in mano. Un gatto dormiva beato sul tappeto davanti ai suoi piedi.

Alla fine ho disegnato il silenzio, su un foglio bianco.