La Terra con la mascherina

Questa immagine mi ha colpito per la sua tenerezza, per il colpo d’occhio che ci mostra quanto la questione sia globale e in qualche modo mi ricollego a ciò che dicevo nell’ultimo post, il mondo è malato, vero, però quel che sta accadendo è segno di uno squilibrio profondo che va oltre al solo problema del riscaldamento globale. O meglio, finora quando se ne parlava ci si sentiva poco coinvolti direttamente, come persone, come se fosse qualcosa che chissà quando o come avrebbe inciso sulle nostre vite. Insomma, qualche grado in più sul termometro ma la nostra realtà scorreva se possibile a velocità più elevata rispetto a qualche decennio fa. Che le due cose siano correlate oppure no non lo so, ma la Terra intera indossa una mascherina e non è solo una geniale illustrazione.

Appunti di quarantena

Sono in fila per entrare al supermercato, intorno a me le persone indossano mascherine di vari tipi e chi non ce l’ha avvolge naso e bocca in una sciarpa di lana sotto i quasi venti gradi di un Marzo che cerca di fare il suo dovere nonostante tutto.
Esce una coppia di anziani, lui zoppica un po’, lei sembra affaticata, portano un paio di buste che sembrano poco pesanti. Una signora chiede ma come, voi uscite di casa, lei risponde che tanto in quarantena ci stanno sempre e la zittisce in fretta. Io che so cosa significa per qualcuno non poter uscire liberamente di casa annuisco tra me e me, mentre sento un paio di sensazioni perdere la strada e fare un pericoloso slalom per non scontrarsi.

La prima considerazione che ho appuntato mentalmente all’inizio di questa settimana è che all’italiano medio è stato chiesto praticamente di condurre per quindici giorni la vita di una persona anziana o disabile, ma anche di uno studente universitario sotto esame e ha quasi dato di matto, tra fughe, paranoie, crisi ed escamotage vari per riuscire lo stesso a mettere un piede fuori casa. Per non parlare del fatto che ci ha messo un po’ a capire che la quarantena andava fatta per proteggere se stesso.

Perfino la TV ha cambiato i palinsesti per poter intrattenere i bambini a casa da giorni, come se fossero delle bombe a mano con la sicura tolta, pronti ad esplodere al primo accenno di noia. Al quinto giorno di clausura sono iniziati i flash-mob per sentirci più vicini a gente di cui nemmeno sapevamo l’esistenza. La sensazione sui social era parliamo per due tre giorni di questa cosa poi la dimentichiamo e passiamo alla prossima come accade sempre e ho assistito pian piano alla conversione di tutti al solo e unico tema Coronavirus.

La prima volta che però ho sentito che davvero si tratta di un momento storico è stato sabato sera, quando mi sono affacciata al balcone e non c’era nessuno. Nessuno, né a piedi, né in auto. Il silenzio mi è piaciuto ma poi dopo pochi secondi ha iniziato ad inquietarmi. Mi sono ricordata di quando da piccola nei miei voli pindarici mentali mi chiedevo come sarebbe stato il mondo senza persone, come le strade sarebbero apparse più larghe e di lunghezza infinita, ma soprattutto mi chiedevo quanto potesse essere divertente andare in autostrada con la bicicletta. Per un istante è sembrato davvero che il mondo si fosse svuotato.

Con il passare dei giorni mi abituo a queste sensazioni, ma soprattutto inizia a piacermi l’estrema calma in fila dal fruttivendolo, i posso entrare, grazie, mi scusi nei piccoli negozi di alimentari, perché sto cercando di uscire a piedi e usufruire delle attività dei piccoli commercianti invece di recarmi nei grandi supermercati, con più gente e più rischio, almeno secondo me. Mi piace vedere le Istituzioni che lavorano sodo, i politici che non litigano. Mi piace l’idea che lo smart working oltre che ad evitare possibili contagi stia anche diminuendo traffico e inquinamento. Mi piace che la TV sia diventata di nuovo davvero servizio pubblico, che non inventa più frivolezze per intrattenere la gente, ma solo aiuta a capire, imparare, a fare da ponte con le Istituzioni di cui spero si possa tornare ad aver fiducia. Mi piacciono i Sindaci che si chiudono negli uffici, anche da soli, a lavorare, lavorare tanto. Mi piace che si sia placata l’ansia di andare, vedere, correre ovunque e mi piace l’idea che in qualche modo ho come del tempo regalato per me stessa, per rimettermi in piedi.

E se è vero che ogni malattia nasce da uno squilibrio degli individui con la realtà che li circonda come la medicina orientale ci insegna, allora tutto ciò significa che qualcosa deve cambiare necessariamente o forse, che questo momento storico ci cambierà, anche duramente e non accetterà se o ma o scuse per uscire lo stesso di casa o per non entrare e guardare dentro di sé.

Sintomi di civiltà

Per la verità in questi giorni mi sto godendo alla TV le immagini di Conte che corre da una parte e dall’altra con la faccia concentrata di uno che sta cercando la soluzione ad un problema, al posto di quelle quotidiane dei politici delle varie fazioni che giocano a scoppiare palloncini agli avversari che in risposta tirano loro un dito nell’occhio e così via, senza fine.


Da un lato penso che un eccesso di entropia in un sistema fa si che prima o poi accada qualcosa che costringe il sistema stesso ad un nuovo equilibrio.

Per dire: i medici non fanno che ripetere in quale banalità consiste la prevenzione al coronavirus, ovvero rispettare basiche norme igieniche. Una sorta di ritorno, quindi, a quelle stesse cose che più o meno diceva sempre anche mia nonna.

Riepilogando, il Governo che lavora, la gente che non starnutisce dove capita, i treni che profumano di pulito…
Insomma, se non fosse stato per la bambina sovragitata che ieri mattina mi ha accusata di aver saltato la fila alla cassa mentre sua mamma guardava il tonno sullo scaffale e si trovava almeno a tre metri dall’ultimo carrello in fila e ripeteva “Mamma mamma, ma ci siamo prima noi vero? Vero? È passata avanti, ci siamo prima noi!” e la mamma che non mi ha tranquillizzata rispondendomi “No non ti preoccupare, è lei che ha troppo senso della giustizia” avrei detto che da tutta questa storia c’era la possibilità di uscirne migliori di come eravamo prima.

ComeDiari #17: Fiato sospeso

Mi accorgo del tempo che passa perché sul legno liscio dei mobili si è posata di nuovo la polvere. Se non fosse per quella direi che oggi è lo stesso giorno di ieri. Almeno dentro di me sembra essere così.
E se le luci della città non brillassero così tanto in lontananza non sarei nemmeno così sicura del fatto che, no, sui miei occhi non c’è nessun velo opaco e grigio. Fuori da me il mondo è acceso e la Luna mi prende alla sprovvista quando alzo un po’ di più lo sguardo, nel caso il concetto non mi sia abbastanza chiaro.
Le labbra mi bruciano e se così non fosse penserei ancora che la questione sia chiusa tutta in una bocca che non parla, un’assenza silente e una strada lunghissima cosparsa di briciole di parole e di sguardi.
Riesco a sentire l’Amore sotto ai polpastrelli e la musica bollire nelle orecchie nonostante a volte ancora mi precipitano dentro vorticando furiosamente cadendo dalla soglia della Paura e sprigionando immagini che arrivano alla mente senza passare dai sensi.
Succede allora che una mente affollata appesantisce il cuore e tutti gli altri organi e l’Anima trattiene il respiro per allontanare da sé il prossimo istante.

La sicurezza qui non prende, non c’è rete.

Non importa quante giornate trascorro combinandole quasi tutte giuste. Prima o poi inevitabilmente arriva quella in cui spingo una porta su cui c’è scritto Tirare. Magari una porta che ho già aperto decine di volte. E poi la giornata durante la quale faccio scivolare a terra la padella con la granella di pistacchi appena tostati dopo che ho impiegato una vita a tritarli e qualche ora più tardi la ciotola con le patatine poggiata sul bracciolo del divano, come se l’Universo volesse mostrarmi che sì, è possibile fare lo stesso errore due volte e perfino a poche ore di distanza.

In questo periodo faccio tante ricerche sul Taoismo, sulla psicologia. La differenza tra Anima ed Ego, il controllo delle emozioni negative, meditazioni varie ed eventuali. Credo di aver bisogno di sicurezza, di quella però che si trova dentro di me da qualche parte nascosta dietro la mia imbranataggine e la paura che qualcosa sfugga al mio controllo e la rabbia che certe persone riescono a farmi provare. Ho imparato che la libertà deriva dall’Amore, mentre tristezza, rabbia e paura ci illudono, sembra che stiano lì per liberarci e difenderci da un dolore o da un sopruso, ma in realtà ci dominano e ci tengono sotto scacco.

Ho capito, Universo, il periodo di dotazione della rete di sicurezza è finito. Non è un abbonamento Amazon Prime che si rinnova ogni anno e la cui scadenza si posticipa di un mese ogni volta che sei vittima di un disservizio nella spedizione. Se dovessi contare i tuoi di disservizi caro Universo i mesi gratis dovrebbero bastarmi per tutta la vita.

E le decisioni vanno prese così. Senza rete. Devo dire che la scena che riguardava le mie scelte importanti non me la immaginavo così. Insomma senza rete e per di più alle volte ostaggio di una sorta di turbine, corredato da qualche foglia ingiallita rimasta incastrata qua e là durante il percorso, al quale l’unico modo per sfuggire senza farsi male è lasciarcisi andare, farsi trasportare per poi atterrare con i capelli in disordine in un altro punto dello spazio e del tempo della tua storia. E sta sempre a te dopo se ringraziarlo o arrabbiarti a morte.

Forse è una prova generale del salto nel vuoto, quello tra le alternative tra cui prima o poi devi scegliere, per non diventare l’oggetto di una decisione di qualcun’altro.

E con il rischio di fare la fine dei pistacchi.

Voglia di.

Vicino casa mia da un po’ di tempo ha aperto un negozio cinese, di quelli che vendono un po’ di tutto, non tanto per la gioia degli altri negozianti ma sicuramente per la mia dal momento che ci vado spesso, trovo ogni diavoleria che mi serve visto che mi piace fare qualche lavoro a mano e ho un debole per addobbi natalizi, decorazioni e arredamento in genere. La ragazza cinese che sta alla cassa parla abbastanza bene l’italiano, è gentile, ma ha una qualità che apprezzo in particolare: è estremamente seria. Qualsiasi sia la cavolata con cui mi presento al bancone, lei non mi guarda, non commenta, non cambia espressione del viso. In genere non sopporto commesse e negozianti che a tutti i costi cercano di rivolgermi la parola e chiedermi come sto, come sta la mia famiglia, di parlare del tempo, del lavoro e degli studi o di aiutarmi o peggio ancora di seguirmi per tutto il negozio in attesa che mi decida a comprare qualcosa.

Eppure, l’altra sera, devo averla sconvolta davvero.

Avevo voglia di sushi. Giacché avevo in casa riso, salmone e avocado ho deciso di improvvisare un sushi fatto in casa. Qualche giorno prima avevo già visto lì nel reparto degli utensili da cucina la stuoia in bambù che serve ad arrotolare il riso, così quella sera ho fatto un salto lì per prenderla. Mi sono recata alla cassa come ho fatto decine di altre volte. Stavolta però la cinese alza lo sguardo. Allarga la bocca in un sorriso che non le avevo praticamente mai visto mostrando dei denti bianchissimi e mi fa:

Devi fare sushi?

Mi imbarazzo e le balbetto prima un no, poi un forse, quasi, una specie di sushi, non proprio ecco. Un ci provo. Lei tutta sorridente imbusta il pacchetto e me lo porge mentre la mia mente lavora a mille, insomma chi, come, cosa. Perché?

Ecco. Insomma, guardo le calze dell’Epifania ormai vuote dormire sul mobile di fronte a me mezze penzoloni, credo di esser stata l’unica nel quartiere ad aver acceso le luci natalizie anche oggi, mi guardo intorno e appunto mentalmente le cose che penso non toglierò via perché in fondo simboleggiano l’inverno e non il Natale in senso stretto, così per tenere ancora con me il calore di qualche luce, di una candela e delle decorazioni in legno che pendono dai pomelli dei mobili. Decido che voglio godermi ancora un po’ tutto questo, trascorrere un’altra serata in compagnia dell’Albero e dei pastori incastrati nelle loro posizioni lì sul Presepe, come se fosse una fotografia di un momento e allo stesso tempo anche un pullulare di attività, un vociare che si fa più sottile e si perde tra le note suonate dai zampognari ai lati della capanna.

Ho vicina a me l’agenda del 2020 su cui ancora non ho trasferito le cose appuntate sull’ultima pagina di quella del 2019, lo farò domattina, penso, voglio risvegliarmi dolcemente, a modo mio, da questo incanto. Ripenso alle parole di qualcuno che mi ha suggerito di non dimenticare che si può non smettere di creare e di crearsi e sento che mi sono affezionata a questa parola. Ho davvero voglia di creare, che poi secondo l’etimologia significa produrre dal nulla. Senza dimenticare che se non si ha un piano si finisce per rientrare nei piani di qualcun altro. E allora decido di creare il mio tempo, il mio spazio, le mie relazioni, le mie attività e con un po’ di esercizio, le mie emozioni. Al momento creo l’atmosfera che mi accompagnerà verso un Gennaio che non ho mai amato come mese ma con cui voglio almeno provare ad andare d’accordo, o almeno a farlo passare più in fretta possibile.

Intanto mi esercito con la stuoia per il sushi. Sembrava più semplice porcamiseria.

Dentro, la luce.

Quest’anno ho addobbato casa più del solito. In particolare mi sono dedicata alle luci. Una serie di quelle minuscole a led alimentate a batteria, un proiettore di fiocchi di neve e altri due che mandano in loop sul soffitto del corridoio cuori e puntini rossi e verdi. Avevo preso un tubo di luci per il balcone che però con l’ultima forte tempesta si è fulminato e allora oggi sono andata al negozio vicino casa e il ragazzo indiano che si trova nel reparto luci mi ha sopportata per circa mezz’ora mentre facevo domande su queste e quelle altre serie di lampadine riguardo lunghezza, qualità, tipo di uso. Ho fissato a lungo degli alberi di luci che purtroppo ho scoperto essere solo da interno e una renna della grandezza di un dalmata fatta di un tubo di led dorati. Alla fine ho scelto due serie di luci a led a cascata e una piccola renna di plastica a batterie. L’indiano deve avermi ripetuto almeno tre volte che non è da esterno, ma l’ho avvolta nella plastica e fissata alla ringhiera del balcone meglio che potevo.

Ho cercato di mettere intorno a me quello che ho dentro, nonostante tutto il buio che ho vissuto quest’anno. Non credevo me ne fosse rimasta di luce, almeno così, ecco, adesso, ma come ho sicuramente detto altre volte qui, il Natale serve proprio a questo. E’ proprio qualcosa che ci serve. Non ci si rifiuta di festeggiare perché “adesso si sta male e forse l’anno prossimo andrà meglio”. Insomma cosa meglio di una luce che si accende nel freddo e nel vento e nella pioggia di questi giorni può darci la forza di andare avanti? Basta una candela, sapete, soltanto una candela per farsi calore nell’anima. Io forse quest’anno ne ho presa qualcuna in più e non vedo l’ora di sentirmi al sicuro, domani sera, tra le mie luci e nei pochi abbracci rimasti. E aspetterò Babbo Natale, lo spirito natalizio apparire come un sorriso sui volti delle persone che amo, guarderò le saracinesche dei negozi chiudersi assaporando l’ultimo minuto di lavoro frenetico che è il momento più bello di tutta la Vigilia, mi dedicherò a cucinare le cose buone che finora ho imparato a fare e sarà Natale, silenzioso, dolce, in punta di piedi, Natale.

Soglia alta.

Story of Yaoyaomva

Il dottore si alza dallo sgabellino e sorridendo si avvicina al pc. Diciamo che non vado mai esattamente di buon umore dal dentista, ma avverto un particolare moto di intolleranza invadermi da capo a piedi quando mi dice che ha apprezzato la mia autoironia quando al suo annuncio che a breve avrebbe anestetizzato il nervo del mio dente irrimediabilmente cariato ho risposto mogiamente si, fa molto male, lo so. Come l’altra volta. Avrei voluto dirgli che ero rassegnata, non ironica, mentre cerco di placare la mia rivolta interna stringendo il fazzoletto di carta che ho tra le mani.

Guarda la radiografia al pc e sbarra gli occhi. Dice che non riesce a capire come io non provassi alcun dolore nonostante una carie così. L’intervento sul nervo si è reso necessario dopo un tentativo di curare la carie andato male, il dentista dice che prima o poi avrei provato un dolore lancinante ugualmente, ma in quel momento ne avevo altri di nervi a fior di pelle al pensiero che prima della cura mi sentivo praticamente bene.

Continua a guardare la radiografia indicandomi con il dito l’estensione del “danno”, quando mi dice che devo avere una soglia del dolore alta altrimenti il fenomeno non si spiegherebbe. Lì per lì dentro me la rivolta ha lasciato posto ad una timida soddisfazione, ma ho continuato a pensare a quella frase anche nei giorni seguenti.

Mi sono detta in generale quanti dolori si adattano, aderiscono così bene alle forme delle nostre vite e per quanto sembri banale dire che finiscono per farne parte in realtà accade che si danno loro altri nomi, spiegazioni, stanno lì sul mobile vicino al televisore, in borsa o addosso e mai se ne prende almeno uno da parte per chiedergli chi sei? Sul serio, da dove sei spuntato fuori? Poi qualcuno per caso li chiama con il loro nome, ci si rende conto che non è normale, per niente normale accettare quel tipo di parole o di comportamento o quella situazione o quel male fisico e allora iniziano gli sguardi di traverso, i sospetti e si inizia a pensare a come liberarsene senza però urtare la loro suscettibilità, piano piano, in silenzio, non sia mai che decidano di mettersi proprio di traverso e farci ancora più male.

Forse è perché in qualche modo siamo finiti per adattarci noi a loro, abbiamo spalmato le nostre abitudini, le nostre reazioni, le nostre scelte su di loro per non sentirne le durezze e non farci male, incastrandoci negli spazi che ci hanno concesso e costruendo lì le nostre giornate, fissando da lì i nostri obiettivi.

Insomma si dice che il dolore serve a proteggerci, quante volte però ci accontentiamo di restarci dentro più del tempo necessario a scampare il pericolo? E che succede se finiamo per alzare troppo quella soglia?

Le cose che ‘non’.

Riepilogando, da questa mattina sono riuscita a non svegliarmi presto (male, male male), questione che in qualche modo devo risolvere al più presto, a non litigare con il funzionario dell’ASL che ha risposto male ad una signora che protestava per la scelta di non so chi di ritirare il distributore di numeri per la fila allo sportello solo perché mancava un quarto d’ora alla chiusura come se stessimo in cerca di chissà quale favore e non di esercitare un nostro diritto, a non comprare una bambolina di stoffa delle dimensioni di un tappo di sughero, con vestito natalizio e trecce bionde di cordoncino perché sennò avrei dovuto prendere anche le decorazioni in feltro a forma di campana, albero di Natale e stella e poi la tazza natalizia, al che ho posato tutto e ho tirato dritto con il carrello verso il reparto del riso, a non cedere alle lusinghe del divano dopo pranzo, a non sentirmi a disagio nella mia stessa vita, dopo aver capito che si tratta di una lotta contro i mulini a vento finché non si riconoscono i meccanismi attraverso cui ci si mette da soli i bastoni tra le ruote, da soli capite, e non ci si rende conto che abbandonarsi alla pigrizia e all’inerzia è come tradirsi e quindi oggi mi sono sentita serena finalmente perché sono riuscita a tendere una mano a quella me che qualche anno fa ho iniziato a seppellire sotto cumuli di impegni presi con chiunque tranne che con lei, e, tolti di mezzo i rimpianti, credo mi stessi chiudendo nella paura di averla persa e forse nella convinzione che non mi spettasse di esser padrona del mio tempo, come se avessi da aspettare di mettere ordine tra tutti i pensieri e le sensazioni sulla morte di mia mamma e portare a termine tutto ciò che questo ha lasciato in sospeso prima di ricominciare a vivere.

Tutto questo, però, per dire che è iniziata la settimana del Black Friday su Amazon e a quello no, oggi non riuscirò a resistere.