Allora, dimenticato.

“Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.
Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.”

(William Shakespeare)

Avanzi di pensieri della domenica sera

la mia primula

Per quanto io possa interrogarmi sulla questione, ormai sono certa che una risposta univoca non esiste.
La domenica è quel giorno della settimana che mangi. Punto. Senza se e senza ma. Mangi. Qualsiasi cosa ti capiti a tiro.
A colazione c’era la torta alle arance del weekend, che a stamattina era arrivata per miracolo. Pranzo, vabé quello è un delitto premeditato. Il radicchio in frigo aspettava il suo turno da qualche giorno. Una cottura al vapore, una frullata con noci, pistacchi, olio, aglio e formaggio spalmabile, un’unione con pancetta e cipolla che nel frattempo sfrigolavano in padella. Un lancio di fusilli integrali e dadini di mozzarella. E la dieta l’abbiamo uccisa. Prima, tra un’aggiustatina di sale qua e di olio là, ho preso un po’ di pizza avanzata che avevo fatto ieri sera per inaugurare il ruoto che ho preso per cuocere al microonde. Chiamiamolo aperitivo.
Alle 17 sembrava l’ora di uno spuntino e quel che era rimasto della pizza è andato. Alle 17:30 si decide per una tisana alla melissa che si è tirata dietro tra le sue fila un biscottino al cioccolato. A cena di solito si fanno fuori gli avanzi. Se non ci sono quelli, il fatto diventa pericoloso: la domenica sera non si cucina nulla di canonico, al massimo ci si infila in qualche esperimento culinario. Tipo, la settimana scorsa, son venute fuori delle crepes di farina di castagne che hanno dato il meglio di sé con i wurstel e non con la marmellata.

Ha aspettato il primo giorno di sole di tutto l’inverno per sbocciare.

Quando l’ho portata a casa aveva un solo fiore sciupato. Gli altri boccioli erano tutti a testa in giù. Non mi sembrava un buon segno. Poi sono venute piogge fortissime e una decina di giorni di freddo gelido.
La vera questione che avevo per la testa oggi riguardava la libertà. Spesso si pensa che quando quella o quell’altra situazione finirà, allora finalmente ci si sentirà liberi. Allora mi ci sono proiettata mentalmente, a quel momento. Mi sono seduta a terra vicino alla primula. Ho sentito il sole sul viso e il vento leggero e ancora freddo sulle braccia. Non ho visto nulla di diverso. Nel senso, non c’era quel che mi aspettavo. Non c’era nulla. Perché le cose non accadono quando smette di fare freddo. La libertà non è un interruttore. A volte si confonde la mancanza di libertà con la mancanza di un progetto. Insomma, siamo sicuri di sapere cos’è che è bloccato, cos’è che vorremmo realizzare mentre quel qualcuno o qualcosa ce lo impedisce? Oggi mi sono accorta che stavo aspettando niente. Quelli che avevo in testa erano avanzi di qualcosa che non esiste più o che pensavo esistesse, perché viveva in un’idea di mancanza. E invece quel che ci sarà è quel che c’è già adesso. Perché nessuna pioggia di solito inaridisce un desiderio.

A leggere i fiocchi di neve

Da quando ho smesso di parlare il silenzio ha curato le parole.
Loro non sapevano bene che fare. All’inizio lanciavano qualche sguardo incuriosito. Alle volte ridevano. Altre si muovevano in punta di piedi e buone buone si sistemavano nei pressi di un altro silenzio, di nascosto lo guardavano fare cose normali e questo le faceva stare bene. Quando le condizioni sono giuste il cielo racconta la neve e noi restiamo con il naso appiccicato sul vetro del balcone a leggere la storia. Alle storie servono le condizioni giuste, ma anche un certo ritmo tra pieno e vuoto. Se non ci fosse spazio tra un fiocco di neve e l’altro non avremmo nulla da leggere. Ci sarebbe solo un finale già scritto.
Insomma le condizioni giuste, il ritmo e allora accadono le storie, così come accadono le cose.
Al centro c’era un pouf un po’ rotto come tavolino e una candela viola perché c’era solo quella a portata di mano, due amari e dei biscotti al cioccolato. Una musica dolce da poggiarci la testa. Le parole si erano già date appuntamento per l’indomani. Ormai si era creata come un’abitudine: ognuno faceva danzare le proprie, ma poi loro si incontravano e intrecciavano per aiutarsi e insegnarsi cose e ridere insieme. Perché non si trattava di sentirsi meno sole, ma di trovare un po’ di pace.
La storia è finita quando ho chiuso gli occhi, dopo aver spento la candela e la musica, dopo essermi tirata su le coperte e mi sono sentita felice.

A occhio e croce qualcuno va a naso.

Finito di lavorare mi sono messa scarpe e giacca e sono scesa per fare un paio di commissioni.
Ho pensato che tra poco sarà un anno che la mia farmacista non mi vede in faccia. E anche il panettiere, i tizi del negozio di casalinghi e tutti gli altri. La prima volta che sono uscita con la mascherina non riuscivo a vedere nemmeno dove mettevo i piedi, il che è molto pericoloso per una come me che inciampa pure sui pavimenti di ceramica. Oddio ho quasi qualcosa nell’occhio. Questa mascherina mi sta larga. Stringi qua, tira là. La prossima volta lego i capelli. Un macello.
In tutti questi mesi credo di averla dimenticata una volta sola, una delle pochissime sere che sono riuscita a vedere degli amici. Mentre mi preparavo, sceglievo la cosa giusta da mettere, sistemavo i capelli e il trucco, mi dimenticai di tutto. Chissà come. Azzerai completamente le ultime settimane di precauzioni. Quando me ne accorsi chiamai un’amica, per fortuna ne aveva una da prestarmi.
Ormai però mi ci sento comoda.
A parte che ho risolto il problema del naso che si gela d’inverno.
Mediche, non mediche, lavabili, di stoffa, natalizie, nere e colorate. Le ho di tutti i tipi. Mi ci sono abituata. Cerco qualcosa di diverso nell’aria mentre esco dalla farmacia e mi sembra che arrivi come una sensazione di piacere nel sapere che nessuno a vedermi così può leggere le mie emozioni. Nemmeno accorgersi di quanto sono indecisa davanti allo scaffale dei biscotti al supermercato.
In tutti questi mesi non si è parlato che degli occhi. Comunicare con lo sguardo, sorridere, mostrare rabbia, disapprovazione e allegria con la metà dei muscoli della faccia rimasta scoperta. Eppure si sa, gli occhi sono poco obbedienti. Sono famosi per essere traditori di emozioni. Invece a me è capitata una cosa diversa. Il modo che abbiamo per osservare il mondo d’un tratto si è ritrovato libero dalle labbra che cercano di mormorare qualcosa per scusarsi di uno sguardo che indugia, spensierato rispetto al naso che freme di fastidio, del tutto estraneo alle mascelle che cercano di contrarsi dalla rabbia. Gli occhi si sono liberati di ogni convenzione alla quale spesso ci si piega per sembrare meno indiscreti o più interessati. Si sono ripresi la curiosità, i dettagli e il tempo. Almeno i miei.
Ho notato che spesso la gente abbassa la mascherina per ascoltare meglio l’interlocutore, nonostante le orecchie siano del tutto scoperte. Praticamente una resa di fronte a qualcosa che nemmeno occhi e orecchie insieme vogliono provare a decifrare. Una realtà assurda e inaccettabile. A loro serve il naso. A tutti i costi. Per orientarsi tra il banco dei salumi e quello del pesce, per riconoscere il vicino che si sbraccia per salutarli, per ascoltare. Non si fidano di nient’altro di ciò che forse è l’istinto per muoversi nel mondo.
Allora immagino che ogni giorno sotto la mascherina avvenga in continuazione una piccola guerra tra anima e istinto. Mi stringo nella giacca e sorrido, di nascosto, solo per me.

La leggenda di Artaban

Artaban. La leggenda del quarto Re

Mi dispiace che dell’Epifania se ne parli poco.
Forse è perché sembra una festa totalmente legata ai bambini e laddove son tutti grandi ormai non si festeggia più. A me l’età non è mai importata e ho appena finito di riempire le calze delle persone che amo. Mi diverto a tenere vive le tradizioni.
L’Epifania come anche il Natale ha origini pagane che secondo me sono affascinanti. E’ legata ai cicli della Natura, alle tradizioni contadine, ai riti per cacciar via il buio e la stagione fredda e all’idea antica che delle ninfe o dee passassero sui campi durante la notte per renderli fertili e pronti per la Primavera. La Befana sarebbe la rappresentazione della Madre Terra vecchia e stanca del freddo periodo invernale che lascia nelle case gli ultimi doni del raccolto. Lancio uno sguardo fuori, piove e tira vento freddo da giorni. Penso che in fondo servano molto di più a noi adulti i significati e le leggende che ci sono dietro le festività.

Quest’anno ho scoperto che esiste un’altra leggenda, quella del quarto Magio. Artaban sarebbe dovuto partire con gli altri Magi per andare a far visita a Gesù. Aveva venduto tutti i suoi averi per comprare pietre preziose da regalare al nuovo Re di Israele. Durante il viaggio però rimase indietro ad aiutare le persone povere e in difficoltà che trovò lungo la strada e non arrivò in tempo a Betlemme e rimase pure a mani vuote. Fece tardi, ma continuò a cercare Gesù per tutta la vita. La storia dei Magi mi ha sempre affascinata. Erano astrologi e credettero in quel che fu un grandioso evento astronomico, il passaggio di una cometa o forse una rarissima congiunzione di pianeti (che si sarebbe ripetuta anche quest’anno intorno al 21 dicembre).
Insomma, fecero un viaggio lungo e faticoso per inseguire una stella. Il povero Artaban ci provò, ma alzi la mano chi non sa cosa significa arrivare tardi ad un evento eccezionale o sentire il bisogno di cercare qualcosa o qualcuno che nemmeno si conosce davvero.
Ecco, sarebbe bello se almeno ogni 6 Gennaio ci ricordassimo almeno di Artaban e magari di accendere una candela per scaldarci un po’ il cuore.
Senza dimenticare di metterci vicino un dolcetto, ovviamente.

Vi lascio qui la storia di Artaban che ho trovato a questo link:

La storia del quarto Re Magio

tratta da “L’altro Re Magio” di Henry Van Dyke (1852-1933) Testo di Gthamban Traduzione Geppe Inserra

Nell’antica Persia,
in una città di nome Ecbatana,
viveva un uomo
chiamato Artaban.

Artaban faceva parte
di una remota comunità
di studiosi zoroastriani
conosciuti come Magi.

Gli Zoroastriani erano
astrologi e credevano
nella ricerca
del bene e della luce.

All’apparire di una Stella
più lucente delle altre,
Artaban annunciò alla sua comunità
che presto avrebbe raggiunto
altri tre Magi, per cercare con loro
il Re d’Israele appena nato.

Venduti tutti i suoi beni,
Artaban comprò tre preziosissimi
gioielli: uno zaffiro, un rubino
e una perla.

Voleva portarli con sé
per farne omaggio
al Re. Cominciò così
il viaggio di Artaban.

Quando partì, aveva solo
dieci giorni per incontrarsi con
i tre compagni al monte di Nimrod,
presso il Tempio delle Sette Sfere.

Ma, mentre Artaban si avvicinava
al Tempio, il giorno dell’incontro,
vide sulla strada un uomo agonizzante,
che si lamentava.

Che fare? Dare una coppa d’acqua
a quell’uomo morente
o proseguire, affrettandosi
per raggiungere gli altri Magi?

Dato che i Magi non erano
solo astrologi, ma anche
medici, Artaban si fermò.

Con la sua perizia e la sua sapienza
assistette per ore l’infermo, lo curò,
fin quando non gli tornarono le forze.

Dopo essere ripartito e dopo
aver raggiunto il luogo dell’appuntamento,
Artaban scoprì che i suoi amici
se n’erano andati.

Fu così costretto a vendere
lo zaffiro per comprare
una carovana di cammelli per
affrontare il prosieguo del viaggio.

Arrivò a Betlemme proprio mentre
i crudeli soldati di Erode stavano
massacrando i bambini innocenti
di quella città.

L’uscio di una casa era
aperto, e Artaban poter ascoltare
una mamma che cantava
la ninna nanna al suo bambino.

La donna gli disse
che i suoi amici Magi erano
giunti a Betlemme
tre giorni prima.

Avevano trovato Giuseppe
e Maria e il loro bambino,
e avevano lasciato i loro doni
ai suoi piedi. Quindi erano scomparsi
misteriosamente com’erano arrivati.

Giuseppe aveva preso sua moglie
e suo figlio ed era partito in segreto.
Girava voce che fossero andati
molto lontano, in Egitto…

All’improvviso, all’esterno della casa,
rumori, grida, confusione, pianti di donne.
E poi un grido disperato:
“I soldati di Erode
stanno uccidendo i bambini.”

Artaban si affacciò all’uscio
e vide una banda di soldati che
correva per strada, con le spade sguainate
e le mani insanguinate.

Il capitano raggiunse la porta,
ma Artaban lo fermò e gli diede
il rubino, chiedendogli di lasciare
in vita la mamma e il suo bambino.

Quindi Artaban, sempre seguendo il Re,
raggiunse l’Egitto, cercando dappertutto
le tracce della piccola famiglia
che era fuggita prima che arrivasse a Betlemme.

Per 33 anni, Artaban continuò a vagare
alla ricerca del suo Re, spendendo
la sua vita aiutando i poveri e i malati.
Alla fine, arrivò a Gerusalemme,
nei giorni della Pasqua.

C’era una grande commozione
a Gerusalemme. Improvvisamente,
una donna, fatta schiava per debiti.
mentre veniva trascinata in catene dai soldati,
si gettò ai piedi di Artaban.

Prendendo l’ultimo dei suoi tesori,
la perla, lo diede alla ragazza:
“È per la tua libertà, sorella!
È l’ultimo dei tesori che avevo
tenuto per il mio Re”.

Mentre Artaban parlava,
un forte terremoto scosse la città.
Fu colpito da una tegola.

Artaban seppe
che stava per morire
senza aver trovato il suo Re.
La ricerca era finita,
ed egli aveva fallito.

La giovane schiava riscattata, abbracciando
quell’uomo vecchio e morente,
udì una voce dolcissima, e poi vide
che le labbra di Artaban si muovevano
lentamente.

Artaban: “Ah, Maestro, ti ho tanto cercato. Dimenticami.
Una volta avevo preziosi regali da offrirti.
Adesso non ho più nulla.”
Gesù: “Artaban, tu mi hai già dato i tuoi doni.”
Artaban: “Non capisco, mio Signore.”

Allora quella voce inconfondibile
tornò a farsi sentire, e la donna
poté udirla chiaramente.

Gesù: “Quando ero affamato,
mi hai dato da mangiare,
quando avevo sete,
mi hai dato da bere,
quando ero nudo,
mi hai vestito.
Quando era senza un tetto,
mi hai preso con te.”

Artaban: “Non è così, mio Salvatore.
Non ti ho mai visto affamato,
e neanche assetato.
Non ti ho mai vestito.
Non ti ho mai portato nella mia casa.
Per trentatré anni ti ho cercato,
ma non ho mai visto il tuo volto
e non ti ho mai aiutato, mio Re.
Non ti ho mai visto fino ad oggi.”

Gesù: “Quando hai fatto queste cose
per l’ultimo, per il più piccolo
dei miei fratelli – tu le hai fatte per me.”

Artaban si rivolse alla donna
che aveva liberato dalle catene:
“Hai sentito che dice Gesù?
Abbiamo trovato il Re.
L’abbiamo trovato
ed egli ha accettato tutti i miei doni.”

Un lungo sospiro di sollievo
esalò flebilmente
dalle labbra di Artaban.

Il suo viaggio era finito.

I suoi regali
era stati accolti.
L’altro Re Magio
aveva trovato il Re.

Countdown…

Non ho mai scritto un post a meno di un’ora dal Capodanno. Però ecco, così, avevo voglia di scrivere. E forse sono qui per anticiparmi su uno dei miei propositi, quello di scrivere più spesso ed esserci di più qui. Perché qui ci sono storie, ci sono ponti di parole che attraversiamo per venirci a fare visita l’un l’altro. Qui azzeriamo le distanze da ben prima che fossimo chiusi ognuno nella propria casa.

Di questo anno voglio salvare diverse cose. Ho letto ovunque che il 2020 è stato difficile. Beh, altri anni per me sono stati ben più difficili. E come al solito mi sposto fuori dal coro. Non voglio dimenticare cosa è significato per me avere la possibilità di avere del tempo e dello spazio lontano dal mondo, dagli impegni sociali, dal caos e dalla sensazione che mi stessi perdendo qualcosa lì fuori. Questa volta il fuori era fermo. E per me è stato un sollievo.

Quest’anno ho trovato un lavoro. Ho ritrovato la fiducia nelle mie capacità quando non sapevo nemmeno di averla persa. Ho vissuto esperienze che mi mancavano e ho ricevuto, per una volta, invece che aver solo dato. Sono stata felice e a volte ho sentito che non mi mancava proprio niente. E forse non mi era mai capitato. E ho perso cinque chili, niente male direi!

Darò un abbraccio di addio a questo anno, che in fondo non è colpa sua se siamo finiti in una pandemia. E poi abbraccerò me stessa, per dirmi che sono andata bene e che non vedo l’ora di ritrovarmi anche migliore alla fine del prossimo anno. Sempre più vicina alla persona che desidero essere.

Un grandissimo abbraccio a voi tutti e grazie di esserci!

La Notte di Natale

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Prima parte, La Notte di Halloween.

Ho fame. Ho le dita congelate. E questa dannata serratura si è bloccata.
Si sta facendo buio ed è saltata la luce. Mi guardo intorno per cercare qualcosa in camera mia che possa aiutarmi. Mannaggia tutto.
Prendo il cacciavite dal cassetto della scrivania e inizio a smontare la serratura. Sono entrata qui per incartare un po’ di regali di nascosto. Tra poco sarà la Mezzanotte. Questa porta raramente viene chiusa a chiave. Forse per questo si è bloccata. Butto un occhio al balcone. La luce naturale scarseggia. Non ricordo come fosse il tempo fuori quando sono entrata, ma adesso l’aria sembra spessa e bianca. Ho provato a chiamare aiuto quando ho scoperto di esser rimasta chiusa in camera mia, ma nessuno mi ha risposto. Non è possibile che non mi abbiano sentita. Quando la corrente elettrica è andata via è calato il silenzio. Porca miseria. Ho freddo e non riesco a fare forza, lo scrocco è a forma di uncino e si è incastrato. Tiro un calcio alla porta. Provo a bussare e a chiamare di nuovo. Solo il vento tenta una timida risposta.
Mi avvicino al balcone. Le lucine blu e rosse che decorano i balconi del palazzo di fronte sono sfocate. Vado a cercare il telefonino. Nessun messaggio. Per un attimo mi manca il respiro quando mi rendo conto che questa Vigilia lui non scriverà. Mi guardo intorno, ma stavolta cerco con gli occhi un appiglio. Non è colpa mia. In fondo non ci ha messo molto a dimenticarmi. Tra il poco e il niente, voleva che scegliessi per il niente, è evidente. Non posso vacillare adesso. Mi siedo sul ciglio del letto. Gli occhi finiscono di nuovo sulle luci di Natale oltre i vetri appannati della mia stanza. Le imploro di restare lì. Di non andarsene. Almeno loro. Solo un momento, ancora. Finisco automaticamente tra i messaggi di un anno fa. Questo però è rimasto senza mittente.
“C’era qualcosa che volevi stasera. Se ti sbrighi sei ancora in tempo. La notte è appena iniziata”. Qualsiasi persona sana di mente seguirebbe le indicazioni provenienti da messaggi anonimi ricevuti durante la notte di Halloween, come no. Non ricordo nulla di quella notte, solo che presi ad inseguire risate di bambini nella nebbia. Mi risvegliai il giorno dopo nel mio letto. Sul telefono trovai un suo buongiorno. È ancora lì. Era il suo solito modo di rispondere senza rispondere. Sbuffai, ma un calore piacevole come al solito si diffuse dalla mano al cuore. Eppure, chissà, quella volta svanì in fretta. Un po’ come la paura di guardare attraverso la nebbia. Il vento annuisce lasciando oscillare le luci sfocate. Mi alzo. Torno velocemente verso la porta. Tiro forte. La porta si apre. L’albero di Natale in corridoio è acceso. Sento rumori di bicchieri, risate, profumi dolci, una luce calda abbraccia tutto il salone. Questa volta penso che la ricorderò, la magia.

Ciò che va e viene dai confini del nostro mondo.

Illustrator Yaoyao Ma Van As | Illustration | ARTWOONZ | Alone art, Girly  art, Animation art

Questa è stata una giornata di suoni di pioggia, di odore di chiuso degli addobbi rimasti per un anno nelle loro scatole e di sapore di tiramisù. Mi lascio avvolgere dalle luci colorate e va bene così. Ho voglia di godermi le cose belle e sognare e come ho letto da qualche parte, di creare il mio mondo, prima di morire in quello degli altri.

Perché forse ormai ci sono arrivata a cosa mi rende diversa e cosa mi rende simile. Sto addestrando il mio baricentro a non dichiararsi sempre colpevole e a non perdere la calma. Mi risulta ancora molto difficile quando ho a che fare con un impiegato Asl o comunale. L’ultima volta che uno di loro mi ha detto che le carte della pratica X non erano quelle giuste mi sono quasi messa a piangere. In piena pandemia, chiusa in casa e nessun sito aggiornato o numero di telefono attivo non potevo sapere quali fossero le carte giuste. L’inefficienza, la negligenza e l’incompetenza mi fanno letteralmente schifo, anche se detto da me che scrivo dal divano lanciando occhiate feroci di tanto in tanto a quel pezzo di scotch rimasto penzoloni sul mobile sembra che il problema sia qualche mia mania invece che qualcosa di serio. Eppure quando la guardia giurata si è rivolta con arroganza ad un uomo che chiedeva informazioni ho provato rabbia. Se qualcuno rispondesse a quel dannato telefono non disturberebbero te, pensavo. Mi sono resa conto però che se ne fai una questione personale puoi anche implodere di dispiacere, ma non cambi le cose.

E sono le emozioni e quella spiacevolissima sensazione di frustrazione ciò che muove gli haters, i leoni da tastiera o le persone che ti amavano ad insultarti, anche in anonimo. Poco tempo fa si è accesa una questione pseudo-femminista sui social in seguito a qualcosa accaduto in tv. Un programma Rai aveva inviato in onda un tutorial rivolto alle donne su come fare la spesa in maniera sexy. Si è alzato un coro di femministe indignate e offese, tanto che il programma, uno dei pochi ancora validi secondo me, è stato chiuso. Ho letto manifestazioni di rabbia assurde e mi accorgevo che nel leggerle mi stava venendo voglia di insultare loro a mia volta. Quando ho provato a spiegare la mia opinione ad una persona amica poco ci è mancato che mi processasse. Avevo qualche problema, io, se un tutorial su come una donna possa muoversi in modo sexy non mi offendeva. Non ero indignata perché secondo me aveva problemi chi quel tutorial l’aveva preso sul serio, ma soprattutto perché finché le donne etichettano un’altra donna come oggetto allora andiamo indietro pensando di andare avanti. La vera parità si avrà quando una donna Presidente o astronauta o Rettore universitario non farà notizia perché sarà assolutamente normale. Pochi giorni dopo è andata in onda una partita della nazionale femminile di calcio, commentata da giornaliste sportive, donne. Ed questo è il femminismo vuoto e insulso che si merita la maggior parte del genere femminile e mi dispiace molto.

Insomma, credo che avrò sempre una certa difficoltà a trovarmi d’accordo con buona parte del mondo. Una volta ho sentito dire che forse non è il corpo che contiene l’anima, ma è l’anima a contenere il corpo. Se così è davvero, allora forse non siamo così tanto fragili e in pericolo di disgregarci da un momento all’altro. Siamo molto più stabili e solidi di quanto pensiamo a patto però di prenderci cura di ciò che va e viene dai confini del nostro mondo.

La seconda volta siamo ovunque.

Ogni tanto mi avvicino al balcone, scosto la tenda e butto un occhio al mondo per vedere che fa.
Insomma, ci risiamo. Quando chiudono gli alimentari e la farmacia quel po’ di movimento finisce del tutto. Passa solo qualche auto, ma adesso sono le nove e mezza di sera e le strade sono deserte.
Quasi avevo dimenticato le difficoltà di Marzo e Aprile. Pur confinata in scelte poco azzardate, l’estate aveva agito come una camomilla sulla mente. Quando si è ripresentata l’ipotesi del lockdown, perfino io che in fondo avevo accolto bene la prima volta lo stare in casa, il non uscire, non vedere nessuno, ho percepito che adesso sarebbe stato diverso. Perché il contagio è più diffuso e perché la gente su Facebook cerca bombole di ossigeno invece che arcobaleni. Perché in primavera in fondo è stato un po’ come quando da bambini si giocava al campeggio con le coperte sul pavimento di casa, facendosi bastare la propria stanza come mondo e vedendo cose incredibili negli oggetti più banali. Io forse non ho mai smesso di farlo e perciò sono stata bene. Ho recuperato un po’ di gap che avevo accumulato con quel tempo che ha preso l’abitudine a muoversi come il nastro trasportatore della cassa del supermercato, fregandosene della tua capacità di mettere la spesa nelle buste al ritmo giusto.
Diciamo che ci si può risolvere da soli fino ad un certo punto però.
Perché poi delle coperte impari a conoscere ogni centimetro quadrato e i demoni li rimetti a posto con una pacca sulle spalle, ma certe cose di te stessa non le conoscerai mai se non ti capita, una sera, una tempesta di lacrime e una pioggia di frasi sconnesse che ti bagna le orecchie e se qualcuno, pure a suo discapito, non ti dice che va bene se esageri, va bene se deludi, va bene se non sei perfetta e se rischi di non piacere e ti restituisce qualcosa che a quanto pare l’Universo aveva dato a lui invece che a te direttamente, te lo metti nel cuore e non importa più dove sei, a casa, fuori, ovunque, sei tu. E sei felice.

La Notte di Halloween

“E dai lo sai che ti amo”
Stavolta digito in fretta.
“Dici davvero?”
Il telefono resta muto in un tempo sospeso che ormai mi è familiare. Un giorno di questi farò finire tutto questo, penso. La fiamma della candela che abita nella zucca ha un guizzo. Hai ragione. Lo dico e non lo faccio. Tanto s’è capito, spetta a me uccidere questa speranza. Ogni volta questo pensiero abbassa di un tono tutti i colori del mondo, anche se adesso il Sole sta lanciando l’ultimo raggio, il più rosso di tutti prima di sparire nella notte. Ne approfitto per posizionare la zucca sul balcone, cerco un punto che la renda visibile dalla strada. Butto uno sguardo sugli altri balconi e sembra che neanche quest’anno ce ne siano altre. Insomma perché nessuno sente questa magia? La fine dell’estate, la Natura che si addormenta e quel confine che si assottiglia tra questo mondo e l’altro. Come ogni anno mi chiedo come sia festeggiare davvero Halloween, ma alla fine mi limito a lanciare uno sguardo implorante alla mia zucca. Per una volta vorrei davvero provare la magia. Mi stringo nel cardigan, l’umidità diventa troppa per me. Rientro in casa e vado in camera mia. Ho lasciato il PC acceso. Mi siedo alla scrivania per spegnerlo, ma mi fermo a valutare se magari può servirmi per mettere su qualche film di Tim Burton. Percorro con lo sguardo la sagoma nera delle montagne che si staglia su un cielo notturno pieno di stelle d’argento che occupa la maggior parte dello schermo. Il telefono vibra.
“Cercami al confine”.
Il numero non lo conosco. Leggo il messaggio più volte. Cercami… al confine. Confine? Quale confine? E poi chi dovrei cercare? Lui è in linea. Sarà una di quelle frasi che butta lì senza un prima e soprattutto senza un dopo solo allo scopo di suscitare in me una reazione qualsiasi. Si ma perché avrebbe dovuto scrivermi da un altro numero? Ma no, sarebbe troppo un rebus. Di sicuro qualcuno ha sbagliato numero. Torno sulla linea netta che definisce la morfologia delle montagne sul mio PC. Mentre lavoro alle volte provo ad immaginare cosa ci sia oltre. L’idea che ha sempre la meglio sulle altre è che proteggano un paesino, totalmente nascosto dalla loro maestosità. Sento di nuovo vibrare.
“L’hai toccato con gli occhi, sfiorato con la mente. Adesso sono qui, ti aspetto”
Io ho toccato… Cosa? Adesso basta però.
“Scusa, hai sbagliato numero.” Invio. Ecco qua. Lascio di nuovo il PC ad aspettarmi e vado a dare uno sguardo alla zucca. Quante volte mi è capitato di trovarla spenta per una folata di vento improvvisa. Ormai si è fatto buio e caspita, l’umidità è diventata una nebbiolina bassa che offusca la luce dei lampioni in strada. Da queste parti se ne vede solo in inverno già inoltrato. Sorrido, in fondo la nebbia ad Halloween è come la neve alla Vigilia di Natale. La zucca è ben illuminata. Il cielo oltre i palazzi di fronte è sereno e ci sono un mucchio di stelle, più del solito.
“Dai che lo sai chi sono. Smettila di far finta di nulla. Hai fatto una domanda e io qui ho la risposta”
Mi passo tra le mani il telefono come se scottasse. Lui è offline. Ha deciso di farmi definitivamente impazzire? Può essere? L’unica domanda che ho fatto… Insomma, si, ma… Non ha senso. Perché non mi scrive dal suo numero? Ha il telefono scarico? Rileggo i messaggi precedenti. Un confine… Che avrei toccato, immaginato. Beh, nella nostra storia c’è molto di immaginato, su questo non c’è dubbio. Suona il campanello. Sussulto. Arrivo alla porta in punta di piedi e guardo nello spioncino. Ci sono una strega e un vampiro in miniatura. Che stupida, ma dai sono i soliti bambini. Qui nessuno festeggia però i cioccolatini gratis vengono a prenderseli.
-Che belli i vostri costumi! Da dove venite bimbi?
-Da un paesino, lì più avanti dopo le montagne.- Metto un po’ di cioccolatini nelle loro bustine.
-Ah ah. Si… Le montagne. Forse intendet… – non finisco la frase che sono giù di corsa per le scale verso altri appartamenti. Chiudo la porta e faccio un respiro profondo. Che stavo facendo? Ah si, i messaggi. Anche volendo stare al gioco non capisco di che parla. Sono finiti i tempi delle mille congetture, del rimurginare. Basta. Decido che non farò proprio niente a riguardo. Torno al PC, vada per il film. Clicco subito sull’icona di Netflix, non so perché ma voglio coprire in fretta quelle montagne. Inizio ad inserire qualche parola chiave nella barra di ricerca e scorro i risultati. Il telefono vibra ancora.
“Mi ignori, ma sei tu che hai iniziato. C’era qualcosa che volevi stasera. Se ti sbrighi sei ancora in tempo. La notte è appena iniziata”
Fisso quelle parole per qualche minuto. Le domande smettono di affollare la mia mente. Se desideri una cosa poi devi anche riconoscerla quando ce l’hai davanti. E non sempre ci riusciamo. Il cielo, le stelle. I bambini. Devono essere ancora in giro. Forse se mi sbrigo… Infilo gli stivaletti e mi avvolgo in una sciarpa. Metto il telefono in tasca e scendo. La nebbia confonde i dintorni del mio palazzo già dopo il portico appena fuori il portone di ingresso. Distinguo delle figure che corrono dall’altro lato della strada, il movimento accompagnato da risate di bambini. Non ci vedo molto ma cerco di seguirli.
“Eccoti finalmente”.