Spiagge a tema libero

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Io mi chiedo che senso hanno oggi le spiagge a tema politico.

Dopo la spiaggia fascista in Veneto, l’altro giorno al telegiornale ho sentito parlare della spiaggia comunista che si trova da qualche parte in Calabria. D’accordo che ormai le spiagge sembra siano diventate molto più del web posti in cui poter esprimere liberamente idee e soddisfare bisogni fisici -no, non quello di rilassarsi cullati dalla brezza marina, ho sentito parlare anche di fazzoletti di sabbia usati come luoghi di incontro per far sesso e basta-, ma davvero, io non capisco.

In quanto membro della generazione dei Millennials, che non è nativa digitale ma che per costruire il mondo intorno a sé ha avuto in dotazione le trasformazioni come malta e le incertezze come mattoni, sono stufa di sentir scimmiottare ancora di destra, sinistra, bandiere, ideologie, Che Guevara e capitalismo.

Sono idee intorno alle quali sono girate le vite di tantissime altre persone prima di noi. Non mi pare abbiano risolto qualcosa. Le ideologie pure si sono rivelate dei fallimenti. L’unico che ricordo abbia avuto successo condividendo i propri beni e rinunciando alla ricchezza e alle comodità è stato San Francesco. Non vedo in giro persone candidate a fare altrettanto e non appartenenti ad ordini religiosi. Il capitalismo pure ha un rapporto un po’ odi et amo con il mondo e quel che diventerà a causa sua.

Abbiamo visto e rivisto persone cambiare bandiera a seconda delle necessità del momento. Altri si sono fatti strada appartenendo sempre allo stesso partito politico ma non accettandone del tutto i principi e non seguendo proprio tutte le regole. Facendo un po’ come capita.

Noi invece ci stiamo preoccupando per le cose sbagliate. Non c’è più bisogno di sperimentare il comunismo in spiaggia per vedere se funziona o restare affezionati al mezzo busto di Mussolini che ancora viene venduto nei negozi di souvenir di alcune città d’Italia.

L’unica ideologia che forse tiene banco è l’individualismo, anche se in realtà l’identità la stiamo ancora cercando. Andando per tentativi. Pensiamo a costruire noi stessi e non reti sociali. Lasciamo che le comunità vengano costruite dai social network con degli algoritmi. Noi abbiamo altro da fare. Abbiamo progetti di vite solitarie, ma socialmente approvate da likes e condivisioni, da portare avanti. Abbiamo Netflix, un plaid e una tazza fumante di cioccolata o thé in inverno e sorrisi forzati in un selfie al mare d’estate. Sì perché finalmente siamo andati in vacanza da soli, prenotando online una stanza senza litigare con i nostri genitori per la scelta del luogo, con improbabili partner per quella del periodo migliore o con gli amici perché cazzo lasciano disordine in giro e così non è vacanza se dobbiamo stare a rassettare anche per gli altri.

Forse di politica e di ideologie non ne capisco niente e non dovrei star qui a scrivere di cose che non so. Io però, a differenza di coloro che per primi ne hanno parlato, sono qui. Qui e adesso e preoccupata

Preoccupata della solitudine che sta ammalando il mio mondo connesso ma solo virtualmente. Preoccupata delle foto dei miei parenti inviate su Whatsapp dalle più diverse località di vacanza perché oggi non si aspetta più di tornare a casa per mostrare le proprie foto e raccontare delle proprie esperienze di persona davanti a un caffé.
Preoccupata della siccità e del fatto che usiamo l’acqua potabile come scarico dei nostri wc. Preoccupata perché l’Europa non ha superato l’esame di maturità perché alle domande sui migranti non ha risposto, ma ai suoi genitori non l’ha detto e continua ad abbozzare scuse per non perderci la faccia.

Insomma, la storia è storia. Oggi abbiamo altre sfide da affrontare. Tra qualche decennio alcune spiagge saranno sommerse a causa del riscaldamento globale e ai figli dei Millennials e di tutte le generazioni a seguire penso che del fascismo e del comunismo fregherà ancora meno.

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Comunque il Time dice che saremo noi a salvare il mondo

Guestpost Estivo su Principesse Colorate: Priorità, Scelte, Sfide

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Sopravvivere da studente o lavoratore all’estate è davvero una sfida. Chi come me si trova al centro di quel triangolo sa bene di cosa parlo.

Nel mio guestpost estivo su Principesse Colorate racconto come provo a fare del mio meglio per cavarmela, ma soprattutto mi chiedo se per forza bisogna sacrificare qualche aspetto della propria vita per star dietro a tutti gli altri.

La risposta è sì.

La bella notizia però è che forse non necessariamente questo è un male.

Qui il link: Studiare, dormire, socializzare. Il triangolo dello studente in mise estiva

Persone sbagliate

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Amanda Cass

“Marì? Marì! E mo basta. La devi finire. E no, no Marì. La devi finir.. No, no. La devi finire. Basta. Basta Marì. Non è possibile. La devi finire. No. N.. Si. Si, ma la devi finire! Basta! Bast.. Ah. Dovevo chiamarti io? Ah. Eh. Eh, Marì! Ma pensi che sto giocando?! Sto andando a lavoro! No. No. Vabbuò, cià.” 

Ha posato il cellulare nella tasca dei pantaloni e poco dopo è sceso dal treno. Maglia beige, pantaloni verde militare. Una trentina d’anni, occhiali da sole rotondi.

Chissà, lui e Maria forse stanno insieme. Magari poi Maria è davvero rompipalle oppure, lui è un bel po’ esaurito e basta. Può darsi che avevano litigato già poco prima e quindi i toni erano accesi per questo, oppure è così praticamente ogni giorno: ogni mattina, ogni volta che lui esce di casa, Maria va in apprensione. Allora aveva chiamato non per far pace, ma solo per placare la propria preoccupazione. Molto probabilmente gli aveva chiesto di farsi sentire e lui quella mattina l’aveva dimenticato oppure è solo strafottente e ritiene sia superfluo tenerla aggiornata sui suoi spostamenti quotidiani.

Quella breve conversazione poteva avere decine di significati, è vero. Quel che mi è rimasto nella testa appena la sua figura è sparita al chiudersi delle porte automatiche del treno però è una forte sensazione di sbagliato.

Sbagliato, sì. Cosa però?

La telefonata? Il suo tono? Le parole, forse. Non so. Poi, mentre mi chiedevo queste cose, mi è venuto in mente persone. 

Persone sbagliate.

Persone che non vanno d’accordo o che fanno sforzi immensi per riuscirci. Persone incompatibili tra loro o stufe l’una dell’altra. Persone che si sono conosciute da poco e al momento del primo incontro una delle due ha sentito quel pizzico alla guancia da parte dell’intuito che voleva così suggerire di sorridere un po’ in meno e diffidare un po’ in più. Ha ignorato quell’avvertimento e ora si chiede come e quando ha cominciato a sopportare e non apprezzare, dire scusa e non grazie, cercare aria e non soffocarla in un bacio inaspettato e non chiesto.

Persone che hanno livelli di empatia troppo diversi. Una delle due sente troppo, l’altra non sente niente. La prima si chiede in continuazione dov’è che sbaglia, la seconda non sa e non vuole sapere cosa significa sentirsi in colpa. Chi è capace di provare empatia soffre delle disattenzioni della persona che ama, ma la giustifica perché sente anche il suo dolore, che è il motivo del suo vivere senza mai chiedere  tu invece come stai.

In fondo non ci sarebbe chissà cosa di sbagliato. Chi vive di leggerezza può insegnare all’altro a staccare ogni tanto entrambe le punte dei piedi da terra e quest’ultimo a sua volta può mostrare come si atterra evitando di scontrarsi contro montagne di vuoti interiori.

Se solo ascoltasse. Se non fosse già così troppo in alto, al di sopra delle nubi gonfie di pioggia, da non riuscire a sentire la voce di chi un attimo prima gli stava tenendo la mano e quello dopo invece si è ritrovato in mezzo ad una tempesta non sua. Tempeste in cui molte vite sono finite, in più di un senso.

Chissà se Maria e il tipo del treno stanno insieme.

Ci vuole coraggio e potrebbe essere la cosa più difficile che una persona può fare in tutta la propria vita, ma si può voler bene molto più di così.

A se stessi, intendo.

 

 

 

Quel che per una lacrima è soltanto coraggio

Fintanto che si trova alla fine della rima inferiore dell’occhio, come se ne fosse un’appendice fatta d’acqua, senza una vera forma, semplicemente incastrata tra le pieghe d’espressione del viso, è al sicuro. Si affaccia appena sullo zigomo tenendosi aggrappata con tutta se stessa a dei piccoli solchi nella pelle, accomodandosi in essi e nascondendosi all’ombra del ventaglio di ciglia che la sovrasta.

Guarda giù dal suo nascondiglio. Si ritira e poi si sporge di nuovo, questa volta però un po’ in meno. C’è una sommità e oltre quella non si riesce a vedere cosa c’è.

Pensa.

Cosa accadrebbe se scivolasse per sbaglio? Cosa c’è lì fuori? E se per caso un gioco di luci le facesse uno scherzo attraversandola, proprio mentre si lascia cadere giù, prendendo velocità per superare quel punto altissimo e se lei brillasse suo malgrado rivelandosi per qualche frazione di secondo e se qualcuno attratto da quel luccichio improvviso si voltasse per guardarla? Cristo! Come potrebbe spiegarsi? Non avrebbe scuse, nessun alibi, era lì, è passata ed è stata vista, certo che sì, non c’erano ombre a nasconderla, nessuno che la raccogliesse senza essere a sua volta scoperto!

Sarebbe sola. Nuda e trasparente. La forma data dall’aria che le fa resistenza mentre corre verso il basso sulla pelle. Chiunque, come quella stupida luce, potrebbe passarla da punto a punto con lo sguardo e lei non avrebbe alcun modo per difendersi. La libertà le costerebbe un tratto da percorrere senza veli, sotto ai riflettori, senza ombre che la proteggano. Non può essere se stessa senza esporsi e rischiare di essere riconosciuta e additata da sguardi annebbiati da accenni di stupore.

Perché?

Loro direbbero insicurezza.

Quel che per una lacrima invece è soltanto coraggio.

 

 

Uomini che si allargano e spazi che finiscono

Quando tutto ciò che resta è un selfie in cui è venuto bene soltanto lui credo che una domanda sulla natura della frequentazione bisogna farsela.

Foto a parte, è anche vero che molte cose si intuiscono già al primo appuntamento. Al secondo, decidi di non fare la solita rompipalle e fai finta di niente. Dal terzo in poi inizi a chiederti se deve andare avanti così per molto tempo o forse prima o poi cambierà qualcosa. Ad un certo punto lui si prende così tanto spazio che un po’ alla volta tu finisci fuori dall’inquadratura e ciao.

Nessun rancore. Quel che resta, insieme al selfie, è giusto un po’ di dispiacere. Se una persona non ha alcuna intenzione di lasciarti un po’ di posto nella propria vita tutto quello che puoi fare è goderti i momenti belli e poi lasciar perdere quando capisci che dovrai ferirti alle dita nel tentativo di rimanere aggrappata a lui mentre l’inquadratura si rovescia impedendoti di restare in piedi al suo fianco.

Ho pensato a questa storia qualche giorno fa, mentre ascoltavo una notizia abbastanza curiosa al telegiornale. Pare che il sindaco di Madrid sia intervenuto, in seguito alle battaglie femministe di un gruppo di donne, le Mujeres en Lucha, per vietare sui mezzi pubblici della città un comportamento tutto maschile abbastanza frequente e fastidioso. In pratica, il sindaco ha posto il divieto di praticare il Man Spreading, ovvero quella cosa per cui gli uomini, mettendosi a sedere, allargano eccessivamente le gambe. Questo comportamento è stato definito come una mancanza di rispetto nei confronti di chi è seduto affianco a loro perché ovviamente è costretto a rannicchiarsi per evitare il contatto con la gamba che invade il suo spazio. In più sarebbe un gesto sessista, dal momento che allargando le gambe gli uomini cercano simbolicamente di mostrare e imporre il proprio sesso a chi gli è intorno. Per questo sugli autobus sono apparsi degli adesivi nuovi che mostrano un omino stilizzato seduto con le gambe aperte e una croce rossa che ricorda agli utenti di non fare altrettanto.

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Io sono stata una pendolare per diversi anni ed effettivamente mi è capitato spesso di dover trovare posti alternativi alle mie gambe dal momento che lo spazio che doveva essere mio veniva occupato da quelle di qualche tipo con lo stesso problema dell’omino stilizzato. Era fastidioso sì, ma percepivo la cosa come normale. In fondo, praticamente da sempre, gli uomini si siedono così. Si tratta di un gesto innato, virile, indispensabile alla sopravvivenza della specie e dell’orgoglio. Altrettanto normale, per noi donne, è fare le contorsioniste per evitare contatti con gambe, mani, piedi e altre parti del corpo maschile sui mezzi pubblici. Noi le gambe siamo costrette ad accavallarle. Stringiamo le ginocchia, ritiriamo i piedi sotto al sedile, incrociamo le braccia. Poi, se la situazione proprio si compromette, si va di gomitata e via.

Non ho mai pensato che un giorno una cosa così potesse essere vietata. Un divieto vero e proprio. Come non fumare nei mezzi pubblici, non appoggiarsi alle porte, non oltrepassare la linea gialla. Non tenere le gambe aperte. Suona strano. Esprimere come un divieto vero e proprio una cosa che dovrebbe essere una semplice regola di buonsenso. Educazione. Rispetto. Il problema è che se c’è un divieto, significa che dall’altro lato c’è qualcuno che si arroga il diritto di fare una cosa, anche se può dare fastidio agli altri. Se gli chiedi perché, ti risponde che è libero e può fare quello che vuole.

Libero di sedersi come e dove gli pare. Libero di allargarsi prendendosi anche il tuo spazio. Libero di non preoccuparsi di come le persone intorno a lui possono sentirsi. Libero di non chiederti mai come stai. Libero di provarci con un’altra davanti a te in un posto in cui non avevi chiesto di stare. Uomini così, quando si sentono liberi, si allargano. Invadono il tuo spazio nelle foto, a letto, nelle conversazioni. Alcuni di loro continuano ad allargarsi tutta la vita e le donne che hanno a che fare con loro finiscono per rannicchiarsi nelle proprie vite, per occupare meno spazio possibile, sperando di trovarsi almeno vicino al finestrino per poter respirare un po’. Altri dicono che quando si fidanzano poi cambiano. Come se il mondo fosse un parco giochi da godersi finché non arriva l’orario di chiusura.

Allora, giocate.

Non vi lamentate però se il bollino con il divieto di allargarvi uno poi ve lo attacca in fronte e se ne va.

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Il Toast all’Avocado

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Noi, quelli della mia età diciamo, saremmo quelli che spendono i soldi per comprare i toast all’avocado, invece di conservarli per comprarci, in futuro, una casa.

Questa cosa l’ha detta un po’ di giorni fa il miliardario australiano Tim Gurner, trentacinquenne, parlando della vita dei giovani d’oggi durante un’intervista in tv. Lui, a diciotto anni, faceva più lavori nella stessa giornata, risparmiava ogni centesimo e si è perso un po’ delle cose che di solito si fanno alla sua età per costruirsi un futuro. Un futuro da più di quattrocento milioni di dollari, al momento.

Quando ho letto l’articolo che riportava questa notizia mi sono sentita un po’ chiamata in causa. A me l’avocado non piace granché, però penso che il tizio abbia ragione. La mia generazione, pare sia quella dei Millennials, non ha conosciuto la fame e i sacrifici che i nonni hanno fatto durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non sappiamo cosa significa non avere a disposizione i beni di prima necessità. Nemmeno quelli di seconda necessità. Siamo continuamente attratti da quelli di terza, quarta o quinta necessità. In pratica, dalle cose superflue.

Che tanto superflue non sono. No, perché senza, ci sembra di non esserci. Pare che il motto sia YOLO. You Only Live Once, si vive una volta sola. Per cui, meglio un costoso toast all’avocado oggi che un appartamento e una famiglia domani.

Oggi c’è la comitiva. C’è la pizza, ma solo se è quella di Tizio o Caio che la fa a regola d’arte con il metodo di una volta e con i prodotti bio e con il fiordilatte che se non è di Agerola allora fa schifo. C’è quel panino super calorico che però almeno una volta nella vita devi mangiare perché il tipo che ha aperto il locale è quello che ha iniziato nella cucina di casa propria a farsi i video mentre cucinava e poi li postava su Facebook. C’è l’aperitivo servito nel barattolo del sott’olio, il gelato che si mangia a partire dal cono, la fetta di torta a mille strati.

Mi sono accorta, ultimamente, che è raro uscire con i propri amici e trovarsi ad andare due volte nello stesso posto. Siamo delle trottole con gli smartphone in mano pronti a correre lì dove c’è la novità del momento.

Mi sono chiesta se sia davvero tanto sbagliato. Insomma, il settore della ristorazione ormai si basa anche su questo. I locali per aperitivi fanno a gara a chi offre la formula aperi-cena più invitante, a chi arricchisce l’ambiente con i dettagli più originali rispetto all’altro. Noi, quelli della mia età, viviamo nell’epoca in cui l’economia gira per cose così.

Mica tutti, poi, pensiamo alla casa e alla famiglia. D’accordo, alla casa forse si. Prima però ci vogliono i soldi, quindi un lavoro e prima ancora dobbiamo finire gli studi. Mentre lo facciamo, siamo bombardati di immagini di stili di vita del tipo YOLO. Per avere una famiglia, serve un partner. Per conoscerne uno che non sia né stronzo, né psicopatico abbiamo bisogno di tempo e di soldi per uscire e recarci in comitive nei suddetti locali. Insomma, è il cane che si morde la coda.

Sì perché, caro miliardario, i nostri nonni non avevano i toast all’avocado, ma all’epoca sposavano la prima persona di cui si innamoravano follemente e quello bastava. A scatola chiusa. Sempre che non si trattasse di matrimoni combinati. Non rischiavano di mollarsi dopo qualche mese di convivenza o di allontanarsi perché a letto non erano niente di che. Il lavoro? Era quello del proprio papà o zio oppure a sedici anni andavano a cercarsi già il primo perché non potevano studiare.

Allora non è che noi non pensiamo alla casa e alla famiglia. Il fatto è che non abbiamo punti fermi. In più ci dicono di vivere qui e adesso. 

E qui e adesso, caro Gurner, pare ci sia soltanto il toast all’avocado.

Facciamo Due Chiacchiere, Blog?

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Cavolo però quella storia della parola dell’anno ci aveva preso.

In pochi mesi mi sono ritrovata indaffarata come mai avrei creduto fosse possibile.

E mi manca tantissimo stare qui. 

Allora stasera ho pensato di mettermi sul letto con il pc sulle gambe e cercare di recuperare un po’ di tempo perduto con il mio blog. Come se fosse una persona che negli ultimi tempi ho trascurato. Lo so, pensare al blog come ad una persona significa che proprio bene bene non sto. Sarà effetto dello stress.

Eppure sono felice di essere stressata. Davvero. Credo sia molto più pericoloso e deleterio non avere impegni e progetti da realizzare. C’è una similitudine bellissima che lessi non ricordo più dove che riguardava il modo moderno di intendere le giornate. Venivano paragonate a delle bottiglie vuote che scorrono in fila, una dietro l’altra, su un tapis roulant e noi siamo gli operai che devono riempirle a tutti i costi con qualunque cosa ci capita a tiro. Se non ci riesci, per la società moderna, non sei nessuno. Non stai vivendo. Stai perdendo tempo. Allora anche se stai cinque minuti senza far niente ti senti in colpa e prendi il cellulare dalla tasca e apri un’app a caso pur di far qualcosa.

Per un bel periodo mi sono sentita così. Come se stessi sprecando spazi e minuti. Pensavo troppo e agivo poco. Adesso che ho mille cose da fare invece mi mancano molto quei momenti che trascorrevo qui, sull’editor degli articoli, a ricostruire i miei percorsi emotivi, ad esplorare sentimenti, analizzare cose viste o sentite in giro.

Mi manca parlare con te, blog. Pormi domande assurde e tirar fuori risposte dal fumo di una tazza di tisana calda. Mordere cucchiaini mentre cerco l’immagine adatta ad un post. Mi manca parlare con me. Scrivo poco perché non mi parlo. Non ho percorsi emotivi da ricostruire perché qualche tempo fa ho lasciato i miei sentimenti a casa e ho detto loro di aspettarmi, che quando sarei tornata avrei avuto storie da raccontargli. Allora non si sono mossi da lì, mentre io invece sono sempre in giro. Al massimo dovrei ricostruire mappe dei miei spostamenti fisici, non di quelli interiori.

Credo sia questo il motivo per cui quando provo a guardarmi dentro il mio sguardo si scontra con uno specchio e torna su di me.

Forse il mio inconscio vuole dirmi di approfittarne, vivere il momento e pensare a me stessa.

Oppure ce l’ha con me e ha trovato il modo per non farmi più entrare.

Guestpost su Principesse Colorate: di che Cronotipo sei?

 

Ovvero, racconto di quanto io sia in tutto e per tutto un gufo. Una di quelle persone che possono dire di essere davvero sveglie e nel pieno delle proprie capacità psico-fisiche più o meno intorno alle dieci e mezza. Di sera.

Scherzo dai. Anche prima. Diciamo intorno alle 18.

In generale il fatto è che di solito faccio molta fatica ad alzarmi molto presto al mattino e dopo anni e anni di bestemmie rivolte alla sveglia, ho capito che sono fatta proprio così. Sono più produttiva nelle ore serali che in quelle diurne. E’ proprio una cosa assodata. Si tratta del mio cronotipo. 

Con l’inizio della primavera il problema si fa ancora più marcato a causa dell’ora legale che, nonostante i suoi diversi vantaggi, per me significa che si dorme un’ora in meno e basta.

Parlo di questo nel mio guestpost di aprile su Principesse Colorate, se vi va di darci un’occhiata è a questo link: Ti sei mai chiesta di che Cronotipo sei?

Si cambia! Proprio così, Di Punto in Bianca.

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L’altra sera stavo guardando l’ultima puntata di Sex and the City.

Lo so, è andata in onda quasi tredici anni fa, ma ho deciso di seguire la serie soltanto in questi ultimi mesi. Non voglio rivelare dettagli nel caso qualcuno di voi stia messo peggio di me e ancora non l’ha vista, dico solo che ad un certo punto sono finita in lacrime. Anzi, no. Lacrimoni. Piangevo come una disperata. Ho dovuto mandare un po’ indietro la puntata perché alcune battute nel frattempo me le ero perse.

Provavo una sensazione strana, quella che quasi sempre ti lasciano le serie tv alle quali finisci per affezionarti. Un misto di felicità e gratitudine per tutto ciò che ti hanno dato, ma anche di vuoto e tristezza perché ormai la storia è finita. Poi, ecco, c’è anche una punta di sollievo in quanto finalmente sei libera di fare altro.

La sensazione era strana e fortissima. Aveva però un non so che di equilibrato, il che la rendeva molto simile ad una consapevolezza. Le consapevolezze fanno sia bene che male insieme. Ti scuotono, ma ti insegnano qualcosa. Nel caso in questione, capisci che magari nella tua vita quello che credevi fosse Big in realtà è un Aleksandr Petrovsky, o comunque, vabbé, in ogni caso, che l’amore non c’è.

Mi sentivo bene e male insieme. Più di tutto però mi sentivo diversa. Alcune cose diventavano chiare, altre avevano bisogno di ancora un po’ di tempo per schiarirsi del tutto. Ad esempio, mi sono resa conto che ho commesso degli errori anche se in quei momenti non avrei potuto fare diversamente. So che adesso affronterei le stesse situazioni in un altro modo anche se ancora non so bene come.

Il fatto è che non possiamo stare in più punti di vista diversi nello stesso momento. La realtà si determina nel momento in cui ci si ferma ad osservarla. Per cui dipende da noi, da come stiamo, dallo stato in cui si trova la nostra mente e il nostro cuore. Dagli occhi che usiamo per guardarla. Così alla fine ci mettiamo in un punto di vista e ci schiodiamo da là soltanto quando perdiamo tutti i riferimenti e ci guardiamo intorno confusi, non riconosciamo più i palazzi, i negozi, ma anche i volti delle persone e il suono delle loro voci. Persi in una specie di stato confusionale cerchiamo la pace in altri riferimenti, altri volti, altri suoni. Ecco. Ci troviamo così in un punto di vista diverso dal precedente. Non è detto che all’improvviso dobbiamo per forza rinnegare quel che è stato, dimenticare, chiudere con il passato. Si tratta solo di un cambio di prospettiva. Spegniamo una luce e ne accendiamo un’altra, mentre gli occhi si abituano alle nuove immagini che questa ispira.

Un momento del genere mi è capitato alla terza o quarta volta che qualcuno mi ha chiesto come si chiamasse il mio blog. Orrore. Quasi nessuno mi capiva e mi chiedeva di ripetere. Quando sette anni fa ho scelto My Best Damn Things non ho pensato che in effetti era abbastanza impronunciabile, o almeno, che pur pronunciandolo bene non era detto che la gente potesse capirmi al volo. Certo, il nome deve piacere a me, però la questione del ripetere per poi finire in un vabbé-ti-mando-il-link stava iniziando a stufarmi. Per quanto fossi affezionata a My Best Damn Things, ho sentito fosse necessario cambiare.

Ho riempito due pagine di quaderno di titoli. Uno peggio dell’altro. Stavo per dichiararmi sconfitta quando Di punto in Bianca il volto mi si è illuminato.

Ha molti significati per me.

E’ orecchiabile.

Se mai dovessi ripeterlo più volte alla stessa persona vorrebbe dire solo che è lei che non ci sente.

Ecco, adesso mi emoziono di nuovo. Penso che lascerò il vecchio nome sulla sidebar tipo targa memoriale. Però dai, ci voleva.

Di Punto in Bianca è il nuovo nome del mio blog.

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CronacheDalCondominio #5: La Pasqua per le scale

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Tutto è cominciato ieri al supermercato.

La sensazione che questa sia una Pasqua timida, semplice, sussurrata sottovoce mi è venuta mentre cercavo le fialette di fiori d’arancio che servono per la pastiera napoletana. Mi sono avvicinata alla cassa, perché è lì che le tengono di solito, e ho guardato tra quelle esposte. Vaniglia, rum, mandorla. Niente fiori d’arancio. Al che chiedo alla cassiera e quella mi fa:

“Fiori d’arancio?” sguardo sospetto “Le fialette le tengo io qua. Quante ne vuoi?”

Nemmeno le stesse spacciando. Sinceramente non ho capito perché tanto mistero, ma vabbé. L’importante è che le ho trovate, penso.

Poi. La dico così, di getto. Sono tornata a casa e ho acceso il televisore. Con l’Isis in giro festeggiare la principale ricorrenza cristiana mica è una cosa da niente. Non è più come quando da piccola mi scocciavo di seguire i miei in Chiesa ad ascoltare la Messa e prendere l’acqua santa nella bottiglina per poi benedirci la tavola. Festeggiare la Pasqua in molti posti del mondo non è una cosa tanto scontata. Forse non lo era nemmeno prima, ma qui ce ne rendiamo conto soltanto adesso. Forse è maturità o è un qualche effetto del terrorismo sulle nostre menti, però oggi sentiamo davvero che il mondo è molto più eterogeneo di quanto sembrasse e il recarsi in Chiesa è diventato un gesto un pochino, credo, più consapevole.

Non c’è grandiosità. Forse una vastissima scelta di uova di cioccolata sì, ma giusto perché il mercato asseconda l’altrettanta vasta offerta di cartoni animati e personaggi per bambini che è esploso in questi anni. Quand’ero piccola io c’era il Kinder. Punto. Al massimo il Bauli per femmine e quello per maschi, se proprio si voleva cambiare. Poche grandi riunioni di famiglia. Quando uno è vegetariano, l’altro mangia carne ma guai a mettergli davanti l’agnello, qualcuno è a dieta, un’altro ancora si è riscoperto ateo, beh, ognuno sta per fatti suoi e si fa prima. Allo stesso tempo sulle tavole sono tornate le cose semplici. La gallina in brodo, cosa che nemmeno più a Natale ormai. In palestra ho sentito una signora dire che non vedeva l’ora di mangiare le fave crude con il formaggio e i carciofi bolliti. Poi c’è l’evergreen del “le feste sono stancanti e basta non vedo l’ora che passino in fretta, che i soldi per la via Crucis del Papa li potevano usare per sistemare le buche a Roma”, ma non fa testo, viene riciclato per tutte le ricorrenze.

Il giorno della settimana santa che amo di più però è il sabato. Il sabato dei profumi. Passando fuori alle porte degli altri condomini oppure uscendo sui balconi arrivano profumi dolci e golosi di tutti i tipi. Il sabato è il giorno in cui si sta in casa a cucinare. In silenzio. Si cucina in meditazione. Un po’ in bilico tra tradizioni nuove e vecchie.

Oggi però una cosa mi ha colpita molto. Stavo scendendo di corsa le scale del palazzo e ho incrociato un padre e suo figlio che invece salivano lentamente. Il padre stava spiegando a suo figlio com’è che i discepoli di Gesù erano andati alla sua tomba, la domenica, e non ci avevano trovato più nessuno. Il bambino ascoltava assorto, come se fosse un recente fatto di cronaca. Strano perché mi è sembrato avesse l’età per il catechismo o almeno avrebbe dovuto sapere già quelle cose magari dette a scuola. Chissà. In ogni caso quelle poche parole, dette un po’ a bassa voce, così semplici, mi hanno stupita e hanno completato quella mia sensazione.

Quest’anno è così e non mi dispiace più di tanto. Una Pasqua di riflessioni delicate, di cose buone. Una pausa prima di affrontare il resto dell’anno.

Qualsiasi cosa sia per voi questo giorno, auguri di cuore.