Le cose facili

picture by Aeppol

Ho appena visto la pubblicità delle nuove scatolette di tonno con basso contenuto di olio. Pare le abbiano fatte per sollevare noi utilizzatori dall’incombenza di scolare l’olio in eccesso prima di mettere il tonno in un panino o in un’insalata.
I miei pensieri erano intenti in una zuffa epocale che mi stava togliendo le energie e la voglia di fare qualsiasi cosa e per qualche istante si sono fermati a mezz’aria illuminati dalla luce emanata dal televisore e sono rimasti così, immobili. Uno stringeva ancora un ciuffo di capelli di un altro tra le dita, che a sua volta stava cercando di sferrare un colpo basso al suo avversario. Insomma, al mondo qualcuno si preoccupa di facilitarci il compito di mettere il tonno sulle bruschette, mentre l’angolino “Apri qui” sulle confezioni di affettati si trova sempre dal lato delle fette che stanno sotto alle altre. I litiganti hanno perso qualsiasi entusiasmo e senza nemmeno più la zuffa in corso, non so, mi sono sentita una triste calma addosso.

E’ che sto cercando qualcosa in cui credere.

Una vecchia amicizia si è riaffacciata nella mia vita giusto il tempo di dirmi che la fiducia e l’amore devo trovarli dentro di me e non negli altri. Poi mi ha abbandonata. Stessa cosa una persona che qualche volta ha detto pure di amarmi. Mi chiedo spesso come sarebbe stato amarci davvero. Invece è stato troppo per mollare subito e troppo poco per continuare. Nessuna circostanza che suggerisse la strada. E a sollevare l’Universo dall’incombenza di far girare in qualche modo le cose mi ci sono messa solo io. Amicizie e relazioni sono quasi sempre facilitate in qualche modo. Distanze, comitive, tempi. Esiste sempre una via preferenziale nella quale si incanalano tutti gli elementi necessari per tenere su un rapporto tra persone. Ecco, io non ne ho mai vista una in vita mia. Mai. Mi sono impegnata e ho sudato ogni volta che ci tenevo tanto. E che poi ho visto tutto andare in pezzi.

E oggi non so per cosa lottare. Sui fronti di battaglia che mi circondano vedo solo mucchi di parole mie distrutte, a terra, esanimi.

Credo che morirei io stessa se dovessi in qualche modo adeguarmi alle cose facili. E allora no, grazie, stasera resto qui. Aspetto un’ispirazione, una scintilla, una storia. Insomma, un’altra battaglia. In virtù della differenza che c’è tra vivere e, invece, sentirsi vivi. E quindi credere.

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La pasticceria

foto personale

“Sono rimasta nel traffico. Cazzo è tutto bloccato stasera! Va beh dai, sto arrivando.”

Ho messo le scarpe sbagliate oggi. Non sono adatte per aspettare in piedi, per strada, sui sanpietrini. E tira un vento che porcamiseria, non ho messo la sciarpa e nemmeno il cappello, domenica c’era la primavera, l’avete-vista-anche-voi, vero? E non so che fare adesso. Penso che potrei fare shopping. Entro in un negozio di abbigliamento. Mi sento troppo scocciata perfino per chiedere alla commessa il prezzo di quella giacca. Esco.

Ma si, quella pasticceria all’angolo. C’ha pure i posti a sedere. E’ proprio carina, ti metti lì, ti rilassi e poisaihovishiauialaosh.. La voce nella mia memoria si affievolisce. Non ricordo né dove l’ho sentita né da chi. Il vento continua a tirarmi giù dalla testa il cappuccio del cappotto. Attraverso la strada illuminata dalle luci gialle, bianche e rosse delle auto e proseguo sulla destra fino alla pasticceria. Mi affaccio dentro per vedere se ci sono posti liberi. La signora alla cassa mi invita ad entrare indicandomi l’ultimo tavolino in fondo. Mi siedo sulla poltroncina di pelle grigia chiara davanti ad un tavolino rettangolare che parte direttamente dal muro sotto la finestra alla mia sinistra. Le tende rosse sono raccolte ai lati della finestra e un pilastro dietro la poltroncina di fronte alla mia mi nasconde dal resto del locale. Dal mio posto posso sbirciare la vetrina lunghissima piena di dolci di tutti i tipi e buttare un occhio sulla strada da dietro al vetro che inizia a puntinarsi di gocce d’acqua microscopiche.

Non ho fame e ordino una tisana di un arancio carico che sa di mela, carota e zenzero. E poi, forse, devo essermi suggestionata come un’Alice che legge messaggi su bottiglie e su dolcetti dopo essere finita in una casetta cadendo in un pozzo profondissimo, mentre osservo invece sul talloncino alla fine della bustina della mia tisana la scritta Emozionami.

Pochi minuti e ho dimenticato il vento e il tempo e il vuoto che mi zavorra. Caspita, queste scarpe mi danno un’aria così sofisticata. Che belle le luci della città. Mi trovo in tutti i posti del mondo in un istante. Sono nell’Orient Express che sfreccia veloce di notte chissà attraverso quali terre, in un bar di Londra pieno di persone tutte sole e tutte parte comunque di qualcosa, in un caldo pub in Belgio e anche nel cuore di Napoli, ricordi quel posto? Dicemmo che ci saremmo tornate. E ovunque sto buttando giù idee su fazzoletti di carta con una penna trovata nella mia borsetta. Idee che diventeranno un racconto o magari un romanzo. E sono bella e forte e so stare con chiunque, se capita, altrimenti mi lascio cullare da una calda e sottile malinconia. Riesco a fare quello che mi piace e a non sentirmi in debito con la mia felicità quando faccio invece ciò che devo. Sto bene. Sto così bene.

“Ehi sono quasi arrivata”

L’ultimo sorso di tisana è freddo. Mi alzo, riprendo la borsa e lo zaino, pago ed esco. Una signora mi viene addosso mentre lotto con il vento per rimettermi il cappuccio. Scorgo da lontano le frecce d’emergenza e l’auto accostata al marciapiede. Il sogno si è infiltrato nelle trame della mia realtà e la città sembra più bella anche senza più quel vetro davanti.

Distorsione

Escher

Mentre parla cammina su e giù davanti alla finestra. Non riesco ad ascoltarla: ad ogni passo cadenzato e fintamente casuale le scarpe nere stridono sul finto parquet di ceramica. Devono essere nuove. I pantaloni che indossa sono di una taglia in meno a quella che serve, ma in compenso il maglioncino le cade morbido all’altezza dei fianchi. Ha tutta l’aria di esser diventata qualcosa di diverso prima che avesse il tempo di accorgersene.

In certi momenti tutto sembra darmi nausea. Mi fisso su dettagli inutili che mi fanno cortocircuito lungo la strada che dagli occhi porta al cervello. Alice continua a parlare. Mi chiedo se qualcun’altro in platea nota la distorsione nell’armonia che di solito è invisibile e intrecciata alle cose del mondo o sta davvero ascoltando il suo discorso.

Chissà se alla natura, all’Universo frega qualcosa delle nostre sensazioni. Il disagio e la rabbia assistono impotenti ogni volta che l’aria si ricompone dopo il passaggio di un tuono e mentre il suono si affievolisce disperdendosi disturbando ad ogni metro sempre un po’ meno il silenzio.

La distorsione un po’ alla volta si riassorbe e Alice diventa parte del momento e del contesto. E no, le sensazioni poi dobbiamo rimettercele a posto da soli. L’armonia ingloba, trasforma, cambia sagoma ai pezzi affinché tutto possa combaciare di nuovo. Opporsi significa condannarsi a ferirsi di continuo tra gli spigoli delle cose che prima erano in un modo e adesso non più.

Mi ritrovo che sto ascoltando Alice. Dopo l’impaccio iniziale la sua voce è diventata cadenzata e musicale e attira piacevolmente le mie orecchie. Deve averci lavorato parecchio su. Chissà quali spigoli l’hanno costretta a cambiare. Lo immagino e prometto a me stessa che le mie scelte saranno diverse. Sempre che ci si possa adattare e allo stesso tempo cercare di diventare la persona che si desidera essere.


Il filo.

Stasera ho bisogno delle parole. Ne stendo un po’ intorno a me e poi mi ci infilo sotto, a cercare un po’ di calore. Va bene, penso. Forse di domenica sera le leggi del cosmo chiudono un occhio e mi lasciano in pace. Anche se ormai mi sto abituando a stare fuori dalle cose. Non fa poi così freddo.

E’ stato più che altro un bisogno. Eliminare. Togliere. Nessuno mi guarda. Bene. Lo dico. Qui, in questo universo, siamo solo crudelmente costretti a creare e distruggere illusioni. Non c’è nient’altro da fare. Sono giorni che ci perdo la testa su. Allora ho provato a smontarlo, questo mondo. Un pezzo alla volta. Ho tolto ogni gioia e ogni dolore. Ogni sogno inutile. Le aspettative e tutto ciò che sembra grandioso e fantastico finché non lo fai e ti accorgi che non è poi sto granché. Ho tolto l’amore. Quel poco che abita nella mia vita. Ho tolto la tristezza. Non serve. Farsi del male sembra una via d’uscita ma richiede fatica ed è solo un’attività figlia di una distorsione del senso del piacere.

E’ rimasto un filo. Un capo parte da me. L’altro non riesco a vederlo. Non si capisce bene. Sembra che serva a far muovere le gambe. I pensieri. Non lo so dove sto andando. Devo capire però cos’è questo filo. Di cosa è fatto.

Va bene così, per stasera. Nessuno mi guarda. Allora resto ancora un po’ qui.

Fuochi d’artificio.

foto personale 01.01.2019

Certo che siamo strani.

Lo so, non è una gran affermazione con cui iniziare l’anno e nemmeno il primo post del 2019. Però, ecco, mi è venuta così. Spontanea.
Faccio un passo indietro e vi spiego.

Qualche giorno fa assistevo ad una discussione su Facebook a proposito dei fuochi d’artificio. Sono belli ma no al massimo pericolosi gli animali si spaventano non capite niente si tratta di arte,eccetera.
Qualcuno ad un certo punto ha riportato una tesi, in parte avvalorata da psicologi, in parte dal buonsenso. I fuochi d’artificio hanno colori, sfumature, scintillii praticamente unici, che durano pochi istanti, introvabili in natura, creati dalla combinazione di sostanze chimiche che la maggior parte delle persone che sta lì con il naso all’insù non conosce affatto, per non parlare dell’adrenalina causata dal botto a sorpresa, dal non sapere che colore apparirà l’istante successivo, ecco, per tutti questi motivi risultano affascinanti. Il motivo che però riunisce tutti questi e che rappresenta il fulcro della tesi è quello per cui i fuochi d’artificio piacciono così tanto perché la gente li percepisce come qualcosa che è al di fuori dal proprio controllo, specie perché solo pochi professionisti sono in grado di crearli e maneggiarli senza causare incidenti.

Fin qui nulla di strano, anzi, l’idea è davvero molto interessante e in effetti mi ci ritrovo pure. Sapete, dal balcone di casa mia, allo scoccare della mezzanotte, vedo un panorama di fuochi d’artificio vastissimo. Mi affascina, ma soprattutto mi piace perché è come se a chilometri di distanza stessi festeggiando con persone che non posso vedere e che non conosco, ma con cui condivido dei sentimenti di speranza e gioia da un lato e di paura per un futuro di cui non sappiamo nulla dall’altro. Specie per questo, personalmente ho sempre pensato che i giochi pirotecnici in qualche modo servissero ad esorcizzare il buio della notte di passaggio tra un anno e quello successivo.

E allora mi chiedo, perché lasciamo alla veloce combustione di innominabili e per noi incontrollabili composti chimici il compito di accompagnarci attraverso quei minuti di trepidazione e di piacevole ansia, mentre invece durante i giorni precedenti e successivi all’ultimo giorno dell’anno ci affanniamo sugli oroscopi, sulle liste dei buoni propositi, sulle statistiche e proiezioni fatte da chissà chi, il tutto per prevedere cosa ne sarà di noi nei mesi a venire?

Capite? E’ molto meno banale di quanto sembri. Si pensi pure al semplice tappo di spumante che ci piace far volare attraverso il salotto di casa. Può rompersi, non aprirsi in tempo e seguire le più disparate e pericolose traiettorie. Ci divertiamo nello stupirci del botto e delle curiose curvature che prenderà a causa della spinta data dai gas presenti nella bottiglia.

Insomma, nonostante Paolo Fox e nonostante tutto, l’imprevedibile condito da un pizzico di pericolo e qualche colpo di scena continuiamo a portarcelo dietro da secoli e continua a far parte delle nostre tradizioni.

Forse è un po’ come se trattassimo il futuro con la stessa moneta.
Forse perché l’imprevedibile, limitati nella nostra conoscenza a posteriori di ogni cosa che è parte dell’Universo, in fondo, ci è ormai familiare.
Forse siamo incoerenti e basta.
Forse, invece, da qualche parte nel nostro cuore, speriamo sempre e ancora in qualche forma magia.

Vigilia

Arrivo sulle scale tra il secondo e il primo piano e la sento già.

Sembra suonata da un principiante che fa una nota per volta, senza accordi e riecheggia come le voci lontane e cupe che escono dagli altoparlanti delle stazioni.

La musichetta va a tempo con le lucine intermittenti dell’albero di Natale che sta nell’atrio del palazzo. In tutto sono tre melodie che si susseguono ventiquattrore su ventiquattro. Una proprio non capisco quale canzone sia. Rompono il silenzio e si insinuano tra i pensieri che si incantano a quel gracchiare che sembra venire da un tempo decisamente passato.

Chiudo il pesante portoncino e faccio un breve giro sotto casa per comprare le ultimissime cose che mancano per le tavole di questi giorni. La maggior parte dei negozi in questi giorni ha occupato i marciapiedi con delle bancarelle. Ogni persona che incrocio è presa da quell’impazienza tipica delle vigilie. I negozianti guardano di traverso sia me che l’orologio sul polso, andando su e giù tra i banchi esterni e gli ingressi dei negozi. Eppure questo è il momento che mi piace di più del Natale. Amo quella leggera ansia che pervade ogni singola cosa e che si percepisce ad ogni passo a poche ore dall’inizio dei cenoni. Alzo sulla testa il cappuccio del parka perché sta iniziando a piovere.

Arrivo alla pasticceria con le mani già occupate. In una ho la busta con i limoni per le insalate di pesce, nell’altra un foglio di carta regalo. La signora che assomiglia terribilmente alla mia prof di italiano del liceo finisce di incartare le mie cassatine al pistacchio. Ci scambiamo gli auguri ed esco. Ogni volta che passo di lì dimentico che c’è una chiesa su quella strada perché è sempre chiusa e da fuori sembra il normale ingresso di un’abitazione. Dovevo mancarci da molto giacché mi accorgo solo in quel momento che dietro ai cancelli chiusi qualcuno ha illuminato l’interno della nicchia che ospita la statua della Madonna con dei neon blu e l’esterno con delle lucine rosse che disegnano un arco seguendo l’architettura della nicchia. Da qualche parte appena dopo i cancelli c’è una stella cometa di lucine appesa in alto. Tutt’intorno è completamente buio.

Delle persone mi passano affianco e aspetto che si allontanino per fermarmi di nuovo a guardare. Cerco di immaginare chi e perché ha illuminato quella madonnina di una chiesa praticamente sempre chiusa. Mi vengono in mente immagini di chiese enormi, bellissime e piene di gente, nelle quali sono stata e in cui spesso ho faticato a tenere l’attenzione sulle cerimonie che si stavano svolgendo e nelle quali, in generale, non mi sono mai sentita molto a mio agio. Quella scena invece mi rapisce con una semplicità così ovvia. Quelle luci male assortite insieme mi attirano e mi danno fastidio allo stesso tempo. C’è qualcosa di sbagliato che però è anche assolutamente giusto e che somiglia ad un mucchio di cose insensate, dolorose eppure inevitabili che fanno parte della vita.

E in quel momento ho capito che quest’anno il bello poco mi interessa. Mi interessa di più l’imperfezione. Ho voglia di gioire con chi fa tutto sbagliato, di ribellarmi e di additare e dispiacermi di chi crede di sapere già tutto. Vorrei conoscere le storie di imperfezione di chiunque perché, sapete, è inutile aver paura delle note stonate. Non ci si salva tappandosi le orecchie, anzi. Ci si perde ancora di più.

Rientro nell’atrio del mio palazzo, la musichina strana mi accoglie come ormai succede da giorni. Questa volta, però, arriva di qualche palmo più vicina al mio cuore.

Un augurio di buone feste imperfette a tutti.

Il gioco di Cristina

Cristina prende dalla borsa della mamma un cagnolino di peluche e una pallina di gomma trasparente, puntinata solo di brillantini colorati che riflettono in modo diverso la luce facendole assumere ogni istante sfumature diverse. Dalla pallina parte un filo che Cristina lega ad una delle zampine del peluche. Con una mano prende cane, con l’altra tiene il filo della pallina, perché ad una prima verifica non sembra poi attaccato così bene. Cane si sposta volando, portando con sè la pallina tra il divanetto del salone del parrucchiere e la sedia vuota davanti al primo specchio sulla sinistra. È elegante e sembra non accusare il peso della zavorra che si porta dietro. Sarà grazie ai movimenti graziosi di Cristina, penso. 
Ha gli occhi all’ingiù e timidi simili ai miei, ma sono marroni. I suoi capelli sono raccolti in una coda, come i miei, ma i suoi sono dorati e ricci. Lancia uno sguardo a sua mamma: sembra che ne avrà ancora per un po’. Si stropiccia gli occhi. Prende cane e pallina e torna con loro a poggiarsi sul divanetto di fianco a me che aspetto il mio turno seduta. Mi elegge a spettatrice delle sue piccole avventure guardando le mie reazioni. La sua leggerezza mi contagia e le sorrido. Cerco l’espressione del viso più appropiata alle diverse fasi della storia che inventa a braccio. Cristina diventa pian piano padrona del piccolo mondo fantastico che va dal divanetto alla sedia vuota e in pochi minuti ne sono già fuori. Ridacchia da sola ai risvolti buffi delle vicende che lei stessa sta inventando.

Ne resto ammirata. Un tempo sentivo una sicurezza simile alla sua, ma la mia forse era un po’ meno elegante. Concedevo pochi baci e pochi sorrisi. Il mio mondo fantastico si adattava a tutti gli ambienti e poco se ne faceva della quantità e della qualità del pubblico presente. Anzi. 

Il buio è subdolo. Insomma, dipende dall’interpretazione che ne fai. Se lo prendi così com’è allora inizi a credere di dover imparare in qualche modo a volare, con una zavorra attaccata ad una caviglia in un posto che non ha né cielo né terra ma solo vuoti così incolmabili che rischi di implodere in te stessa e speri che avvenga pure in fretta prima che qualcuno ti sorprenda a piangere durante l’orario di lavoro. 

Se disegni una linea, una soltanto, e ne fai il confine tra ciò che esiste e ciò che no, allora ti ci metti su e speri che qualcuno ti sorrida un po’ e che continui a guardarti e ad ascoltarti mentre progetti, disegni, cancelli e riscrivi pezzi di te e della tua realtà ovviamente dal lato giusto di quella linea. Pallina è caduta giù dal divanetto e cane sta cercando di tirarla su con la corda. Sembra un momento difficile.

A volte si pensa erroneamente che nel momento in cui si avrà qualcuno al proprio fianco allora tutto sarà più facile. Le relazioni però non sono idee pure e perfette. Impossibile trovare qualcuno che non ti faccia sentire sola almeno una volta, anche se accade per sbaglio e non si può passare la vita a condannare, distruggere e ricostruire legami e fiducie nel genere umano. Una relazione non è un’assicurazione a vita sul bisogno d’affetto.  

Tuttavia non credo si possa vivere in qualche modo prescindendo da ogni idea di perfezione, come può esserlo l’amore, l’armonia e anche il buio stesso, pur facendo il nostro gioco, da soli, sia che qualcuno ci guardi e ci apprezzi, sia che scelga di restare a giocare per poco o molto tempo con i suoi giochi nel nostro spazio, sia che alzando lo sguardo ci accorgiamo che no, ormai non è rimasto più nessuno a guardare.

Questioni mattutine

Inizi a percepire che la giornata sarà dura se già nel breve tratto che fai da casa a lavoro cambi dieci stazioni radio con il desiderio di beccare una canzone quantomeno decente e tutte e dieci sono inesorabilmente in pubblicità.

Osservi poi che la giornata in quel mare di durezza, non contenta o forse annoiata, si è messa pure a lanciare lenze a tristezze fresche e di ottima qualità quando nel parcheggio sotterraneo finalmente inizia una canzone, ma è Elisa che si chiede “.. se piovesse il tuo nome“.

E poi capisci che forse non è tutto perduto, che la giornata potrà pure sorprenderti, in qualche modo, quando lo speaker sovrapponendosi alle ultime note della canzone racconta quanto quella canzone gli sia rimasta in testa e della volta in cui canticchiandola da ogni angolo della casa suo figlio ormai stufo lo interruppe e disse:
-Sì papà, ma basta che non si chiami cacca!!-.

ComeDiari #16: Sensi vietati

foglia autunno pioggia

Com’è che aveva detto quella tipa alla tv? Ah si. La vita ad un certo punto ti mette davanti ad un bivio: devi decidere se restare nel passato o andare avanti.

Pure Paolo Fox mi ripete da settimane qualcosa del genere. Non sarà facile, dice. L’ambiente, le insidie. Venere opposta, tanto per cambiare. Una certa malinconia che ti fa sentire tutto più profondamente, ma sulla superficie di ricordi e sensazioni che stanno ancora più giù, ancora più indietro. Nel passato, appunto.

L’odore di nuovo mi piace e mi fa paura allo stesso tempo. Non so se è perché la vita è una zuppa, mentre io sono una forchetta, come recitava una massima letta da qualche parte su Facebook, per cui percepisco sbagliate le cose giuste e mi affeziono alle versioni obsolete di me stessa.

Non contenta sono andata a leggermi pure Brezny. Dice di immaginarmi come un essere che rompe un guscio, un germoglio che sboccia da un seme. Una cosa che in autunno va  un po’ controsenso.

E forse, sapete, è proprio questo ciò che non voglio. Scontrarmi con le gocce di pioggia che cercano il suolo per riposare abbracciate.

Allora va bene, dite, se risalgo la strada del nuovo e poi ogni tanto mi lascio andare su una foglia che volteggia nel senso opposto, anche solo per seguirla nel suo futuro che è il mio passato e vedere dove va e sentire che profumo ha e poi risalire ancora e ricominciare il giro daccapo senza che nessun guardiano del tempo mi multi per aver infranto l’ordine delle cose? Che poi non facevo nulla di male agente, sa, tolgo qualche virgola qua e là ma il mio pensiero non andava nemmeno così veloce.

 

Di indifferenze reali, con violenze sparse e intense precipitazioni di parole virtuali

indifferenza donna violenza web

L’altro giorno ho visto un video di una donna che in un treno prendeva a schiaffi e calci il suo fidanzato, mentre gli mostrava la foto di un’altra donna sullo smartphone e gli chiedeva se fosse quella la tipa con cui la tradisce. Lui le prendeva senza tentare grossi gsti di difesa e rispondeva ovviamente di no.

Sono rimasta interdetta.

Insomma, forse fa meno effetto di un uomo che picchia una donna.

Forse la ragazza non aveva tutta questa forza e i ceffoni non erano poi così dolorosi.

Tuttavia, è violenza anche questa.

Mi sono ricordata delle volte che ho visto schiaffi volare nei supermercati verso bambini irrequieti da genitori spazientiti. E nessuno mai che si sia azzardato ad intervenire. Nemmeno io.

E’ come se questo genere di cose pur avvenendo in pubblico trasporti immediatamente i soggetti in questione in una sfera totalmente personale e privata. Perché tu non sai, non devi impicciarti, così sono abituati, eccetera. 

Sicuramente, siamo giudici migliori quando ci troviamo dietro ad una tastiera.

Ieri assistevo ad un litigio in un gruppo Facebook che dovrebbe essere di aiuto ai cittadini nel segnalare e risolvere problemi della mia città. L’autore del post dava dell’ignorante a chiunque si opponesse alla sua tesi, che più a cercare di trovare una soluzione al problema, serviva semplicemente ad insultare il Sindaco per le sue mancanze. Come lui ogni giorno tanti utenti fanno allo stesso modo. Si lamentano e poi litigano con chiunque osa rispondere qualcosa di logico e razionale.

Dal momento che ne avevo lette troppe, sono intervenuta cercando di spiegare la differenza tra un gruppo di segnalazione ed uno di propaganda politica. In più ho lanciato l’idea di creare un gruppo seriamente moderato dagli amministratori in maniera da non diventare un altro monnezzaio di insulti e lamentele di cittadini frustrati. In pochi hanno risposto favorevolmente. La vice-bullo del gruppo mi si è attaccata ai sensi sbagliati di ciò che dicevo con un’ottusità triste e ridicola.

Tempo fa se la presero con il Sindaco per le cacche dei cani sparse sulle strade e nemmeno una parola verso i loro concittadini incivili. Anche li mi ci attaccai, ma servì a poco.

Intanto però mi chiedo ancora cosa avrei dovuto fare se mi fossi trovata in persona di fronte alla scena della fidanzata gelosa. Se avessero litigato a casa loro nessuno l’avrebbe mai saputo e pace. La dimensione pubblica, però, essendo appunto pubblica, ci tira davvero sempre in causa? Il limite forse sta nell’intensità della violenza e in ciò che potrebbe diventare ‘denunciabile’ perché viola in qualche modo la legge. Il che significa stare a guardare, fino ad un certo punto, per non beccarle a tua volta.

Questo insomma per dire che c’è seriamente qualcosa che non va se litighiamo con gli estranei sul web e per strada no. Se filmiamo l’accaduto e poi lo commentiamo al sicuro da dietro ad un pc.