Futuro di Settembre

picture by yaoyao

Questo è stato uno di quei giorni strani nei quali accade che decido di non sbrigare una commissione e restare più tempo a letto del previsto per un consiglio ricevuto in sogno e poche ore dopo cerco di dimostrare all’azienda X che insomma le mie capacità decisionali, le mie attitudini al problem solving e alla precisione e la mia voglia di affrontare draghi, burroni profondissimi e cavalieri senza macchia sotto stress e senza aiuto alcuno siano esattamente quelle che loro auspicano che io abbia.

Se fossi davvero una brava Manager almeno di me stessa adesso sarei a letto a ricaricare le energie che mi serviranno domani. Invece sono qui perché all’ultimo minuto mi è venuta voglia di scrivere.

Più di tutto ho pensato che fosse assolutamente necessario appuntarmi la sensazione che ho provato quando ho tirato fuori dalla busta della spesa il fascio di prezzemolo e basilico che il fruttivendolo mi aveva regalato. Ha riempito l’aria di un profumo familiare, intenso e così verde.

E poi ho pensato che in fondo è soprattutto merito dell’aria, che è quella di Settembre, che ci restituisce gli odori, perché è fresca e aperta e libera e non soffoca la pelle e i pensieri. Poi torneranno i colori degli alberi e dopo ancora i riflessi delle luci delle auto nel traffico sull’asfalto bagnato di pioggia.

E mi sento come se di nuovo avessi quella specie di pass per entrare dietro le quinte del tempo, con le impalcature che reggono le facciate dei giorni, alcune in lontananza ancora abbozzate, altre più vicine ormai quasi complete, con mucchi di persone al lavoro e una tizia strana con degli auricolari e dei fogli di carta tra le mani che si muove più veloce degli altri da una impalcatura all’altra. Si costruisce, si pianifica e ci si da’ appuntamento per l’indomani senza sperare che la notte non finisca mai.

E’ la cosa più simile al futuro che abbia percepito da non so quanto tempo.

Tempi di psicologia?

Negli ultimi mesi ho letto tantissimi articoli di psicologia.

Sentivo dentro qualcosa che sbuffava e imprecava distraendomi e bloccandomi, credo non sapesse quali domande mettersi addosso per mettere piede fuori dalla mia testa e la vedevo star lì ore e ore allo specchio a provarsi parole su parole perché non si piaceva mai.

Avere delle domande belle, forti e sicure di sé invece è già un gran bel punto di partenza. Poi la curiosità fa il resto. Ecco perché spesso e volentieri mi sono trovata sul web in cerca di spiegazioni, di nomi. Un concetto tirava l’altro e per ogni risposta mi appuntavo mentalmente altre due o tre cose da ricercare.

Ho capito verso quali pericolose deviazioni mi avevano spinta le circostanze. Ho capito quali conseguenze avevano avuto su di me i dolori e le sofferenze degli altri. Avevo fatto miei limiti e problemi di altri. Pian piano ho preso a pulire la mente e il cuore, ma pulire davvero, con acqua e stracci, a rimuovere strati di credenze, paure che nemmeno sapevo se fossero davvero mie. Vedevo riaffiorare desideri, colori e voglia di fare.

Ci è voluto tempo, si. Quel che è stato il presente, il quotidiano per tanti anni era diventato un bagaglio e anche molto pesante da dover sistemare da qualche parte prima di riprendere il viaggio. Ovviamente l’ho capito dopo. All’inizio mi sentivo anche in colpa perché continuavo a trascurare i miei impegni e a non fare grandi passi avanti.

Tra tutte ce n’è una di domanda che continua a mettersi di traverso sulla mia strada, mi ferma affinché le dia attenzione. Quando si vede qualcuno soffrire, in tutti i modi, e poi morire si apre una porta su un abisso, si salta su un diverso livello di percezione della vita. Intanto però gli impegni che hai lasciato sulla scrivania si sono impolverati e ti stanno aspettando. Formule, definizioni, centinaia di pagine di roba che non ti aiuteranno a trovare un senso a quel che è successo e che all’improvviso trovi incredibilmente inutili e stupide, a meno che, ovviamente, tu non sia ancora una studentessa che vive tra casa, università, amici e nient’altro. Come si torna sulla Terra, come ci si infila di nuovo nella normalità? Come si ritrova la speranza nel futuro? Ci riesco se riesco a non pensarci. Però non è una risposta.

Insomma oggi si può imparare tanto su se stessi. Mia madre o mia nonna di certo non avevano i mezzi ma nemmeno ci avrebbero mai pensato a fare introspezione, a leggere di Io, Es e Super-Io, di sindromi, interiorizzazioni, personalità e precarietà emotiva. Lo trovo estremamente importante. E’ una grande opportunità per non cascare negli stessi meccanismi, comportamenti autosabotanti e vivere con più consapevolezza e protagonismo la propria vita.

Giù dalla giostra.

Ci voleva una pandemia affinché scoprissi diverse verità.

Tipo, nelle circostanze in cui ci ha costretti il lockdown ho scoperto che l’uomo che ho amato per diversi anni non è solo e disperato come raccontava a tutti, ma ha una moglie o compagna o comunque una donna molto importante nella sua vita che lo sostiene nei suoi progetti. Ho capito che per lui ero solo una fonte di rifornimento narcisistico, esistevo per pochi minuti o poche ore, giusto il tempo di assicurarsi che ancora provavo dei sentimenti e non me ne ero andata. Poi lasciava i miei messaggi senza risposte e io finivo puntualmente in un vortice di tristezza che diventava rabbia che diventava senso di colpa che diventava di nuovo comprensione, attenzione e amore. Finché così da un giorno all’altro ho deciso di scendere dalla giostra senza nemmeno salutare. Ci avevo già provato altre volte ma passato poco tempo l’idea di non risentirlo più mi distruggeva. Non potevo immaginarmi senza nemmeno quel poco che avevamo. Non mi aveva mai promesso niente ma diceva di avere dei sentimenti per me e io ne avevo bisogno, ma non mi accorgevo di quanto sacrificassi di me stessa ogni volta.

E’ stato come osservare un animale nel suo habitat naturale e allo stesso tempo chiuso in una gabbia e adesso non so più chi è la persona che riuscivo a sentire sulla pelle e nella mente attraverso una connessione unica, antica e solo nostra.

In compenso so meglio chi sono io. Perché finalmente sento di avere della terra sotto ai piedi, di essere più salda, di riuscire a ribellarmi senza pentirmi, di avere diritti e desideri. Dio solo sa quanto avrei voluto vivere con lui tutto questo. Quanto mi sarebbe piaciuto ancora essergli vicina, trascorrere ore a pensare a nuovi modi di parlare del mondo, che ancora non avevo finito di svolgere l’orizzonte che avevo scoperto con lui.

Dunque ci voleva una pandemia per ricevere le risposte che potevano liberarmi dalle domande che si erano intrecciate nella rete sotto la quale ero finita per tutto questo tempo.

L’inconscio, i semi e le storie che tornano a splendere

L’inconscio è capace di fare davvero brutti scherzi.

In realtà di un fatto del genere dovrei essere contenta perché significa che il mio lavoro per riconnettermi con quella parte di me che avevo perso per strada sta funzionando. A volte però la cosa risulta anche inquietante.

E’ successo che l’altra notte in uno dei miei sogni dalle trame piuttosto fantasiose e surreali mi ritrovo sul ciglio di una strada e all’improvviso passa un piccolo autobus a velocità nemmeno troppo bassa, però con un trucco cinematografico degno di un thriller la mia visuale fa uno zoom al rallentatore e vedo, nome di fantasia, Titina. Titina era la mia migliore amica durante i primi anni di liceo, amicizia rovinata da sua madre che vide in me un pericolo ai suoi piani di fare di lei una candidata a qualche premio Nobel. A quei tempi non riuscii a reagire adeguatamente alla cosa, non la presi da parte per chiederle se in quella testa geniale avesse anche qualche briciola di personalità o un pensiero che fosse davvero suo, la vidi semplicemente andarsene pian piano e finire vicino a chi poi l’ha usata davvero.

Ieri sera ho rivisto un’amica per la prima volta dopo il lockdown. Mi dice, così di punto in bianco, che ha sentito il papà di Titina. Premetto che non stavamo parlando dell’argomento e forse non ne abbiamo mai parlato, io stessa non ci tornavo su da anni. Il papà le riferisce che Titina è in Svizzera, dove ho sempre immaginato che sarebbe finita.

Adesso, a trent’anni, posso figurarmi nella mente un dolore sordo. Sommesso, silenzioso, ma costante come il lavoro delle gocce d’acqua che scavano una roccia. Uno pensa che va bene così, che tenerlo per le redini significa gestirlo e controllarlo, ma in realtà ne sta soltanto trattenendo la forza che si sprigiona lo stesso ma più lentamente.

Allora in un periodo di riflessione l’Universo in qualche modo ti aiuta a ritrovare i pezzi, ma forse in questo caso i semi di qualcosa che poi è cresciuto nell’anima, lentamente ma tanto da diventare ingombrante e quindi invisibile se non per quelle volte in cui ti capita di provare la sensazione di essere una specie di impostore, di non essere abbastanza capace, di aver raggiunto degli obiettivi ma grazie alla fortuna o alle circostanze, di non meritarli davvero e che i prossimi sono condizionati da questo, dalla fortuna o dalle circostanze che con il passare degli anni sembrano pure abbandonarti.

Tolta l’ombra di piante indesiderate è tempo che racconti alle mie paure la vera storia di me stessa.

Sospiri è online!

Sospiri di [Giuseppe Mastroianni]

Mi fa piacere segnalarvi che da oggi è online il libro di un mio caro amico, Giuseppe Mastroianni, di cui vi ho parlato già qui.

Sospiri è una raccolta di poesie, un lavoro durato dieci anni e che finalmente vede la luce, è scaricabile gratis fino a domani sera 5 Luglio a questo link —> Sospiri e senza aggiungere una parola di più, per adesso, vi lascio anche la descrizione, nel caso vi possa incuriosire!

Sospiri è una raccolta di poesie frutto di una ricerca espressiva durata dieci anni e un giorno. In essa gli amanti e le condizioni  si cercano, si amano e si odiano, danzando in un’estate che brucia lasciando testimonianza attraverso la scrittura.Come passi di un percorso, le pagine del libro si alternano attraverso esperienze, stili e tematiche che vanno dall’amore alla vita, dai diritti sociali al misticismo dei supermercati fino alla vaporwave e alla bellezza della sinestesia e dell’assoluto. In questo modo, ogni poesia prova ad affrontare e codificare il linguaggio complesso dei sentimenti e dei rapporti al fine di trovare un senso al caos, dando voce alle cose che vorremmo dire e che non facciamo.

ComeDiari #18: Chilometri di tempo.

Non ricordo il giorno in cui l’ho deciso. Anzi, in realtà non è stata una decisione presa in un giorno soltanto, quindi ricordarlo sarebbe un esercizio inutile della memoria. E’ stato un po’ come quando sei in ritardo alla stazione, il treno è già fermo alla banchina e le porte stanno per chiudersi da un momento all’altro. Allora ti avvicini alla prima, che è l’ultima del convoglio, pronta per salire su. Poi pensi che se affretti il passo forse riesci a raggiungere la porta successiva con il vantaggio di evitare la folla che si è creata in fondo al treno. Arrivi alla penultima porta, ma di nuovo ti stuzzica l’idea che correndo un po’ ce la fai a salire sulla carrozza centrale dove aumentano le probabilità di trovare un posto a sedere. E così via, corri di porta in porta, finché il fischio del capotreno ti ricorda che devi prendere una decisione e salire.

Mi sono ritrovata a correre sulla linea del tempo, di giorno in giorno, senza fermarmi. Non è da me e sinceramente non credevo nemmeno di avere tutto questo fiato. Far mente locale per rendersi conto di quanto fiato sia rimasto nei polmoni è una cosa che di solito fa chi ha deciso da subito quanto lontano vuole andare. Insomma, lo fa chi ha una destinazione. E’ la differenza tra chi viaggia e chi invece scappa e io non avevo idea di dove sarei voluta arrivare.

Ho sempre trovato che la fuga sia un’alternativa tra le peggiori. Sono una che resta fino alla fine, il che però forse dipende più dal fatto che faccio fatica a riconoscerne una e questo è il motivo per cui il mio inconscio ce l’ha a morte con me e mi mette i bastoni tra le ruote in continuazione.

Giorno dopo giorno mi sono accorta di aver messo una distanza tra me e quella brutta sensazione. Una distanza temporale. Quella vera, fisica, c’era già e l’avevo già invano combattuta. Io non mi accorgo nemmeno di quando qualcosa mi ferisce nel profondo. Se me ne accorgo in genere ci metto tempo, altrimenti uso quei cieli neri per appenderci le stelle come più mi piace. Ieri ho fissato un punto azzurro sopra i palazzi della mia città e mi è preso un colpo quando mi sono resa conto che da quel punto l’Universo mi osserva una volta ogni ventiquattro ore e che quindi non è fisso, altroché, il cielo è l’inganno più riuscito della Natura.

La sensazione era ed è ancora che non sarebbe mai cambiato niente.

Sarei rimasta invisibile e incastrata in un eterno eccitante inizio a cui non seguiva niente. Avrei continuato a sperare di vedere, toccare, sentire quella persona così come si era presentata all’inizio. Mi ero ritrovata ad inseguire parole e gesti che esprimevano desideri e sentimenti per me, a dipendere da quelle brevi e intense felicità, intervallate da silenzi lunghissimi, incomprensibili, dolorosi. Mi dicevo ogni volta che forse non avevo usato le parole giuste, che dovevo amarlo meglio. Insomma, che era colpa mia se di nuovo se ne era andato.

Avevo arredato così bene quel cielo che quando sentivo la sua mancanza mi bastava guardare le stelle per sentirmi vicina a lui. Le ripassavo una ad una con lo sguardo, l’avrò fatto decine e decine di volte. Ogni tanto di notte mi capita di risentire la magia che pensavo ci unisse, che lui diceva ci unisse.

Quando mi sveglio però tutte le sensazioni implodono nel petto schiacciate dall’evidenza dell’esperienza. E fa male.

Quando la quarantena ci ha rinchiusi tutti ognuno nella propria tana ho potuto notare che la sua non faceva poi così schifo come raccontava. E la differenza tra ciò che è e ciò che pensavo che fosse si è fatta così evidente che non sono riuscita a fermarmi più. La dissonanza aveva un’unica spiegazione, quel che dice non coincide con quel che è. Lui non esiste. Ho corso ancora e cercando di non guardarmi indietro. In fondo sarebbe stato contro natura restare ancora a lungo immobile nel suo cielo.

Mostro e adesso cosa faccio?

Ho trovato in rete questo piccolo fumetto e dice tanto, davvero tanto, anche con le immagini. È una conversazione assurda, ma vera e intima e delicata. Mi ha colpita molto. Buona lettura.

Andrà tutto, beh.

Le volte che mi capita di vedere una gara di corsa con ostacoli non riesco a trattenermi dal provare una serie di sensazioni miste tra ansia, brividi e stupore. Un po’ come se nel mondo così come se lo aspetta il mio cervello non esistesse la possibilità di saltare così in alto, così tante volte, senza che l’atleta non incappi anche per un micrometro nell’ostacolo e non finisca per rotolarcisi insieme sulla pista in un susseguirsi di capriole scomposte che potrebbero coinvolgere anche gli altri partecipanti.

Spesso invece, quando chiudo gli occhi e provo ad immaginare qualcuno scendere una rampa di scale non riesco a non immaginarlo mentre mette un piede in fallo dopo il terzo o quarto gradino.

C’è invece quella cosa bellissima, di una bellezza unica, quella per cui le azioni e i pensieri, i sorrisi e le pause, il giorno e la notte si infilano uno dietro l’altro come perline ordinate nella linea del tempo. Nessuna ansia che accelera il meccanismo, nessuna paura che lo rallenta. Nessuno spargimento di perline qua e là che richiederà tempo extra per rimettere tutto a posto.Ripensare, capire, riunire frammenti di ricordi, catalogare, ordinare per data, riassegnare emozioni, motivazioni, scelte. Un casino.

Forse esiste una parola per descrivere questo, ma la stanchezza mi sta prendendo e non mi viene proprio in mente. In realtà ci sto pensando da giorni. Sapete, lo sforzo che porta al risultato, le pagine di un libro che si accumulano sul lato sinistro. I piccoli passi, i piedi messi bene uno avanti l’altro, senza fretta, senza perdere l’equilibrio e soprattutto, senza allontanarsi da sé.

Spero non siano state tutte le canzoncine e le pubblicità andrà tutto bene a fregarmi – non credo, la mia immaginazione continua beatamente ad incepparsi – però ecco, riscoprire che le cose possono corrispondersi, come i gradini e i piedi, i salti e gli ostacoli, l’impegno e i risultati sssth, senza urlarlo troppo in giro, mi ha fatto sentire bene, un bene semplice, fresco. Normale.

Soltanto, grazie.

“Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contradetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l’affetto tra esseri completamente diversi.”

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volareLuis Sepulveda

Vuoto per pieno, Pasqua.

Picture by margherita_grasso

Una signora bionda sulla settantina si ferma sotto al balcone al primo piano del palazzo di fronte al mio. Credo sia la seconda o terza volta. Aspetta un po’, poi alza lo sguardo e sorride al suo nipotino. Come stai, hai fatto i compiti, come sei bello tesoro mio. La prima volta le sono passata accanto mentre andavo a fare la spesa, poi mi è capitato di rivedere la stessa sequenza di azioni direttamente dal mio balcone. Un signore anziano qualche piano più su invece apre le porte degli infissi con slancio e si appoggia alla ringhiera. A volte va su e giù per il balcone. Cerchiamo implicitamente di approfittare con lo sguardo di spazi di mondo diversi. In un altro balcone ancora due bambini giocano con la palla e in quello del palazzo alla mia destra ogni tanto la famiglia si riunisce chiacchierando in quello che sembra uno spazio comune, diversamente dall’interno della casa, forse, dove ognuno ha il suo da fare. Solo la donna più anziana porta la mascherina e cerca di farsi ubbidire dal cane che le gironzola intorno.

Le abitudini si adattano agli spazi ristretti e questa settimana ho capito che vale anche per me, nonostante all’inizio sentissi poco il peso delle restrizioni. C’è un altro spazio che al contrario sembra allargarsi, agguantando centimetri su centimetri ogni giorno approfittando che non ci sia quasi nessuno in giro a guardare, curiosare, giudicare. Mi chiedo se forse non sia meglio così e mi sorprendo nel pensare ogni tanto che il dopo mi fa un po’ paura. Non voglio che al via libera qualcuno apra con slancio le porte del mio mondo ficcandocisi dentro e rimettendo in disordine tutto, dopo lunghi giorni passati a rassettare, catalogare, a far prendere aria a quegli angoli dell’anima dove non si accende mai la luce per tenerli nascosti e al sicuro dagli altri. Per non parlare di tutti quei padiglioni nuovi di zecca che sto cercando di attrezzare con fonti di energia rinnovabili in maniera che vadano da sé anche quando sarò troppo occupata per curarli per bene. Non voglio che arrivi la folla, la confusione, il dubbio, l’invidia o la paura a sciuparli.

Questa sera ho visto alla TV una Basilica di San Pietro vuota, ma per esempio, per la prima volta non mi sono vista come da fuori. Insomma, quando è piena di gente per forza di cose te che la guardi da lontano sei fuori. Adesso che è vuota, mi sembra di esserci, di essere lì dentro.

Io che non sono particolarmente religiosa, che quando capito a Messa mi lascio distrarre dal cappello, dalla borsa che cade, dal colpo di tosse, dal freddo, dal caldo, dall’eco, dalle sculture, mi godo questo vuoto che è pieno, questo escludere che include.