*… Il Gioco Dei Perchè …*

Da piccola adoravo tormentare chiunque mi capitasse a tiro, abbastanza paziente, con il gioco dei perchè. Non so se esiste davvero e se lo conosce qualcun altro, oltre mio fratello e me. Consisteva nel fare all’altra persona una domanda, una qualsiasi, anche stupida, a patto che iniziasse con perchè. Ricevuta la risposta, si partiva con un’altra domanda inerente ad essa e sempre iniziando con perchè. E si andava avanti all’infinito, finchè l’altro non avesse perso la pazienza o si finisse su questioni del tipo chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo o al contrario su risposte totalmente inventate e surreali, ridendo come matti. E poi si ricominciava, sempre che non fosse giunto prima un inizio di mal di testa. La durata del gioco dipendeva dall’impegno che l’altro ci metteva a dare le risposte, perchè il domandare era solo un continuo mettere in discussione ogni sua affermazione.

Non so se fosse più divertente vedere gli adulti arrabattarsi nel tentativo di dire cose che fossero il più intelligente possibile o il ricevere risposte a domande che, quando hai meno di 10 anni, per te rappresentano il mondo intero.

Più si va avanti, però, meno persone trovi disposte a giocare con te. Perchè non sono concesse le domande stupide o perchè la pazienza di rispondere si è esaurita già da un pezzo. O forse perchè non vogliono e basta, secondo modi di pensare del tutto personali. Che però a te tolgono qualcosa. Ti spengono. Come accadde con il mio prof di matematica durante l’ultima interrogazione prima dell’esame di Stato. Mi mise davanti una funzione difficile di cui fare uno studio. Non ne avevo mai vista una del genere, ma lo portai a termine e mi chiese di disegnarne il grafico. A quel punto, però, esaurite energie mentali e capacità di improvvisazione, non sapevo che fare, non avendo idea di come si rappresentasse una funzione che vedevo in quella sede per la prima volta. Lui mi guardò, pieno di ammirazione e mi disse che ero stata brava, davvero, e che lui non aveva bisogno d’altro. Andava benissimo così e prese il foglio da sotto al mio naso. Mi mise un voto decisamente alto e mi congedò. Io non mi mossi. Volevo sapere. E che cazzo. Conclusa l’interrogazione dimmi almeno com’è che si faceva. Si rifiutò, sempre sorridendo come se nulla fosse. Lui era contento di come me l’ero cavata. Io soddisfatta, senza dubbio, però mi sentii come se mi avessero chiuso in una scatola. Questo è quello che ti è dato sapere, non di più, cercati qualcun’altro che te lo spieghi.

In momenti così si innesca uno strano meccanismo, non del tutto volontario. Perdi una risposta, perdi anche la tua prossima giocata. Hai il colpo in canna, ma preferisci non sparare. Conservi il prossimo perchè per un’altra volta.

La volta in cui un nuovo prof, questa volta nella grande e sconosciuta università, nella quale nessuno che conoscevo aveva mai messo piede, la scatola la riapre. E mi sentii come se mi fosse concesso di respirare di nuovo. Era concesso capire e andare oltre i propri limiti. Un massimo assoluto non credo che esista, ma in maniera relativa puoi sempre, sempre spostare i tuoi limiti un po’ più in là. Nessuno, mai, ha il diritto di tracciare una linea a terra e dirti che oltre quella non puoi andare, perchè l’ha deciso lui.

Alcuni perchè, invece, li annoti a fine pagina, vicino ad un’equazione o una parola scritta di fretta di cui non hai capito bene il senso. Li lasci lì ad aspettare, non c’è tempo. Avranno il loro momento di gloria, si, ma non subito. C’è da correre, prendere il treno o il pullman e tornare finalmente a casa. Qualche volta si accumulano, qualcuno va dimenticato o si riorganizzano a formare un perchè più grande. L’avranno fatto per ripicca, pensi. Sono pure permalosi. Mai provare a sottovalutarli. Finiscono a giocare tra loro, mai però a trovare una risposta quando riapri il quaderno, eh.
Qualche volta giochi da sola. Alla Marzullo. Fatti una domanda e datti una risposta, pure. Quando il ‘gioco dei perchè’ in solitaria resta l’unica alternativa e al massimo ci sono Google e Wikipedia che ti fanno compagnia.

Dopo un po’ di tempo si acquisisce una certa esperienza, e si sa anche quando non puoi più portarli con te. -E’ pericoloso- gli sussurri. -Voi restate qui, io vado in avanscoperta. Mi becco qualche mazzata e casomai torno a prendervi. State buoni. Qui serve furbizia, duttilità ed intraprendenza. Non fate quella faccia, per favore. E no, non ci provate nemmeno. Occhiali scuri e cappello funzionano solo nei film. E la borsa è già strapiena, non c’entrate. I tipi come voi lì rischiano solo di farsi ammazzare, ed io insieme a voi. Se mi date retta possiamo farcela-.

Vai, non prima di averti strappato la promessa che non accada più. Lo sanno che senza di loro il mondo si ferma. Niente cambiamenti, niente scoperte. Niente conoscenza. E hanno l’indole ribelle, non si possono tenere a bada molto a lungo. Nel migliore dei casi ce n’è sempre uno che continua a saltellarti intorno e tira i vestiti e ti costringe a seguirlo. Guai a decidere di smettere di giocare.

E a proposito, l’unica risposta non ammessa è non c’è un perchè. Quello in questione s’incazza, e poi son fatti tuoi.

LADY JULIETTE2

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