*… Immagini …*

Eri tu lì, dannazione. Eri proprio tu.

Le cose cambiano d’aspetto sotto una luce diversa. Anzi, senza, non le vedremmo proprio. La luce definisce i colori. E i confini, i contorni, le forme. E nemmeno si mostra per intero agli occhi. Si nasconde in lunghezze d’onda che loro non possono percepire. Quando le pare ci gioca e nei tuoi ci finisce a tradimento, all’improvviso e loro se la prendono, eh. Scende una lacrima. Che porta con sè un po’ della matita nera che sfidando il caldo era rimasta attaccata, fedele, alla pelle.

Maledetto raggio di sole. Quelli lì erano i tuoi capelli. Il tuo profilo. Il mento e la barba e la testa un po’ inclinata e le mani che gesticolando accompagnavano le parole. E quella perfino una camicia che dovevo averti visto addosso una di quelle volte che il cuore s’è perso un battito tra le aiuole ai lati della strada adiacente. Se ne è persi parecchi, in realtà. Un po’ perchè aveva imparato e guidava i passi per trovarsi lì, in quel punto e in quel preciso istante. Altre volte ci finiva davvero per caso. Con tutto ciò che per caso vuol pretendere di significare. La parola coincidenza deve averla inventata quel furbo lì. Tanto per levarsi dai casini. Se solo si sprecasse a dare una spiegazione logica, ogni tanto. Invece no, coincidenza è perfetto. Così lui non c’entra nulla. Tu ti ritrovi lì e non sai perchè. Non è colpa di nessuno, o di nessuno che rientri in quello spettro di luce visibile, almeno.
Colpa, poi. Suvvia, casomai merito. Perchè tante volte quel sorriso, in beffa alla luce, illuminava tutto in maniera più forte e più bella. Alla faccia dei fotoni. Se ne sarebbero pure potuti tornare a casa loro, qualche migliaio di chilometri lassù.

L’immagine che mi era apparsa davanti eri tu, seduto al’ombra del gazebo, in strada, parlando con qualcuno al tuo fianco. Di lì a pochissimi metri avrei cercato anch’io un posto all’ombra e chissà, uno sguardo. Dove gli occhi non arrivano ci pensa la testa a metterci una pezza. A completare l’immagine. Come se ci fosse una zona buia che deve sembrarti così inopportuna che in automatico, voilà, è lì che appare il pezzo mancante del puzzle.

Mezzo metro. Mi chiedo pure che ci fai lì, che nemmeno ti ci avevo mai visto in quella pizzeria. In effetti altre volte mi sono chiesta, mentre appena mi rendevo conto di esser sveglia e che un raggio di sole filtrato dalla persiana ancora abbassata tentava di convincermi che fosse già mattino, che ci facevi lì. Lì, quel luogo assolutamente libero di inventarsi idee di spazio e tempo o di sentirsi così stretto ed imbrigliato in esse da potersene fregare altamente, lasciando a te l’ingrato compito, appena aperti gli occhi, di collocarti di nuovo in un qui e un ora. Che ci facevi tra immagini senza senso, volti inventati e altri un po’ meno, nonostante fosse da tempo oramai che mancavi anche dai sogni ad occhi aperti.

Un istante. Giusto il tempo che quel raggio di sole rimbalzi via dai miei occhi. Giusto il tempo che, passando una mano tra i capelli mossi dal vento, mi accorgo che non ci sei più.

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