*… 300 km/h …*

Si voltò e vide il proprio riflesso nel vetro del finestrino. Le piacquero i propri capelli poggiati in quel modo sulla spalla destra. L’intento in realtà era quello di guardare fuori. Il display lì di fronte continuava a vantarsi di quel numero così grande e lei voleva a tutti i costi capire. Voleva capire quel numero. Voleva rendersi conto di quanti fossero davvero 300 km/h. Possibile mai che stesse andando forte quanto una Ferrari e tutto ciò che riusciva a percepire fosse un dolce e sicuro dondolio? Sapeva, si, di tutti i motivi per cui non poteva che essere così, ma cavolo non potevano aver creato un sistema così perfettamente ovattato che oltre che dai sobbalzi, da spiacevoli conseguenze del moto inerziale e dal possibile perforamento dei timpani, tenesse al sicuro anche dal provare un qualche brivido. Perciò iniziò a concentrarsi su qualunque cosa fosse anche leggermente illuminata per cercar di fissare nella mente quanto poco tempo poteva passare tra il vederne una e l’altra successiva. Almeno.

Una cosa però l’aveva capita. 300 km/h erano abbastanza per lasciarsi indietro qualsiasi pensiero troppo pesante da riuscire a correre veloce così. Peccato che ne accorse soltanto quando li vide tutti lì sulla banchina organizzati in un comitato di bentornata a casa, anche se ebbe il sospetto, per un momento, che se solo il suo soggiorno fuori città fosse durato un po’ in più quelli di certo avrebbero trovato un modo per partire e raggiungerla. Pesanti proprio in tutti i sensi. La maggior parte erano domande. E poi dubbi, paure. Ovunque si girasse vedeva cose che stavano cambiando per non tornare ad essere mai più le stesse che conosceva. Quel mai lo metteva lì lei delle volte, altre spuntava fuori dal nulla, o da una lacrima. E lei? Doveva cambiare anche lei? Doveva litigare ancora o fregarsene o trovare un qualche equilibrio o essere se stessa o fare la prima cazzata che le veniva in mente o chissà cos’altro? Desiderava follemente un abbraccio, ma intorno a sé non aveva le braccia giuste. Non erano risposte ciò che cercava. Sperava solo che potesse tenerla abbastanza forte da evitare che il vento se la portasse via. Dentro di sé poi avrebbe trovato tutto il resto. A quei pensieri le batté forte il cuore.

Fece pure parecchio rumore, perché si ritrovò a riaprire gli occhi che nemmeno s’era accorta di averli chiusi. Si guardò intorno e le parve che per fortuna nessun altro avesse sentito.

Giusto in tempo.

Il display le suggerì con gentilezza di tenere una sciarpa a portata di mano e le diede l’arrivederci sperando di rivederla al prossimo viaggio. Lei sperò di poter viaggiare più spesso.

Sorrise, infine, lanciando un rapido sguardo ai bagagli per esser certa di averli tutti a portata di mano pochi istanti prima di scendere dal treno. Per non dimenticare nessuna delle poche importantissime cose che portava sempre con sé. La fece sentir bene l’idea che da quel momento in poi sarebbe stata più consapevole del fatto che, sulla soglia di qualsiasi piccolo o grande cambiamento, avrebbe potuto semplicemente fare la stessa identica cosa.

 

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*… Ginny …*

Quella volta che mi chiedesti per gioco chi sarei voluta essere tra Hermione e Ginny, io risposi senza dubbio che avrei scelto la prima. Non trovavo ci fosse niente di meglio che essere la migliore amica di Harry, intelligente, astuta e decisamente più carina. E pensai che ne avremmo discusso, certa l’avresti scelta anche tu. Eravamo fatte della stessa pasta, in fondo, nonostante tu sfidassi le aspettative nei tuoi confronti, io me stessa. Tu scegliesti Ginny, invece. La  sua fidanzata. Secchiona ti ci sentivi già troppo, per desiderare di esserlo anche in un mondo inventato. Invece di farmi qualche domanda, tra me e me cantai vittoria per aver conquistato il posto al quale ambivo di più senza troppi sforzi. –La fidanzata, roba da femminucce– pensai. E poi alla fine son stati bravi ad illuderti che saresti potuta esserlo davvero. E ti hanno usata. Io soffrivo da morire nel vederti intrappolata tra le loro bugie senza poter far niente. Perché mi avevi allontanata tu. Che poi allontanata è dir poco. Da un giorno all’altro mi buttasti via come fossi la brutta copia di un compito appena ricopiato in bella. Quando trovai il coraggio di parlarti mi rispondesti –Boh, niente, sai le persone cambiano, le situazioni cambiano e a me nemmeno piacciono i cambiamenti-. Quasi volessi scusarti del fatto che all’improvviso di me non te ne fregava più niente. Non riconobbi la tua voce. Tirai contro il muro un tuo regalo e vidi in quanti pezzi era finita la fiducia che avevo in te. Capii che non ti avrei più disturbata e da allora non sappiamo più nulla l’una dell’altra. E’ solo che ogni tanto ripenso alla tua risposta. Non ebbi molto da risponderti al momento. Volevo solo che non te ne andassi via. Tanti anni fa.

Le situazioni possono cambiare, si. Le persone non cambiano invece. Le persone si conoscono. Se non ti ho più riconosciuta è solo perché non ti conoscevo abbastanza, non ti conoscevo a fondo. Non è vero che da un giorno all’altro si cambiano caratteri ed interessi. Non ci si comporta da perfetti estranei all’improvviso. Dipende tutto dalla luce che ci illumina. Al suo variare, si appare diversi. Si brilla diversamente, fuggono via ombre, se ne creano delle altre. E non credo si possa identificare il crescere, l’evolversi, con il cambiare. Le prime due cose avvengono così lentamente da non giustificare comportamenti all’improvviso così diversi da quelli ai quali ci si abitua. Nemmeno tu conoscevi me. Sapevi per cosa mi arrabbio o per cosa provo orrore, o come reagisco ad una sconfitta, con quale colore di capelli non sarei mai voluta nascere? Avresti saputo leggere ansia o imbarazzo o dolore sul mio volto? Sapevi che ti odiavo quando mi costringevi a giocare a scacchi a memoria? Sapevi qualcosa di me che non conoscevo neanch’io? E per di più sono certa anche del fatto che le persone non si cambiano. E’ stupido credere che sia possibile. E non è nemmeno giusto. Non ci si sveglia una mattina iniziando ad essere diversi da se stessi. E se capita, non dura. Se si diventa diversi è perché ci si sente ispirati a farlo, al massimo. Può capitare di vedere in un altro qualcosa che ci manca, qualcosa che ci completa e sentire quella spinta fortissima a voler rendersi una persona migliore. Esistono persone di cui basta la sola presenza per riuscire a vedersi speciali e unici. Persone che ti fanno stare bene. E potresti esplodere di vita quando ci sei accanto. Quando la tua anima le è accanto abbastanza. Quella distanza non può che restare costante se manca la volontà di conoscersi. E in quella specie di cortile interno si alzano muri che, certo, si possono perfino abbellire con piante rampicanti, ma sempre muri restano. Che non hanno nemmeno un mattoncino fuori posto per permettersi di scambiare qualche parola di tanto in tanto. Si resta ai due lati diversi di troppe domande, troppi dubbi, troppe cose non dette, non capite. Senza comunicare poi, accade una cosa strana. Non ci si parla eppure si cerca di capire ugualmente. Di comprendere cosa accade. Darsi una spiegazione. Allora si inizia a fare qualche passo indietro. Ci si allontana come quando si vuole scattare una fotografia ad un panorama molto ampio. Per cogliere quante più cose è possibile. Si riesce anche nell’impresa, si, ma la distanza diventa man mano sempre più grande. Si va letteralmente e inesorabilmente via.

E chissà, mi chiedevo, anche, tra le altre cose, sapevi almeno che avrei scelto di essere io Ginny, fosse stato per farti felice?