Almeno Credo Sia Così

Quando si apre il proprio cuore è inevitabile che ne escano anche paure e insicurezze. Ne dovrebbe venir fuori il conoscersi, il guardarsi davvero senza difese. Per gran parte di tratta di intuizione, sensibilità. Per un’altra parte, pur importante, di confronto. Almeno ci provo.

 

penvriend

 

“Io non lo so
quanto tempo abbiamo
quanto ne rimane
io non lo so
chi c’è dall’altra parte
non lo so per certo
se ogni nuvola è diversa
so che nessuno è come te

io non lo so
se è così sottile
il filo che ci tiene
io non lo so
che cosa manca ancora
io non lo so
se sono dentro o fuori
se mi metto in pari
so che ogni lacrima è diversa
so che nessuno è come te

sono sempre i sogni a dare forma al mondo
sono sempre i sogni a fare la realtà
sono sempre i sogni a dare forma al mondo
e sogna chi ti dice che non è così

e sogna chi non crede che sia tutto qui …”

*… Semplice, Ma Non Troppo …*

Ecco, tanto per cambiare, riflettevo. Troppe cose che non riesco a capire. Troppe domande. Nessun senso di pace interiore, energia cosmica e/o pensiero minimamente zen che mi tenga ferma in un solo posto, che plachi la confusione o la distragga con qualche gioco di prestigio. Che la tenga buona per un po’ per darmi modo di dedicarmi anche ad altro. Che mi faccia star bene abbastanza da far trascorrere almeno una giornata senza che controlli di continuo l’ora. Come se avessi paura di perdere qualche risposta che magari potrebbe passare proprio in quel minuto, a bordo di quel vento che le foglie trovano divertente, ma i miei pensieri no.

Mi sono ritrovata a parlare con dei perfetti sconosciuti dei dubbi che ho, presi a caso tra tutti quelli che aspettavano con me il passare di qualche parola risolutiva, che fosse convincente abbastanza da portare i passi verso un’altra fermata, quella successiva di solito. Si perchè ne vedo diversi a volte che invece scelgono di tornare indietro trascinati da curiosità che il passato tende sempre a nascondere tra i cassetti della cucina come una persona anziana spaventata dall’idea che nessuno vada più a trovarla nell’ansia di dover correre tutti in avanti, chissà dove. Che, nel dubbio, ‘avanti’ è giusto, fa tanto pensiero positivo. Ho provato a parlare con loro, a far domande, nella possibilità che qualche risposta l’avessero beccata già prima di me, ma invano. Hanno compreso e condiviso ciò che avevo da dire ma poi sembrava non ne sapessero più di me. Le ho salutate e sono andata avanti per conto mio ancora guardandomi intorno. Nel caso arrivasse un’indicazione qualsiasi. Mura di altre case raccontavano di ciò che è stato, ma non hanno saputo dirmi se quello fosse il posto giusto dove restare e se si, per quanto tempo. Così come vorrei sapere quanto tempo bisogna restare in una certezza prima che diventi pregiudizio.

Esistono confini nella comprensione? Cioè, arriva un punto in cui c’è da pensare ti ho compreso fin troppo adesso vorrei essere compresa io come se si trattasse di un senso unico alternato, oppure è un qualcosa che viene dallo stesso posto dal quale viene l’amore che vive dell’esser dato soltanto? Ho perso il conto delle tempeste nelle quali sono finita insieme a persone che ho qui intorno che invece di risposte cercavano in ogni modo di togliersi le responsabilità delle proprie scelte. Chiamano incomprensione ciò che io ho imparato ad identificare come vittimismo. Allora poi nel bel mezzo di una tempesta ci sono finita da sola, questa volta non in senso metaforico, il mio spavento è finito prima di lei e mi sono resa conto che ogni cosa che accade al di fuori di noi, dietro ai nostri occhi può diventare tutt’altro.

Quindi è vero che le persone possono fare delle scelte e che queste in qualche modo possono far male agli altri. E’ anche vero però che il ferirsi o meno quando arrivano troppo vicine dipende molto da se stessi. Allora se il tutto si riduce ad una dimensione così personale, così compresa nei confini della propria testa, io credo che la questione diventi com’è che io vorrei essere. E’ ovvio che qui io rifletto soltanto e non è detto che sia tutto così facile, anzi. Si reagisce d’istinto il più delle volte. So che non voglio diventare diversa da ciò che sono per colpa di altri che hanno deciso di andare avanti per la propria strada armati fino ai denti pronti a prendersela perfino con chi non potrebbe mai fargli del male, come me. E se occorre difendersi, come si può capire? E così ogni cosa va in frantumi. Le tempeste distruggono.

Intanto che aspetto risposte, immagino. Io immagino che esista una specie di equilibrio nel quale certe cose come l’amore e la comprensione trovino essenza e vita nell’esser date mentre si rinnovano per ripartire con più forza quando vengono accolte e ricevute. Niente di platonico o a senso unico. Non si pretendono, non si chiedono e meno ancora, si elemosinano. Piuttosto, se tutto ciò nasce spontaneamente allora le persone intorno a sé sono quelle giuste, per una chiacchierata sotto ad una pensilina o perfino, magari, per viaggiare un po’ insieme. E cavolo, quanto ho da imparare ancora.

Ancora un altro cielo

[Originally posted on A Più Mani]

Per l’ennesima volta tirò dentro la testa sospirando. Chiuse le imposte della finestra e fece per dirigersi verso un altro cielo, che pure ormai le era familiare. Era diventata un’abitudine. Controllava sempre, ogni sera. Una volta fuori, una volta dentro. Fuori alzava il mento verso la notte, dentro abbassava leggermente lo sguardo cercando di guardarsi dentro. Il fatto è che aveva perso una stella. L’aveva persa davvero. Qualche volta faceva finta di niente, provava a distrarsi, a non pensarci più, altre invece abbandonava ogni tentativo di resistere alla voglia matta di cercare e cercare ancora, sperando di ritrovarla, da qualche parte. Non le sembrava giusto smettere. Tuttavia non le sembrava giusto neanche ostinarsi. Era certa di poter fare ancora qualcosa, da un lato e sapeva anche che le cose quando si perdono a volte lo fanno per non farsi ritrovare più, dall’altro. Se solo non le fosse mancata da morire, pensava, sarebbe stato tutto più facile. La cosa bella era che lei non sapeva nemmeno di essere una stella. Se solo fosse riuscita ad intravederla una volta ancora avrebbe provato a dirglielo. Dirle che era una stella. Immaginò la sua reazione. Avrebbe sorriso abbassando gli occhi da un lato senza crederci. Per lei lo era però. Vicino a lei si sentiva esattamente così come le piaceva essere. Bastava fosse se stessa soltanto e lei era in grado di vederne la luce che le permetteva di cacciare le ombre che ogni tanto si ammucchiavano nel cuore, come polvere. Finito di fantasticare su come sarebbe stato sentirsi ancora una volta avvolta da quella luce, circondata e abbracciata e inebriata di un qualcosa che non sapeva chiamare con altro nome se non vita, si rese conto che anche quella sera la sua ricerca era andata a vuoto. Che poi qualche volta era anche colpa delle nuvole o della tristezza. L’indomani avrebbe provato di nuovo. Avrebbe guardato di nuovo tra le altre stelle, poi nel proprio cuore e poi chiuso gli occhi. A quel punto, se per caso nel suo scappare la stella avesse incrociato un suo sogno, lei l’avrebbe tenuta stretta a sé, anche qualche istante soltanto, in silenzio, senza chiederle alcun perché.

*… Jonathan Va In Città …*

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“Era di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato.

A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata. Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per conto suo: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava a una trentina di metri d’altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscio lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù. I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
Ma il gabbiano Jonathan Livingston – che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo – no, non era un uccello come tanti.”

[incipit-Il Gabbiano Jonathan Livingston-Richard Bach; foto personale, Napoli-giugno 2014]