Annotazioni: Di Muffin, Sogni E Treni Vari

E’ da questa mattina che ho la testa indolenzita, come se non mi fossi mai svegliata. Altro che ore piccole si, si ci sono state pure quelle ma piccole piuttosto sono state queste ultime giornate e io mi ci sono infilata dentro meglio che ho potuto cercando di non lasciare alcun lembo del vestito chiuso fuori. Nel frattempo prendevo nota mentalmente di un po’ di cose interessanti che vorrei non dimenticare.. Dunque.

Se tratti i muffin come dei cupcakes qualcuno lassù se la prende parecchio a male e la crema al formaggio per la copertura impazzisce senza alcun motivo apparente, come me sei-sette giorni prima di un esame, solo che io mi riprendo, o meglio trasformo il nervosismo in apatica rassegnazione alla mia sorte, la crema invece no. Per cui ho decorato i cupcakes muffin con la nutella e ne ho messi venticinque sull’alzatina, che gli anni non si contano per forza soltanto con le candeline.

Avril di anni ne ha compiuti trenta e ha festeggiato con un cupcake gigante. Un giorno potrei provarci.

Un mattino fresco che sapeva di caffè estraneo voleva suggerirmi che spesso le persone non sono cattive, ma sole. Ciò non significa che possano comunque farti del male o per forza accettare un sorriso. E nemmeno che io riesca a capirle completamente.

Capita che qualcuno ricordi cose che per te sono importanti e sorridi all’idea che davvero siano i gesti a contare, più delle parole, mentre tante volte ti sei convinta che fosse vero il contrario.

Se riesci ad essere più tosta di un pensiero negativo ti scopri capace di fregarlo. Sssth, è un segreto però. Se ne può sempre accorgere. E come quando si dice che il pessimista vede il buio nel tunnel, l’ottimista scorge una luce e il realista si rende conto che quella in effetti appartiene al treno. Si direbbe che il realista sia il più saggio dei tre. Eppure ho sempre creduto che il più saggio sia l’ottimista. E’ vero, scorge solo una luce. Eppure nessuno hai mai detto che prima d’allora non gli sia capitato già di trovarsi seriamente in difficoltà e sia sfuggito ad un qualche altro treno di guai e poi abbia deciso che valga la pena sorridere, se non altro perché ha imparato più degli altri due cosa vuol dire davvero.

foto personale, settembre 2014

foto personale, settembre 2014

 

Tu Sei La Regola, Si, Ma Anche L’Eccezione (?!)

Diciamo che nel bel mezzo di deliri pre-esame ogni tanto vengono fuori questioni anche abbastanza interessanti.

C’è un certo spiegamento di forze ormai, lo sanno tutti, a favore del sii te stesso, su questo pianeta sei unico, irripetibile, originale e fantastico, non sprecare la tua vita. E soprattutto, non omologarti alla massa. Stanno lì a ricordartelo abbastanza spesso i vari esperti d’aforismi su facebook, Violetta, le locandine della Marina, Carla su Real Time e quasi tutte le serie di telefilm sparse sugli altri canali, oltre al Papa, la tua cantante preferita, il libro che ami di più, interi reparti di saggistica sul tema nelle librerie e la tua coscienza.

Poi, allo stesso tempo, nel medesimo preciso istante, devi anche ricordare con una certa convinzione e consapevolezza che mai e poi mai rappresenti un’eccezione in questo mondo o almeno in quello conosciuto (da te). Non devi sperarci, non devi porti domande che inizino con e se fosse che… e robe simili. Sei la regola. La regola non si fa troppe domande, la regola è regola e basta. Se poi sei anche l’eccezione che conferma la regola, allora sei fregato, devi metterti a cercare una strada solo tua che non sia né l’eccezione, né la regola e neanche un altro paradosso ancora.

Raccontami Una Storia

Prese un pastello tra quelli sparpagliati sul tavolo. Uno giallo.

-No giallo no, vedi? Sul bianco non si nota bene-

Ok, blu allora-

-D’accordo. Cosa disegno?-

-Mmm… Una fontana. Con i pesciolini. Però quella mattina i pesciolini non c’erano-

-Allora con o senza pesciolini?-

-Ehm… senza-

-Ok. Ma forse vedi, ecco, il fatto è che la bimba quella mattina non aveva molliche di pane con sé, per questo si nascondevano- 

Mi tolse il pastello blu da mano, ne prese uno rosso. Per la gonna della bimba. Poi da lì aggiungemmo gli alberi, il sole, le nuvole, altri bimbi, un paio di draghi, un castello, quattro farfalle e la casa delle fate. Il foglio diventava affollato, la storia pure. Così, senza una logica, senza che ne fosse necessaria una. Non c’era un senso. Che se una storia ha un senso allora la ricordi. Io non la ricordo più. E credo nemmeno lei. Ogni storia che inventiamo dura giusto il tempo di raccontarla. Poi svanisce. Restano solo un mucchio di personaggi più o meno fantastici rubati al bianco dei fogli e che stanno lì a guardarsi per quel poco che riescono a girar la testa così spiaccicati su sole due dimensioni.

Soltanto dopo un po’ di tempo mi accorsi che mancava lui. Il lui per eccellenza, signore e signori. Il lui in calzamaglia. Non era stato per niente preso in considerazione. Alla mia baby-cugina non era venuto proprio in mente. I draghi balzellavano felicemente intorno al castello liberi di asciugare perfino le nuvole sopra di loro e io immaginavo quel poveretto solo come un cane seduto nel suo studio da qualche parte nel mondo con una mano sotto al mento e il cellulare che non dava notizie né di principesse né di borghi da salvare. Io poi sono sensibile e a certe cose faccio caso. Per cui dispiaciuta le dico:

E il principe azzurro? Il principe non c’è?-

Lei cambiò espressione nemmeno le avessi nominato il diavolo. -Naaaa!- rispose. Feci qualche tentativo di dimostrarle la necessità della presenza di un qualsivoglia principe dal momento che i draghi ci stavano bruciacchiando la storia finché non mi accorsi che lei teneva proprio per i draghi e che avrebbe acconsentito all’arrivo di un principe soltanto se quest’ultimo fosse stato  poi catturato e rinchiuso nel castello. Visto che sono sempre sensibile ho pensato che a quel punto sarebbe stato meglio per lui continuare ad annoiarsi per fatti suoi piuttosto che fare quella brutta fine.

Diciamo che poi la cosa mi ha lasciata abbastanza perplessa. Capisco pure che l’idea del principe azzurro che una bimba può avere poi nel corso della propria vita cambi, si modifichi, se va bene viene riciclata, se va male distrutta. Ma che così fin dal principio già contasse meno di un ramo spezzato nel bosco non me l’aspettavo proprio. E dire che proprio pensando a lei qualche anno fa decisi che nelle persone avrei continuato a credere. Che nessuno dopo quel lui avrebbe meritato meno attenzioni, meno entusiasmo. Non avrei mai potuto raccontarle una storia in cui un giorno qualcuno sarebbe arrivato e l’avrebbe amata meno di quanto meritasse solo perché un’altra donna l’aveva deluso troppo. Quel qualcuno non sarei mai potuta esserlo io, per un altro lui. Una storia così è pure più triste di una storia senza principe. Per cui se ciò che conta ormai non è né lui, né che ci si affezioni ad un drago più che ad una fata, ai buoni o ai cattivi, allora cos’è che importa?

Ho provato a darmi una risposta. Forse conta proprio la storia. Conta la voglia di raccontarla, di aggiungerci pezzi, di tenersi per mano e vedere fin dove si è capaci di arrivare.

E appena il mondo giungerà a una fine
Io sarò lì a stringerti la mano
Perché tu sei il mio re e io sono il tuo cuor di leone.

Questione Di Principio (Di Indeterminazione)

” […] se il mondo sub-atomico vive in una realtà indeterminata finché non c’è un osservatore esterno che la fa collassare in uno stato determinato, allora – volando (ma nemmeno tanto) con la fantasia – potremmo sostenere che l’intero universo vivrebbe in uno stato di indeterminazione quantistica se non ci fossero osservatori intelligenti che lo osservano. Il che, detto in maniera più rude, vuol dire che, se non ci fossimo, l’universo non sarebbe quello che è. I filosofi si divertono molto con queste domande che imbarazzano tremendamente i fisici, e rappresentano questi paradossi con un esempio: “Che rumore fa un albero che cade nella foresta, se non c’è nessuno in ascolto?”

Non è il campo della fisica che studio questo, ma per quanto non ne sappia tantissimo la quantistica mi ha sempre affascinata, così come ogni cosa che ha a che fare con paradossi, esperimenti e tentativi di spiegare cos’è questo strano tutto che ci circonda, che chiamiamo realtà. Non mi dilungo in troppe spiegazioni, per approfondire c’è il link in basso dell’articolo da cui ho tratto anche la citazione. Il fatto è che quando l’ho letto ho fatto un salto dalla sedia per quanto mi è sembrato interessante e spero di incuriosirvi un po’.

Il succo della questione è che nel mondo sub-atomico certe cose non funzionano come in quello macroscopico. Lì regna l’indeterminazione. Vabè, si, anche qui. Ma non in quel senso. Indeterminazione intesa come se cerco un elettrone che gira intorno al nucleo di un atomo quello appare davanti ai miei occhi nel punto esatto in cui sto guardando. Tipo, pensate che vi siete persi il vostro maglioncino preferito. Voi aprite l’armadio, finché è chiuso voi non sapete dove cavolo si sia cacciato, è uno stato di indeterminazione, e puff quello appare davanti a voi. Il maglioncino stava vibrando insieme a tutti gli altri capi del vostro guardaroba in una realtà indefinita che è andata a determinarsi a causa del fatto che l’avete osservata.

Indubbiamente spostare dal micro al macro-mondo certi meccanismi è un lavoro in cui (per adesso) si impiega più fantasia che scienza. Allo stesso tempo ci si chiede perché mai dovrebbe essere diverso. E’ possibile che man mano ci si occupi di particelle di dimensioni maggiori, meno queste sono sensibili allo stato di indeterminazione. Esagerando nel ragionamento i fisici addirittura sono arrivati ad ipotizzare che la Terra stessa, al pari dell’elettrone, potrebbe esistere e non esistere in qualsiasi punto della sua orbita intorno al Sole in mancanza di noi osservatori intelligenti.

Allora è partita la mia fantasia. Il fatto che ogni cosa può esistere e non esistere nello stesso istante non è un’idea così nuova. Mi viene in mente la filosofia, la cultura orientale. Affermano cose molto simili. Il mondo è quello che appare ai nostri occhi. Il giorno non esiste senza la notte, il coraggio si accompagna alla paura, lo yin allo yang, gli opposti si riuniscono nel tutto. Nulla esiste senza il proprio contrario. Addirittura, pensavo a cosa si dice a proposito delle maschere, che cambiano in base a chi o a cosa ci relazioniamo. Immaginate di essere l’unica persona in vita sulla Terra. A parte il fatto che sia di una tristezza unica, cosa o chi pensate potreste essere in mancanza di osservatori esterni?

A questo punto mi spingo ancora un po’ oltre in questo volo della mente e mi ricollego all’articolo che ho letto, che fa l’esempio di una mano di un gioco di carte.

Vi trovate davanti ad un bivio, una scelta. Due strade. Intuite i risvolti e le conseguenze dell’incamminarsi verso l’una o l’altra. Non sapete con certezza cosa vi aspetta alla fine di entrambe. Dovete scegliere però. Anzi, addirittura le scelte sono tre. Esiste quello che si chiama lo “scenario zero”, ovvero la “non scelta” che è pur sempre una scelta e comporta delle conseguenze. La realtà davanti a voi è in uno stato di indeterminazione. Può essere così come la immaginate o diversa, di molto, di poco. Poco più avanti dei vostri piedi coesistono la vittoria e la sconfitta, così come il non partecipare affatto. C’è la buona riuscita di un vostro progetto così come il suo fallimento, c’è il bacio a fine serata così come lo schiaffo. Ogni cosa è possibile e non lo è nello stesso momento.

La questione, da decenni resta sempre una e una soltanto. Non ci si gira intorno. Non c’è modo di saperlo in anticipo. Finché non aprite la scatola il gatto, nonostante ci si scervelli e si consultino indovini e carte, oroscopi e lanci di monete, che ci si affidi alla statistica o all’esoterismo, alla religione o al pensiero razionale, è sia vivo che morto. E questo è l’unico punto fermo da cui non si scappa.

Il resto vi ronza intorno come se fosse una lucciola impazzita. A voi soltanto, il compito di provare ad afferrarla.

Scienza.fanpage.it – Infinite realtà? Una scoperta conferma i paradossi della fisica quantistica

Io Mi Chiedo Questo

I giornalisti e tutti quelli che si occupano di media danno risposte in genere e, soprattutto, cercano domande. Le cercano negli sguardi delle persone, nella loro rabbia, nei gesti. Colgono impressioni e sguardi. Dei più, il cui sguardo cupo è riflesso, rimbalzato dagli occhi di altri e le cui parole sono copiate, riassunte e rimescolate con qualche emozione del momento, ma propria. Allora senza badare a troppi particolari dal tutto se ne cava una sola domanda più grande. Ed una sola, si spera abbastanza esaustiva, risposta. Anzi no, due. Due campane. Due aspetti contrapposti, due schieramenti, due punti di vista, due persone, due ragazzi, due esseri umani, due famiglie, due dolori, due silenzi urlati senza troppo rispetto, due età entrambe minori della mia. E poi, le stesse paure. E la reale possibilità che diventino fatti sui quali combattere con le parole battaglie davvero molto più lunghe di quelle che invece in pochi istanti si decidono e decretano un sopravvissuto, da una parte o dall’altra, in un tempo insufficiente per pensare.

Questa mattina ho sentito uno di quelli che si occupano di media dire che la mia è una città particolarmente difficile. In un moto di rabbia ho iniziato a pensare alle parole che ho scritto prima e poi alle mie domande.

Perché deve esistere per forza nell’immaginario collettivo una città più difficile di altre, il che non è assolutamente vero?

Perché deve esistere una sola grande domanda e non tante altre sfaccettature che meriterebbero e tanto di essere svelate e urlate un po’ allo stesso modo?

Perché devono esistere dei mostri e non qualche esame di coscienza in più, pesi e misure sfalsati e non umanità per chi, quando capita si trovi dall’altro lato, non suscita nemmeno un minimo di emozione in tutte quelle persone che dimostrano così platealmente di averlo davvero un cuore?

Perché c’è il bisogno impellente di generalizzare sempre su tutto e tutti? Che poi da qui nasce infine la necessità di difendere il lavoro di tutti per il gesto di uno, o la serietà di una città per gli errori di un altro, un out-out così stretto che non lascia spiraglio alla difesa di una cosa ancora più importante, per me, il diritto di tutti a non dover più sentire soltanto tutta una serie di piagnistei e ad una ricerca molto più seria, concreta e razionale della verità.

Vorrei

Vorrei che il sole sorgesse tra le tua braccia, ad est di dove sono e che tramontasse dietro l’assenza e ogni altra cosa che non sono in grado di capire. Vorrei che guardassi in un mio ricordo le colline litigare con le nuvole per qualche goccia di luce e altre ombre un po’ cancellate dai baci far presto a ricostruirsi mentre il vento correva a rimettere ogni cosa al suo posto, ma a modo suo, mentre a modo nostro avremmo potuto invece placarlo.
Vorrei portarti in un vorrei senza che avessi nulla da obiettare, fidandoti soltanto di ciò che neanch’io so spiegare eppure fa male come un pezzo di cuore che batte da solo ad un altro ritmo, che stento a sentire quando va più piano mentre quando va forte suona solo di mancanze, di te, di voi, di me stessa perfino.
Vorrei poter cambiare tutti i vorrei in voglio.
Vorrei non ci fosse bisogno del vuoto per richiamare l’aria, vorrei respirare senza prima accorgermi che si può anche non, vorrei non sapere dei tanti modi in cui si vive lo stesso anche in quel caso. Vorrei che il mondo la finisse di bruciare i fiori alle mie spalle, appena tento un breve volo che breve poi non lo è mai perché intorno vedo solo posti dove non posso tornare ed è faticoso resistere ogni volta un po’ in più, senza posarmi. Vorrei non aspettare di trovare le tue mani per farlo.Vorrei che tenessero ben salda la corda mentre mi calo da sola tra le mie paure e vorrei che mi lasciassi fare lo stesso, per te.
Vorrei non perdere mai l’ottimismo colorato dell’autunno, che rinasce ogni anno un giorno prima di me. In quel giorno il sole sorge esattamente ad est e tramonta dove sa, non importa né dove mi trovo, né se ho trovato te.

 

Short #2

L’innocenza è una colpa che il mondo lava via ad ogni tentativo di sopravvivere a se stesso.

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