Post … Post Incontro! E Post Caffé. E Post … Oh Insomma, Post!

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-No dai però adesso dobbiamo scriverci un post!- dico.

Ridacchiamo. In effetti il passare da virtuale a reale e da reale a virtuale di nuovo fa un po’ l’effetto di un capogiro. E mentre per qualche istante la testa vortica ci si rende conto che non sono solo i sorrisi a confondersi tra la gente che quella sensazione è possibile non la capirà mai, ma anche e soprattutto i confini tra due mondi che spesso rivendicano una qualche indipendenza l’uno dall’altro, non proprio a ragione.

E pare facile poi. Scriverci un post.

Ci ho pensato e ripensato su. E sarà perché l’emozione è di quelle uniche che la presa dal cuore non la lasciano più, non importa quante volte può capitare di viverne, o che le parole non vengono fuori facilmente, che la stanchezza da ritmi universitari si fa sentire, ma a me sembra davvero difficile parlare di un incontro tra bloggers.

Davvero, mi son detta, qui io scrivo delle mie emozioni, dei miei pensieri e riflessioni, fissazioni, di cose immaginate e desiderate, cose vissute e ancora non. Di risate, però, come se ne scrive? Del guardarsi negli occhi, del muovere le mani o la testa, del sistemarsi i capelli o scontrarsi con le persone distratte per strada, del riconoscersi, della voce, come si descrive tutto questo?

C’è un modo esauriente per farlo? Esistono le parole giuste?

Nei passaggi da un mondo all’altro, non è che ci si perde qualche dettaglio come fosse calore disperso nell’aria e che puoi raccogliere con le braccia soltanto e poco, pochissimo con le parole?

Penso a questo e al fatto che non posso che ringraziare la mia amica L. per avermi ricordato quanto in più c’è da vivere e da condividere, più del leggersi, più del provare le stesse emozioni, un più che ti arricchisce e ti migliora come a dire che le belle persone non si incontrano per caso e che scegliendo di sfumarli un po’ quei confini ci si può prendere davvero un po’ di tempo da trascorrere insieme e scoprire cos’altro di straordinario hanno ancora da raccontare…

Scent Of A Woman

E’ ovvio che se ad invitarti a ballare è Al Pacino e non Banderas la differenza c’è, eccome. E a parte il fatto che io e il ballo siamo su due pianeti diversi e che in confronto potrei perfino dire di saper cantare e che di questo film avrei potuto riportare tante altre scene, monologhi e citazioni perché è stupendo, questa scena qui ha qualcosa di speciale.
Sarà lui che si muove all’inizio così come quando si passeggia in un ricordo per poi ritrovarsi un po’ alla volta nella nostalgia, la musica che ad un certo punto gli ricorda che quel profumo ce l’ha lì tra le braccia ed è davvero vicino e reale, che una donna è anche questo, nonostante il buio; la dolcezza di un uomo che si presenta così com’è, compreso di passato e futuro, porgendo a lei le proprie mani senza camuffare nessuno dei due.
Sarà l’emozione, immaginata, di essere portata così o il fatto che una volta mi sono innamorata di un profumo da uomo che non ricordo più nemmeno qual’era eppure conservai il fogliettino sul quale l’avevo provato per mesi, su cui c’era scritto be a gentleman, always nemmeno avessi dovuto ricordarlo io.
Lui dice che il tango non è come la vita, nessun errore è irreparabile, basta solo che si continui a ballare e per quanto a me metta molta più ansia l’idea di sbagliare i passi credo di non essermi mai sentita più felice ogni volta che il profumo di qualcuno o qualcosa li ha guidati, oltre il ricordo, gli errori, la strada che non sapevo fare e gli abbracci che mi mancano ancora.

Holes

Tutti ti vogliono così come ti conoscono e da questo non c’è mai scampo. Pensano che nel tuo cuore sopravviva il Paradiso perduto e non faccia mai buio, che sia un posto nel quale non si adotta l’ora legale perché il sole è sempre lì alto nel cielo e la primavera è perenne, non cadono mai foglie e non piangono mai le nuvole, semmai è raffreddore.
Tutti ti vogliono impeccabile e senza un filo di tristezza sbavato. Pronti poi ad accusarti di non aver messo in borsa abbastanza sorrisi e a guardarti scuotendo la testa. Provo rabbia e so di sbagliare, ma vorrei mi si concedesse di essere umana, perché ci sono mostri che non vanno via solo perché gli fai una bella risata in faccia. No. Pretendono di restare con te pertuttalavita e allora devi trovargli pure un posto dove stare per non averli sempre tra i piedi. Questo però non ha voglia di capirlo nessuno. Per cui quando cala la notte passano sfiorandoti la spalla e non ti riconoscono e a meno che tu non finga non ti resta far altro che lasciarli andare via.

Dimmi Di ‘Nuovo’

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Il treno si congedava da essa e io pensavo, come al solito, a chissà com’era stata da nuova. La stazione del mio paese è ormai un po’ lasciata a se stessa ed io ogni volta che il treno si allontana abbastanza da permettere di vederla quasi per intero mi domando che sensazione dava un tempo, con i muri bianchi e le finiture rosse, l’orologio che non segnava l’ora giusta solo due volte al giorno e senza erbacce, con entrambi i binari in funzione e il cartello con il proprio nome pulito e blu. Hanno anche dipinto qualche anno fa, ma un non si scrive sui muri è comparso poco dopo, insieme a numeri di telefono, dichiarazioni d’amore, i ti amo seguiti da ma io no, date di giorni importanti, litigi, insulti e riappacificazioni. Ci si potrebbe perdere a ricostruire intere storie da quei muri.

Mi sarebbe piaciuto esserci quando tante cose erano nuove. Stazioni, fabbriche della mia città prima che fossero abbandonate, vite prima che andassero in giro con delle barbe incolte, cuori che amo prima che si riempissero di ferite e sorrisi che ancora brillavano anche attraverso la nebbia. E’ vero che c’è della bellezza in tutto, a guardare quando l’ora del giorno è quella giusta, ma osservo cosa ho intorno e di nuovo vedo ben poco. Di ciò una gran parte appartiene pure al virtuale o comunque alla tecnologia.

Nuovo significa costruire. Un’automobile con i lego, un origami con la carta, un’idea con piccoli pezzi di altre caduti a terra mentre qualcuno frugava nella borsa cercando le chiavi di casa. Nuovo significa progettare. Proiettarsi. Riuscire a vedersi al di fuori di quel muro in cui ci si è rinchiusi per fuggire, pardon, proteggersi. Che certe volte si costruisce in modo sbagliato o non proprio adeguato. Pur riuscendo a demolire quell’orrore il problema comunque è che all’occorrenza si tira fuori dal cassetto di nuovo lo stesso progetto e lo si rimette in piedi uguale, identico a com’era prima. Tutta una storia poi per distruggerlo di nuovo. Nuovo significa inventare. Inventarsi una strada alla quale non ha pensato ancora nessuno. Inventare una storia. Inventare parole, similitudini. Ditemi se non c’è più vita nell’invenzione che in qualsiasi altra cosa al mondo. Nuovo significa futuro.

Poi non ci riesci a guardare attraverso tutto quel nero. Riprovi sfregandoti gli occhi ripetendoti che non può essere sparito tutto all’improvviso, che il futuro, l’invenzione devono essersi nascosti da qualche parte, ti stanno solo giocando uno scherzo. Mi sono arresa piangendo, una sera di mesi fa, raccontando alla luna che avrei mollato tutto e fatto poi un po’ quel che capitava, perché quel nero mi impediva di guardarmi le punte dei piedi, figurarsi il futuro. I motivi erano tanti, e non dipendevano, o non più, da me. Credevo davvero che fosse tutto finito. Finita la tranquillità, quella necessaria, quella che deve esserci se vuoi almeno tentare di ascoltare cos’ha da sussurrarti un raggio di sole. Nemmeno un briciolo di egoismo a sostituirla. Non sono capace di mollare e rendermi conto delle cose com’è che stanno. Preferisco la sconfitta, piuttosto che arrendermi. Che poi la vita ti passi sopra con un rullo compressore invece di stringerti elegantemente al muro minacciandoti di fioretto è solo perché manca totalmente di stile.

 Il treno rallentava entrando in un’altra stazione. Un po’ alla volta, fino a fermarsi. Mi stavo chiedendo com’è che ci si sente quando intorno a sé si respira aria di ‘nuovo’ non soltanto per curiosità, ma per ritrovare a naso quel che sentivo perso anch’io.

Il nuovo richiama il nuovo, quello che dentro di sé soccombe ogni volta che uno schema mentale o un edificio grigio e decadente invade gli occhi e la mente. Questo oggi per me sa di piccola rivoluzione. Se qualcuno ti dice che è lecito sognare e con una certa convinzione pure, allora sai che non è davvero tutto perduto, finito. Cambiato si, ma non finito. E non mi fate i cinici, sognare è un conto e avere la testa tra le nuvole è un altro. Io lo so perché l’ho fatto.

E porca miseria, non c’è scritto proprio da nessuna parte che non si possa provare ancora.

Se Promessa Fa Rima Con Scommessa

Fox dice che Venere è entrato nel mio segno in questi giorni, ma mi pare evidente che nemmeno stavolta ci siamo beccati. Credo che leggere l’oroscopo sia un po’ come presentarsi alla tabaccheria con quei due-tre numeri annotati su un foglietto o in mente, se li hai sognati, e sperare che escano alla prossima estrazione. Sorridi già prima di sapere se andrà o meno come pensi. E poi l’esito, se negativo, non potrà fare mai più male di una promessa che ha guardato dritto negli occhi un tuo desiderio profondo e poi l’ha lasciato cadere proprio mentre da laggiù era quasi del tutto risalito.

Non si dovrebbe mai dire nulla che somigli ad una promessa, una predizione se non si è in grado di mantenerla perché qualunque essa sia racchiude anche ciò che non è e non sarà mai. Che pure arriva tra le tue mani, con tutto il resto. Che in fondo è una scommessa anche quella, forse. Da parte tua è questa la sensazione, dall’altra cambia parecchio. Tipo, la probabilità dice che non importa quali numeri scegli, questo non condiziona ciò che accadrà. E infatti prendono in giro tutti con la storia dei numeri ritardatari come se nel contenitori i numeri si dessero di gomito dai oggi non mi gira vacci tu. Le stelle anche, per quanto gli astrologi continuino ad esordire con -le stelle dicono- io tutto sto chiacchiericcio non riesco tanto ad immaginarmelo. Soltanto il vento qualche volta gioca con le mie orecchie come a voler dirmi qualcosa e poi mi accorgo che mente, come mente l’oroscopo, come mentono i numeri trascritti in grassetto sulla bollettina, come mentono le promesse. Non dipende dalle stelle, non dipende dai numeri, non dipende dalle… Si, forse si, da loro dipende.

Allora è come quando ti insegnano che devi contare solo su te stessa e su poco altro al di fuori di te. Che devi essere forte e che gli abbracci non si chiedono e comunque nasce la sensazione che se pure lo facessi durerebbe di un tempo che non è desiderio, da parte dell’altro. Per cui il crederci è una scommessa che fai con te stessa e non devi farci affidamento. Non devi restarci male, ti scrolli di dosso i frammenti di coriandoli e vai avanti. Tutto vero e giusto fino ad un certo punto. Fino a che la promessa non riguardi qualcosa che ha a che fare proprio con le coperte nelle quali hai avvolto la speranza che per una volta qualcuno non ti stia mentendo e che davvero soffierebbe quel vento un po’ più forte tra i tuoi capelli se non fossi in grado di percepirlo da sola. Non se ne possono scostare i lembi e poi lasciarla infreddolire nell’attesa che arrivino le sue mani.

E’ possibile che la differenza stia solo nel fatto che invece di due numeri qualcuno ne gioca cinque ed è solo una posta più alta in gioco, una promessa più grande delle altre, niente di sbagliato, e dopo solo un ritorno a se stessi più deciso di prima.

Poi compri altri due numeri o un altro giornale e il gioco ricomincia daccapo.

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