Calma E Niente Pathos

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Amanda Cass

Qualche tempo fa il mio amico blogger SM in un suo articolo in riferimento a delle proprie esperienze parlò del pathos e in generale della sua irrazionalità.

A distanza di mesi quella parola mi è rimasta in testa.

Pathos.

In realtà deve essermi rimasta anche nelle orecchie, in ciò che ho pensato e detto. Forse c’era già ma non l’avevo mai riconosciuta. Eppure da quando ne ho sentito parlare nel blog del mio amico è come se si fosse attivato uno scanner che passa in rassegna ogni pensiero, discorso e da’ segnale di allarme quando riconosce del pathos al suo interno.

Perché allarme?

E si. Diciamolo. Il pathos fa parecchi guai. Specie se lo si trova in contesti che non gli appartengono. – Cavolo! C’è del pathos nel telegiornale, passami un fazzoletto per favore, vorrei pulire la notizia-. Gli incidenti diventano tragedie e le tragedie diventano orrori. Quelli veri poi nessuno sa più come chiamarli. Qua e là viene aggiunta potenza drammatica a quella che dovrebbe essere una lineare esposizione di fatti e avvenimenti. Finché si tratta di una  di quelle telenovelas che le mie nonne adoravano, una rappresentazione teatrale o cinematografica, d’accordo, ci sta. Chissà, forse quel surplus di intensità emotiva appartiene al mondo della finzione da sempre ed è quello il suo habitat naturale. Cosa succede se invece ce lo portiamo dietro, nella realtà?

Beh, succedono casini. Farsi prendere dal pathos, nella realtà… Ecco, allontana dalla realtà.

Una multa diventa un dramma. Un’incomprensione si tramuta in un litigio in centotrenta puntate che nemmeno Beautiful. Il fatto è che nella realtà quel surplus di drammaticità non significa grandiosità. Nessuno ci guarda da uno schermo abbracciando un cuscino con una mano e stringendo una tisana nell’altra. Non c’è nessuna giuria lì pronta a giudicarci per l’interpretazione. Nel mondo reale il pathos, in mancanza di registi e produttori che in qualche modo hanno sempre la storia sotto controllo, si fa accompagnare dalla paranoia. Si, lei. Quella cosa per cui si crede di sapere e poi si finisce sempre per prendere granchi colossali.

Tutto questo per dire che un conto è provare empatia per persone e situazioni, un altro è il riversarci le nostre paure, ingigantendo parole e gesti e perdendo completamente di vista la verità, rinunciando ad usare la ragione. Non sarebbe importante se non fosse per il fatto che l’abbandonarsi a quei tipi di emozioni sovraccariche di significati decisamente improbabili fa male. La paura diventa dolore, anche fisico. Le vie della razionalità forse portano verso platee vuote e in generale creano poco audience,  però davvero alle volte sarebbe meglio fermarsi un po’ prima e chiedersi se davvero vale la pena lasciarsi andare così.

 

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20 pensieri su “Calma E Niente Pathos

  1. Beh, noi tendiamo ad imitare gli altri. Colpa dei cosiddetti neuroni specchio. Forse, le paure di ritrovarci negli altri sono forse lo specchio di ciò che siamo capaci di fare, e siccome spesso ci farebbe schifo, temiamo che gli altri possano farlo a noi. Forse. Interessante, però.

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  2. Wow che post interessantissimo….

    io credo che l’esigenza di ingigantire la situazione sia determinata dalla nostra ricerca compulsiva di conferme e regole da appoggiare alle nostre analisi sulla situazione. Certo le conferme o i precedenti non sono sbagliati in un analisi ma forse non sono così determinanti in una prima ed embrionale analisi personale della situazione. La nostra mente, il nostro approccio alle situazioni sta mutando con l’evoluzione sociale dei nostri tempi, per cui ogni piccola cosa perchè sia considerabile “degna di nota e attenzione” deve essere qualcosa di più di quello che è…

    io credo che un primo passo sia quello di cercare di ridurre l’eco che è fuorviante… cercare e osservare il micro prima del macro… non dimenticare che a volte non esiste nessun miglior consigliere del nostro io…

    il rumore è considerato in molti settori un elemento di disturbo, più elementi dinamici si inseriscono in un contesto maggiore sarà potenzialmente il rumore da loro prodotto…

    ho l’impressione che più che coinvolgere aspetti irrazionali o razionali (per altro non ho mai capito chi possa determinare realmente il confine tra i due) sia da ricercare il fine reale che ci si aspetta da una situazione… e credo che non esista nessuna persona al di fuori di noi stessi che sia in grado di dare una risposta… dove possibile…

    Concordo con il fatto che fa male allontanarsi dal fulcro del problema quando si sente di doverne affrontare uno, credo che sia normale farlo perchè la paura di non essere in grado di affrontarlo è qualcosa che appartiene purtroppo alla nostra educazione, fin da bambini…

    “essere delle isole senza isolarsi” è fantasticamente il riassunto di tutto ciò che volevo dire…

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    • Grazie per la tua riflessione Erik…
      Io credo che tutto si riconduce alle nostre insicurezze. Più se ne accumulano, più gli affetti che ci circondano sono incerti e traballanti, più ci sentiamo persi e tendiamo ad esagerare. Allora per difendersi si dice -devo bastare a me stesso/a- ma non c’è niente di più triste che condannarsi alla chiusura verso qualsiasi tipo di interazione con ciò che ci circonda… D’altro canto bisogna pur trovare un modo per non vacillare nel momento in cui ci si guarda intorno e non c’è nessuno a tenderci una mano.

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      • Ciao Bianca, non lo so.. io non credo che fidarsi e ascoltarsi voglia dire escludere il resto.. o che almeno non sia cosi automatico e matematico… io la vedo più come non riversare negli altri le nostre responsabilità e non affidare agli altri le sorti della nostra vita, il che non vuol dire non ascoltarli ma non dipendere esclusivamente da persone che di fatto, per quanto brave, sagge, oneste non potranno mai sapere le sfaccettature della nostra vita e della nostra storia quanto possiamo saperle noi. Forse perchè io sono fermamente convinto che quel momento che hai descritto alla fine in realtà non si realizzi mai.. siamo sempre noi a non vedere o volerle vedere quelle mani che potrebbero aiutarci..

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  3. pienamente d’accordo, bisogna stare alla larga da questo tipo di pathos che è iperbole, caricatura di un giusto sentire.
    però la parola ha anche un’accezione positiva che va rispettata: pathos è la capacità di emozionarsi, non essere insensibili, sentire dentro più che esteriormente la commozione per ciò che ci offre la vita.
    ml

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