Verso l’infinito e ME.

woody toy story to the infinity and beyond

Me lo chiedo ogni volta che accade.

Piangere per qualcuno che non conoscevi e che non conosceva te. 

Mi è sempre sembrata una cosa egoista. Insomma, quando un’artista se ne va, la sua arte va via con lui e noi qui ne restiamo senza. Qualche volta ci tocca il modo in cui accade. Eppure non pensavamo a lui o lei tutti i giorni. Non era presente nelle nostre vite se non attraverso uno schermo o degli auricolari. Le nuvole che appaiono in cieli televisivi e in quelli di casa mia oggi si son messe a scherzare.

Questa volta però ho pianto e in più momenti, ma solo per il fatto che in nessuno di essi mi sono lasciata davvero andare. Non ho fatto che chiedermi perché questa volta si? Mica uno può lanciarsi in parole commosse e riflessioni profonde solo perché quel volto, quella voce non uscirà più da quello schermo? Non mi sono riconosciuta nella signora intervistata dopo i funerali, quando ha detto sono qui perché la sera mi faceva compagnia. Non era quello il caso.

Ho provato più empatia forse per l’altra donna che lo ha ricordato come il principe azzurro che noi tutte avremmo voluto incontrare. Allora ho fatto mente locale e mi sono ricordata di quando conduceva Per tutta la vita ed ero una bambina e sognavo davanti alle immagini di storie d’amore per le quali ero troppo piccola per capirne, soprattutto, gli aspetti meno favolosi e più reali. Ho pensato a Scommettiamo che? che molto probabilmente mi faceva sognare anche di più. Mi si è messa nella testa Hai un amico in me per tre giorni mentre continuavo a cercare motivi per cui non avrei dovuto più pensarci e badare ai fatti miei. C’è che la voce di Woody in Toy Story resterà per sempre la sua e quello resterà uno dei film di animazione che più mi ha fatta diventar grande, per davvero.

Allora poi ho capito. La ragione del mio cattivo umore, della sensazione che da lunedì il mondo sembra più brutto e spento, della voglia di piangere e non far niente è il fatto che si può effettivamente star male per qualcuno che non conoscevo e non conosceva me, ma che in qualche strano e assurdo modo, a causa di un evento incontrollabile ed improvviso come la sua morte, mi ha messa davanti al dovere di tirare una somma che riguardava ME. Prendere consapevolezza di un periodo della mia vita la cui fine non l’ho però decisa io. Assumermi la responsabilità di sorridere e credere nella vita anche quando quella presa di coscienza ad un tratto mi ha fatta sentire un po’ più sola e meno al sicuro di prima.

“Hai una amico in me,
un grande amico in me
Se la strada non è dritta
e ci sono duemila pericoli
Ti basti solo ricordare che,
che c’è un grande amico in me,

I tuoi problemi sono anche i miei
E non c’è nulla che io non farei per te
Se stiamo uniti scoprirai che c’è un vero amico in me

Cogli anni capirai che siamo fratelli ormai
Perchè il destino ha deciso che
C’è un vero amico in me, più di un amico in me,
un vero amico in me…”

Domande di sicurezza in caso di smarrimento della comprensione

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Domanda di sicurezza in caso di smarrimento della password. Clicco sul menù a tendina, scorro una ad una tutte le opzioni e mi soffermo su: nome del tuo amico di infanzia. Mi sembra l’unica domanda a cui potrei rispondere anche tra vent’anni. La seleziono e scrivo il nome della bambina con cui giocavo a far finta di saper scrivere delle lettere lunghissime indirizzate a chissà chi.

Oggi mi fermo a parlare con una conoscente. Suo marito è uno dei facchini che sollevano e portano in processione i famosi gigli, torri altissime fatte perlopiù di legno, protagoniste di feste di paese molto sentite dalle mie parti. Mi racconta della volta che si è sentito male perché dovevano essere presenti ad una cerimonia di famiglia e per questo lui non aveva potuto partecipare alla festa e svolgere il suo compito. Continua a ripetermi se non ci sei dentro non puoi capire. Era completamente in crisi. E’ una passione troppo forte, una fede. Io mi sforzo di capire ma mi rendo conto di non riuscirci. Riesco a paragonarlo al massimo alla volta che non riuscii a partire con la mia squadra di scacchi per un campionato ad Alghero per un problema grave e ci rimasi malissimo.

Insomma mi rendo conto che ci sono cose che davvero non si possono capire. Non si può, in nessun modo.

Mentre lei parla mi torna alla mente la mia amica di infanzia. Suo padre era un facchino. Aveva una gobba rossa e bruttissima tra il collo e la spalla sinistra. Ero piccola e mi faceva davvero impressione. Non capivo. Non riuscivo assolutamente a capire perché una persona dovesse farsi seriamente male per una delle cose, a detta sua, più belle della sua vita. Mi misi in testa che fosse una festa stupida e basta.

Ancora oggi lo penso, nonostante la tipa continui a raccontarmi con passione come si svolge, in cosa consiste, di quanto è importante quella festa anche per lei.

La mia empatia vede passare quel fiume di parole e resta impassibile, immobile. Di solito si tuffa a capofitto senza nemmeno avere il mio permesso nelle emozioni degli altri, ma stavolta no. Approfitto di questa lucidità emotiva alla quale non sono abituata per riflettere sul fatto che davvero, ma davvero certe volte non ci si può mettere nei panni di qualcuno e capire cosa sta provando.

Così come non posso capire perché un tipo che conoscevo da due giorni ha iniziato ad insultarmi dopo avergli detto che ero occupata e non potevo sentirlo al telefono. E’ schizzato perché ha pensato che la mia fosse una scusa. Inutili i tentativi di dirgli che sbagliava, anche se una cosa era vera, lui non mi interessava poi così tanto.

Perché una persona -e anch’io l’ho fatto- reagisce male, più male di quanto dovrebbe, a parole, gesti e silenzi che non le piacciono?

Mi turba la questione. Si perché di solito si lascia perdere e in fondo quella beata, sottile ignoranza mette una distanza tra noi e quella reazione, ci solleva da qualsiasi presunto obbligo e ci fa proseguire per la nostra strada indisturbati. E’ cosi che si fa. Io però non ci sono quasi mai riuscita. Quel senso di ignoranza l’ho sempre rifiutato e deriso anche quando l’ho provato.

Infatti non riesco a non chiedermi se davvero ci si può fregiare di non essere riusciti a capire per poter tranquillamente voltare le spalle e andar via, come se fosse un’assoluzione, un alibi, una chance nel caso si smarrisca la comprensione o se invece si tratta comunque di una triste e inesorabile sconfitta, una piccola grande guerra persa con se stessi.

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immagine dal film ‘Bright Star’ sulla vita del poeta John Keats

E Poi?

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Questa mattina mi sono svegliata in un Paese che non conosco e che non mi rappresenta.

Non tanto per il premier, chiunque sarà perché ricordiamo che nessuno ha davvero vinto, ma per le persone che mi circondano. La maggior parte infatti si è divisa tra Lega e Movimento.

Mi sono chiesta chi ho intorno. Cosa pensa. In cosa crede. Come è possibile sia accaduta una cosa del genere.

Il voto di protesta è un contentino. Ti fa stare bene lì per lì, nel momento in cui metti quella croce su quel simbolo, ma poi?

POI.

Siamo già derisi da mezzo mondo.

L’euro già ne ha risentito in borsa.

Abbiamo una poltrona contesa da un buffone e un ignorante.

Complimenti, eh. Bravi. Vi siete chiesti “e poi?”

E POI?

Dovete vedere con i vostri occhi com’è che non cambierà assolutamente niente, se non in peggio? Avete bisogno di toccare con mano la freddezza delle promesse precipitate al suolo dopo essersi scontrate con la realtà che i signori che avete votato DOVRANNO per forza scendere a compromessi, essere un po’ meno estremisti, più concilianti perché è facile aprire un blog e dipingere il mondo come lo vorremmo (lo faccio perfino io!) mentre la realtà è completamente diversa?

E poi, sono certa, questi signori diventeranno la brutta copia di quelli che avete avuto modo di ascoltare e leggere durante la campagna elettorale. Perché tutto ciò che volevano era colpire la vostra pancia per far sì che come reazione voi sceglieste il loro simbolo nella cabina elettorale.

Tutto qui.

Questo è il voto di protesta.

Eppure avete visto le figure di merda che sta facendo Trump. AVETE SENTITO GLI AMERICANI PENTIRSI DI AVERLO VOTATO.

Ma non è stato abbastanza.

Io ho addosso quella stessa sensazione deprimente che provai quando seppi dei risultati delle elezioni USA. Anzi, non la stessa. E’ pure peggio.