L’insostenibile Incertezza dell’essere

incertezza-e-equilibrio

Ieri mattina, mentre scendevo le scale di corsa per andare al supermercato praticamente dieci minuti prima che chiudesse per la pausa pranzo, ho incrociato un bambino che dal piano terra si accingeva a salire la prima rampa di scale. Mi sono fermata di botto e l’ho guardato sbarrando gli occhi. Magrissimo e dai capelli a spazzola biondi si accingeva, come dicevo, ad affrontare i gradini che portano al primo piano, ma in condizioni abbastanza precarie. Si perché nella mano sinistra reggeva un ghiacciolo blu. Nella mano destra teneva la carta del suddetto ghiacciolo, azzeccosa e gocciolante. Intanto, in bocca, aveva un chupa-chups. Roba che se fossi stata sua madre, per portarlo a casa sano e salvo, sarebbe servita una gru che lo prelevasse dalle spalle per evitare inutili spargimenti di zuccheri innocenti.

Io però non sono sua madre. Né sua zia, né sua sorella.

Io sono un genio.

Perché appena ripresa dallo sbigottimento, gli ho sorriso e gli ho detto … ciao. 

E lui, sì, lui mi ha guardata di traverso. E me lo son meritato. Giustamente, non poteva in nessun, nessunissimo modo rispondermi. Ha rivolto lo sguardo e le sue forze ai gradini che gli restavano da affrontare ed è andato avanti.

Sono uscita dal palazzo e mi è saltata in mente la parola incertezza. 

Quando iniziano a capitare nella tua vita eventi spiacevoli pensi sempre che siano soltanto segmenti bui del tuo percorso, li percorri con pazienza e senza nemmeno un tuo cenno o protesta ti accorgi che già c’è qualcuno che dalla regia sta provvedendo a riparare quel guasto alle luci. Ti svegli un giorno e la tua vita è tornata pressoché uguale a com’era prima.

Quando gli eventi si susseguono con una cadenza tale che ti svegli, un altro giorno, e ti accorgi che la tua vita si è impigliata da qualche parte nel passato e ti brucia la pelle perché è rimasta per troppo tempo esposta alla realtà degli altri senza filtri e protezioni, allora, ecco, la questione cambia completamente. In regia sembra non ci sia più nessuno. Qualcuno poi lì ci piazza Dio, qualcun altro Paolo Fox. Io diciamo che negli anni ho composto una squadra di Ministri degli Affari Miei ben nutrita e variegata, forse anche discutibile, a cui chiedo consiglio nei momenti più facili, perché in quelli difficili faccio di testa mia, ma magari ve la presento in un altro post.

Insomma, camminavo verso il supermercato e ad ogni passo immaginavo che al posto dell’asfalto ci fossero dei fili come quelli che usano gli equilibristi per i loro spettacoli. Mi sono chiesta se davvero dovesse andare così. Se davvero alle tredici di un giorno qualunque soleggiato, con poco traffico e non molte persone per strada come me, stessi iniziando a pensare all’incertezza come ad una costante, una presenza imprescindibile, qualcosa da tenere con me sempre come la carta punti nel mio borsellino dei soldi per la spesa.

Mi son detta sì. Forse sì.

Dalla regia mi hanno suggerito che la paura però fa brutti scherzi. E anche la mente, quando si sente in pericolo. Il fatto è che per non cadere, quando ti trovi in bilico, cerchi ovviamente di aggrapparti a qualcosa. A meno che tu non abbia le mani occupate da ghiaccioli che si stanno sciogliendo, si sa.

E forse per evitare la sensazione ben peggiore di cadere nel vuoto quando qualcosa di troppo pesante colpisce i tuoi fili e ti fa perdere l’equilibrio, finisci per crederti in un vicolo cieco fatto delle ultime cose viste e sentite prima dell’impatto. Forse un altro giorno ancora imparerò che ci si fa meno male senza provare a non cadere incastrandosi da qualche parte, ma lasciandosi andare.

Intanto, giacché era sabato, il supermercato era ancora aperto.