Countdown…

Non ho mai scritto un post a meno di un’ora dal Capodanno. Però ecco, così, avevo voglia di scrivere. E forse sono qui per anticiparmi su uno dei miei propositi, quello di scrivere più spesso ed esserci di più qui. Perché qui ci sono storie, ci sono ponti di parole che attraversiamo per venirci a fare visita l’un l’altro. Qui azzeriamo le distanze da ben prima che fossimo chiusi ognuno nella propria casa.

Di questo anno voglio salvare diverse cose. Ho letto ovunque che il 2020 è stato difficile. Beh, altri anni per me sono stati ben più difficili. E come al solito mi sposto fuori dal coro. Non voglio dimenticare cosa è significato per me avere la possibilità di avere del tempo e dello spazio lontano dal mondo, dagli impegni sociali, dal caos e dalla sensazione che mi stessi perdendo qualcosa lì fuori. Questa volta il fuori era fermo. E per me è stato un sollievo.

Quest’anno ho trovato un lavoro. Ho ritrovato la fiducia nelle mie capacità quando non sapevo nemmeno di averla persa. Ho vissuto esperienze che mi mancavano e ho ricevuto, per una volta, invece che aver solo dato. Sono stata felice e a volte ho sentito che non mi mancava proprio niente. E forse non mi era mai capitato. E ho perso cinque chili, niente male direi!

Darò un abbraccio di addio a questo anno, che in fondo non è colpa sua se siamo finiti in una pandemia. E poi abbraccerò me stessa, per dirmi che sono andata bene e che non vedo l’ora di ritrovarmi anche migliore alla fine del prossimo anno. Sempre più vicina alla persona che desidero essere.

Un grandissimo abbraccio a voi tutti e grazie di esserci!

La Notte di Natale

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Prima parte, La Notte di Halloween.

Ho fame. Ho le dita congelate. E questa dannata serratura si è bloccata.
Si sta facendo buio ed è saltata la luce. Mi guardo intorno per cercare qualcosa in camera mia che possa aiutarmi. Mannaggia tutto.
Prendo il cacciavite dal cassetto della scrivania e inizio a smontare la serratura. Sono entrata qui per incartare un po’ di regali di nascosto. Tra poco sarà la Mezzanotte. Questa porta raramente viene chiusa a chiave. Forse per questo si è bloccata. Butto un occhio al balcone. La luce naturale scarseggia. Non ricordo come fosse il tempo fuori quando sono entrata, ma adesso l’aria sembra spessa e bianca. Ho provato a chiamare aiuto quando ho scoperto di esser rimasta chiusa in camera mia, ma nessuno mi ha risposto. Non è possibile che non mi abbiano sentita. Quando la corrente elettrica è andata via è calato il silenzio. Porca miseria. Ho freddo e non riesco a fare forza, lo scrocco è a forma di uncino e si è incastrato. Tiro un calcio alla porta. Provo a bussare e a chiamare di nuovo. Solo il vento tenta una timida risposta.
Mi avvicino al balcone. Le lucine blu e rosse che decorano i balconi del palazzo di fronte sono sfocate. Vado a cercare il telefonino. Nessun messaggio. Per un attimo mi manca il respiro quando mi rendo conto che questa Vigilia lui non scriverà. Mi guardo intorno, ma stavolta cerco con gli occhi un appiglio. Non è colpa mia. In fondo non ci ha messo molto a dimenticarmi. Tra il poco e il niente, voleva che scegliessi per il niente, è evidente. Non posso vacillare adesso. Mi siedo sul ciglio del letto. Gli occhi finiscono di nuovo sulle luci di Natale oltre i vetri appannati della mia stanza. Le imploro di restare lì. Di non andarsene. Almeno loro. Solo un momento, ancora. Finisco automaticamente tra i messaggi di un anno fa. Questo però è rimasto senza mittente.
“C’era qualcosa che volevi stasera. Se ti sbrighi sei ancora in tempo. La notte è appena iniziata”. Qualsiasi persona sana di mente seguirebbe le indicazioni provenienti da messaggi anonimi ricevuti durante la notte di Halloween, come no. Non ricordo nulla di quella notte, solo che presi ad inseguire risate di bambini nella nebbia. Mi risvegliai il giorno dopo nel mio letto. Sul telefono trovai un suo buongiorno. È ancora lì. Era il suo solito modo di rispondere senza rispondere. Sbuffai, ma un calore piacevole come al solito si diffuse dalla mano al cuore. Eppure, chissà, quella volta svanì in fretta. Un po’ come la paura di guardare attraverso la nebbia. Il vento annuisce lasciando oscillare le luci sfocate. Mi alzo. Torno velocemente verso la porta. Tiro forte. La porta si apre. L’albero di Natale in corridoio è acceso. Sento rumori di bicchieri, risate, profumi dolci, una luce calda abbraccia tutto il salone. Questa volta penso che la ricorderò, la magia.

Ciò che va e viene dai confini del nostro mondo.

Illustrator Yaoyao Ma Van As | Illustration | ARTWOONZ | Alone art, Girly  art, Animation art

Questa è stata una giornata di suoni di pioggia, di odore di chiuso degli addobbi rimasti per un anno nelle loro scatole e di sapore di tiramisù. Mi lascio avvolgere dalle luci colorate e va bene così. Ho voglia di godermi le cose belle e sognare e come ho letto da qualche parte, di creare il mio mondo, prima di morire in quello degli altri.

Perché forse ormai ci sono arrivata a cosa mi rende diversa e cosa mi rende simile. Sto addestrando il mio baricentro a non dichiararsi sempre colpevole e a non perdere la calma. Mi risulta ancora molto difficile quando ho a che fare con un impiegato Asl o comunale. L’ultima volta che uno di loro mi ha detto che le carte della pratica X non erano quelle giuste mi sono quasi messa a piangere. In piena pandemia, chiusa in casa e nessun sito aggiornato o numero di telefono attivo non potevo sapere quali fossero le carte giuste. L’inefficienza, la negligenza e l’incompetenza mi fanno letteralmente schifo, anche se detto da me che scrivo dal divano lanciando occhiate feroci di tanto in tanto a quel pezzo di scotch rimasto penzoloni sul mobile sembra che il problema sia qualche mia mania invece che qualcosa di serio. Eppure quando la guardia giurata si è rivolta con arroganza ad un uomo che chiedeva informazioni ho provato rabbia. Se qualcuno rispondesse a quel dannato telefono non disturberebbero te, pensavo. Mi sono resa conto però che se ne fai una questione personale puoi anche implodere di dispiacere, ma non cambi le cose.

E sono le emozioni e quella spiacevolissima sensazione di frustrazione ciò che muove gli haters, i leoni da tastiera o le persone che ti amavano ad insultarti, anche in anonimo. Poco tempo fa si è accesa una questione pseudo-femminista sui social in seguito a qualcosa accaduto in tv. Un programma Rai aveva inviato in onda un tutorial rivolto alle donne su come fare la spesa in maniera sexy. Si è alzato un coro di femministe indignate e offese, tanto che il programma, uno dei pochi ancora validi secondo me, è stato chiuso. Ho letto manifestazioni di rabbia assurde e mi accorgevo che nel leggerle mi stava venendo voglia di insultare loro a mia volta. Quando ho provato a spiegare la mia opinione ad una persona amica poco ci è mancato che mi processasse. Avevo qualche problema, io, se un tutorial su come una donna possa muoversi in modo sexy non mi offendeva. Non ero indignata perché secondo me aveva problemi chi quel tutorial l’aveva preso sul serio, ma soprattutto perché finché le donne etichettano un’altra donna come oggetto allora andiamo indietro pensando di andare avanti. La vera parità si avrà quando una donna Presidente o astronauta o Rettore universitario non farà notizia perché sarà assolutamente normale. Pochi giorni dopo è andata in onda una partita della nazionale femminile di calcio, commentata da giornaliste sportive, donne. Ed questo è il femminismo vuoto e insulso che si merita la maggior parte del genere femminile e mi dispiace molto.

Insomma, credo che avrò sempre una certa difficoltà a trovarmi d’accordo con buona parte del mondo. Una volta ho sentito dire che forse non è il corpo che contiene l’anima, ma è l’anima a contenere il corpo. Se così è davvero, allora forse non siamo così tanto fragili e in pericolo di disgregarci da un momento all’altro. Siamo molto più stabili e solidi di quanto pensiamo a patto però di prenderci cura di ciò che va e viene dai confini del nostro mondo.