Nuvole di vapore.

Nina aspira aria dal cilindretto di metallo rosa e dalle labbra schiuse fuoriesce del vapore che sa di fragole, mandorle e vaniglia.
Le avevano detto di non lasciarlo andare subito, ma non capisce come. Riprova, aspira di nuovo, ma questa volta chiude la bocca. Quando la riapre il vapore che esce è pochissimo.

Nina guarda il cilindretto perplessa. Non ha mai capito cosa provano le persone che fumano. A lei quel fumo chiude le narici, disturba. Qualche volta è stata investita da altri fumi che poi ha saputo essere vapori, di diversi aromi, non sempre gradevoli. Tuttavia Nina è sempre stata attratta da quei gruppetti di fumatori che si appartano in ogni luogo. Quelle persone che interrompono una conversazione per accendersi una sigaretta sul balcone, i colleghi che escono dall’ufficio per fumare all’aperto, i clienti di un centro commerciale che sfidano il freddo sulla terrazzina dietro alla porta antipanico. In qualche modo nonostante le avessero inculcato che il fumo fa male, le invidiava. Si era sempre chiesta cosa avessero in comune. La maggior parte delle volte si trattava di sconosciuti che però in qualche modo sembrava si fossero dati un appuntamento preciso, come se l’ansia, l’inquietudine possano essere sincrone in persone che non si sono mai viste prima, e per motivi diversi.

In ufficio Nina aveva notato che i colleghi fumatori avevano come dei permessi speciali per prendersi più pause. Lei era riuscita a seguirli al massimo due volte, per i soli due caffé della sua giornata. In un paio di occasioni si era unita al gruppo con la scusa di prendere un po’ d’aria, ma si era rivelata una cattiva idea perché l’aria era la loro, molto poco piacevole da respirare cercando di mantenere anche una distanza che permettesse brevi conversazioni. Chi non fuma come scarica lo stress? Troppi caffè non sono il caso, il cibo la farebbe ingrassare, le caramelle senza zucchero dopo la seconda ci si stufa.

Nina aspira di nuovo dal cilindretto, è una sigaretta elettronica usa e getta. La prima gliel’aveva mostrata un’amica, ne aveva parlato molto bene, ha un ottimo sapore dolce e fresco. Una sera dopo lavoro Nina si era recata dal tabaccaio con la coda tra le gambe come se stesse per commettere un delitto imperdonabile. Era troppo curiosa di provarne una. Dalle varie descrizioni lette aveva scelto l’aroma che somigliava a quello di una torta.

Questa volta modula il respiro per far uscire il vapore lentamente. Nina alza lo sguardo e si perde ad osservare i volteggi delle lingue di vapore che salgono e svaniscono o i ghirigori che ruotano in senso antiorario in giri sempre più stretti. Al tiro successivo il vapore esce tutto insieme in una nebbia fitta. Nina si rilassa tra quelle nuvolette effimere che sembrano portarsi via qualcosa dalla sua mente affollata. Le vengono in mente le curanderas ecuadoriane che puliscono le persone dalle energie negative soffiando fumo di tabacco su tutto il corpo e ripetendo litanie in lingue antiche.

Piano piano capisce come respirare quel vapore che sembra dare alla testa una piacevole sensazione di leggerezza. Lo posa sulla scrivania, per oggi basta. Nina sorride pensando che con quel cilindretto tra le dita potrebbe avere accesso a quelle misteriose riunioni di sconosciuti, ma non riesce ad immaginare le sue nuvolette mischiarsi con quelle degli altri, le sue lingue di vapore arrotolarsi con fumi estranei, fare a botte per conquistarsi spazio per salire ed evaporare in santa pace. Annuisce gelosa dei suoi sbuffi di vapore, come se nel loro volteggiare potessero raccontare storie che vuole tenere solo per sé.

Lo scaffale del tonno.

Ne sono fermamente convinta. Le aziende che producono tonno in scatola mi fregano sempre.
Insomma io arrivo lì, allo scaffale del tonno, alla fine di una lotta che è stata già estenuante tra prezzi, offerte speciali, offerte normali, offerte se hai la carta punti, offerte se fai tre salti e una giravolta su un piede solo e devo scegliere quale marca conviene di più. Una roba da pazzi. A partire dalle quantità: vai a capire se il formato 60 grammi per tre conviene di più del 50 grammi per quattro, o se forse il 100 grammi per due al netto dell’olio contiene più prodotto di tutti gli altri messi insieme, sempre che non sia con poco olio, che i conti cambiano. Quello al naturale lo scarto subito perché contiene più sale, quello in vetro sembra così bello che è un peccato lanciarlo tra riso e pomodorini, è più da cena gourmet. E poi c’è il colore delle pinne del tonno, il metodo di pesca, quello inscatolato a bordo, il tonno che non aspetta e quello morbido come un cuscino. Alla fine il tempo stringe, abbandono i calcoli e metto nel carrello quello che a naso mi sta più simpatico.

Ci sono cose per le quali mi perdo in calcoli e teorie pur di ottimizzare, ottenere il meglio possibile con le risorse disponibili, portare a casa la soddisfazione di aver fatto bene, per me. Non sono mai corsa dietro al bene assoluto. Ho sempre pensato che fosse soggettivo. Perfino quando mi sono diplomata con il massimo possibile oppure ho preso trenta ad un esame.
Poi ci sono cose che non ho mai capito.
Non ho mai capito, ad esempio, come si sceglie bene la persona da frequentare. Non ho mai scelto quello che faceva più comodo a me, anzi. I benefici mi sono sempre costati parecchio. Non ho mai saputo dire di cosa avevo bisogno, non ho mai detto io sono qui e se mi vuoi vieni tu. Ho assunto forme diverse per stare bene sullo scaffale di chi mi guardava in quel momento, perché è l’unico modo che ho imparato per ricevere amore e ho sempre pensato che dovessi imparare io dagli altri cosa “è meglio”. Poi arrivo al punto che mi guardo da fuori e non capisco cosa sto facendo. Resto a fissarmi finché le sensazioni non prendono il sopravvento, finché la curiosità non riprende a guidarmi e torno a perdermi tra le strade della mia vita, i profumi, le sensazioni, i paesaggi che osservo come se fossi una turista allegra, ma dentro triste, perché poi all’improvviso il tempo stringe, e devo tornare a casa.

A raccontare dalla pioggia

Qualche notte fa ho sognato che pioveva e io correvo fuori da una casa e allargavo le braccia sotto la pioggia sorridendo, mentre dal balcone mia madre mi intimava di rientrare e le mie zie scuotevano la testa infastidite. Ho sentito proprio l’acqua sulla pelle, l’aria fresca, la sensazione di libertà che mi avvolgeva. Quando mi sono svegliata c’era il solito Sole già bollente di prima mattina, ma quella pioggia notturna mi aveva regalato un altro spirito per affrontarlo.

Mi sono accorta che negli ultimi due anni ho scritto di tante sensazioni, pensieri, ma ho accuratamente evitato di parlare di sentimenti. Ho riletto un po’ gli ultimi post come volessi cercarmi, ma non ho trovato nulla. Eppure per dei mesi ho vissuto qualcosa di molto simile ad una relazione. Però non l’ho mai indagata. Ne ho fatto qualche accenno, ma nulla di più. Forse perché è stata una piccola isola di pace in una tempesta di altre preoccupazioni, ma non mi torna, perché anche la pace si può raccontare, mica sempre e solo il dramma. Forse perché l’ultima volta che ho parlato di amore qualche vigliacco anonimo ha pensato di redarguirmi in privato e inconsciamente mi sono chiusa. Forse perché non sapevo nemmeno bene io cosa fosse e per lo stesso motivo è anche finita.

E’ pericoloso perdersi dei pezzi, perché poi capita che mentre torni a casa a notte fonda un po’ brilla vai troppo indietro con la mente e ripensi ad un altro sogno, nel quale incontravi qualcun altro, lungo una strada buia, mentre usciva da un ristorante dopo una cena, poche parole per chiedersi come stai, assicurarsi delle risposte e svegliarsi. E quel pezzo è l’unico a cui ho dato un nome. E’ come se tutto si fosse bloccato lì. Quello che è venuto dopo l’ho chiamato in tutti i modi possibili tranne che amore.

Allora vorrei capire dove mi trovo. Sono ancora lì, dove sapevo cosa non avevo o sono qui, dove non so cosa ho avuto davvero?

Oggi è venuta giù una pioggia bellissima. Ho lasciato le infradito all’asciutto e sono uscita sulla parte più esposta del balcone a buttarmi sotto le gocce fittissime, sentivo l’acqua fresca ovunque, ho zittito le voci nella testa che mi dicevano di rientrare, sono rimasta lì a ridere incredula e ho deciso di ricominciare a raccontare tutto dalla pioggia.

L’uomo con il melone di pane

Picture by yaoyao

Nina si affretta a raggiungere la cassa del supermercato meno affollata e si mette in fila dietro l’unica signora che ha già sistemato le sue cose sul rullo nero. Dalla sua sinistra vede arrivare con passo lento un signore anziano, pienotto ma dal volto magro, in camicia e pantaloni di un qualche completo che ha riciclato per un uso quotidiano, come se le cerimonie le avesse già presenziate tutte nella vita. Ha l’aria di uno che ha fatto una passeggiata e si è trovato il supermercato di strada. Ha gli occhi piccoli e di un azzurro intenso. Nina si volta verso di lui, vede che ha solo due meloni di pane in una bustina e un’altra cosa che non riesce ad identificare. Se vuole può passare prima di me, gli dice, buttando un occhio al proprio carrello decisamente più pieno. L’uomo resta interdetto, vorrebbe rifiutare, si impettisce. Nina pensa che doveva essere stata una persona che aveva amato tanto il proprio lavoro, qualunque sia stato. Doveva averlo reso orgoglioso, responsabile, puntuale. L’indecisione dura pochi istanti, come se una voce nella sua testa gli avesse detto che non può rifiutare quell’offerta e fa un passo avanti. Guarda Nina che ad all’improvviso vorrebbe poter essere invisibile. La osserva cercando una risposta a chissà quale domanda che conosce lui soltanto. Sembra averla trovata quando mormora tu sei giovane, annuendo. Nina non ci trova il nesso. Ma si figuri, quante volte arrivo io alla cassa senza carrello, mille cose in bilico… In effetti, in quelle occasioni, che bello se qualcuno capisce la fretta, il dolore alle braccia, il timore di far cadere qualcosa e le cede il posto in fila! L’uomo però ripete, tu sei giovane, e stavolta aggiunge le parole che stava cercando prima. Che Dio ti benedica. Nina arrossisce e prova a mormorare un grazie. In realtà non ha mai saputo cosa si risponde in questi casi. Grazie? Grazie anche a lei? Nina si scervella mentre l’uomo fissa un punto nel vuoto come se volesse continuare il discorso, tu… Voi, avete bisogno di… E fa altri passi verso la cassa ormai libera. Nina lo osserva pagare mentre poggia le proprie cose sulla cassa. Abbiamo bisogno di? Chissà. Mentre guida verso casa continua a pensarci. Immagina l’uomo che finito il pranzo della domenica, di maccheroni al ragù che sua moglie doveva aver messo a fare già da tre ore almeno, toglie la buccia alle fette del suo melone di pane, con calma e perizia, mentre dalla finestra della cucina entra un po’ di fresco. Nina in genere dimentica pure di averla comprata la frutta e la sbuccia in fretta durante una pausa dal lavoro per mangiarla prima che vada a male.
Nina ripensa a quella benedizione, lei è sempre stata più spirituale che religiosa, troppo complicate le dottrine, le cerimonie, le preghiere, le regole. Non le aveva mai capite. Eppure si rende conto di quanto è bella quella frase. Per un momento è come se l’Universo intero potesse abbracciarla e lei ne approfitta, si lascia avvolgere e allo stesso tempo le sembra di riemergere, di poter mettere la testa fuori e respirare, sentirsi al posto giusto e non persa in quella vastità estranea. Non ha idea di cosa volesse aggiungere l’uomo, ma forse era proprio di quell’abbraccio che aveva bisogno.

Ad osservare le formiche.

picture by Yaoyao

Osservo la formica che zampetta concentrata sul pavimento del bagno dell’ufficio. Una distesa grigia interrotta poche volte dalle fughe sottilissime dei tasselli che lo compongono. Cerco d’istinto di immaginare il pavimento dal suo punto di vista. Una distesa interminabile, monotona, vuota, un orizzonte sempre uguale per centimetri e centimetri che però a lei devono sembrare chilometri.

Una delle cose che mi spaventa di più al mondo è l’avere una prospettiva soltanto su qualsiasi cosa. Mi terrorizza l’idea che possa aver conosciuto un solo punto di fuga e che lì muoiano, o nascano, tutte le linee che compongono la mia realtà. Certo, ogni tanto mi manca un punto fisso, il famoso centro di gravità permanente, ma poi mi dico sarebbe molto più pericoloso averne uno e affezionarsi troppo. E’ vero pure che senza un punto fisso la realtà rischia di diventare un ingarbuglio di linee simile a quelle autostrade americane che si snodano a più livelli attraverso viadotti di altezze diverse. Queste linee ovviamente non possono coesistere tutte, però ecco, ogni tanto sbirciare in un altro punto di vista, imparare un altro modo di fare qualcosa, può avere il potere addirittura di espandere la realtà.

La formica intanto l’ho persa. Il suo mondo gigante a me sembra piccolo eppure non lo conosco affatto. Quando torno alla mia postazione il mondo che mi sembrava piccolo è tornato ad essere gigante e in quella prospettiva ho l’impressione che ogni pezzo stia tornando al suo posto comodo e spazioso, scollandosi dalla mia ansia.

Poi penso a quante cose sappiamo fare invece in un modo soltanto. Il caffé. Immaginare il futuro. Amare. Perché in qualche modo te l’hanno insegnato quando ricevevi attenzioni solo quando rendevi felice qualcuno, l’hai appreso a scuola quando i prof ti mettevano puntualmente vicino il compagno di classe più disastrato come se avessi il potere di calmare e trasformare chiunque, e magari è anche sbagliato, ma conosci soltanto quello. Sarebbe un disastro prendere decisioni sulla base di quel solo punto di vista! Io voglio impararne altri, dovessi metterci anche tutta la vita. Sarebbe molto più sprecato un tempo infelice che uno trascorso ad osservare le formiche.

Ti racconto una foto

Questa volta una sfida divertente, mi è stata assegnata una foto di una città che conosco poco, l’idea affascinante di lasciarsi ispirare dalle immagini in bianco e nero per vedere una storia svolgersi lì intorno. La realtà e la fantasia si incontrano sui margini della foto, giocano e si intrecciano e alla fine sembra che ne resti giusto una sensazione, di entrambe. Ecco, per me partecipare a questa raccolta di racconti è stato qualcosa del genere. Il mio racconto si chiama Non oltre la torre, ispirato dalla foto della torre dell’acqua di Castellammare di Stabia, ammetto non facile, ma poi l’atmosfera più di tutto è riuscita a coinvolgermi.

Lascio di seguito un link per sapere di più

Ti racconto una foto: Castellammare di Stabia edito da Opera Indomita

Primula.

foto personale

Nina scorge dietro al vetro del balcone della sua stanza lasciato nudo dalla tenda mai dritta e ferma al suo posto una macchia viola nel vaso rettangolare ormai abbandonato a se stesso. C’erano delle primule prima dell’estate che si erano seccate con il troppo caldo anche nel suo balcone più fresco e non ne era rimasto più nulla. Nina aveva visto crescere qualcosa nelle ultime settimane ma pensava fossero le solite erbacce. Si accovaccia vicino al vaso, silenziosa.
Nina altre volte si era tenuta tra le braccia rannicchiata sul divano per paura di perdersi dei pezzi come fosse fatta di sabbia, granelli che potevano scivolare via da ogni punto, irrecuperabili, inafferrabili. Poi si era stretta in un cappotto e si era fatta pietra aggredendo l’aria mentre passeggiava per le strade della cittadina a tratti familiari, altre volte estranee.
Guarda la primula intontita che non sa neanche lei come fa a trovarsi lì appena sbocciata. Ha ragione, pensa. Fa paura essere un fiore se nessuno te l’ha mai insegnato. Dove eravate, voi che adesso guardate, quando c’erano solo terreno e sassolini?
Io c’ero, le sussurra Nina, io c’ero.

Esprimi un desiderio.

Artist Perfectly Captures The Intimate Magic Of Living Alone | HuffPost Life
picture by yaoyao

C’è un passaggio di Aladdin che nel vedere e rivedere il film mi è rimasto in testa, quello in cui il Genio della Lampada, quando Aladdin esprime il desiderio di diventare un principe per fare colpo sulla figlia del Sultano, lo ferma dal finire la frase, perché lo sta esprimendo male. Lì per lì Aladdin non capisce, ma il Genio gli spiega che in quel modo al massimo sarebbe sembrato un principe, ma non lo sarebbe stato, di fatto. Lo spinge quindi ad essere più preciso nell’esprimere il desiderio.

A volte penso che se all’improvviso un Genio magico mi chiedesse quali sono i miei desideri mi troverebbe del tutto impreparata. Un po’ come è sempre stato quando negli anni ho spento candeline di compleanno e qualcuno mi ha fermata prima di soffiare dicendo devi prima esprimere un desiderio! Momenti di panico. Così, in pochi secondi, su due piedi. Mille domande. Mi butto su un desiderio di amore universale e salute per tutti? Troppo generico. Un desiderio solo per me, per me e qualcun altro? E su cosa? Chiedere di far avverare qualcosa di quasi impossibile contando sul fatto che l’Universo sia benevolo con me in un giorno speciale o puntare su qualcosa di facile, solo un piccolo aiuto per qualcosa in cui potrei riuscire da sola? Bel dilemma.

In entrambi i casi mi sarebbe sfuggito il fatto che il problema dei desideri è che possono avverarsi e che se non si desidera bene si rischia di ritrovarsi in situazioni ben meno piacevoli di quelle immaginate. Un desiderio nasce da qualcosa che nella nostra realtà non ci soddisfa e ci fermiamo poco a calarlo in qualcosa che pur sempre realtà deve essere. Insomma, si tende a dimenticare i dettagli, il contorno, i contro, che ti sorprendono come i postumi di una sbornia ai quali non avevi pensato mentre cantavi e ridevi e volavi leggera su discorsi in realtà pesanti come macigni sul cuore.

In ogni caso oggi desiderare è diventato obsoleto e mentre lo scrivo il Genio scuote la testa deluso. Forse per i limiti che il desiderio si porta dietro, forse per i limiti di un mondo diventato insoddisfacente e privo di risposte e di punti di riferimento, senza scendere nei dettagli che nemmeno conosco bene di cose come la Legge di Attrazione e Legge di Assunzione, sembra che vada per la maggiore il manifestare. Non nel senso di protestare per dei diritti, (magari in senso lato si). Manifestare significa pensare a ciò che si desidera ardentemente, con tutti i dettagli, visualizzare la situazione nella quale ci si vorrebbe trovare, vedercisi dentro, provarne le emozioni come se stesse accadendo davvero, come se si avesse già ciò che in questo modo si starebbe chiedendo all’Universo. Poi, alla fine, lasciare andare il pensiero, non ossessionarsi, non attaccarcisi. L’idea alla base è che normalmente si attirano a sé cose, persone e circostanze che incosciamente provochiamo attraverso gesti, parole e pensieri, come se l’Universo (viene chiamata in gioco anche la fisica quantistica, il principio di indeterminazione della realtà) vibrasse intorno a noi in infinite possibili strade che ci si parano davanti giusto nel momento in cui le stiamo osservando.

La cosa che più mi ha colpita è il fatto che, secondo queste teorie, non è qualcosa che decidiamo di fare. Senza saperlo, manifestiamo in continuazione. Il dialogo con l’Universo sarebbe continuo, solo che con buona probabilità lo indirizziamo male attraverso la preoccupazione, l’ansia, la rabbia, le convinzioni, le credenze. In effetti è stato provato scientificamente che il nostro cervello stabilisce in base ai pensieri più ricorrenti delle connessioni più forti tra determinate aree del cervello a loro collegate e questo ci spingerebbe ad interpretare la realtà così come ce la aspettiamo, quindi condizionarla. Questo mi fa pensare. Ammetto che anni fa ero cintura nera di incosciente ottimismo, ero legata ad una sorta di fiducia interiore che qualsiasi cosa fosse successo, sarebbe andata bene. Questa fiducia è vacillata, morta, risorta, si è nascosta, si è buttata di testa, ha avuto slanci niente male, ma forse da sola non basta. Insomma che sia vero o no ho deciso che una volta per tutte devo imparare a esprimere dei desideri come si deve. Allenarmi per la prossima candelina, la prossima visita del Genio se nel frattempo non cambia lavoro, nel dubbio, lasciare qualche indicazione all’Universo su chi vorrei essere, con chi, dove, quando, fare la mia parte, che non si sa mai.

Il mistero del pastore

Stacco per l’ultima volta la spina alle lucine che infondono l’atmosfera calda nella scena e immagino i figuranti inanimati scambiarsi uno sguardo di intesa generale, è il momento, si smonta tutto.
Ammetto che quest’anno ho faticato a mettere su il presepe, forse per il significato diverso che la festa ha assunto per me e per il fatto di doverlo fare da sola, però avevo letto un articolo secondo cui quello religioso è solo uno dei motivi per cui allestirne uno. Sul piano spirituale rappresenterebbe quel che si ha dentro e il bambino appena nato non è che il Sole bambino che nasce con il solstizio d’inverno e che ci promette la vita e la primavera, mentre intorno a lui il mondo si affaccenda a combattere le difficoltà di sempre. Sul piano materiale sarebbe la riproduzione di un pezzo di Universo, un affresco della realtà. Quest’anno avevo deciso di tirar fuori dalle scatole solo i miei pastori preferiti. Ogni pastore ha la sua scatola su misura e per ricordarsi dove riporlo, alla fine delle feste, dentro ad ognuna c’è una piccola descrizione, scritta a mano dal membro della famiglia che per primo si trovava a farlo. Ne apro una e ritrovo la calligrafia morbida di mia madre pastorella con il pane. Facile, la trovo al primo piano dell’unica casetta e la ripongo nella sua custodia comoda. Con lo stampato grande di mio fratello trovo BUE, che intanto stava scommettendo con Asino su chi dei due sarebbe andato via prima dalla mangiatoia quest’anno. Il pastore nero con anfora nel cesto è quello con la descrizione più lunga e scritta in piccolo da mio padre. Ne apro un’altra e trovo con la stessa calligrafia pastore con piatto di rame. Guardo sul presepe e ho un attimo di smarrimento. Non so chi sia. Li guardo uno ad uno. Non è il Cuoco che in mano ha un mestolo. Non è il pastore con il pentolone che cucina qualche sorta di street food dell’epoca per strada. Lo zampognaro e il falegname scuotono la testa con fare ovvio. Boh. Vado avanti. Lo troverò per esclusione mi dico. La Madonna rientra prima di San Giuseppe e tiro giù dal soppalco della mangiatoia il pastore che dorme che io adoro perché si narra che il presepe sia frutto di un suo sogno e il tutto prende un’affascinante piega metafisica, tutto è reale e niente lo è. Uno alla volta inscatolo gli altri miei preferiti: il pastore ubriaco con il fiasco, per il quale allestisco una tavola di assi di legno poggiate su dei barili, quello che tira un asino piantato con le zampe a terra e il pastore con il fagotto sulle spalle e l’aria smarrita, non sa dove si trova e in quale locanda andrà a cercare un po’ di calore e tanto vino. Le pecore si riuniscono nella scatolina di plastica e il presepe ormai è quasi vuoto. Nei pressi della locanda, all’angolo della strada, è rimasto un uomo con la barba bianca e una tunica blu. In mano ha un piattino con poche monete dentro. Mi è sempre piaciuta la sua aria elegante e gentile. Sei tu il pastore con il piatto di rame, quasi gli dico divertita dal piccolo mistero che ha avvolto il momento noioso e faticoso del rimettere tutto a posto. Fosse stato per me avrei scritto pastore che chiede l’elemosina, più chiaro, non credi? Mi guarda placido e silenzioso. Insomma a me non era mai sembrato importante di cosa fosse fatto il piatto. Lo ripongo nella custodia con calma e sorrido, lui sembra quello meno affannato e smarrito di tutti e penso che stia lì davvero il mistero. Alla prossima, dico, tra me e me.

Il Natale spiegato ad un gatto

L’altoparlante nel parcheggio del centro commerciale gracchia una canzone di Natale e per un momento non sono lì per gli ultimi acquisti prima delle feste, ma sono appena scesa da un treno fermo alla stazione di un paese di montagna imbiancato dalla neve, semideserto perché è tardi e la maggior parte delle persone è già rientrata al calduccio delle proprie case. Tiro giù la valigia e mi incammino in compagnia di quella melodia che si fa più lontana ad ogni passo e delle luci dei lampioni e delle luminarie natalizie fioche per la nebbia scesa dopo l’abbondante nevicata. Prendo le scale mobili e le immagini svaniscono tra le luci forti e il via vai fitto di persone intorno a me.

Al rientro l’ascensore si blocca tra il secondo e il terzo piano per l’ennesima volta e penso tra me e me che non vale più nemmeno quella vecchia citazione che l’unica cosa che va secondo i piani è l’ascensore. Per arrivare al terzo ormai più della metà delle volte devo salire prima fino al quarto piano, poi scendere. In realtà potrei anche fare quell’unico piano a piedi, ma è una questione di principio, specie quando sono carica di buste della spesa. In qualche modo voglio scendere al terzo così come dovrebbe essere. Le prime volte mi attaccavo al pulsante di allarme impaurita e il portiere richiamava l’ascensore al piano terra. Adesso invece quel piano secondo-e-tre-quarti mi sta simpatico. Su cinque piani è proprio lì che deve incepparsi e qualche volta mi perdo ad immaginare che deve esserci un motivo e che magari lì in mezzo ci sia l’ingresso nascosto di un qualche universo parallelo.

Mentre svuoto le buste un nasino curioso viene ad indagare tra i vari prodotti alla ricerca dei croccantini. Guardo la mia gattina e mi rendo conto che siamo terribilmente complicati. Abbiamo bisogno di un mucchio di cose che per lei hanno solo odori strani e sgradevoli. A lei non servono tanti tipi di cibo, detergenti, utensili. Ad un gatto, ecco, non serve immaginare. Ancor meno serve una cosa come il Natale. Al mio piace l’Albero ma solo perché può nascondercisi sotto e le luci proiettate sul soffitto che lo incantano per minuti interi non riuscendosi a spiegare di cosa si tratta.

A gambe incrociate sul divano il pomeriggio di Natale mi dico che se le potessi spiegare questa festa le direi di osservare i silenzi, le luci, quelle di casa o del paesino di montagna innevato o del mondo misterioso dietro la porta dell’ascensore e non fare distinzione tra ciò che sembra e ciò che è e allora avrebbe già riscaldato il buio e starebbe lì tutto il senso, senza bisogno di cercarne un altro.