Le bugie delle verità

illusione inganno distanza realtà

Delle sale d’aspetto dei medici non sopporto quelle riviste lasciate lì sui tavolini mezze sgualcite, con le pagine mancanti e risalenti a mesi e mesi fa. Sembrano un inganno.

Insomma, tu sei lì certamente non per rilassarti. Perché dovrebbe interessarti il colore del vestito che la Regina Elisabetta ha indossato in questa o quell’altra occasione mentre sei lì che ti aspetta la siringa dell’anestesia alle gengive che no, per quel dente non c’è più nulla da fare e ti fa un male cane e deve essere tolto al più presto?

Approfondimenti politici, tagli di capelli dello scorso autunno-inverno, cara posta del cuore, mio marito non mi guarda più, cosa posso fare, la ricetta del pollo al curry con riso basmati che tu rifarai senza curry e senza riso basmati perché non hai tempo di passare al supermercato a comprarli.

-Guarda, qui c’è notizia di TAC con turbo. Capisci? Tu con questa tumore … booom-

Osservo la signora bionda mentre accompagna con movimenti della testa quell’ultima parola. Poi però mi accorgo che di fondo la muove involontariamente a causa di qualche tic. Non capisco bene cosa intende, ma annuisco.

In quella sala d’aspetto oltre alle riviste ci sono dei poster dei luoghi più belli della costa campana. Decisamente lontani in molti sensi. Dalla percezione dell’inganno la mia mente passa direttamente a quella della presa in giro. Lì, al piano meno uno, alla fine di un corridoio che sembra il set di un thriller, illuminato a tratti da luci al neon e sulle cui pareti corrono tubi di diverse dimensioni che portano acqua, gas e corrente al resto dell’edificio ospedaliero, cercano di farti pensare al mare e al sole e al vento che ti mette i capelli in disordine e alle barche da fotografare e pubblicare su Instagram dopo aver applicato un filtro che ne esalti fortemente i colori.

Eppure l’ambulatorio della radioterapia è uno dei pochi posti al mondo nel quale le bugie che ci si racconta sulla vita e sul mondo stesso vengono vergognosamente messe a nudo. Ti rendi conto, lì sotto, di tutte le illusioni nelle quali hai vissuto fino a quel momento. Finiscono distrutte, sì, anche se non prima di aver lottato.

Avvengono delle vere e proprie battaglie di sguardi tra tutti quelli che sono lì ad aspettare. Ho cercato di nascondere il mio ovunque, ma è come se ci fosse una legge non scritta che obbliga prima o poi a guardare negli occhi una o più persone vicine a sé. Mi volto verso la persona che ho accompagnato e capisco che ha dovuto cedere anche lei, nonostante io sia riuscita lo stesso a notare la presenza di quella barriera che alza di solito quando decide che di sé a tutti gli altri non racconterà proprio un bel niente.

La signora bionda ad un tratto inizia a piangere. -Terza volta… Dottore dice… Ancora-.
Una donna molto abbronzata elabora il momento molto più in fretta di chiunque altro e le risponde cercando di consolarla e chiedendole qualche dettaglio in più. Mentre la signora bionda cerca di spiegarsi in una lingua non sua, io non riesco a fare a meno di notare che ha scelto di sedersi lontana da tutti.

Gli occhi e le orecchie sono le uniche parti di me che riescono a superare quella distanza imposta. Insomma, si trova laggiù eppure ha attirato l’attenzione di tutti lo stesso. Mi sento come incastrata e la osservo frustrata come si fa con le nuvole a cui non puoi impedire di esplodere di pioggia perché non puoi in nessun modo raggiungerle.

Da lì in poi le maschere iniziano a cadere, una ad una. La signora anziana alla mia destra parla del motivo per cui si trova lì. Sua figlia e suo genero completano il racconto con informazioni sulle loro vite che sembrano importanti quanto le cose scritte nelle riviste. Pian piano la testa si riempie di immagini e di domande sulle loro vite e sulle loro scelte.

La magia dell’illusione si compie, inesorabile, da sola, una volta ancora.

Annunci

L’insostenibile Incertezza dell’essere

incertezza-e-equilibrio

Ieri mattina, mentre scendevo le scale di corsa per andare al supermercato praticamente dieci minuti prima che chiudesse per la pausa pranzo, ho incrociato un bambino che dal piano terra si accingeva a salire la prima rampa di scale. Mi sono fermata di botto e l’ho guardato sbarrando gli occhi. Magrissimo e dai capelli a spazzola biondi si accingeva, come dicevo, ad affrontare i gradini che portano al primo piano, ma in condizioni abbastanza precarie. Si perché nella mano sinistra reggeva un ghiacciolo blu. Nella mano destra teneva la carta del suddetto ghiacciolo, azzeccosa e gocciolante. Intanto, in bocca, aveva un chupa-chups. Roba che se fossi stata sua madre, per portarlo a casa sano e salvo, sarebbe servita una gru che lo prelevasse dalle spalle per evitare inutili spargimenti di zuccheri innocenti.

Io però non sono sua madre. Né sua zia, né sua sorella.

Io sono un genio.

Perché appena ripresa dallo sbigottimento, gli ho sorriso e gli ho detto … ciao. 

E lui, sì, lui mi ha guardata di traverso. E me lo son meritato. Giustamente, non poteva in nessun, nessunissimo modo rispondermi. Ha rivolto lo sguardo e le sue forze ai gradini che gli restavano da affrontare ed è andato avanti.

Sono uscita dal palazzo e mi è saltata in mente la parola incertezza. 

Quando iniziano a capitare nella tua vita eventi spiacevoli pensi sempre che siano soltanto segmenti bui del tuo percorso, li percorri con pazienza e senza nemmeno un tuo cenno o protesta ti accorgi che già c’è qualcuno che dalla regia sta provvedendo a riparare quel guasto alle luci. Ti svegli un giorno e la tua vita è tornata pressoché uguale a com’era prima.

Quando gli eventi si susseguono con una cadenza tale che ti svegli, un altro giorno, e ti accorgi che la tua vita si è impigliata da qualche parte nel passato e ti brucia la pelle perché è rimasta per troppo tempo esposta alla realtà degli altri senza filtri e protezioni, allora, ecco, la questione cambia completamente. In regia sembra non ci sia più nessuno. Qualcuno poi lì ci piazza Dio, qualcun altro Paolo Fox. Io diciamo che negli anni ho composto una squadra di Ministri degli Affari Miei ben nutrita e variegata, forse anche discutibile, a cui chiedo consiglio nei momenti più facili, perché in quelli difficili faccio di testa mia, ma magari ve la presento in un altro post.

Insomma, camminavo verso il supermercato e ad ogni passo immaginavo che al posto dell’asfalto ci fossero dei fili come quelli che usano gli equilibristi per i loro spettacoli. Mi sono chiesta se davvero dovesse andare così. Se davvero alle tredici di un giorno qualunque soleggiato, con poco traffico e non molte persone per strada come me, stessi iniziando a pensare all’incertezza come ad una costante, una presenza imprescindibile, qualcosa da tenere con me sempre come la carta punti nel mio borsellino dei soldi per la spesa.

Mi son detta sì. Forse sì.

Dalla regia mi hanno suggerito che la paura però fa brutti scherzi. E anche la mente, quando si sente in pericolo. Il fatto è che per non cadere, quando ti trovi in bilico, cerchi ovviamente di aggrapparti a qualcosa. A meno che tu non abbia le mani occupate da ghiaccioli che si stanno sciogliendo, si sa.

E forse per evitare la sensazione ben peggiore di cadere nel vuoto quando qualcosa di troppo pesante colpisce i tuoi fili e ti fa perdere l’equilibrio, finisci per crederti in un vicolo cieco fatto delle ultime cose viste e sentite prima dell’impatto. Forse un altro giorno ancora imparerò che ci si fa meno male senza provare a non cadere incastrandosi da qualche parte, ma lasciandosi andare.

Intanto, giacché era sabato, il supermercato era ancora aperto.

 

 

 

 

Tu pesante, io leggera.

Quando si dice che non bisogna vivere di aspettative, accettare il prossimo per quel che può dare e per il modo in cui lo fa, non giudicare qualcuno solo perché non ha detto e non ha agito come ti aspettavi, che poi anche un gesto inaspettato può renderti anche più felice di uno in cui invece speravi, io sono d’accordo.
Non sentirsi chiedere “E tu?” dopo che hai chiesto a qualcuno “Come stai?”, però, non è aspettativa. È puro e semplice interesse che per quanto cerchino di raccontartela, evidentemente, non c’è.

Sarebbe tutto normale e nemmeno starei qui a scriverne se non fosse per il fatto che, insomma, basterebbe ammetterlo e amici come prima. In fondo, tanto di guadagnato se in qualche modo ci si evita a vicenda di perdere ancora tempo.

Invece no. Quello o quella che non ha speso energie per articolare la semplice e banale domanda di rimando si innervosisce pure. Perché sei tu quella che si lamenta, che polemizza, a cui non sta mai bene niente e bla bla bla bla. Vuole pure avere ragione. Tu devi star lì e farti star bene il loro menefreghismo. Perché guai a te se insinui che si comportano non proprio bene.

E a me in tutto ciò è venuto in mente quel suono sottile, acuto e dolcissimo che viene fuori quando si passano le dita sui bicchieri di cristallo pieni d’acqua. Ho messo in loop questo video e mi sento già molto meglio. Perché, sapete una cosa?

La pesantezza tenetevela per voi. Io sto con chi mi sfiora la mente con uno sguardo, che non vende le proprie parole e non si nasconde nei labirinti del proprio ego, ostentandoti comunque sorrisi.

Per cui meglio se alzate gli occhi e vi mettete a guardare la luna, perché per il momento io vi mostro soltanto il dito.

ComeDiari #14: Essere amore

fenice cenere amore

È una cosa abbastanza da narcisi, lo so, ma a volte mi perdo ad immaginare il momento in cui avrò da scrivere i ringraziamenti in calce alla mia tesi di laurea magistrale e penserò a delle frasi – che non mi azzarderò mai a riportare davvero tra quelle pagine – sugli esami di fronte ai quali si viene messi dalla vita, sui riferimenti che saltano, sui pomeriggi trascorsi con la mia migliore amica a fissare il fuoco del suo camino perché sembra l’unica cosa davvero presente e sicura di un mondo che all’improvviso si è messo a girare più velocemente, ma soprattutto perché nel rivolgere lo sguardo in un qualsiasi altro punto mi sono accorta di essere terribilmente miope, specie se si tratta del futuro.

Insomma, immagino un momento in cui, tirando le somme di ciò che ho e non ho fatto, in qualche modo il conto mi restituisca un’immagine di chi sono diventata, come sono cambiata in questi anni, in cosa sono migliorata e in cosa invece sono ancora pessima.

Mi sono resa conto, in questi giorni, che non c’è bisogno che io aspetti quel momento.

Un po’ come se la resa dei conti stesse accadendo adesso, proprio ora, mentre sto scrivendo. Un po’ come quando nei film accade che l’eroe ormai moribondo e sanguinante si sta lasciando andare alle proprie paturnie e d’un tratto arriva il suo aiutante con l’armatura speciale o l’arma più figa di tutte e gliela consegna, fiducioso che con questa tra le mani può finalmente rialzarsi ma soprattutto portare a termine la battaglia, essendo della potenza necessaria per distruggere il nemico. Ecco, in quel momento lo spettatore – ma anche l’eroe – si chiede perché diamine l’amico non è arrivato prima o perché non ha tirato fuori l’escamotage per vincere la battaglia fin dall’inizio. L’aiutante o l’amico gli rivolge uno sguardo saggio e gli dice qualcosa del tipo soltanto adesso sei pronto. L’eroe lì per lì annuisce ma non capisce davvero cosa vuol dire, ma afferra comunque l’arma e si rialza.

Allo stesso modo mi sento un po’ spiazzata. La mia vita sta cercando di restituirmi pezzi di me stessa adesso, prima degli ultimi esami. Vuole ricordarmi adesso dei gusci che ho rotto, dei cieli che ho tirato giù e dei prati nuovi di zecca che ho srotolato davanti ai miei piedi per andare in posti che non avevo visto ancora. Dei treni, dei litigi, delle cuffie nelle orecchie per non sentire cosa si dicevano nell’altra stanza, delle volte che ho capito e di quelle che non ho capito niente ma ho fatto finta di sì. Dei giorni in cui mi sono disperata inutilmente, delle lacrime, dei mai più, dei ci provo ancora. Delle cose che mi sono piaciute, ma poi ci ho ripensato. Di quelle che ho odiato e poi dopo amato alla follia.

In particolare mi sta ricordando di tutti gli specchi che ho trovato nelle persone che senza troppi complimenti hanno riflesso le parti peggiori di me e dei conti che ho dovuto fare con quelle immagini. Che mica sempre ci si può migliorare. Ho imparato a dire io sono fatta così. Se ti piaccio bene, altrimenti puoi anche andar via. Mi sono affezionata a qualcuno dei miei spigoli, perché sono la mia storia. A patto che segnino delle distanze, ma non facciano male a nessuno.

Mi sono confrontata con la ragione e con il torto – anche mio -, con la paura e con ciò che non avrei voluto ammettere mai.

La cosa più importante di tutte però l’ho capita da poco.

L’essere amore.

Chi è amore, fuori di me. Cosa è amore, dentro di me. Come si diventa amore, quando dentro e fuori non si distinguono più.

Il resto a confronto sbiadisce all’istante. Mi rifletto per qualche istante nella spada tirata a lucido.

Prometto a me stessa che difficilmente, ma molto difficilmente sarò meno di ciò che sono in questo momento.

Non eri sola. Per G.

Forse aveva bisogno di qualcuno che le dicesse non sei sola. Che tanto le persone giudicano lo stesso, se sei fidanzata, se non lo sei, se frequenti qualcuno, se è la persona sbagliata, se è quella giusta, se non caghi niente e nessuno e finisci gli esami, se non lo fai, se ti laurei con un voto basso o uno alto, se vuoi restare a vivere nel paesino in cui sei cresciuta o se vuoi andare via, se in fondo non hai chissà quali problemi gravi oppure sì. Ti giudicano se cerchi di essere felice o ti senti comunque troppo triste, se sei in anticipo o in ritardo con i loro tempi, se cerchi a tutti i costi il tuo posto nel mondo e il lavoro dei tuoi sogni o solo uno che ti fa almeno sentire indipendente. Ti giudicano se ti lasci condizionare, se vivi male la pressione o se non te ne frega un cazzo di niente, se hai il coraggio di dire sempre a tutti quello che pensi, oltre le convenzioni sociali, le immagini che si sono fatti di te e le loro aspettative su chi sarai un giorno o se non ce l’hai. ‘Non sei sola’ e soprattutto che aver voglia di perdere la ragione ogni tanto non significa, necessariamente, che per te è finita.

G. ha deciso di togliersi la vita ieri pomeriggio, lanciandosi dal tetto di una delle sedi dell’università che frequento. Aveva raccontato ai suoi parenti e al suo ragazzo di aver finito gli esami e ieri aveva invitato tutti alla sua seduta di laurea. Lei però non aveva sostenuto ancora tutti gli esami e ovviamente non era nella lista di quelli che si sarebbero laureati ieri. Prima che le sue bugie venissero inesorabilmente scoperte si è allontanata dai suoi cari e qualcosa che aveva dentro di sé, o forse qualcosa che ormai non c’era più, l’ha spinta ad andarsene via, per sempre.

La sorpresa è rinascere adesso

rinascere amore donna vita

Alzo lo sguardo sui palazzi che formano il parco in cui abito, dal cortile interno. Mi fermo prima di rientrare, il sacchetto dell’umido l’ho già lasciato tra gli altri fuori al cancello. Dovrebbe essere primavera, ma con felpa e cappotto ancora non sento troppo caldo. L’aria è rilassata. In ogni casa i festeggiamenti pasquali si saranno ormai conclusi. Qualche persiana è chiusa, da qualche altro balcone invece si intravedono ancora luci accese. Soltanto dall’appartamento con terrazzo alla mia destra si sentono ancora degli auguri seguiti da vociare e tintinnii. I bambini staranno inventando giochi con le sorprese più o meno utili trovate nelle uova di cioccolata. Mi chiedo cosa stiano facendo tutti gli altri. Gli adulti. Qualcuno forse chiacchiera con ospiti che ancora non sono andati via, qualcun altro sonnecchia sul divano facendo finta di guardare la tv.

E mi chiedo, chissà come è andata. Se questa Pasqua è stata quella che volevano, sempre che se la aspettassero in un modo in particolare. Sempre che abbiano ancora qualche aspettativa e non vivino nella nostalgia di ciò che non sarà più. Chissà se invece qualcuno si è lasciato una vita alle spalle e quest’anno ha festeggiato in un modo diverso ma speciale lo stesso.

Mi vengono le vertigini se penso a tutte quelle cartoline virtuali, le emoticon di pulcini, fiori e baci  fluite a velocità inimmaginabili da uno smartphone all’altro questa mattina, rispetto all’aria così immobile che c’è adesso. Il virtuale dava forma e colore a pensieri astratti, mentre qualcuno si sistemava la cravatta allo specchio prima di scendere per recarsi in chiesa, altri seguivano la messa alla tv approfittando delle preghiere recitate in latino per distrarsi e andare a controllare il ragù che pippiava sul fuoco.

Mi sono chiesta quanti gesti ripetiamo uguali, ogni anno, solo per fingere che non sia cambiato niente. Quanti ne ho fatti, io stessa, che mi sono accorta che era quasi Pasqua soltanto tre giorni fa.

Tutta questa storia della morte e della Resurrezione che senso ha oggi che tutti ormai sappiamo che chi resta soffre più di chi va via? Quante volte la vita fa più male della morte? Chi se ne frega di ciò che sarà dopo se già adesso abbiamo paura anche solo delle nostre stesse tradizioni che hanno sapori diversi perchè il tempo è cambiato e le persone pure e rischiamo di soffrire da un momento all’altro per un ricordo ribelle che sfugge al controllo e va ad infastidire le emozioni che stanno per mettersi a tavola con noi?

Ho alzato ancora di più lo sguardo, fino al cielo e ho raccontato alle nuvole che ho molta più paura di morire da viva che della morte stessa.

Mi sono avvicinata al portoncino che da sull’ingresso. Come si cambia qualcosa che si fa finta non sia cambiato già? Forse è ciò che sta facendo chi stasera sonnecchia, chiacchiera o brinda ed io che ormai sono rientrata a casa ho una piccola idea di rivoluzione qui con me. L’aria calma ha fermato i pensieri e così quella è riuscita a farsi largo nella mia testa.

Domani, domani voglio rinascere io.

Verso l’infinito e ME.

woody toy story to the infinity and beyond

Me lo chiedo ogni volta che accade.

Piangere per qualcuno che non conoscevi e che non conosceva te. 

Mi è sempre sembrata una cosa egoista. Insomma, quando un’artista se ne va, la sua arte va via con lui e noi qui ne restiamo senza. Qualche volta ci tocca il modo in cui accade. Eppure non pensavamo a lui o lei tutti i giorni. Non era presente nelle nostre vite se non attraverso uno schermo o degli auricolari. Le nuvole che appaiono in cieli televisivi e in quelli di casa mia oggi si son messe a scherzare.

Questa volta però ho pianto e in più momenti, ma solo per il fatto che in nessuno di essi mi sono lasciata davvero andare. Non ho fatto che chiedermi perché questa volta si? Mica uno può lanciarsi in parole commosse e riflessioni profonde solo perché quel volto, quella voce non uscirà più da quello schermo? Non mi sono riconosciuta nella signora intervistata dopo i funerali, quando ha detto sono qui perché la sera mi faceva compagnia. Non era quello il caso.

Ho provato più empatia forse per l’altra donna che lo ha ricordato come il principe azzurro che noi tutte avremmo voluto incontrare. Allora ho fatto mente locale e mi sono ricordata di quando conduceva Per tutta la vita ed ero una bambina e sognavo davanti alle immagini di storie d’amore per le quali ero troppo piccola per capirne, soprattutto, gli aspetti meno favolosi e più reali. Ho pensato a Scommettiamo che? che molto probabilmente mi faceva sognare anche di più. Mi si è messa nella testa Hai un amico in me per tre giorni mentre continuavo a cercare motivi per cui non avrei dovuto più pensarci e badare ai fatti miei. C’è che la voce di Woody in Toy Story resterà per sempre la sua e quello resterà uno dei film di animazione che più mi ha fatta diventar grande, per davvero.

Allora poi ho capito. La ragione del mio cattivo umore, della sensazione che da lunedì il mondo sembra più brutto e spento, della voglia di piangere e non far niente è il fatto che si può effettivamente star male per qualcuno che non conoscevo e non conosceva me, ma che in qualche strano e assurdo modo, a causa di un evento incontrollabile ed improvviso come la sua morte, mi ha messa davanti al dovere di tirare una somma che riguardava ME. Prendere consapevolezza di un periodo della mia vita la cui fine non l’ho però decisa io. Assumermi la responsabilità di sorridere e credere nella vita anche quando quella presa di coscienza ad un tratto mi ha fatta sentire un po’ più sola e meno al sicuro di prima.

“Hai una amico in me,
un grande amico in me
Se la strada non è dritta
e ci sono duemila pericoli
Ti basti solo ricordare che,
che c’è un grande amico in me,

I tuoi problemi sono anche i miei
E non c’è nulla che io non farei per te
Se stiamo uniti scoprirai che c’è un vero amico in me

Cogli anni capirai che siamo fratelli ormai
Perchè il destino ha deciso che
C’è un vero amico in me, più di un amico in me,
un vero amico in me…”

Domande di sicurezza in caso di smarrimento della comprensione

muri persone capire sentimenti amore

Domanda di sicurezza in caso di smarrimento della password. Clicco sul menù a tendina, scorro una ad una tutte le opzioni e mi soffermo su: nome del tuo amico di infanzia. Mi sembra l’unica domanda a cui potrei rispondere anche tra vent’anni. La seleziono e scrivo il nome della bambina con cui giocavo a far finta di saper scrivere delle lettere lunghissime indirizzate a chissà chi.

Oggi mi fermo a parlare con una conoscente. Suo marito è uno dei facchini che sollevano e portano in processione i famosi gigli, torri altissime fatte perlopiù di legno, protagoniste di feste di paese molto sentite dalle mie parti. Mi racconta della volta che si è sentito male perché dovevano essere presenti ad una cerimonia di famiglia e per questo lui non aveva potuto partecipare alla festa e svolgere il suo compito. Continua a ripetermi se non ci sei dentro non puoi capire. Era completamente in crisi. E’ una passione troppo forte, una fede. Io mi sforzo di capire ma mi rendo conto di non riuscirci. Riesco a paragonarlo al massimo alla volta che non riuscii a partire con la mia squadra di scacchi per un campionato ad Alghero per un problema grave e ci rimasi malissimo.

Insomma mi rendo conto che ci sono cose che davvero non si possono capire. Non si può, in nessun modo.

Mentre lei parla mi torna alla mente la mia amica di infanzia. Suo padre era un facchino. Aveva una gobba rossa e bruttissima tra il collo e la spalla sinistra. Ero piccola e mi faceva davvero impressione. Non capivo. Non riuscivo assolutamente a capire perché una persona dovesse farsi seriamente male per una delle cose, a detta sua, più belle della sua vita. Mi misi in testa che fosse una festa stupida e basta.

Ancora oggi lo penso, nonostante la tipa continui a raccontarmi con passione come si svolge, in cosa consiste, di quanto è importante quella festa anche per lei.

La mia empatia vede passare quel fiume di parole e resta impassibile, immobile. Di solito si tuffa a capofitto senza nemmeno avere il mio permesso nelle emozioni degli altri, ma stavolta no. Approfitto di questa lucidità emotiva alla quale non sono abituata per riflettere sul fatto che davvero, ma davvero certe volte non ci si può mettere nei panni di qualcuno e capire cosa sta provando.

Così come non posso capire perché un tipo che conoscevo da due giorni ha iniziato ad insultarmi dopo avergli detto che ero occupata e non potevo sentirlo al telefono. E’ schizzato perché ha pensato che la mia fosse una scusa. Inutili i tentativi di dirgli che sbagliava, anche se una cosa era vera, lui non mi interessava poi così tanto.

Perché una persona -e anch’io l’ho fatto- reagisce male, più male di quanto dovrebbe, a parole, gesti e silenzi che non le piacciono?

Mi turba la questione. Si perché di solito si lascia perdere e in fondo quella beata, sottile ignoranza mette una distanza tra noi e quella reazione, ci solleva da qualsiasi presunto obbligo e ci fa proseguire per la nostra strada indisturbati. E’ cosi che si fa. Io però non ci sono quasi mai riuscita. Quel senso di ignoranza l’ho sempre rifiutato e deriso anche quando l’ho provato.

Infatti non riesco a non chiedermi se davvero ci si può fregiare di non essere riusciti a capire per poter tranquillamente voltare le spalle e andar via, come se fosse un’assoluzione, un alibi, una chance nel caso si smarrisca la comprensione o se invece si tratta comunque di una triste e inesorabile sconfitta, una piccola grande guerra persa con se stessi.

persone muri amare capire

immagine dal film ‘Bright Star’ sulla vita del poeta John Keats

E Poi?

elezioni usa italia populismo

Questa mattina mi sono svegliata in un Paese che non conosco e che non mi rappresenta.

Non tanto per il premier, chiunque sarà perché ricordiamo che nessuno ha davvero vinto, ma per le persone che mi circondano. La maggior parte infatti si è divisa tra Lega e Movimento.

Mi sono chiesta chi ho intorno. Cosa pensa. In cosa crede. Come è possibile sia accaduta una cosa del genere.

Il voto di protesta è un contentino. Ti fa stare bene lì per lì, nel momento in cui metti quella croce su quel simbolo, ma poi?

POI.

Siamo già derisi da mezzo mondo.

L’euro già ne ha risentito in borsa.

Abbiamo una poltrona contesa da un buffone e un ignorante.

Complimenti, eh. Bravi. Vi siete chiesti “e poi?”

E POI?

Dovete vedere con i vostri occhi com’è che non cambierà assolutamente niente, se non in peggio? Avete bisogno di toccare con mano la freddezza delle promesse precipitate al suolo dopo essersi scontrate con la realtà che i signori che avete votato DOVRANNO per forza scendere a compromessi, essere un po’ meno estremisti, più concilianti perché è facile aprire un blog e dipingere il mondo come lo vorremmo (lo faccio perfino io!) mentre la realtà è completamente diversa?

E poi, sono certa, questi signori diventeranno la brutta copia di quelli che avete avuto modo di ascoltare e leggere durante la campagna elettorale. Perché tutto ciò che volevano era colpire la vostra pancia per far sì che come reazione voi sceglieste il loro simbolo nella cabina elettorale.

Tutto qui.

Questo è il voto di protesta.

Eppure avete visto le figure di merda che sta facendo Trump. AVETE SENTITO GLI AMERICANI PENTIRSI DI AVERLO VOTATO.

Ma non è stato abbastanza.

Io ho addosso quella stessa sensazione deprimente che provai quando seppi dei risultati delle elezioni USA. Anzi, non la stessa. E’ pure peggio.

E’ tutto uguale, ma diverso.

 

 

Silenziosa ed elegante la neve si posa ovunque. Sulle cose brutte e su quelle belle.

E’ la prima volta che vedo nevicare così. Sono saltata giù dal letto e per tutta la mattinata non ho fatto che ammirare e fotografare ciò che vedo già praticamente tutti i giorni e che ad un tratto è sembrato così diverso.

Nemmeno immaginate cosa significa per Napoli un inizio di giornata con la neve. Disagi a parte, che ovviamente non mancano essendo quasi completamente sprovvisti di misure adeguate a fronteggiare eventi meteorologici del genere, è praticamente una festa.
Infatti si dice che a Napoli fa caldo anche quando fa freddo.

Perché poi tutto si è sciolto appena il sole si è fatto largo tra le nuvole ormai vuote.

Per qualche ora mi sono incantata, come di fronte ad un trucco di magia.

E cosa importa alla fine?

Che è tutto così semplice. C’è bianco oppure ombra.

Come nel cuore.

E se perfino la natura cambia, si adatta, sorprende e poi torna come prima, perché non possiamo farlo anche noi?

 

“Dovremmo imparare dalla neve a entrare nella vita degli altri con quella grazia e quella capacità di stendere un velo di bellezza sulle cose.”
[Don Cristiano Mauri]