La fata che intervistò l’unicorno: l’Incontro.

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno]

Quasi quasi me ne vado.

Sarà pure l’ultimo unicorno maschio rimasto sulla faccia della Terra, ma non si fa aspettare così una donna. Tamburello con la penna sul ginocchio destro. Nella mano sinistra ho il foglio con le domande. Ci sono molti scarabocchi. In fondo cosa cavolo gli chiedi ad un unicorno? Che tempo fa tra gli arcobaleni? Se davvero iniziano in corrispondenza di una pentolaccia piena di monete d’oro lasciata lì da uno gnomo di passaggio? Bah.

So cosa state pensando. Cosa cavolo ci fai tu lì, Bloom. Tu hai messo su questa storia. Tu hai parlato di cose divertenti, un po’ folli, forse verosimili. Tra realtà e illusione, fantasia e verità. Adesso sta’ lì e non lamentarti. Lo so. E’ che sono curiosa e la curiosità mi ha portata fin qui. Insieme a voi.

Davanti a me c’è un tavolino basso di legno scuro e dietro un divano di pelle bordeaux. Io sono seduta su un pouf color crema. Scomodo. Appeso al muro, sopra al divano, c’è un arazzo che raffigura una libreria. Insomma, è una libreria finta, disegnata. Per carità, i gusti son gusti. Mi aspettavo profumi esotici. Incenso, vetiver, legno antico. Invece mi arriva al naso giusto una scia di note dolci. Sembra bagnoschiuma da donna. Seguita da una risata femminile. Leggermente stridula, pure. Da quel lato l’ambiente è illuminato ancora meno.

Un fruscio. Uno svolazzo di tessuto liscio, tipo seta. Mi ricompongo.

Eccolo qui! Alla buon’ora. Si siede sul divano bordeaux. Indossa un kimono blu scuro con dei draghi stampati all’altezza del petto. Nella mano sinistra stringe un bicchiere di un liquore ambrato. Scuoto la testa. Quasi quasi la cosa dello gnomo gliela chiedo davvero.

-Carissima Bloom!

-Gaetano…

Ci stringiamo la mano.

-Allora, cominciamo?

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La fata che intervistò l’unicorno

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Ogni tanto qualcuno mi chiede il significato di Bloom, il mio nickname.

No, non sono fan dell’omonimo Orlando. Carino, per carità, ma non c’entra.

Al momento di pensare ad un nome che dovesse rappresentarmi qui sul web, mi venne in mente quello di un personaggio di un cartone animato che avevo amato molto, Winx. Un po’ Sailor Moon, un po’ Harry Potter. Insomma, alla fine la mia scelta cadde su Bloom, la protagonista della storia. L’ultima fata proveniente dal pianeta Terra.

Così, una cosa modesta.

Bloom era quella che sapeva governare il fuoco, risolvere i problemi di tutti, avere a che fare con chi sulla Terra ormai non credeva più alla magia. Mi piaceva un sacco. Pensai che fosse perfetta come ispirazione. Sarebbe riuscita a ricordarmi di non restare mai troppo con i piedi per terra.

A ventotto anni appena compiuti credo di aver ottenuto l’effetto che speravo.

Solo che poi, ecco, succedono cose strane.

Cose surreali. Però verosimili.

Forse direte di no e non vi si potrà dare torto. Diciamo che dipende dal punto di vista e forse alla fine sarete d’accordo con me. Un pochino. Se no, almeno sarà stato divertente. E un po’ folle. Folle, come può esserlo per una con un nickname così.

Parlavamo appunto di non restare mai troppo con i piedi per terra. Dunque?

Ah, no. La domanda è un’altra. Cosa?

Cos’è che sarà divertente, folle, assurdo, misterioso e forse anche un po’ vero?

Un po’ di suspense. Okay.

Incontrare e, ahimè conoscere, l’ultimo esemplare di unicorno maschio rimasto sulla Terra.

… ?

Eh no però. Non mi dovete ridere proprio adesso.

Nel prossimo post ve lo presento. Un’intervista. Così, da fata ad unicorno.

Ah! State ridendo!

Lo sapevo.

Abbiate fede, poi mi direte.

Aah, non posso dir di più.

Sul serio, sul serio.

Poi mi direte.

La foto non pubblicata

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foto personale

Qualche giorno fa sono rientrata dalle mie vacanze settembrine, rilassata e anche un po’ infreddolita visto che se da un lato a Settembre è possibile abbronzarsi senza rischiare troppo di prendere scottature, dall’altro c’è che le giornate, dopo il tramonto, diventano più fresche e ventilate. In più al ritorno a casa mi sono goduta finalmente un po’ di pioggia, che spesso mi rilassa anche di più.

Insieme a cinque conchiglie e una pigna, ho portato con me dalla vacanza anche un sacco di foto. Tante. Alcune le ho pubblicate qua e là. Poi mi sono persa a riflettere. Guardandole tutte sullo smartphone, mi sono chiesta che senso ha mostrarle e qual è invece il significato di tenerne alcune lì, al sicuro nella galleria.

Di certo nel mostrare si prova il piacere di condividere.

E nel non farlo invece?

Effettivamente possiamo mica condividere proprio tutte tutte le foto. Rischiamo di annoiare, ma anche di far perdere bellezza a quelle che invece davvero meritano di essere mostrate.

In più, pensavo, alcune bisogna proprio tenersele per sé. Non perché siano meno belle. Non è detto che ci riprendano in momenti troppo intimi o che siano compromettenti. E’ che semplicemente nelle foto non pubblicate si conserva una specie di magia. Un’energia segreta che poi va ad abitare in qualche angolo nascosto dentro di noi.

A quell’angolo ho pensato spesso durante quei giorni. Con una certa tristezza.

Credo di averlo trascurato. Non l’ho protetto abbastanza, non me ne sono curata. Forse semplicemente non ne avevo bisogno eppure, però, mi sono accorta che dentro c’erano finiti troppi occhi e parole che non erano le mie. Di mio c’era rimasto ben poco.

Mi sono fermata a pensare a cosa ci si dovrebbe mettere lì dentro.

Le foto da non mostrare a nessuno. Okay. E poi?

I sentimenti. Quelli che non si possono spiegare.

I ricordi. Quelli che non si possono raccontare.

Le paure. Quelle a cui non possiamo rinunciare, perché sono un po’ anche le nostre sfide personali.

L’amore. Forse questo rientrava già nei sentimenti, però credo meriti un senso più ampio. Amore come energia, come rete di fili intrecciati che sorregge tutta la realtà così come noi la percepiamo e viviamo.

In quell’angolo ci va ogni senso più profondo, sincero e intimo che noi diamo alle persone che conosciamo, alle nostre esperienze, a quel che immaginiamo per il nostro futuro e ad ogni passo che facciamo in qualsiasi direzione e per qualsiasi motivo.

Quell’angolo non va mostrato. Non va barattato con nessun altro senso di sicurezza proveniente da chissà chi o dove. Deve essere tenuto al di fuori del commercio delle parole e dello scambio dei pensieri.

E’ come quella foto che non pubblichi perché è solo tua.

Di nessun’altro.

A proposito di foto, ho deciso di aprire un profilo Flickr nel quale pubblicare quelle che voglio conservare come se fossero dei racconti fatti di immagini e non di parole. Chi vuole può venire a curiosare cliccando sul link 🙂 

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foto personale

 

Questo mondo che non è più magico come il mio

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Lo ammetto, io sto ancora aspettando che arrivi il gufo con la mia lettera.

Ma si. La lettera. Quella che dice che sono stata ammessa ad Hogwarts.

Per chi non sa, si tratta della scuola di Magia e Stregoneria di Harry Potter. 

Lo so, doveva arrivarmi a undici anni. Quell’anno in realtà ebbi in regalo il primo libro della saga, che lasciai sullo scaffale per mesi perché la copertina non mi piaceva per niente. Ero una bambina molto curiosa per cui alla fine cedetti e iniziai a leggere il primo capitolo. Me ne innamorai talmente tanto che una volta finito mi misi a rileggerlo ad alta voce per convincere mio fratello ad iniziarlo a sua volta. Lui poverino si stufò, me lo tolse di mano e lo fece davvero. Se ne innamorò anche lui.

Quella storia mi ha accompagnata per tutto il periodo delle scuole fino all’università. Ci sono cresciuta e come me tantissimi della mia generazione. Credo che in qualche modo chi è stato fan della saga ormai abbia qualcosa dentro di diverso rispetto a tutti gli altri. Siamo tutti stati in un posto magico per anni. Siamo tutti stati ad Hogwarts per davvero. Perché Hogwarts ti accoglie sempre quando ne hai bisogno e a undici anni ne hai molto. Devi imparare che la realtà in fondo puoi sfumarla tra le righe di un libro che poi di fantastico ha ben poco. Alzi la mano chi non ha mai provato la sensazione di vivere sul serio una storia mentre la stava leggendo.

Harry Potter non è magia, incantesimi, leggerezza e allegria. No. A quell’età forse per la prima volta abbiamo capito cosa significa trovarsi soli di fronte alla paura e al dolore. Abbiamo letto per la prima volta di morte e ingiustizia. Terrore, coraggio, scelte, regole. Noi fan siamo diventati grandi in silenzio e di nascosto dagli occhi degli adulti.

Anni dopo l’uscita del settimo e ultimo libro della saga, la scrittrice Rowling ha pubblicato un ottavo libro, Harry Potter e la Maledizione dell’Erede che è il testo di uno spettacolo teatrale, il seguito della saga. Harry ha ormai quarant’anni e i suoi figli, insieme a quelli dei suoi amici, sono a Hogwarts. C’è una maledizione e la possibilità che la storia venga riscritta, che il mondo di terrore di Voldemort si realizzi davvero. Padri e figli si ritrovano a combattere insieme, anche contro le incomprensioni che li separano.

Ho appena finito di leggerlo. Potete immaginare con quale emozione. Eppure qualcosa nel libro stonava e non ho ben capito perché.

Forse perché si tratta di un testo teatrale ed è decisamente meno scorrevole di un romanzo e ho fatto fatica ad immergermi totalmente nella lettura.

Ho trovato un po’ di cliché su quel che può essere un rapporto padre-figlio. Specie se il padre è Harry Potter. La cosa peggiore però è che i figli di Harry, Ron ed Hermione sono… strani. La Rowling e gli altri autori hanno attribuito loro dei linguaggi troppo sdolcinati. Allo stesso tempo sono superbi, credono di sapere tutto, danno per scontato quel che hanno intorno. Insomma, non li riconosco. Nei loro genitori, a suo tempo, mi sono identificata. Mi somigliavano.

Lo so, state pensando che mi lamento di una cosa ovvia. I figli di Harry, Ron ed Hermione appartengono ad un’altra generazione. Non più la mia.

Mi chiedo se forse, ma forse eh, io stia invecchiando.

Mi chiedo se i ragazzini di oggi siano davvero così ottusi da non riuscire a vedere la magia, qualsiasi cosa essa sia, ma solo la punta delle loro dita appoggiate su dei touchscreen piatti come la realtà che percepiscono.

Soprattutto, però, mi chiedo dove diavolo sia finita la MIA lettera.

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Spiagge a tema libero

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Io mi chiedo che senso hanno oggi le spiagge a tema politico.

Dopo la spiaggia fascista in Veneto, l’altro giorno al telegiornale ho sentito parlare della spiaggia comunista che si trova da qualche parte in Calabria. D’accordo che ormai le spiagge sembra siano diventate molto più del web posti in cui poter esprimere liberamente idee e soddisfare bisogni fisici -no, non quello di rilassarsi cullati dalla brezza marina, ho sentito parlare anche di fazzoletti di sabbia usati come luoghi di incontro per far sesso e basta-, ma davvero, io non capisco.

In quanto membro della generazione dei Millennials, che non è nativa digitale ma che per costruire il mondo intorno a sé ha avuto in dotazione le trasformazioni come malta e le incertezze come mattoni, sono stufa di sentir scimmiottare ancora di destra, sinistra, bandiere, ideologie, Che Guevara e capitalismo.

Sono idee intorno alle quali sono girate le vite di tantissime altre persone prima di noi. Non mi pare abbiano risolto qualcosa. Le ideologie pure si sono rivelate dei fallimenti. L’unico che ricordo abbia avuto successo condividendo i propri beni e rinunciando alla ricchezza e alle comodità è stato San Francesco. Non vedo in giro persone candidate a fare altrettanto e non appartenenti ad ordini religiosi. Il capitalismo pure ha un rapporto un po’ odi et amo con il mondo e quel che diventerà a causa sua.

Abbiamo visto e rivisto persone cambiare bandiera a seconda delle necessità del momento. Altri si sono fatti strada appartenendo sempre allo stesso partito politico ma non accettandone del tutto i principi e non seguendo proprio tutte le regole. Facendo un po’ come capita.

Noi invece ci stiamo preoccupando per le cose sbagliate. Non c’è più bisogno di sperimentare il comunismo in spiaggia per vedere se funziona o restare affezionati al mezzo busto di Mussolini che ancora viene venduto nei negozi di souvenir di alcune città d’Italia.

L’unica ideologia che forse tiene banco è l’individualismo, anche se in realtà l’identità la stiamo ancora cercando. Andando per tentativi. Pensiamo a costruire noi stessi e non reti sociali. Lasciamo che le comunità vengano costruite dai social network con degli algoritmi. Noi abbiamo altro da fare. Abbiamo progetti di vite solitarie, ma socialmente approvate da likes e condivisioni, da portare avanti. Abbiamo Netflix, un plaid e una tazza fumante di cioccolata o thé in inverno e sorrisi forzati in un selfie al mare d’estate. Sì perché finalmente siamo andati in vacanza da soli, prenotando online una stanza senza litigare con i nostri genitori per la scelta del luogo, con improbabili partner per quella del periodo migliore o con gli amici perché cazzo lasciano disordine in giro e così non è vacanza se dobbiamo stare a rassettare anche per gli altri.

Forse di politica e di ideologie non ne capisco niente e non dovrei star qui a scrivere di cose che non so. Io però, a differenza di coloro che per primi ne hanno parlato, sono qui. Qui e adesso e preoccupata

Preoccupata della solitudine che sta ammalando il mio mondo connesso ma solo virtualmente. Preoccupata delle foto dei miei parenti inviate su Whatsapp dalle più diverse località di vacanza perché oggi non si aspetta più di tornare a casa per mostrare le proprie foto e raccontare delle proprie esperienze di persona davanti a un caffé.
Preoccupata della siccità e del fatto che usiamo l’acqua potabile come scarico dei nostri wc. Preoccupata perché l’Europa non ha superato l’esame di maturità perché alle domande sui migranti non ha risposto, ma ai suoi genitori non l’ha detto e continua ad abbozzare scuse per non perderci la faccia.

Insomma, la storia è storia. Oggi abbiamo altre sfide da affrontare. Tra qualche decennio alcune spiagge saranno sommerse a causa del riscaldamento globale e ai figli dei Millennials e di tutte le generazioni a seguire penso che del fascismo e del comunismo fregherà ancora meno.

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Comunque il Time dice che saremo noi a salvare il mondo

Guestpost Estivo su Principesse Colorate: Priorità, Scelte, Sfide

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Sopravvivere da studente o lavoratore all’estate è davvero una sfida. Chi come me si trova al centro di quel triangolo sa bene di cosa parlo.

Nel mio guestpost estivo su Principesse Colorate racconto come provo a fare del mio meglio per cavarmela, ma soprattutto mi chiedo se per forza bisogna sacrificare qualche aspetto della propria vita per star dietro a tutti gli altri.

La risposta è sì.

La bella notizia però è che forse non necessariamente questo è un male.

Qui il link: Studiare, dormire, socializzare. Il triangolo dello studente in mise estiva

Persone sbagliate

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Amanda Cass

“Marì? Marì! E mo basta. La devi finire. E no, no Marì. La devi finir.. No, no. La devi finire. Basta. Basta Marì. Non è possibile. La devi finire. No. N.. Si. Si, ma la devi finire! Basta! Bast.. Ah. Dovevo chiamarti io? Ah. Eh. Eh, Marì! Ma pensi che sto giocando?! Sto andando a lavoro! No. No. Vabbuò, cià.” 

Ha posato il cellulare nella tasca dei pantaloni e poco dopo è sceso dal treno. Maglia beige, pantaloni verde militare. Una trentina d’anni, occhiali da sole rotondi.

Chissà, lui e Maria forse stanno insieme. Magari poi Maria è davvero rompipalle oppure, lui è un bel po’ esaurito e basta. Può darsi che avevano litigato già poco prima e quindi i toni erano accesi per questo, oppure è così praticamente ogni giorno: ogni mattina, ogni volta che lui esce di casa, Maria va in apprensione. Allora aveva chiamato non per far pace, ma solo per placare la propria preoccupazione. Molto probabilmente gli aveva chiesto di farsi sentire e lui quella mattina l’aveva dimenticato oppure è solo strafottente e ritiene sia superfluo tenerla aggiornata sui suoi spostamenti quotidiani.

Quella breve conversazione poteva avere decine di significati, è vero. Quel che mi è rimasto nella testa appena la sua figura è sparita al chiudersi delle porte automatiche del treno però è una forte sensazione di sbagliato.

Sbagliato, sì. Cosa però?

La telefonata? Il suo tono? Le parole, forse. Non so. Poi, mentre mi chiedevo queste cose, mi è venuto in mente persone. 

Persone sbagliate.

Persone che non vanno d’accordo o che fanno sforzi immensi per riuscirci. Persone incompatibili tra loro o stufe l’una dell’altra. Persone che si sono conosciute da poco e al momento del primo incontro una delle due ha sentito quel pizzico alla guancia da parte dell’intuito che voleva così suggerire di sorridere un po’ in meno e diffidare un po’ in più. Ha ignorato quell’avvertimento e ora si chiede come e quando ha cominciato a sopportare e non apprezzare, dire scusa e non grazie, cercare aria e non soffocarla in un bacio inaspettato e non chiesto.

Persone che hanno livelli di empatia troppo diversi. Una delle due sente troppo, l’altra non sente niente. La prima si chiede in continuazione dov’è che sbaglia, la seconda non sa e non vuole sapere cosa significa sentirsi in colpa. Chi è capace di provare empatia soffre delle disattenzioni della persona che ama, ma la giustifica perché sente anche il suo dolore, che è il motivo del suo vivere senza mai chiedere  tu invece come stai.

In fondo non ci sarebbe chissà cosa di sbagliato. Chi vive di leggerezza può insegnare all’altro a staccare ogni tanto entrambe le punte dei piedi da terra e quest’ultimo a sua volta può mostrare come si atterra evitando di scontrarsi contro montagne di vuoti interiori.

Se solo ascoltasse. Se non fosse già così troppo in alto, al di sopra delle nubi gonfie di pioggia, da non riuscire a sentire la voce di chi un attimo prima gli stava tenendo la mano e quello dopo invece si è ritrovato in mezzo ad una tempesta non sua. Tempeste in cui molte vite sono finite, in più di un senso.

Chissà se Maria e il tipo del treno stanno insieme.

Ci vuole coraggio e potrebbe essere la cosa più difficile che una persona può fare in tutta la propria vita, ma si può voler bene molto più di così.

A se stessi, intendo.

 

 

 

Quel che per una lacrima è soltanto coraggio

Fintanto che si trova alla fine della rima inferiore dell’occhio, come se ne fosse un’appendice fatta d’acqua, senza una vera forma, semplicemente incastrata tra le pieghe d’espressione del viso, è al sicuro. Si affaccia appena sullo zigomo tenendosi aggrappata con tutta se stessa a dei piccoli solchi nella pelle, accomodandosi in essi e nascondendosi all’ombra del ventaglio di ciglia che la sovrasta.

Guarda giù dal suo nascondiglio. Si ritira e poi si sporge di nuovo, questa volta però un po’ in meno. C’è una sommità e oltre quella non si riesce a vedere cosa c’è.

Pensa.

Cosa accadrebbe se scivolasse per sbaglio? Cosa c’è lì fuori? E se per caso un gioco di luci le facesse uno scherzo attraversandola, proprio mentre si lascia cadere giù, prendendo velocità per superare quel punto altissimo e se lei brillasse suo malgrado rivelandosi per qualche frazione di secondo e se qualcuno attratto da quel luccichio improvviso si voltasse per guardarla? Cristo! Come potrebbe spiegarsi? Non avrebbe scuse, nessun alibi, era lì, è passata ed è stata vista, certo che sì, non c’erano ombre a nasconderla, nessuno che la raccogliesse senza essere a sua volta scoperto!

Sarebbe sola. Nuda e trasparente. La forma data dall’aria che le fa resistenza mentre corre verso il basso sulla pelle. Chiunque, come quella stupida luce, potrebbe passarla da punto a punto con lo sguardo e lei non avrebbe alcun modo per difendersi. La libertà le costerebbe un tratto da percorrere senza veli, sotto ai riflettori, senza ombre che la proteggano. Non può essere se stessa senza esporsi e rischiare di essere riconosciuta e additata da sguardi annebbiati da accenni di stupore.

Perché?

Loro direbbero insicurezza.

Quel che per una lacrima invece è soltanto coraggio.

 

 

Uomini che si allargano e spazi che finiscono

Quando tutto ciò che resta è un selfie in cui è venuto bene soltanto lui credo che una domanda sulla natura della frequentazione bisogna farsela.

Foto a parte, è anche vero che molte cose si intuiscono già al primo appuntamento. Al secondo, decidi di non fare la solita rompipalle e fai finta di niente. Dal terzo in poi inizi a chiederti se deve andare avanti così per molto tempo o forse prima o poi cambierà qualcosa. Ad un certo punto lui si prende così tanto spazio che un po’ alla volta tu finisci fuori dall’inquadratura e ciao.

Nessun rancore. Quel che resta, insieme al selfie, è giusto un po’ di dispiacere. Se una persona non ha alcuna intenzione di lasciarti un po’ di posto nella propria vita tutto quello che puoi fare è goderti i momenti belli e poi lasciar perdere quando capisci che dovrai ferirti alle dita nel tentativo di rimanere aggrappata a lui mentre l’inquadratura si rovescia impedendoti di restare in piedi al suo fianco.

Ho pensato a questa storia qualche giorno fa, mentre ascoltavo una notizia abbastanza curiosa al telegiornale. Pare che il sindaco di Madrid sia intervenuto, in seguito alle battaglie femministe di un gruppo di donne, le Mujeres en Lucha, per vietare sui mezzi pubblici della città un comportamento tutto maschile abbastanza frequente e fastidioso. In pratica, il sindaco ha posto il divieto di praticare il Man Spreading, ovvero quella cosa per cui gli uomini, mettendosi a sedere, allargano eccessivamente le gambe. Questo comportamento è stato definito come una mancanza di rispetto nei confronti di chi è seduto affianco a loro perché ovviamente è costretto a rannicchiarsi per evitare il contatto con la gamba che invade il suo spazio. In più sarebbe un gesto sessista, dal momento che allargando le gambe gli uomini cercano simbolicamente di mostrare e imporre il proprio sesso a chi gli è intorno. Per questo sugli autobus sono apparsi degli adesivi nuovi che mostrano un omino stilizzato seduto con le gambe aperte e una croce rossa che ricorda agli utenti di non fare altrettanto.

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Io sono stata una pendolare per diversi anni ed effettivamente mi è capitato spesso di dover trovare posti alternativi alle mie gambe dal momento che lo spazio che doveva essere mio veniva occupato da quelle di qualche tipo con lo stesso problema dell’omino stilizzato. Era fastidioso sì, ma percepivo la cosa come normale. In fondo, praticamente da sempre, gli uomini si siedono così. Si tratta di un gesto innato, virile, indispensabile alla sopravvivenza della specie e dell’orgoglio. Altrettanto normale, per noi donne, è fare le contorsioniste per evitare contatti con gambe, mani, piedi e altre parti del corpo maschile sui mezzi pubblici. Noi le gambe siamo costrette ad accavallarle. Stringiamo le ginocchia, ritiriamo i piedi sotto al sedile, incrociamo le braccia. Poi, se la situazione proprio si compromette, si va di gomitata e via.

Non ho mai pensato che un giorno una cosa così potesse essere vietata. Un divieto vero e proprio. Come non fumare nei mezzi pubblici, non appoggiarsi alle porte, non oltrepassare la linea gialla. Non tenere le gambe aperte. Suona strano. Esprimere come un divieto vero e proprio una cosa che dovrebbe essere una semplice regola di buonsenso. Educazione. Rispetto. Il problema è che se c’è un divieto, significa che dall’altro lato c’è qualcuno che si arroga il diritto di fare una cosa, anche se può dare fastidio agli altri. Se gli chiedi perché, ti risponde che è libero e può fare quello che vuole.

Libero di sedersi come e dove gli pare. Libero di allargarsi prendendosi anche il tuo spazio. Libero di non preoccuparsi di come le persone intorno a lui possono sentirsi. Libero di non chiederti mai come stai. Libero di provarci con un’altra davanti a te in un posto in cui non avevi chiesto di stare. Uomini così, quando si sentono liberi, si allargano. Invadono il tuo spazio nelle foto, a letto, nelle conversazioni. Alcuni di loro continuano ad allargarsi tutta la vita e le donne che hanno a che fare con loro finiscono per rannicchiarsi nelle proprie vite, per occupare meno spazio possibile, sperando di trovarsi almeno vicino al finestrino per poter respirare un po’. Altri dicono che quando si fidanzano poi cambiano. Come se il mondo fosse un parco giochi da godersi finché non arriva l’orario di chiusura.

Allora, giocate.

Non vi lamentate però se il bollino con il divieto di allargarvi uno poi ve lo attacca in fronte e se ne va.

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Il Toast all’Avocado

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Noi, quelli della mia età diciamo, saremmo quelli che spendono i soldi per comprare i toast all’avocado, invece di conservarli per comprarci, in futuro, una casa.

Questa cosa l’ha detta un po’ di giorni fa il miliardario australiano Tim Gurner, trentacinquenne, parlando della vita dei giovani d’oggi durante un’intervista in tv. Lui, a diciotto anni, faceva più lavori nella stessa giornata, risparmiava ogni centesimo e si è perso un po’ delle cose che di solito si fanno alla sua età per costruirsi un futuro. Un futuro da più di quattrocento milioni di dollari, al momento.

Quando ho letto l’articolo che riportava questa notizia mi sono sentita un po’ chiamata in causa. A me l’avocado non piace granché, però penso che il tizio abbia ragione. La mia generazione, pare sia quella dei Millennials, non ha conosciuto la fame e i sacrifici che i nonni hanno fatto durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non sappiamo cosa significa non avere a disposizione i beni di prima necessità. Nemmeno quelli di seconda necessità. Siamo continuamente attratti da quelli di terza, quarta o quinta necessità. In pratica, dalle cose superflue.

Che tanto superflue non sono. No, perché senza, ci sembra di non esserci. Pare che il motto sia YOLO. You Only Live Once, si vive una volta sola. Per cui, meglio un costoso toast all’avocado oggi che un appartamento e una famiglia domani.

Oggi c’è la comitiva. C’è la pizza, ma solo se è quella di Tizio o Caio che la fa a regola d’arte con il metodo di una volta e con i prodotti bio e con il fiordilatte che se non è di Agerola allora fa schifo. C’è quel panino super calorico che però almeno una volta nella vita devi mangiare perché il tipo che ha aperto il locale è quello che ha iniziato nella cucina di casa propria a farsi i video mentre cucinava e poi li postava su Facebook. C’è l’aperitivo servito nel barattolo del sott’olio, il gelato che si mangia a partire dal cono, la fetta di torta a mille strati.

Mi sono accorta, ultimamente, che è raro uscire con i propri amici e trovarsi ad andare due volte nello stesso posto. Siamo delle trottole con gli smartphone in mano pronti a correre lì dove c’è la novità del momento.

Mi sono chiesta se sia davvero tanto sbagliato. Insomma, il settore della ristorazione ormai si basa anche su questo. I locali per aperitivi fanno a gara a chi offre la formula aperi-cena più invitante, a chi arricchisce l’ambiente con i dettagli più originali rispetto all’altro. Noi, quelli della mia età, viviamo nell’epoca in cui l’economia gira per cose così.

Mica tutti, poi, pensiamo alla casa e alla famiglia. D’accordo, alla casa forse si. Prima però ci vogliono i soldi, quindi un lavoro e prima ancora dobbiamo finire gli studi. Mentre lo facciamo, siamo bombardati di immagini di stili di vita del tipo YOLO. Per avere una famiglia, serve un partner. Per conoscerne uno che non sia né stronzo, né psicopatico abbiamo bisogno di tempo e di soldi per uscire e recarci in comitive nei suddetti locali. Insomma, è il cane che si morde la coda.

Sì perché, caro miliardario, i nostri nonni non avevano i toast all’avocado, ma all’epoca sposavano la prima persona di cui si innamoravano follemente e quello bastava. A scatola chiusa. Sempre che non si trattasse di matrimoni combinati. Non rischiavano di mollarsi dopo qualche mese di convivenza o di allontanarsi perché a letto non erano niente di che. Il lavoro? Era quello del proprio papà o zio oppure a sedici anni andavano a cercarsi già il primo perché non potevano studiare.

Allora non è che noi non pensiamo alla casa e alla famiglia. Il fatto è che non abbiamo punti fermi. In più ci dicono di vivere qui e adesso. 

E qui e adesso, caro Gurner, pare ci sia soltanto il toast all’avocado.