Jonathan Torna, l’Estate Va

foto personale

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-Ah e poi, la sapevi questa? La leggenda narra che durante l’esecuzione di Mentre dormi le persone si innamorano- dice la mia amica M. ammiccando, pochi minuti prima dell’inizio del nostro terzo concerto di Max Gazzè.

Se la mia estate all’insegna del nonsense si potesse rappresentare con un momento soltanto, ecco, penso che questo sarebbe decisamente il più adatto.

Le rispondo con uno sguardo perplesso. Non che le leggende non mi piacciano, anzi, però per definizione devono contenere almeno un po’ di verità e quella sera sembrava ce ne fosse, divisa in abbracci e baci sparsi un po’ in tutta la platea. La cosa non mi riguardava e amen. Intorno a me erano capitati solo altri sguardi persi più del mio. Tutto bene finché si tratta del solito far finta di niente e sperare per una sera di dimenticare le proprie disavventure sentimentali e divertirsi cheinrealtàbisognastarbenedasolieblablabla. 

Poi, però, la vita decide che in realtà è lei a volersi divertire con me e succede che una coppia chiede ai miei amici di far cambio posto durante Mentre dormi per stare più avanti. Succede che all’improvviso li vedo sparire dietro di me e nemmeno loro capiscono il perché di quella richiesta. Succede che dopo qualche secondo, mentre cerco di ignorare la borsa di lei che mi si conficca nel fianco ad ogni oscillazione del suo a tempo di musica, lui si inginocchia, M. urla, lei porta le mani alla bocca e poi sparisce nell’abbraccio del suo futuro sposo e io li guardo atterrita ripetendo nella mia testa che non è possibile, non proprio lì, in quel momento, affianco a me.

Proprio in un periodo che la mia vita sembra non avere un senso e accadono soltanto fatti come questo come a dimostrare che è proprio così e non posso che stare a guardare le vite degli altri prendere direzioni che nemmeno so se voglio sfiorino anche la mia. Vedo persone abbandonarsi totalmente ad esse e vorrei fermarle una ad una per chieder loro se sanno davvero cosa stanno facendo o “così è capitato” e basta. Vorrei sapere se all’improvviso si sono sentiti come illuminati da una luce che ha reso tutto più chiaro e li ha aiutati a prendere delle decisioni così importanti o si sono aiutati con una torcia e i loro sorrisi stanno lì come dei cerotti a nascondere i lividi che si son fatti camminando al buio.

Mi chiedo se sto sprecando tempo a farmi troppe domande mentre invece dovrei mettere del rossetto ai miei pensieri e lasciarli uscire con le risposte stropicciate e usurate da già troppi altri e che a me fanno solo tenerezza. Quando le incontro vorrei invitarle a sedersi e riprendersi ma non faccio in tempo che qualcun altro le ha già invitate al buffet che si terrà dopo la cerimonia in Chiesa a far fronte alle domande degli invitati, tra foto e pasticcini vari.

14087620_10209216545882123_811011132_oNel dubbio ho aperto un libro, preoccupata ed emozionata allo stesso tempo. Preoccupata perché Il gabbiano Jonathan Livingston mi ha salvata già una volta dieci anni fa e non sapevo che effetto avrebbero avuto quelle parole lette ancora una volta. Emozionata perché Bach ne ha pubblicato un’edizione con un capitolo aggiuntivo, nel quale racconta cosa succede allo Stormo Buonappetito quando Jonathan vola via verso nuovi livelli di consapevolezza da esplorare. Sembra banale eppure… Tra le righe c’ero anch’io, di nuovo. C’erano le mie domande. C’è un gabbiano Anthony che rifugge le convenzioni sociali nate in seguito alla scomparsa di Jonathan, in un’epoca in cui la pigrizia mentale dilaga e la maggior parte dei gabbiani segue alla lettera regole e riti stabiliti dagli antenati, senza più porsi domande e accontentandosi delle risposte di comodo fornite dalla società costruita sulla venerazione di miti e sul potere di pochi. Nessun gabbiano più cerca di imparare a volare davvero ma crede che la salvezza si trovi nell’assecondare credenze che non hanno alcun fondamento, rinunciando alla libertà e alla possibilità di dare davvero un senso alla propria vita. Chi come Anthony rifiuta tutto ciò finisce in depressione, in assenza di veri stimoli, si tiene alla larga dalle imposizioni della società prive di logica e si ritrova solo e triste. Finché un giorno incontra Jonathan e il cerchio si chiude.

Allora penso che l’unica cosa da fare sia non arrendersi. Superare i propri limiti e cercare di migliorare se stessi, di imparare, di provare e sperimentare, anche se ci si ritrova a camminare in bilico sul confine delle cose, mai davvero al loro interno e si cade e ci si fa male sotto gli occhi indagatori di chi pensa sarebbe meglio invece rimettersi in fila con tutti gli altri che però, a furia di accodarsi hanno perso completamente di vista dov’è che si sta andando.

 

 

Cronache Di Un Trasloco #1: Libri In (Di) Viaggio

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Sarà scontato o banale, ma in questi giorni di lavoro frenetico in vista del trasloco ho speso un sacco di tempo soltanto per riporre negli scatoli i miei libri. C’era da spolverarli, riporli con cura, sistemarli almeno per dimensione in modo da ottimizzare gli spazi, far attenzione a non sgualcire le pagine e, ovviamente, davo una sbirciatina a quelli che non prendevo dallo scaffale da un po’. La sbirciatina diventava un sedersi di fianco allo scatolo per sfogliarli, approfittare del momento per finire un racconto lasciato in sospeso troppo tempo prima, riguardare le illustrazioni delle fiabe che ho amato tantissimo e scoprire che, nonostante non le ricordassi a memoria, ne erano rimaste ombre di emozioni da qualche parte dentro di me.
Non è stato esattamente il modo più veloce per sbrigarmela, specie con tutto quel che c’è ancora da fare. C’erano libri regalati, libri amati, dediche, segnalibri comprati e disegnati, orecchiette alle pagine su cui tornare, che spesso poi si dimentica il perché, nonostante quella parola o frase in quel momento sembrava avesse fermato il mondo. E’ stato bello.

In questo periodo la mia mente viaggia in maniera sconnessa nel tempo saltellando tra ricordi di molti anni fa e quelli del passato recente. Mi sono liberata di oggetti che non volevo mi appesantissero inutilmente in questo cambiamento, che in fondo è solo uno dei tanti avvenuti negli ultimi due anni. Ho conosciuto persone e ho capito di avere ancora così tanta paura di dimenticarne altre. In certi momenti torna la rabbia per aver costretto a forza la mia mente a smettere di provare alcune mancanze. Ovviamente lei si è ribellata e adesso non fa che tormentarmi con scenari apocalittici nei riguardi della mia vita sentimentale, non che abbia bisogno di inventarsi granché poi. Così, incastrata in questo limbo tra passato e futuro, il primo un tantino più vivo e in forma del secondo che ce la sta mettendo tutta a guarire, eccitato quantomeno dall’idea che tra poco sarà tutto nuovo e diverso, ho potuto abbracciare lui.

Un nuovo libro.

Uno di quelli che ti capitano al momento giusto, anche se capiterà nello scatolo sbagliato, perché mentre aspettavo il corriere gli altri li avevo già chiusi e adesso se ne sta solo soletto sullo scaffale, abbastanza spaurito. Si chiama “Un ex è per sempre” della disegnatrice che adoro tantissimo Silvia Ziche. Ne ho già parlato una volta, oltre ai suoi lavori per la Disney e Topolino, scrive (disegna) libri che hanno come protagonista un suo personaggio, una donna alle prese con la ricerca dell’uomo della propria vita, Lucrezia. Lasciata dal suo ultimo compagno, Riccardo, che sembrava davvero fosse finalmente quello giusto, inizia un tortuoso percorso fatto di interrogativi sul perché sia finita così e sul come possa dimenticarlo per andare avanti. Ad accompagnarla è proprio Riccardo, sottoforma di fantasmino creato dalla sua mente che la segue ovunque tormentandola ancora. Non rappresenta altro che l’impossibilità e la paura di dimenticare un legame importante ma spezzato bruscamente, raccontate attraverso ironia e comicità come solo Silvia sa fare. Non vedo l’ora di leggerlo e, magari, sarà il compagno giusto per rimettere poi tutto in ordine, sia sugli scaffali, sia nella mente e nel cuore.

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Gioiosissimo Me!

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No, quello era un altro film. Comunque…

Bloggers! A onor di cronaca riporto che l’emozione che ha ricevuto più voti nel sondaggio proposto la settimana scorsa ‘Di che emozione sei?’ è … Gioia!

Applausi in sottofondo.

Sembrerà banale dirlo, ma, ecco, non me l’aspettavo. Ho deciso di proporre il sondaggio per pura curiosità, per cercare di cogliere un mood e, certo, non si possono ricavare chissà quali considerazioni da un campione così piccolo, ma mi ha sorpresa il fatto che la maggioranza si sia espressa a favore dell’essere positivi e propositivi, nonostante tutto.

A parte questo volevo approfittare del post per mettere in evidenza due o tre riflessioni interessanti che mi avete proposto proprio voi nei commenti.

Prima di tutto, mi ha colpita molto il fatto che diversi di voi hanno davvero scelto Gioia, pur riconoscendo che in fondo non aveva un gran margine su Tristezza, di cui avete comunque riconosciuto il valore. Ovvio che le due emozioni si accompagnano e coesistono, eppure qualcosa ha fatto pendere l’ago della bilancia più a favore della prima. Quel qualcosa non ho capito cos’è. Abbiamo provato a rifletterci e ne è uscito fuori che, forse, si tratta del modo in cui ci si percepisce e basta. Inoltre Tristezza è stata accostata alla saggezza, trattandosi di un sentimento profondo che non si ferma all’apparenza delle cose, ma le indaga e le studia; mi lascia perplessa però identificare lo studio come un’attività ‘triste’. Non credo che lo sia.

Qualcuno di voi ha fatto notare che in effetti non dovrebbe esserci un’emozione predominante, in quanto tutte possono susseguirsi anche nel corso della stessa giornata e quindi sceglierne una è impossibile. In realtà non sarebbe nemmeno ‘giusto’ perché si finirebbe per appiccicarsi addosso uno stato d’animo rifugio, che fungerebbe da alibi per i nostri comportamenti e decisioni. Come a dire io son fatto/a così e amen. Purtroppo questa è una cosa che riscontro spesso, le persone si nascondono dietro un modo d’essere nato o causato da chissà-chi o chissà-cosa per cui tu, che ti ritrovi a tiro, devi pagarne le conseguenze. Nonostante io non sia in uno dei miei periodi migliori continuo a pensare che le persone, specie quelle amate, meritano il meglio di ciò che si è. A nessuno va rifilata la brutta copia sgualcita del nostro modo d’essere perché decisamente non c’entra niente. E’ difficile e sono la prima che davvero non riesce a fare i conti con tutto ciò, al momento, eppure dentro di me so che è così.

L’ultima considerazione riguarda la Rabbia come sentimento esplosivo e propulsivo che non ci rende cattivi ma soltanto, e per fortuna, capaci di reagire a ciò che non va, serve a tirarci fuori dalla pigrizia mentale e fisica. Vederla in questo senso è stata una sorta di scoperta 🙂

Grazie a tutti voi per aver partecipato 😉

 

Inside Out: Tu Di Che ‘Emozione’ Sei?

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In molti ne hanno già scritto, il nuovo film della Disney Pixar Inside Out ha fatto fiorire decine e decine di opinioni e riflessioni, critiche e osservazioni, credo perché in fondo parla di noi e di come siamo fatti dentro e ci sono riusciti attraverso delle idee secondo me geniali, trasformando in immagini quel mondo complesso che c’è nella nostra testa.

Così anch’io, reduce dalla febbre da Minions, mi sono lasciata coinvolgere. L’altro giorno i miei amici ed io abbiamo provato ad identificarci in una delle cinque emozioni base, Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto in base a quella che in qualche modo prevale nel nostro modo di rapportarci con il mondo.

A me è toccata… Tristezza 😀

No, non vi spaventate, non sono davvero una palla di quelle proporzioni (ok, a volte si) però diciamo che un po’ mi somiglia. Più che altro si tratta di un modo d’essere, di percepire le situazioni e le persone, è un qualcosa che ha a che fare con il cercare di capire cosa c’è oltre la superficie, con il fissarsi sui dettagli e sulle parole non dette, sugli angoli evitati dagli sguardi e sui segreti che cela la pioggia osservata dietro a un vetro, in silenzio. La tristezza è quell’emozione di cui pare ci si debba vergognare perché sinonimo di fragilità, la tristezza mette a disagio e peggio ancora è il piangere. Ci insegnano che chi è forte non lo fa, così quelle lacrime clandestine di solito escono fuori di notte, al buio, lontano da altri occhi che potrebbero giudicare, non capire, nel mondo del ‘va tutto bene, grazie’, che a nessuno interessa davvero sapere cos’hai dentro.
Quello che accade nel film è proprio questo poi: le altre emozioni fanno in modo che Tristezza sia sempre il più lontano possibile dai ricordi e dalla vita di Riley, la allontanano. Così accade una cosa che è capitata anche a me qualche tempo fa. Quando Riley ne ha davvero troppo del trasloco e dei cambiamenti accade che la Rabbia non fa che peggiorare la situazione, l’effetto di Disgusto dura poco. La Gioia si da’ proprio alla macchia, perché ovviamente non riesce a trovare nemmeno un motivo, un buon ricordo, per farla sorridere. Accade che Railey non prova più niente. Diventa apatica. Non reagisce. A me capitava di sentire l’eco di quella tristezza che voleva uscir fuori e più lo reprimevo, più faceva male, ma davvero, fisicamente.

Come ho letto in qualche recensione più critica, la Tristezza diventa solo un mezzo per liberarsi, sfogarsi al fine di star meglio e non viene mostrato come la si può accettare, ma usare. Da un lato è vero, dall’altro penso che nessuno riuscirebbe a scoppiare in lacrime se prima dentro di sé non accettasse quello stato d’animo, smettendo di reprimerlo.

Comunque, ecco, vorrei proporvi un sondaggio. Il nostro personalissimo Inside Out. Di seguito troverete le cinque emozioni di base di cui sopra. Di certo ce n’è una ‘predominante’ dentro di voi o che sentite affine al vostro modo di essere. Indicatela, poi potete confermare la vostra scelta con un commento o con un post (racconto, poesia, riflessione) a tema. Poi…

Poi non so. Vediamo cosa ne esce 😀

Qualcosa Che Sfugge

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Avete presente la pubblicità di trivago, quella in cui c’è il facchino dell’hotel che si innamora della principessa e pensa di aver trovato la donna della sua vita finchè un giorno lei lo lascia con un bigliettino in cui fa riferimento soltanto alla carta da parati della sua stanza? Lui si dispera perché crede di essere stato preso in giro e dice -Pensavo che mi amasse-, invece davvero avrebbe dovuto far caso alla carta da parati sulla quale lei gli aveva scritto il proprio numero di cellulare.

Ecco.

Quella breve pubblicità a me mette una tristezza enorme. Quel povero ragazzo costretto a far i conti con la propria delusione e tutta la sfiducia nel mondo e nelle persone che ne deriverà mentre in realtà gli sarebbe bastato guardarsi intorno un po’ meglio e senza saltare a conclusioni affrettate per continuare a vivere il suo sogno d’amore.

Lo so, è solo una pubblicità e difatti sta lì per suscitare ironia e interesse per il sito web, non di certo per invogliare chicchessia ad inerpicarsi su contorte e strambe riflessioni sulla vita. A me però mette ansia. Un senso di disagio.

E’ anche vero che è sempre stata una mia fissa quella della paura di perdermi qualcosa. Come quando i bambini da piccoli non vogliono addormentarsi e lottano contro il sonno facendo delle smorfie assurde pur di tenere gli occhi aperti. Spesso mi chiedo se abbiamo abbastanza gli occhi aperti, così, da adulti. Ho la sensazione spesso che ci sia qualcosa che mi sfugga, un particolare, una parola che avrei dovuto cogliere e che per magia mi avrebbe restituito il senso di quello che provo o delle cose che accadono.

E’ come essere sfasati rispetto al corso delle cose. Ci sono diverse persone che camminano per strada. Ognuna di loro però si trova in un qui ed ora diverso dall’altra. Colgono tutte gli stessi dettagli? Quel posto suscita a tutte la stessa impressione? No. Come si fa allora ad essere certi di trovarsi nel qui e ora giusto, quello che ci appartiene e di essere sicuri che non ci stiamo perdendo niente, non stiamo facendo la fine del facchino deriso dalla sorte e da una distrazione banale che gli costa decine e decine di fazzoletti più altrettante serate perse ad immaginare quel che non sarà mai?

Io alle volte mi sento così, sfasata e con la terribile sensazione di poter commettere degli errori di quel genere. Specie se poi si tratta di persone e situazioni che mi mancano.

Certo che pure la principessa però, eh.

‘ArtisticaMente’ Nell’Obiettivo

Ne parlavo proprio qualche giorno fa sulla pagina Grafica di questo blog che, effettivamente, era da un po’ che non lavoravo più a niente, complice la mancanza di tempo, di voglia e di ispirazione. Poi un amico mi ha parlato di un evento dalle mie parti e c’era bisogno di una mano e possibilmente di una macchina fotografica, magari poi di occhi e di un po’ di tempo pure e io avevo tutte queste cose e ho pensato perché no. 

Il mio amico, Giuseppe Mastroianni, è il direttore di EUnity, una ONG che attraverso il sostegno dell’Unione Europea si occupa di promuovere realtà locali, eventi culturali e risorse ed è un bel progetto, ci sono persone appassionate di arte, cultura e musica, piene di voglia di fare e di sentirsi parte di qualcosa, che non siamo soltanto la generazione europea-si-che-poi-non-serve-a-niente ma si prova ad esserci davvero, anche attraverso occasioni come questa.

Il contest “Artisticamente” è stata una sfida tra band, solisti e gruppi di ballo che poi è finita in festa, per il caldo, l’entusiasmo e l’adrenalina che ancora teneva tutti all’erta prima della proclamazione dei vincitori. Per me è stato emozionante stare sotto al palco, vivere le vibrazioni della musica e cogliere le espressioni divertite, pensierose e attente dei vari finalisti. Guardavo la gente, chi era lì per sostenere qualche amico o parente, chi si avvicinava per curiosità e altri che per un puro caso si sono ritrovati sotto ai riflettori di luce bianca mentre si baciavano sulle note di Every Teardrop Is A Waterfall lontani dalla folla e pure dal resto del mondo, mi sa.

Per la prima volta mi sono ritrovata ad occuparmi sia degli scatti che dell’editing, fino alla realizzazione di qualche artwork e mi sono divertita tantissimo.

Le Macchie” è la band che si è aggiudicata il terzo posto di cui vi consiglio di ascoltare il singolo “Bianca” (che mi son dedicato per ovvi motivi 😀 ), eccoli:
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Il secondo posto è andato alla band “A Day After Hurricane“:

secondo posto02

e il primo posto è stato del gruppo di ballo “Dietro le quinte“:

primo posto

Per le foto di tutti gli altri artisti vi lascio il link alla pagina facebook di EUnity.

Non Si Giudica Un Libro Dalle Sue Sfumature

Alla fine il mio sarcasmo mi si è rivoltato contro e oggi la mia amica M. si è espressa con gran soddisfazione in un sonoro, sentito e appassionato te l’avevo detto.

Tutto è partito qualche settimana fa da un dibattito sull’ormai super-iper famosa trilogia di 50 Sfumature-colori assortiti. Io esprimevo tutta la mia diffidenza e perplessità nei confronti della storia, della scrittura e della davvero troppa pubblicità indirizzata pericolosamente verso ragazzine che della differenza tra Edward Cullen e Christian Grey non si sarebbero rese poi tanto conto, a loro discapito. Non so perché, ma questi tipi di fenomeni editoriali a me di solito fanno spavento e sento il bisogno di allontanarmi dalle masse adoranti, a meno che non si tratti di qualcosa che possa incuriosirmi davvero. Insomma, facevo la sostenuta. M. di solito, invece, fa l’esatto opposto. Lei ci prova, si butta, anche con il rischio di ritrovarsi tra le mani delle vere e proprie ciofeche letterarie.
Sosteneva che questa volta il mio intuito aveva fallito e che avrei dovuto leggerla per capire cosa intendeva dire. M. sa essere molto insistente e così quella sera mi ritrovai la sua copia di 50 Sfumature Di Grigio nella borsa. In fondo avevo perso nel dibattito perché alle sue effettive convinzioni non potei che contrapporre delle semplici impressioni. Io e la mia riluttanza qualche giorno dopo cominciammo la lettura.

Superato l’inizio frettoloso e banale, lo stile poco definito e tutta la serie di virgolette e apostrofi che distinguono il pensato dal parlato e si susseguono ad un ritmo a cui è difficile abituarsi, tant’è che spesso ho fatto confusione, le incongruenze (ma davvero, da dietro al bancone del negozio come fa Ana a vedere che Christian porta delle scarpe da ginnastica??) e il ripetersi, immagino voluto, degli stessi aggettivi di continuo, ho capito che la curiosità mi avrebbe portata fino in fondo, nonostante i difetti, anzi, inclusi questi ultimi che parevano star lì a caratterizzare la storia stessa.

Quand’è così vuol dire che il libro ti ha fregato. Si è connesso a qualcosa dentro di te che perfino tu stenti a riconoscere, un’emozione, un vissuto, una qualche dinamica emotiva sopita e mai dimenticata e inizia ad importarti dei personaggi, dei loro sentimenti, delle logiche all’ombra dei loro comportamenti. E’ una magia alla quale è difficile sfuggire, giacché la tua mente ha generato quei volti e senti che sono tuoi, non conta da quali attori sono stati interpretati o cosa hanno provato altri nell’immaginare la loro storia. Ti appartengono e basta.

Da qui ho pensato che la faccenda dell’erotismo/mogli annoiate è stata sfruttata più di quanto sia realmente protagonista in tutto il romanzo, o meglio, quest’ultimo poteva essere valorizzato di più anche sotto altri punti di vista. Una parte importante della storia infatti si svolge sul piano dei sentimenti… quelli che fanno paura. La paura di non meritare l’amore. La paura di non saper amare. La voglia di farlo da un lato, l’impossibilità di riceverne dall’altro. Il terrore di lasciarsi toccare come se le carezze potessero bruciare più degli schiaffi. Il desiderio di mostrare quanto sarebbe bello invece. Provare dei sentimenti fortissimi per qualcuno che è così irraggiungibile e allo stesso tempo è capace di sconvolgere tutte le tue convinzioni e attitudini. Sentirsi dire che è sbagliato amarsi ed essere trattate come un errore a cui rimediare, la prigionia dell’essere desiderate ma allontanate perché… sembra sbagliato. Come cazzo fa l’amore ad essere sbagliato? Come? Allora ti senti come Ana che fugge via spezzata dentro con quella parola “sbagliato” che rimbomba come un eco doloroso nelle orecchie e non è giusto, non lo è affatto mentre invece ti convinci che si, sei sbagliata tu per quella persona, che non potrai mai essere ciò che vuole… Oppure lo sei, ma non ti lascerà mai esserlo davvero. Ti lascerà andar via, piuttosto.

La questione che pone il libro è: quanto siamo disposti a mollare difese, abitudini e riferimenti e lasciare che quella persona così spiazzante e attraente ci metta meravigliosamente in disordine la vita?

La maniera in cui i protagonisti, così diversi, cercano di trovarsi, avvicinarsi smussando i rispettivi “limiti assoluti” per la necessità irrazionale di viversi e godersi a vicenda mi ha attirata, se non altro perché forse al sicuro tra le pagine di un libro certe cose possono accadere davvero. Probabilmente anche di questo pecca la storia: in fondo è frutto della fantasia di una sola persona che gioca entrambi i ruoli, spesso somiglia ad una fantasticheria ed è poco realistica specie per i tempi in cui avviene, tre settimane soltanto. Di nuovo, sembra che le situazioni si avvicendino velocemente per arrivare il prima possibile alla descrizione degli incontri più fisici e travolgenti, un desiderio che non sa aspettare e mette in secondo piano tutto il resto. Diciamo che messa così ha pure un senso, si.

Questa mattina mentre informavo M. che a breve le avrei restituito il libro, mi son messa già a leggere un estratto del secondo. Pare non avere soluzione di continuità con il primo, come se non fosse mai finito. La mia curiosità si è rimessa in moto, e in fondo chi mai nella vita non si è permesso almeno una volta (ok, ok, più di una volta) di sentirsi un po’ come Icaro che volò troppo vicino al sole, la similitudine più vicina e tanto cara a questo più che discusso romanzo.

Perché San Valentino E’ (Anche) Dei Single

Vorrei condividere con voi un articolo che ho letto questa mattina, mentre armata di caffè cercavo di dare un senso ai miei capelli, a qualche ricordo di troppo e, soprattutto, alla mia giornata. Forse si tratta di una buona notizia per tutti quelli che domani non sapranno dietro quale battuta sarcastica nascondersi pur di non sentirsi tremendamente esclusi da una ricorrenza che, a detta di quest’articolo, è stata travisata e trasformata, a favore dei venditori di cuoricini di plastica a prova di litigio e di serate a tema, che poi basta cambiare festoni e outfit, si tratta sempre della solita musica da discoteca.
Per chi si scoccia di leggere, riporto giusto la considerazione di base: San Valentino è la festa dell’amore, non delle coppie. I single non sono esclusi, anzi, i single forse sono quelli che avrebbero pure più diritto a festeggiare perché portatori sani di desiderio d’amore, quello romantico, irraggiungibile, non dichiarato o impossibile e che, ipotizza l’articolo, non sempre è presente nelle coppie perché nel farsi relazione ha dovuto accettare troppi compromessi e trasformazioni. Così, per la gioia di Dostoevskij e dei sognatori di ogni tempo e alla faccia di tutti i Mr Grey di stocavolo giacché non potevano far uscire film meno romantico proprio a San Valentino (e nemmeno tanto erotico, ho sentito dire), qualcuno ha pensato bene di scartocciare la festa liberandola dall’involucro argentato in cui era stata imprigionata, riportando sotto l’ala del santo protettore dell’amore tutti gli innamorati e quelli speranzosi d’esserlo.

Noi single, ultimi romantici che a San Valentino celebriamo l’amore ideale

Per Il Caffè Letterario – La Settimana Dell’Amore: Le Notti Bianche

Ancora una volta grazie a Chiara (pantufl90.wordpress.com) per gli spunti interessanti e i temi proposti nel suo Caffè Letterario, a causa del quale sto diventando tisana-addicted, ma guarirò! Per chi non conoscesse il suo blog vi invito a darci un’occhiata e magari partecipare 🙂

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“Nella camera si è fatto scuro; nella sua anima c’è vuoto e tristezza; l’intero regno dei sogni si è sgretolato intorno a lui, si è sgretolato senza traccia, senza rumore né chiasso, è svanito come una visione, e lui stesso non ricorda cosa abbia fantasticato. Ma una oscura sensazione per la quale il petto gli duole e si agita leggermente, un nuovo desiderio stuzzica ed eccita alettante la sua fantasia e impercettibilmente invita un intero sciame di nuovi fantasmi. Nella cameretta regna il silenzio; la solitudine e l’indolenza carezzano l’immaginazione; essa si infiamma leggermente, leggermente inizia a bollire, come l’acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna, che si affaccenda quietamente nella cucina lì accanto, preparando il suo caffè. Ecco che essa è già interrotta da leggeri bagliori, ecco che già anche il libro preso senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore, arrivato nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è nuovamente eccitata, risvegliata, e all’improvviso ancora un nuovo mondo, una nuova e incantevole vita è balenata davanti a lui nella sua splendida prospettiva. Un nuovo sogno – una nuova felicità!” 
[tratto da Le notti bianche – F. Dostoevskij]

Nasten’ka è una dolce e giovane donna, in lacrime per la fine di un amore. In una tipica notte pietroburghese mentre passeggia sul lungofiume un uomo ubriaco tenta di aggredirla e in suo soccorso accorre un tipo singolare, intento fino ad un attimo prima a godersi l’aria notturna, cristallina come suo solito. I due si intrattengono a chiacchierare, lui si presenta subito come un sognatore parlandole di sé, del proprio modo di vedere il mondo quale tessuto delle proprie fantasie, che nascono dall’aver notato un dettaglio o ascoltato una sola parola; di come rappresenti sia la sua gioia quando l’eccitazione invade ogni angolo della sua realtà, sia la sua croce, nel rendersi conto quanto è lontano dalla realtà vera, che tutti gli uomini vivono, fatta di esperienze e relazioni, rammaricandosi in fondo di non aver ancora vissuto davvero.
I due si danno appuntamento per quattro notti di seguito, raccontandosi e aprendo i propri cuori come mai prima d’ora era capitato ad entrambi di fare, perché mai in effetti si erano trovati a sentire quel senso di fratellanza e assoluta confidenza nei confronti di qualcun’altro. Nasce un interesse reciproco, il sogno si fa desiderio di potersi vedere e rivedere ancora e incanto di un amore possibile, da poter vivere davvero. All’indomani della quarta notte i loro destini si delineano, non vi svelo come, in un finale che sigilla l’intera storia e ne rende forte il senso al cuore del lettore.

Se poi si tratta di un cuore simile a quello del protagonista le emozioni raddoppiano perché si ritrova anche un po’ di se stessi in quei racconti, in quelle notti, nelle fantasie, nel modo di estraniarsi da una realtà che rispetto a ciò che possono la fantasia e l’immaginazione risulta mediocre e povera… Per parlare di amore classico ho scelto questa storia perché sul serio mi ha emozionata. Quel sognatore un po’ mi somiglia, il tema della fuga dalla realtà, del cercare di vedere il mondo con occhi un po’ diversi appassionandosi a dettagli e inventandone di nuovi lì dove non ce ne sono affatto è quasi quello secondo cui porto avanti questo blog.

La cosa più straordinaria è che l’amore vien fuori nella sua forma più autentica: nasce direttamente dal sogno e si fa collegamento con la realtà. Non si tratta di una storia d’amore di quelle vissute, stravissute, fatte di intrecci, intrighi, tradimenti e riconciliazioni, di passioni e di baci. Si parla di innamoramento, magari destinato anche a non essere nient’altro di più, di quell’eccitazione ed emozione, della voglia di cercarsi e darsi appuntamento perfino nei sogni, del ritrovarsi nelle parole dell’altro, del riconoscere nei suoi occhi il naturale prosieguo del proprio cammino. Forse è lontano da quel che la realtà ci propone oggi, ma in fondo lo era anche all’epoca. E’ l’amore dei sognatori che da sempre, sempre si è trovato costretto a ritagliarsi spazi al di fuori di una società fatta di apparenze e relazioni sterili. Si nutre di fantasie, rende l’animo nobile ed è strazio e vita al tempo stesso. Ripiega su di sé quando si accorge di aver fondamenta che non son altro che illusioni. Muore per poi rinascere nei cuori che non sanno nutrirsi d’altro.

Forse le relazioni non si basano su sentimenti del genere o non solo e i sognatori sono e saranno ancora per propria natura lontani dalle dinamiche che prevalgono nelle società di tutti i tempi, ma il messaggio di questo libro va oltre secondo me, mostra l’amore come sentimento che ricongiunge l’anima e il mondo, la fantasia e la realtà, rendendosi vita, in ogni sua forma.

Il Mio Demian

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  La dj alla radio porse una domanda all’ascoltatrice al telefono, cogliendo la mia attenzione che fino a quel momento doveva essere stata altrove. Non ricordo a cosa pensavo prima, a parte il tizio che da dietro lampeggiava, ma ricordo abbastanza bene tutta la serie di riflessioni che presero a ronzarmi per la testa, finché non giunsi a destinazione.

E allora quand’è iniziato il vostro amore? 

  Sono certa che la tipa rispose qualcosa riguardo l’inizio della relazione con il suo uomo, ma non l’ascoltai per niente perché mi arenai sulle parole “iniziato” e “amore” convinta che fossero accostate in modo strano, che nella stessa frase facessero un po’ a botte, che non suonassero bene insieme. Adesso scrivendolo mi rendo conto di quanto questa sia solo una pignoleria, che tante volte si usano le parole in maniera che insieme rendano un concetto più generico e intuitivo, eppure quella stranezza mi attraeva e mi portava lontana dalle loro voci.
L’amore è davvero qualcosa che inizia? Esiste un giorno, un istante specifico in cui ci si sente innamorati? Direi che si, esiste ed è più o meno quando gli occhi si aprono un po’ di più e il cuore aggiunge battiti a quelli già schierati, ma è più una consapevolezza che un inizio. Non è che un momento prima non ne avessimo affatto dentro e quello dopo lo si sente guidare i passi, le parole.
  Sono i rapporti ad iniziare, come i viaggi, ma l’amore sa dedicarsi anche a giornate di sole, onde di un mare. Se non inizia, dunque, non finisce. Non si lascia uccidere, tormentare, smontare o ingannare. Sa proteggersi. Avrei potuto sbottonare mille corazze e spogliarti di altrettante paure e ancora non baciare la tua pelle davvero. Si lascerebbe accarezzare appena, un giorno e poi cercarsi un’altra casa, quello dopo. Vagherebbe per giorni in completa solitudine pur di trovare un nuovo arcobaleno dal quale tuffarsi. Anche sapendo di questa sua proverbiale costanza, mi son dovuta ripetere più di una volta che non si parte per scappare. Che scappando non esiste posto in cui poi si possa dire di arrivare. Credo di aver barato chiudendo questa convinzione in valigia pochi minuti prima di andare, per portarla con me, si, ma senza averla in continuazione tra i piedi. Avevo camminato sul fondo sconnesso di un fiume in secca e non avevo più idea di cosa significasse essere trasportati dall’acqua, galleggiare senza opporsi alla corrente, non ferirsi ad ogni passo. Mi sono chiesta come avrei potuto sentire ancora quella sensazione di libertà, di vita. In che modo quel fiume che non ha né inizio né fine avrebbe potuto investirmi ancora, anche soltanto per sentire il profumo del cielo e chiamare amica ogni nuvola che coprendo il sole bisbiglia tenerezze di un autunno anticipato, piuttosto che tristezza. Allora ho aperto un libro. Ho osservato a lungo persone che avevo intorno, l’affetto nelle mani, l’amore negli occhi, la solitudine nei passi e i sorrisi rivolti al sole. Non so come tutto ciò si legava al libro che leggevo o come quest’ultimo tirasse fuori da ogni immagine proprio ciò di cui avevo bisogno. E’ come se qualche volta dei libri non capitino tra le mani per caso. Hanno con sé risposte, spunti, idee nuove, idee che si collegano alle tue e le ampliano, le abbelliscono. Mi sono trovata in un turbinio di parole e sogni notturni, strette di mano e sguardi che superavano distanze di gran lunga maggiori di quanto sembrasse. Come quelle che per tanto tempo ho guardato, analizzato e combattuto per niente. E’ stato diverso e meno coinvolgente, ma affascinante come pochissime altre cose di cui sono stata circondata negli ultimi mesi.
  Sono i viaggi a finire, come i rapporti, ma l’amore siede accanto a te al ritorno e saltella tra foto e cartoline memorizzando dettagli, luci e proiettandosi a sua volta su cose ancora non dette, ancora non viste. Sento la testa piena di un mucchio di cose nuove adesso, frasi iniziate e da finire, pezzi di idee che aspettano di essere seguite. E’ un nuovo punto di partenza questo, un fermento, uno slancio in cui spero di trasformarmi, per viaggiare ancora.