La fata che intervistò l’unicorno: l’Incontro.

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno]

Quasi quasi me ne vado.

Sarà pure l’ultimo unicorno maschio rimasto sulla faccia della Terra, ma non si fa aspettare così una donna. Tamburello con la penna sul ginocchio destro. Nella mano sinistra ho il foglio con le domande. Ci sono molti scarabocchi. In fondo cosa cavolo gli chiedi ad un unicorno? Che tempo fa tra gli arcobaleni? Se davvero iniziano in corrispondenza di una pentolaccia piena di monete d’oro lasciata lì da uno gnomo di passaggio? Bah.

So cosa state pensando. Cosa cavolo ci fai tu lì, Bloom. Tu hai messo su questa storia. Tu hai parlato di cose divertenti, un po’ folli, forse verosimili. Tra realtà e illusione, fantasia e verità. Adesso sta’ lì e non lamentarti. Lo so. E’ che sono curiosa e la curiosità mi ha portata fin qui. Insieme a voi.

Davanti a me c’è un tavolino basso di legno scuro e dietro un divano di pelle bordeaux. Io sono seduta su un pouf color crema. Scomodo. Appeso al muro, sopra al divano, c’è un arazzo che raffigura una libreria. Insomma, è una libreria finta, disegnata. Per carità, i gusti son gusti. Mi aspettavo profumi esotici. Incenso, vetiver, legno antico. Invece mi arriva al naso giusto una scia di note dolci. Sembra bagnoschiuma da donna. Seguita da una risata femminile. Leggermente stridula, pure. Da quel lato l’ambiente è illuminato ancora meno.

Un fruscio. Uno svolazzo di tessuto liscio, tipo seta. Mi ricompongo.

Eccolo qui! Alla buon’ora. Si siede sul divano bordeaux. Indossa un kimono blu scuro con dei draghi stampati all’altezza del petto. Nella mano sinistra stringe un bicchiere di un liquore ambrato. Scuoto la testa. Quasi quasi la cosa dello gnomo gliela chiedo davvero.

-Carissima Bloom!

-Gaetano…

Ci stringiamo la mano.

-Allora, cominciamo?

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La fata che intervistò l’unicorno

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Ogni tanto qualcuno mi chiede il significato di Bloom, il mio nickname.

No, non sono fan dell’omonimo Orlando. Carino, per carità, ma non c’entra.

Al momento di pensare ad un nome che dovesse rappresentarmi qui sul web, mi venne in mente quello di un personaggio di un cartone animato che avevo amato molto, Winx. Un po’ Sailor Moon, un po’ Harry Potter. Insomma, alla fine la mia scelta cadde su Bloom, la protagonista della storia. L’ultima fata proveniente dal pianeta Terra.

Così, una cosa modesta.

Bloom era quella che sapeva governare il fuoco, risolvere i problemi di tutti, avere a che fare con chi sulla Terra ormai non credeva più alla magia. Mi piaceva un sacco. Pensai che fosse perfetta come ispirazione. Sarebbe riuscita a ricordarmi di non restare mai troppo con i piedi per terra.

A ventotto anni appena compiuti credo di aver ottenuto l’effetto che speravo.

Solo che poi, ecco, succedono cose strane.

Cose surreali. Però verosimili.

Forse direte di no e non vi si potrà dare torto. Diciamo che dipende dal punto di vista e forse alla fine sarete d’accordo con me. Un pochino. Se no, almeno sarà stato divertente. E un po’ folle. Folle, come può esserlo per una con un nickname così.

Parlavamo appunto di non restare mai troppo con i piedi per terra. Dunque?

Ah, no. La domanda è un’altra. Cosa?

Cos’è che sarà divertente, folle, assurdo, misterioso e forse anche un po’ vero?

Un po’ di suspense. Okay.

Incontrare e, ahimè conoscere, l’ultimo esemplare di unicorno maschio rimasto sulla Terra.

… ?

Eh no però. Non mi dovete ridere proprio adesso.

Nel prossimo post ve lo presento. Un’intervista. Così, da fata ad unicorno.

Ah! State ridendo!

Lo sapevo.

Abbiate fede, poi mi direte.

Aah, non posso dir di più.

Sul serio, sul serio.

Poi mi direte.

Quel che per una lacrima è soltanto coraggio

Fintanto che si trova alla fine della rima inferiore dell’occhio, come se ne fosse un’appendice fatta d’acqua, senza una vera forma, semplicemente incastrata tra le pieghe d’espressione del viso, è al sicuro. Si affaccia appena sullo zigomo tenendosi aggrappata con tutta se stessa a dei piccoli solchi nella pelle, accomodandosi in essi e nascondendosi all’ombra del ventaglio di ciglia che la sovrasta.

Guarda giù dal suo nascondiglio. Si ritira e poi si sporge di nuovo, questa volta però un po’ in meno. C’è una sommità e oltre quella non si riesce a vedere cosa c’è.

Pensa.

Cosa accadrebbe se scivolasse per sbaglio? Cosa c’è lì fuori? E se per caso un gioco di luci le facesse uno scherzo attraversandola, proprio mentre si lascia cadere giù, prendendo velocità per superare quel punto altissimo e se lei brillasse suo malgrado rivelandosi per qualche frazione di secondo e se qualcuno attratto da quel luccichio improvviso si voltasse per guardarla? Cristo! Come potrebbe spiegarsi? Non avrebbe scuse, nessun alibi, era lì, è passata ed è stata vista, certo che sì, non c’erano ombre a nasconderla, nessuno che la raccogliesse senza essere a sua volta scoperto!

Sarebbe sola. Nuda e trasparente. La forma data dall’aria che le fa resistenza mentre corre verso il basso sulla pelle. Chiunque, come quella stupida luce, potrebbe passarla da punto a punto con lo sguardo e lei non avrebbe alcun modo per difendersi. La libertà le costerebbe un tratto da percorrere senza veli, sotto ai riflettori, senza ombre che la proteggano. Non può essere se stessa senza esporsi e rischiare di essere riconosciuta e additata da sguardi annebbiati da accenni di stupore.

Perché?

Loro direbbero insicurezza.

Quel che per una lacrima invece è soltanto coraggio.

 

 

La Sfida Dei 140 Caratteri

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Qualche tempo fa gianni invitò i suoi lettori, ispirato da un altro concorso, a creare un mini racconto dai canoni twitteriani, ovvero composto da soli 140 caratteri, entro il 30 giugno. La sottoscritta promise di cimentarsi senza, purtroppo, tener conto della propria imbranataggine, per cui un giorno s’è svegliata ed era già luglio. Mai sia detto, tuttavia, che io non mantenga una promessa, così tra una pagina di calendario da cambiare e una consapevolezza temporale da aggiornare, mi sono cimentata nella sfida, per me ancora più difficile perché la sintesi non è effettivamente una delle mie doti migliori. Comunque è stato divertente e se qualcuno di voi vuole provare può come me scriverci un articolo sul proprio blog e pubblicare il micro-racconto nei commenti all’articolo de ilperdilibri, che sono certa adesso mi perdonerà!

 

La lettera parlava di un tesoro. Partì, cercò. Nel buio pianse. La Luna infine le illuminò un punto nel cuore. Capì. Spese tutto in sorrisi.

 

Cartolina

“At this place…”

Rinchiusa nel suo cappotto si lamentava del freddo, sperando che qualcuno cogliesse il riferimento alla propria anima più che alla temperatura e guardava i piedi delle donne con cui stava conversando come se all’improvviso le loro paia di scarpe così diverse tra loro fossero più interessanti di tutti i commenti e le osservazioni che aveva ascoltato fino ad allora. Mi ero accorta che ormai aveva smesso di prestare attenzione alle parole degli altri già qualche minuto prima quando la vicina di casa aveva timidamente sfoggiato un -Vedi, si chiude una porta, ma forse, ecco, magari si apre un portone- come se avesse perso un lavoro e non una persona cara. Aveva annuito assorta. “… my thoughts came to you…”.
Un po’ la capivo, anch’io mi ero distratta. La casa era ormai piena di gente, sembrava una festa quasi, in tanti si ritrovavano dopo anni di assenze nelle rispettive vite, cresciuti, invecchiati, pieni di avvenimenti e novità da raccontarsi a vicenda. Io stavo lì cercando di riconoscere qualcuno, ogni tanto una prozia o una cugina di chissà che grado si avvicinava trovandomi più o meno somigliante a mia madre. “… came to you, then I…”
La casa era ordinata e semplice. Pochi quadri, pochi mobili. Alle pareti c’erano più che altro fotografie di nipoti da piccoli e souvenir. Uno di questi si trovava proprio lì dove stavo cercando di sembrare il più possibile invisibile per limitare baci e strette di mano all’indispensabile. Era un quadretto rettangolare delle dimensioni di una cartolina, in legno spesso un paio di centimetri. Su di esso c’era una foto ancora più piccola e poco riuscita delle cascate del Niagara e sotto, in caratteri dorati c’era una scritta che mi aveva colpita, forse per la rima, non so. Volevo appuntarla, fotografarla, ma mi sembrava inopportuno tirar fuori carta e penna o il cellulare allora sottraendomi di tanto in tanto agli sguardi altrui provavo a leggerla e memorizzarla, tra un sorriso e un saluto veloce. “At this place, my thoughts came to you, then…” –Vedi quella signora? E’ lei che ti cucì quei cuscini di cui mi hai chiesto l’altra volta, trentamila lire chiese all’epoca- mi disse all’improvviso mia madre sottovoce riferendosi alla signora bassina che stava poco più avanti a me, capelli ramati e in piega, mani congiunte in apprensione. Le risposi dicendo qualcosa sul fatto che andrebbero riutilizzati, sarebbe un peccato buttarli. Quella stessa signora poco prima in ascensore aveva accennato allo sconforto che ormai le era preso nei confronti della vita, dell’amicizia e delle persone in generale, specie pensando a quanto siamo fragili, al come poi tutto finisce così, non per nostra decisione per giunta e forse, credo, stavo provando qualcosa di simile anch’io. In giorni così infatti le lacrime più che altro sanno di mancanze, ci sentiamo persi e vorremmo un abbraccio o quell’abbraccio, tra quelle braccia meravigliose e calde, che ci sembravano il posto più bello del mondo.
“… I took this picture, so you can see it too.”. Ero rapita da quella frase, mi portava lontano e allo stesso tempo ero lì e potevo osservare, appuntare sguardi e reazioni, in fondo parlava anch’essa di qualcuno che era distante, ma importante al punto tale da desiderare che fosse presente proprio lì, in quel posto, in quel momento! Era una frase da cartolina in fondo, era ovvio fosse così. Chissà chi aveva portato quel quadretto lì, se l’aveva scelto apposta tra tanti o preso al volo prima di andar via, senza troppa attenzione. Ho pensato a tutte le cose che avevo visto, posti visitati, frasi, libri che avrei voluto mostrargli, ma non potevo. Altra lacrima. Mi sono venuti in mente scene di film e canzoni che nello stupido entusiasmo di un attimo ero certa gli sarebbero piaciute, salvo poi ricordare che non dovevo lasciarmi andare, l’idea di noi era già stata rinchiusa e messa via come si fa con le cose importanti da conservare e non servono ogni giorno. Tutti dimenticano che in fondo si rovinano lo stesso, anche così, mentre sbirciano il mondo da quell’angolo buio e riparato, al sicuro ma irraggiungibile. All’idea di essere anch’io una di quelle cose distolsi lo sguardo da quella dannata cartolina, ma era già troppo tardi, ormai non l’avrei dimenticata mai più.

“At this place, my thoughts came to you, then I took this picture so you can see it too”

 

La Notte Della Zucca

Scese la sera e il vento prese ad insinuarsi nei vuoti della sua anima dannata. 

Soltanto la sua ombra sembrava davvero viva, danzante sul pavimento di pietra, freddo, come lo era il vento e il suo cuore.

Cuore di fiamma fredda.

Sentì il nulla invaderla, le fischiava tra gli intagli come il doloroso suono della sua condanna.

Festeggiava la dipartita della luce, tenendo lontano il calore imputridito di chi una volta fu, per accogliere il buio assordante della notte.

 

 

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Foto personale 31 ottobre 2015 – Lo so, il minion non è poi così terrificante.

Semaforo Rosso

Sessanta secondi. L’ultima volta ho notato i suoi guanti di lana neri e la maglia a maniche lunghe blu che porta nonostante il caldo, o forse per quello. Corre, salta, conta le auto, i secondi, i centesimi. Alle otto del mattino lui sorride, tu sbadigli, lui lancia i fazzoletti sul parabrezza e se non li vuoi torna a riprenderli, qualcuno impreca, qualcuno compra, qualcuno, come me, ogni volta salta dal sedile dell’auto perché sovrappensiero. Una mattina ero nervosa e lo guardai distrattamente, lui imitò il mio broncio e io risi. Poi puntualmente il tempo scade e il mondo torna a muoversi, il gioco finisce.

Un-due-tre-stella! La città si diverte a giocare, specie quando vai di fretta. Alcuni si mettono in posa davvero, a fissare chissà cosa. I restanti si scambiano occhiate, sperando di non esser sorpresi a muoversi da chi stava tenendo il conto, senza mani davanti agli occhi e il viso rivolto al sole. Immobilità eterea, tempo che si tocca con pensieri increduli -Perché stiamo fermi, non passa nessuno!-. I più caotici sarebbero tutti bloccati e sospesi a mezz’aria se non fosse per quello di far tardi, già cento metri più avanti che aspetta impaziente battendo il piede a terra.

Ancora uno. Altri secondi di quiete, irreali, persi a notare dettagli dei palazzi e della gente sui quali mai ti saresti soffermata altrimenti e ad incrociare occhi che nascondono occhiaie e sguardi dietro lenti colorate, prima di riprendere a fissare la strada. Tieni il piede pronto sulla frizione, che lo sai, tutto tornerà come prima, si ripartirà scorrendo via tra tutti gli altri ognuno verso la propria giornata, così com’è normale che sia, anche se in quei pochi secondi non sembra così scontato, specie se un’idea diversa attraversa elegantemente sulle strisce proprio lì dinanzi a te e ti stai sporgendo per vedere da che parte sta andando. Sussulto. Da dietro stanno già bussando.

Riapro gli occhi, qualcuno ci osserva stranito. Penso che quando siamo perfettamente liberi di disporre del nostro tempo finiamo per perderlo e con lui perdiamo anche occasioni e possibilità, invece poi costretti in un brevissimo spazio di istanti contati, elemosinati, cerchiamo di vivere davvero, come se non avessimo alternativa alcuna. Lascio le tue labbra, tu corri, io spero, di nuovo il tempo scade. Semaforo rosso.

Occhi Da Sposa

C. si guardava intorno ansiosa. Bionda, ma era evidente fosse nata castana, indugiava con i suoi occhi scuri sugli abiti favolosi che la circondavano. La sua taglia le avrebbe permesso di provarli tutti certo, ma ormai aveva già scelto ed era lì per l’ultima prova prima di portare quell’abito via con sè per sempre. Già, per sempre sperava sarebbe durata anche la promessa che avrebbe indossato sulle labbra quel giorno raggiungendo l’altare e il suo uomo. Gli occhi si posarono su di lui. Impaziente, a braccia conserte aspettava che la fila si smaltisse il più in fretta possibile. Lo immaginò rilassato, sorridente mentre al fianco del testimone -lo sguardo le si illuminò- avrebbe aspettato che dall’altra parte della navata lei arrivasse a passo lento, con grazia, elegante. La sua attenzione si spostò sulla bambina che ormai aveva preso a saltellare per il negozio, indicando con il dito gli abiti che le piacevano di più, quelli da principessa s’intende. Per caso si fermò davanti ad un abito simile al suo. Unico vezzo, di lì in poi non se ne sarebbe dovuta aspettare altri, forse. C. si rabbuiò scacciando via quel pensiero insistente.

G. sul lavoro aveva sempre l’aria seria, concentrata. Puntava dritta da una signora all’altra, senza indugiare più del dovuto su nessuna. Shampoo, asciugatura, qualche volta una piega più ricercata. Si concedeva qualche chiacchiera con le clienti mentre lavorava. Diete, vestiti, shopping. Una volta per rompere un po’ il ghiaccio mi complimentai con lei per i suoi stivali. Prese a raccontarmi tranquillamente di come era riuscita a permetterseli, di quanto fossero più comodi di quelli comprati a pochi euro dai cinesi e del fatto che per stare molto tempo in piedi le erano davvero necessari. Quando si allontanò dai miei capelli notai il suo passo, un po’ più fiero e deciso. A parte momenti del genere io e lei di solito parlavamo davvero poco. Io stavo sulle mie, lei concentrata non distoglieva gli occhi dal suo lavoro. Gli argomenti con le altre clienti ad un certo punto presero ad aumentare. -E il ristorante? Ma la casa l’avete già arredata? Scommetto che tu si avrai dei capelli favolosi!-. Rispondeva, lavorava, tirava fuori dettagli da lanciare in pasto ai chiacchiericci al momento opportuno. Si accorse che la sua vita intera ormai andava avanti in funzione di quel solo unico giorno. Tutto ruotava intorno a quel momento. Tutto le ruotava davvero intorno mentre ascoltava il prete che spiegava come si sarebbe trasformata la sua vita di lì in poi. Attenta, non distoglieva lo sguardo da lui. Recepiva ogni indicazione, suggerimento: le sarebbero tornati utili. Doveva tener duro ancora per poco, concentrata, impassibile. Gli invitati si erano disposti intorno al portone della chiesa. Una rapida occhiata a tutti loro mentre con la mano saldamente stretta in quella di suo marito -il cuore mancò un battito a quella parola- si dirigeva verso loro. Furono secondi di applausi, flash, chicchi di riso e palloncini che volarono ovunque. La tensione svanì tutta di colpo, abbandonando G. che per un attimo si resse al braccio del suo sposo. Tutte le fatiche e lo stress erano valse per quel solo momento: fissò gli occhi dolcemente sorridenti nei suoi, felice, finalmente.

La commessa-capo del negozio venne di gran carriera verso di me, in una mano un blocchetto, nell’altra una penna, le estremità di un metro da sarta avvolto al collo svolazzavano insieme ai suoi capelli lunghi e ricci. Il portaspilli era ancorato come un prezioso stemma sul bavero della sua giacca. -Sei una sposa tu?- mi disse guardandomi attentamente. Inorridita scossi la testa balbettando qualcosa a proposito del mio esser lì ad accompagnare delle persone. Volevo aggiungere che nemmeno, al momento, era tra le mie priorità definirmi tale, ma mi sarei dilungata inutilmente. -Sicura?- coma avrei potuto non esserlo pensavo, mentre aggiunse -Hai … hai gli occhi da sposa, mi sembrava … Non so-. Rimasi interdetta. Volevo chiederle che occhi hanno le spose, così, per sapere perché aveva preso proprio me per una di loro. Erano tristi o delusi, in attesa o impazienti, rassegnati o decisi? Poi frettolosamente mi superò, spostando l’attenzione verso le altre clienti in attesa del loro turno.

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illustrazione di etsy.com

Ancora un altro cielo

[Originally posted on A Più Mani]

Per l’ennesima volta tirò dentro la testa sospirando. Chiuse le imposte della finestra e fece per dirigersi verso un altro cielo, che pure ormai le era familiare. Era diventata un’abitudine. Controllava sempre, ogni sera. Una volta fuori, una volta dentro. Fuori alzava il mento verso la notte, dentro abbassava leggermente lo sguardo cercando di guardarsi dentro. Il fatto è che aveva perso una stella. L’aveva persa davvero. Qualche volta faceva finta di niente, provava a distrarsi, a non pensarci più, altre invece abbandonava ogni tentativo di resistere alla voglia matta di cercare e cercare ancora, sperando di ritrovarla, da qualche parte. Non le sembrava giusto smettere. Tuttavia non le sembrava giusto neanche ostinarsi. Era certa di poter fare ancora qualcosa, da un lato e sapeva anche che le cose quando si perdono a volte lo fanno per non farsi ritrovare più, dall’altro. Se solo non le fosse mancata da morire, pensava, sarebbe stato tutto più facile. La cosa bella era che lei non sapeva nemmeno di essere una stella. Se solo fosse riuscita ad intravederla una volta ancora avrebbe provato a dirglielo. Dirle che era una stella. Immaginò la sua reazione. Avrebbe sorriso abbassando gli occhi da un lato senza crederci. Per lei lo era però. Vicino a lei si sentiva esattamente così come le piaceva essere. Bastava fosse se stessa soltanto e lei era in grado di vederne la luce che le permetteva di cacciare le ombre che ogni tanto si ammucchiavano nel cuore, come polvere. Finito di fantasticare su come sarebbe stato sentirsi ancora una volta avvolta da quella luce, circondata e abbracciata e inebriata di un qualcosa che non sapeva chiamare con altro nome se non vita, si rese conto che anche quella sera la sua ricerca era andata a vuoto. Che poi qualche volta era anche colpa delle nuvole o della tristezza. L’indomani avrebbe provato di nuovo. Avrebbe guardato di nuovo tra le altre stelle, poi nel proprio cuore e poi chiuso gli occhi. A quel punto, se per caso nel suo scappare la stella avesse incrociato un suo sogno, lei l’avrebbe tenuta stretta a sé, anche qualche istante soltanto, in silenzio, senza chiederle alcun perché.

Love is in the air …

[Originally posted on A Più Mani]

Era da un po’ che la osservavo con la coda dell’occhio. Con passo lento e misurato aveva iniziato a camminare per la stanza facendo dei giri più o meno larghi intorno al divano sul quale io e M. stavamo chiacchierando prendendo un caffè. M. mi stava raccontando di quegli occhi nocciola che le avevano fatto vibrare un punto indefinito tra il cuore e lo stomaco qualche giorno prima, come non credeva fosse possibile, non in quel momento almeno. L’avevano seguita apparentemente distratti per tutto il cortile mentre lei si spostava da una parte all’altra per salutare un po’ di amici. E poi di quella sensazione, come una specie di tensione nelle risate, sulla pelle, nell’aria. Non dava a vederlo, mi disse, eppure le sue intenzioni non sembravano più così tanto celate.

Ne ebbi la certezza quando saltò sul bracciolo del divano. Mi guardò con la testa un po’ inclinata. Io misi su la faccia più rassicurante che poteva riuscirmi in quel momento. Non se l’era bevuta però. L’istinto le suggeriva non a torto che la mia diffidenza superava di gran lunga le mie migliori intenzioni di farla sentire a proprio agio. Passò dietro le mie spalle andandosi a prendere un po’ di coccole da M. che conosceva bene. Doveva aver pensato che temporeggiare delle volte è l’unica soluzione che permette di studiare in maniera più lucida la prossima mossa. Avrebbe trovato prima o poi un modo per raggiungere il suo scopo.

Per questo non si era mosso dal gruppo di amici che avevano appena finito di darsi di gomito per un paio di jeans attillati passati lì vicino e a loro indifferenti. Ricordai di averlo notato anch’io. Lui stava guardando qualche metro più in là delle labbra non truccate che sorridevano belle così come bella immaginava fosse la sua testa, la sua anima. E nello stesso momento percepiva però anche quella strana sensazione che si, se avesse mai dovuto darle un nome l’avrebbe chiamata diffidenza. Le aleggiava intorno come per proteggerla, faceva si che uno sguardo durasse un attimo in meno, sentendo il bisogno improvviso di nascondersi altrove.

La vidi divincolarsi dall’abbraccio di M. pronta a riprovarci. Sapeva bene, era parte anche della sua natura in fondo, che quel velo che avvolge un po’ tutti, chi più chi meno, non resiste mai troppo a lungo. Provò prima con una zampa, poi con i  baffi contro il mio braccio. Probabilmente le sembrai tranquilla perchè un momento dopo si sistemò soddisfatta sulle mie gambe.

M. alzò gli occhi al cielo e con fare risolutivo disse che non faceva così con tutte. C’era qualcosa nell’aria forse, chissà. Ridemmo insieme.