ComeDiari #13: Ostacoli

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Se un ostacolo ti capita davanti ai piedi due volte, allora vuol dire che c’è una qualche lezione che dovevi imparare e alla prima occasione non l’hai fatto.

Così si dice, almeno.

Non è il fatto in sé per sé che mi urta, ma proprio il suo ripetersi. Con tempi, circostanze e attori diversi. Perché?

Ah sì, la lezione.

Ci ho pensato su tutto il giorno. Non proprio in quest’ordine mi è venuto in mente:

-Non dare più fiducia a nessuno, nessuna persona di nessun genere, età, sesso e condizione sociale. L’idea più immediata e ovvia.

-Mai più distrazioni di nessun tipo. Niente progetti per il futuro, niente shopping, letture, social, modi alternativi di conoscere la vita oltre l’università. Insomma, se succedono certe cose è perché faccio passare troppo tempo distraendomi. 

-Piangermela da sola. In solitudine completa. Che però è più una conseguenza del primo punto.

-Perdonare. E prendersi non troppo sul serio. Arrabbiarsi non serve a niente. E tutti possono sbagliare.

-Imparare ad incassare ed essere pronta poi a ripartire. La vita vuole che io da carne ed ossa diventi di plastilina. Possibilmente profumata e di un colore sgargiante. La storia della resilienza ce la dimentichiamo? E su. 

Ma cos’è una lezione?

Nel senso, davvero c’è sempre una morale? Una e una sola, che ci aspetta paziente alla fine di lunghe telefonate e imprecazioni insensate? Aspetta davvero che passi l’ultima lacrima sul viso o l’ultimo pensiero di fumo dalla testa?

E’ che, capite, due volte. Due volte lo stesso ostacolo. Qualcosa deve pur significare, no?

Beh, ho capito una cosa. La morale dipende da noi. Non facciamo che sceglierci quella che più ci piace di volta in volta e quella ci da’ la direzione che avevamo perso e che ci serve per raggiungere il prossimo obiettivo. Insomma, dipende dalle nostre intenzioni. Quali azioni vogliamo giustificare. Dal modo in cui vogliamo vedere la realtà.

Oggi però di morali non ne ho scelte. Ho cercato una soluzione e basta.

Dove c’è un ostacolo, c’è anche una soluzione.

E questo mi ha fatta star bene più di qualsiasi altra grande verità nascosta.

 

 

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Qual è il Tuo Natale

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Ogni Natale per me nasce con una domanda. Ogni anno cerco di guardarmi bene intorno per sorprendere la risposta che si nasconde a volte in un dettaglio, altre in un sentimento o in un’idea bella e luminosa.

Negli ultimi anni ho parlato spesso di mancanze e ho deciso che farmi ancora delle domande a riguardo non sarebbe stato giusto. Ogni persona è solamente e semplicemente lì dove ha deciso di stare. Punto. Né più lontana, né più vicina. La felicità e l’equilibrio non dovrebbero dipendere da ciò, imparando ad accettare gli altri per ciò che sono e se stessi, pur sempre lavorando su ciò che ancora non siamo.

Quest’anno, come accennavo nel post precedente, mi chiedo se in realtà il Natale è una festa più individualista di quel che sembra o di quel che era un tempo. Vedo intorno a me poca voglia di festeggiare e tantissima, invece, di perfezione: l’addobbo giusto, il regalo perfetto, il selfie tra le luminarie più originali. Non parlo di semplice consumismo, ma del fatto che la soddisfazione personale nasce nel riuscire a mettere insieme il Natale così come uno se lo immagina e non nel ‘ok, non tutto è perfetto, ma basta che si sta insieme‘.

Forse è sempre stato tutto così e io me ne accorgo soltanto adesso, oppure c’è poco amore e troppa tristezza in giro. In ogni caso, mi sono chiesta qual è davvero il mio Natale. Senza dubbio, per me, il Natale è questa scena qui, tratta dal riadattamento Disney di A Christmas Carol di Dickens:

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E’ la vigilia di Natale e Scrooge è ancora al lavoro, sommerso dai conti e dalle pile di monete ancora da contabilizzare. Trattiene il suo dipendente che fisicamente è lì, ma con la testa è alla sua famiglia e alla notte di Natale che si avvicina. Vorrebbe solo poter scappare a casa e iniziare a festeggiare. Ad un tratto entra in ufficio il nipote di Scrooge felice, eccitato dall’atmosfera natalizia e chiede all’avaro zio un’offerta per la beneficenza e lo invita a partecipare alla cena della Vigilia che sta organizzando. Scrooge ovviamente lo manda via in malo modo e torna a lavorare più arrabbiato di prima.

Ecco, per me il Natale è questo. E’ il momento in cui ogni attività consueta si interrompe perché… E’ semplicemente Natale. Il fiato trattenuto per giorni, mesi, che si è intorbidito di preoccupazioni e tristezze esce finalmente fuori in un -seppur breve- sospiro di sollievo. E’ una gioia semplice che rappresentiamo in forme incredibilmente complesse. E’ una candela che sfida il buio e ti riscalda un po’ dentro.

Il mio augurio quest’anno è quello che riusciate a vivere il vostro Natale, o meglio, quel che per voi è Natale e che quel momento possa riempirvi dentro del calore necessario per tornare lì fuori, poi, e riprendere ogni piccola e grande battaglia che vi appartiene.

Il mio guestpost di dicembre per Principesse Colorate parla di Babbo Natale, che per me è sempre stato la personificazione dello spirito natalizio e nient’altro, cosa che ogni bambino dovrebbe capire prima ancora dei discorsi tristi sul fatto che esista o no per davvero. Se vi va potete leggerlo qui: Chi è davvero Babbo Natale?

Detto ciò.

Buon Natale bloggers ❤

Alla Fine Ha Vinto Il ‘Forse’

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In questi giorni mi è capitato spesso di confrontarmi con amici e familiari sulla questione del referendum costituzionale e ne sono venuti fuori pensieri belli e discorsi interessanti riguardo cose di cui davvero raramente mi ritrovo a parlare.
Costituzione, democrazia, ideali. Ho intravisto idee profonde negli argomenti che ognuno portava a sostegno della propria scelta di voto. Abbiamo vissuto questo referendum con una certa ansia e un insolito fervore, tutti, indistintamente. Ci siamo congedati ieri sera consapevoli che non sarebbero state le nostre chiacchiere a fare la differenza e che avremmo dovuto aspettare il momento in cui ‘il sentire del popolo’ avrebbe preso forma in un Si o un No e sostanza nei numeri.

Non voglio fare l’ennesima analisi sui pro e i contro tanto che ormai i giochi sono fatti e le opinioni si sono ormai sprecate.

Questa mattina al risveglio ho provato una profonda delusione. Sono scesa per fare delle commissioni e nonostante la bella giornata di sole l’aria era immobile, come in attesa, ancora.

Sì perché adesso siamo di nuovo in stand-by, curiosi di sapere cosa accadrà.

Forse colgo male o in maniera inesatta. La scelta, secondo me, si riduceva tutta ad una questione di prospettive. Per quanto valide fossero le ragioni di tutti alla fine c’era da mettersi un po’ di traverso rispetto alle cose e cercare la visione che potesse cogliere quanti più aspetti positivi possibili.

Lo so, la questione resta discrezionale lo stesso anche così.

Allora aggiungo un altro elemento: il contesto.

Prospettiva e contesto insieme non restituiscono una visione oggettiva, vero. Era, però, la più oggettiva che ho trovato.

Cosa significa contesto? Mi guardo intorno. Ci sono forze politiche che hanno creato falsi scandali, divisione, populismo e odio che stanno esultando a sfregio delle idee di chi pur sostenendo il No come loro l’ha fatto con dignità, con una luce negli occhi e un calore nelle parole che non mi aspettavo. C’è una vittoria sulla carta che però significa sconfitta agli occhi del mondo e a quelli della storia.

L’Italia è finita in balìa di tutto ciò e mi dispiace profondamente.

La Costituzione tornerà nel cassetto come la tovaglia di Natale un po’ ingiallita dal tempo ma sempre buona perché l’ha comprata la nonna decenni fa. La democrazia tornerà con lo Yeti ad Atlantide a progettare la formula della Nutella che non fa ingrassare. Gli ideali verranno rimessi in gioco sul tavolo da poker come fiches di cui nessuno mai ha riscosso il valore, che tanto basta averle in mano e giocarci, il resto non conta.

La vittoria del No, nel contesto, è diventata una sconfitta per chi ha davvero sostenuto Costituzione, democrazia e ideali opponendosi alla riforma.

Mi chiedo se ne è valsa la pena e se ‘il sentire del popolo’ verrà correttamente interpretato adesso e se mi sono sbagliata nello sperare in un po’ di forza e stabilità senza che il tutto si riducesse ad una nuova corsa per acchiappare per primi quante più poltrone possibili.

Ah, ma davvero stanno decidendo se fare prima la riforma elettorale o le elezioni?

Ma guarda.

Distanza

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Distanza.

Ultimamente ogni aspetto importante della mia vita, purtroppo, ha a che fare con questa parola. Già di suo sembra avere sempre e comunque un’accezione negativa.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Significa pure però che quella cosa, persona, non la stiamo vivendo. Non è presente nella successione di spazi e di attimi che ci circondano, in alcun modo. Oppure. Non possiamo non ferirci le dita provando ad accarezzare i bordi di un obiettivo che non si incastra ancora perfettamente nei nostri giorni. Robe così.

Nonostante ciò io la distanza non l’ho mai demonizzata. Non mi ha mai spaventata. Forse perché di mio tendo ad uscire dalle definizioni, inventare significati per vedere quanto vanno lontani da soli senza dover correre a sorreggerli e ogni tanto mi guardo intorno attraverso un tulle colorato, di quelli delle bomboniere, per vedere di che colore diventa la realtà. Forse, invece, è perché da piccola ho imparato che non c’era persona amata distante abbastanza da non poter essere raggiunta con un treno o un auto e molti dei miei familiari vivevano dai trenta ai novecento chilometri da me.

Distanza per me non è separazione. Eppure, mi sono dovuta arrendere a quell’evidenza che per tante persone è normalità, per cui non ho avuto scampo. I miei giorni si sono riempiti di quel significato da cui sono fuggita tante volte e s’è preso tutto lo spazio schiacciandomi a terra.

Da lì ho percepito un altro aspetto della questione: la distanza è anche un filtro. Non la si attraversa senza i requisiti necessari. Motivazioni deboli e legami sottili non ce la fanno, soccombono quasi subito. Qualcuno direbbe che è anche una questione di mezzi e di risorse disponibili ed è vero, anche se questo vale solo dal punto di vista fisico. Si può essere vicini anche in altri modi che ognuno può immaginare da sé. Qualcun’altro sosterrebbe che in fondo questa è una cosa positiva: se una persona riesci a sentirla nonostante lo spazio -e magari il tempo- allora un legame c’è davvero.

Messa al tappeto dall’evidenza, dunque, ho pensato di arrendermi. E si. Basta. Tanto è inutile. Le circostanze hanno sempre la meglio. Ci sono rapporti, vite, alberi genealogici interi che si reggono su una o due di loro. Chi sono io mai per rivoltare l’ordine delle cose? Se mi spaventano le circostanze più delle distanze in fondo è un problema soltanto mio. Mi sono piantata lì a terra e ho iniziato a sentire freddo. Dentro. Un freddo strano.

Era trasparente. Limpido. Una sensazione che puliva via tutte le altre così ingarbugliate, dolorose, arrabbiate e tristi insieme. Sembrava libertà. Mi sono sentita come l’estremità di una distanza appena rotolata via chissà dove e di cui riuscivo a vedere solo alcuni tratti che ho capito avrei dovuto percorrere da sola. Mi sono alzata e ho iniziato a fare qualche passo. Non ho idea di dove si trovi l’altra estremità, ma di aspettare e di combattere le circostanze mi sono davvero stufata.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Adesso, però, non ci sono più neanch’io.

C’era una volta, forse domani, oggi no.

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La verità è che uno ci spera sempre.

Ho provato a non augurarmelo, a non immaginarne uno. Impossibile. Il lieto fine è già lì. Alla fine di ogni lunga e contorta successione di vorrei. Aspetta e non gli importa quanto puoi metterci ad arrivare.

Era vicino. Ad un tocco. L’energia aveva riempito la distanza e mi sentivo un tutt’uno con essa, solida, vera. Reale. Avrebbe dovuto portarmi via con sé in un abbraccio.

Le fiabe di una volta non avevano il lieto fine. Più che altro si trattava di una lezione. Ti veniva raccontata quella storia affinché potessi imparare a conoscere e riconoscere pericoli di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. La gente non se ne faceva nulla del e vissero tutti felici e contenti. Meglio un insegnamento, un’opportunità per aprire gli occhi e non cadere negli errori costati cari a qualcun’altro.

Un finale, quello, davvero più utile a tutti. Migliore. Senza fronzoli, aspettative, delusioni.

Un finale così non ti chiede se sei d’accordo. Quel che conta è la lezione di vita e non hai modo di ribellarti. Decide per te il quando e il perché è finita. Intorno a te tutti applaudono e si congratulano, ti stringono la mano e ti dicono ancora un’altra dannatissima volta che è meglio così. 

Ti restano l’immaginazione e la speranza per renderti presentabile a qualche nuovo giorno che non smetterà di guardarti di traverso finché paradossalmente non avrai iniziato a raccontargli un altro lieto fine, ancora un’altra volta.

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Walt Disney in Saving Mr. Banks

(Guestpost di Novembre su Principesse Colorate, sul lieto fine, tra illusione e speranza, tra il Medioevo e l’era Disney che per fortuna ci ha salvati un po’.)

ComeDiari #10: A Tutti Voi Che Ve Ne Siete Andati

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I legami non si spezzano. Per loro natura è impossibile.

Se lo sembrano allora vuol dire che non sono mai esistiti.

Perché chi AMA non sparisce. Chi AMA non distrugge. Chi AMA si informa, chiede, spiega.

Chi SE NE VA lo fa per disinteresse. Perché ha di meglio da fare. Perché si sente in colpa o fuori posto. L’amore non concepisce il disagio, anzi.

Io mi sono accanita su delle cause perse. Ho difeso quelli che credevo fossero legami veri. Legami tra “esseri umani”. Ogni volta sono rimasta a difendere una cosa che non esisteva.
Pensavo -Vai, vai tu, qui ci penso io-.
Riattaccavo insieme i pezzi con la comprensione e l’accettazione di quel che non potevo capire delle vostre vite mentre della mia fiducia ne avete fatto macerie usando semplicemente l’indifferenza.

Adesso mi sento libera. Non ho nessun dovere, nessun tacito patto con la vita da rispettare. Non esiste un legame, quindi non esiste niente di cui prendersi cura, da custodire e amare.

E la LIBERTA’, sapete, ha un seducente profumo di futuro e di possibilità.

Grazie per esservene andati a fanculo senza aspettare che ve lo chiedessi io.

Bloom Tra Le Principesse Colorate: GuestPost di Agosto

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E’ online il mio articolo di agosto da GuestBlogger sul web magazine Principesse Colorate 🙂

Reduce da pomeriggi di shopping in compagnia e in solitaria, mi è capitato di vederne e sentirne di tutti i colori, così mi sono chiesta quanto è importante essere con le persone giuste in occasioni come questa, descrivendo un po’ cosa accade tipicamente in un negozio preso d’assalto durante i saldi estivi.

“Tutto questo per dire che bisogna fare attenzione alla compagnia, scegliere con cura chi ci accompagnerà in questi viaggi nelle jungle dei prezzi scontati, pena il vivere, mal che vada, un’esperienza per niente fruttifera o, peggio ancora, perdere tempo, denaro e autostima nel giro di qualche ora al centro commerciale.

Quindi, chi è il candidato o la candidata ideale per svolgere questo compito così difficile?”

Se vi incuriosisce passate su Saldi e shopping due parole magiche… e fatemi sapere cosa ne pensate!

Vi lascio qui altri riferimenti per chi di voi bazzica su Facebook:

Pagina Facebook di Principesse Colorate

La mia pagina Facebook – MyBestDamnThings

Jonathan Torna, l’Estate Va

foto personale

foto personale

-Ah e poi, la sapevi questa? La leggenda narra che durante l’esecuzione di Mentre dormi le persone si innamorano- dice la mia amica M. ammiccando, pochi minuti prima dell’inizio del nostro terzo concerto di Max Gazzè.

Se la mia estate all’insegna del nonsense si potesse rappresentare con un momento soltanto, ecco, penso che questo sarebbe decisamente il più adatto.

Le rispondo con uno sguardo perplesso. Non che le leggende non mi piacciano, anzi, però per definizione devono contenere almeno un po’ di verità e quella sera sembrava ce ne fosse, divisa in abbracci e baci sparsi un po’ in tutta la platea. La cosa non mi riguardava e amen. Intorno a me erano capitati solo altri sguardi persi più del mio. Tutto bene finché si tratta del solito far finta di niente e sperare per una sera di dimenticare le proprie disavventure sentimentali e divertirsi cheinrealtàbisognastarbenedasolieblablabla. 

Poi, però, la vita decide che in realtà è lei a volersi divertire con me e succede che una coppia chiede ai miei amici di far cambio posto durante Mentre dormi per stare più avanti. Succede che all’improvviso li vedo sparire dietro di me e nemmeno loro capiscono il perché di quella richiesta. Succede che dopo qualche secondo, mentre cerco di ignorare la borsa di lei che mi si conficca nel fianco ad ogni oscillazione del suo a tempo di musica, lui si inginocchia, M. urla, lei porta le mani alla bocca e poi sparisce nell’abbraccio del suo futuro sposo e io li guardo atterrita ripetendo nella mia testa che non è possibile, non proprio lì, in quel momento, affianco a me.

Proprio in un periodo che la mia vita sembra non avere un senso e accadono soltanto fatti come questo come a dimostrare che è proprio così e non posso che stare a guardare le vite degli altri prendere direzioni che nemmeno so se voglio sfiorino anche la mia. Vedo persone abbandonarsi totalmente ad esse e vorrei fermarle una ad una per chieder loro se sanno davvero cosa stanno facendo o “così è capitato” e basta. Vorrei sapere se all’improvviso si sono sentiti come illuminati da una luce che ha reso tutto più chiaro e li ha aiutati a prendere delle decisioni così importanti o si sono aiutati con una torcia e i loro sorrisi stanno lì come dei cerotti a nascondere i lividi che si son fatti camminando al buio.

Mi chiedo se sto sprecando tempo a farmi troppe domande mentre invece dovrei mettere del rossetto ai miei pensieri e lasciarli uscire con le risposte stropicciate e usurate da già troppi altri e che a me fanno solo tenerezza. Quando le incontro vorrei invitarle a sedersi e riprendersi ma non faccio in tempo che qualcun altro le ha già invitate al buffet che si terrà dopo la cerimonia in Chiesa a far fronte alle domande degli invitati, tra foto e pasticcini vari.

14087620_10209216545882123_811011132_oNel dubbio ho aperto un libro, preoccupata ed emozionata allo stesso tempo. Preoccupata perché Il gabbiano Jonathan Livingston mi ha salvata già una volta dieci anni fa e non sapevo che effetto avrebbero avuto quelle parole lette ancora una volta. Emozionata perché Bach ne ha pubblicato un’edizione con un capitolo aggiuntivo, nel quale racconta cosa succede allo Stormo Buonappetito quando Jonathan vola via verso nuovi livelli di consapevolezza da esplorare. Sembra banale eppure… Tra le righe c’ero anch’io, di nuovo. C’erano le mie domande. C’è un gabbiano Anthony che rifugge le convenzioni sociali nate in seguito alla scomparsa di Jonathan, in un’epoca in cui la pigrizia mentale dilaga e la maggior parte dei gabbiani segue alla lettera regole e riti stabiliti dagli antenati, senza più porsi domande e accontentandosi delle risposte di comodo fornite dalla società costruita sulla venerazione di miti e sul potere di pochi. Nessun gabbiano più cerca di imparare a volare davvero ma crede che la salvezza si trovi nell’assecondare credenze che non hanno alcun fondamento, rinunciando alla libertà e alla possibilità di dare davvero un senso alla propria vita. Chi come Anthony rifiuta tutto ciò finisce in depressione, in assenza di veri stimoli, si tiene alla larga dalle imposizioni della società prive di logica e si ritrova solo e triste. Finché un giorno incontra Jonathan e il cerchio si chiude.

Allora penso che l’unica cosa da fare sia non arrendersi. Superare i propri limiti e cercare di migliorare se stessi, di imparare, di provare e sperimentare, anche se ci si ritrova a camminare in bilico sul confine delle cose, mai davvero al loro interno e si cade e ci si fa male sotto gli occhi indagatori di chi pensa sarebbe meglio invece rimettersi in fila con tutti gli altri che però, a furia di accodarsi hanno perso completamente di vista dov’è che si sta andando.

 

 

L’Uomo Dei Sogni (Non Miei)

Out in the fields - crilleb50 deviantart

Out in the fields – crilleb50 deviantart

Qualche notte fa ho sognato Brad Pitt.

Lo so, niente di eccezionale, specie se si pensa a quante donne capita di incontrare nei propri sogni l’uomo perfetto e che nella realtà non esiste o perlomeno è irraggiungibile. Non è niente di eccezionale in riferimento al fatto che in genere nei sogni vanno a realizzarsi cose altamente improbabili, che desideriamo o temiamo segretamente e che durante la notte si mettono in tiro, ripetono il copione e si mettono in scena, come se da qualche parte dietro ai nostri occhi ci fosse una casa cinematografica in crisi, in cui si riciclano battute da momenti vissuti davvero e gli attori si presentano in outfit dal dubbio gusto, risultanti da una mescolanza di stili e capi provenienti dagli armadi di tutta la gente che hai incontrato nella tua vita, mentre a te fanno indossare quella camicia orribile che avevi comprato a 13 anni e il cielo soltanto sa dove si trova adesso. Inside Out docet

Quindi il fatto non sarebbe eccezionale, se non fosse per un piccolo particolare: a me Brad Pitt non è mai piaciuto.

Eh no.

Per di più nel mio sogno si è presentato in versione piacione con almeno venticinque anni in meno, capelli tirati indietro con la gelatina a parte un ciuffo che gli ricadeva sulla fronte, sottogiacca con scollo a v e collana stile Marines. Insomma, un Brad Pitt anni ’90: potrei perfino ammettere che sia più attraente adesso. Per puro caso si trovava in vacanza in Italia nello stesso posto in cui da poco ero arrivata anch’io. Lui non conosceva bene l’italiano per cui mi aveva chiesto di accompagnarlo a fare delle commissioni, tra cui comprare dei fiori (!) per decorare il suo bungalow che gli sembrava un po’ triste e io, evidentemente, non avevo granché di meglio da fare. Immagino che a questo punto siate delusi perché dalle premesse sembrava si trattasse di ben altro tipo di sogno, ma credo che se non fosse stato proprio assurdo al mattino non lo avrei nemmeno ricordato.

Più delle immagini e delle parole, quel che resta di un sogno è la sensazione. Quella che nel frastuono creato da tutte le altre durante il giorno finisce per perdersi perché non è abbastanza limpida e forte da invaderti e costringerti a porti delle domande anche abbastanza serie. Sapersi fare le domande giuste è fondamentale. Condiziona fortemente quella che poi diventa la nostra personalissima ricerca delle relative risposte e la questione oggi è più delicata di quanto sembra. Intorno abbiamo mucchi di risposte. Centinaia di aforismi, perle di saggezza che ci scorrono dinanzi agli occhi ogni giorno aprendo facebook o qualsiasi altro social. Nei supermercati ci sono decine di risposte a bisogni che non sapevamo nemmeno di avere. Distinguere quelle che davvero ci servono dalle altre è difficile, la maggior parte delle risposte a nostra disposizione sta lì perché l’abbiamo trovata, ma non cercata.

Così il mio subconscio ha dovuto tirar fuori un personaggio di cui non mi è mai importato decisamente nulla e creare una situazione davvero assurda per attirare la mia attenzione nel caos emotivo in cui mi sono ritrovata ultimamente. Si perché la sensazione che ho provato, al mattino, è stata quella di aver trascorso del ‘tempo’ con una specie di amico, una persona piacevole e familiare, per cui, al di là di tutte le possibili interpretazioni che avrei potuto dare a questo sogno, la sua assurdità l’ho sentita forte come uno schiaffo in faccia. Un sogno mi ha riportata alla realtà, quella degli esami di coscienza e del silenzio, dell’ascoltarsi e del capire profondamente le proprie sensazioni e sentimenti, delle vere motivazioni che ci sono dietro a gesti e parole. Mi sono resa conto di quanto avessi bisogno di revisionare la mia rotta, perché il vento sembra a favore e le acque sono tranquille, eppure, per diverso tempo mi sono comportata soltanto come se mi trovassi in mezzo ad una terribile tempesta.

Sappiamo Fare Cose Belle

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Mi è venuta in mente così, all’improvviso, mentre come al solito mi ero persa a guardare l’albero di Natale acceso. E’ un’affermazione banale e allo stesso tempo ha l’aria di un qualcosa che ha appena affrontato un viaggio pericolosissimo attraverso sentieri bui costellati di paure feroci e assassine e burroni di tristezza senza fondo. L’ho ripetuta in mente più volte tanto per immaginare come suona perché pronunciarla sembra ridicolo. E’ banale ma forte abbastanza da accendere luci negli occhi e speranze nelle mani. Sappiamo fare cose belle. 

E se non fosse poi così scontata come frase? ‘Sappiamo fare’ nel senso che siamo in grado, è nelle nostre capacità, forse non ce l’ha insegnato nessuno ed è un sapere che fa parte di noi da sempre. ‘Cose belle’, nel senso che hanno una bellezza intrinseca, si connettono a quell’armonia che sembra tessuta nell’aria sostenendone l’essenza. Messa così sembra si stia parlando di chissà cosa. Boom. Messa così è complicata la questione, non è scontata, non è banale, non è spontanea ma l’hai sentito il tg, di che diamine stai parlando? Quali cose belle? E si avevo io la precedenza e quel bastardo s’è menato nell’incrocio lo stesso porca miseria, e per fortuna queste dannate feste sono quasi finite. 

Allora mi sono chiesta com’è che il mio anno è iniziato con un pensiero del genere. Mi sono detta che, a parte gli obiettivi raggiunti e le cose realizzate e imparate in quello passato, troppe volte in realtà mi sono persa in paure ovviamente infondate e in pensieri triti e ritriti che mi hanno fatto perdere un sacco di tempo e salute. La paura nasce dalla non conoscenza e io in effetti non so chi sarò, con chi sarò, se mi innamorerò ancora e così via. Per questo, forse, ho sentito il bisogno di ripartire da un pensiero semplice, da un punto fermo, una cosa banale ma certa. Ho ripensato alle più piccole e minuscole cose belle che sono in grado di fare. Perché alle piccole e non alle grandi penserete. Le grandi sappiamo ricordarle, ci sono costate fatica e impegno, sono le nostre pietre miliari, i traguardi. Le piccole, invece, a stento le riconosciamo. Finiscono incastrate e schiacciate tra i grandi problemi di ogni giorno e le ritroviamo tutte sformate a sera e le buttiamo via per non ritrovarcele in continuazione tra i piedi. Sappiamo ad esempio sistemare dei fiori in un vaso, riparare una decorazione natalizia, dare una giusta indicazione, sappiamo sorridere e abbracciare, sappiamo mostrare affetto a chi ci ferirà di nuovo giurando però che non accadrà mai più. Sappiamo fare una faccia buffa, far sorridere un bambino, meravigliarci per una novità, immaginare di essere al posto di quell’attrice che ha appena ricevuto un bacio appassionato. Sappiamo sperare e credere, sappiamo ricordare una figuraccia ridendo e tenendoci una mano sugli occhi. Sappiamo accendere una candela, scaldarci con una tisana, perderci a fissare un panorama. Sappiamo riconoscere di aver fatto un buon lavoro. Sappiamo fare cose belle. 

Potrei elencare migliaia di esempi e non indovinare mai quali cose per voi sono belle. Però ve le auguro comunque, di cuore.