La foto non pubblicata

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foto personale

Qualche giorno fa sono rientrata dalle mie vacanze settembrine, rilassata e anche un po’ infreddolita visto che se da un lato a Settembre è possibile abbronzarsi senza rischiare troppo di prendere scottature, dall’altro c’è che le giornate, dopo il tramonto, diventano più fresche e ventilate. In più al ritorno a casa mi sono goduta finalmente un po’ di pioggia, che spesso mi rilassa anche di più.

Insieme a cinque conchiglie e una pigna, ho portato con me dalla vacanza anche un sacco di foto. Tante. Alcune le ho pubblicate qua e là. Poi mi sono persa a riflettere. Guardandole tutte sullo smartphone, mi sono chiesta che senso ha mostrarle e qual è invece il significato di tenerne alcune lì, al sicuro nella galleria.

Di certo nel mostrare si prova il piacere di condividere.

E nel non farlo invece?

Effettivamente possiamo mica condividere proprio tutte tutte le foto. Rischiamo di annoiare, ma anche di far perdere bellezza a quelle che invece davvero meritano di essere mostrate.

In più, pensavo, alcune bisogna proprio tenersele per sé. Non perché siano meno belle. Non è detto che ci riprendano in momenti troppo intimi o che siano compromettenti. E’ che semplicemente nelle foto non pubblicate si conserva una specie di magia. Un’energia segreta che poi va ad abitare in qualche angolo nascosto dentro di noi.

A quell’angolo ho pensato spesso durante quei giorni. Con una certa tristezza.

Credo di averlo trascurato. Non l’ho protetto abbastanza, non me ne sono curata. Forse semplicemente non ne avevo bisogno eppure, però, mi sono accorta che dentro c’erano finiti troppi occhi e parole che non erano le mie. Di mio c’era rimasto ben poco.

Mi sono fermata a pensare a cosa ci si dovrebbe mettere lì dentro.

Le foto da non mostrare a nessuno. Okay. E poi?

I sentimenti. Quelli che non si possono spiegare.

I ricordi. Quelli che non si possono raccontare.

Le paure. Quelle a cui non possiamo rinunciare, perché sono un po’ anche le nostre sfide personali.

L’amore. Forse questo rientrava già nei sentimenti, però credo meriti un senso più ampio. Amore come energia, come rete di fili intrecciati che sorregge tutta la realtà così come noi la percepiamo e viviamo.

In quell’angolo ci va ogni senso più profondo, sincero e intimo che noi diamo alle persone che conosciamo, alle nostre esperienze, a quel che immaginiamo per il nostro futuro e ad ogni passo che facciamo in qualsiasi direzione e per qualsiasi motivo.

Quell’angolo non va mostrato. Non va barattato con nessun altro senso di sicurezza proveniente da chissà chi o dove. Deve essere tenuto al di fuori del commercio delle parole e dello scambio dei pensieri.

E’ come quella foto che non pubblichi perché è solo tua.

Di nessun’altro.

A proposito di foto, ho deciso di aprire un profilo Flickr nel quale pubblicare quelle che voglio conservare come se fossero dei racconti fatti di immagini e non di parole. Chi vuole può venire a curiosare cliccando sul link 🙂 

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foto personale

 

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Persone sbagliate

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Amanda Cass

“Marì? Marì! E mo basta. La devi finire. E no, no Marì. La devi finir.. No, no. La devi finire. Basta. Basta Marì. Non è possibile. La devi finire. No. N.. Si. Si, ma la devi finire! Basta! Bast.. Ah. Dovevo chiamarti io? Ah. Eh. Eh, Marì! Ma pensi che sto giocando?! Sto andando a lavoro! No. No. Vabbuò, cià.” 

Ha posato il cellulare nella tasca dei pantaloni e poco dopo è sceso dal treno. Maglia beige, pantaloni verde militare. Una trentina d’anni, occhiali da sole rotondi.

Chissà, lui e Maria forse stanno insieme. Magari poi Maria è davvero rompipalle oppure, lui è un bel po’ esaurito e basta. Può darsi che avevano litigato già poco prima e quindi i toni erano accesi per questo, oppure è così praticamente ogni giorno: ogni mattina, ogni volta che lui esce di casa, Maria va in apprensione. Allora aveva chiamato non per far pace, ma solo per placare la propria preoccupazione. Molto probabilmente gli aveva chiesto di farsi sentire e lui quella mattina l’aveva dimenticato oppure è solo strafottente e ritiene sia superfluo tenerla aggiornata sui suoi spostamenti quotidiani.

Quella breve conversazione poteva avere decine di significati, è vero. Quel che mi è rimasto nella testa appena la sua figura è sparita al chiudersi delle porte automatiche del treno però è una forte sensazione di sbagliato.

Sbagliato, sì. Cosa però?

La telefonata? Il suo tono? Le parole, forse. Non so. Poi, mentre mi chiedevo queste cose, mi è venuto in mente persone. 

Persone sbagliate.

Persone che non vanno d’accordo o che fanno sforzi immensi per riuscirci. Persone incompatibili tra loro o stufe l’una dell’altra. Persone che si sono conosciute da poco e al momento del primo incontro una delle due ha sentito quel pizzico alla guancia da parte dell’intuito che voleva così suggerire di sorridere un po’ in meno e diffidare un po’ in più. Ha ignorato quell’avvertimento e ora si chiede come e quando ha cominciato a sopportare e non apprezzare, dire scusa e non grazie, cercare aria e non soffocarla in un bacio inaspettato e non chiesto.

Persone che hanno livelli di empatia troppo diversi. Una delle due sente troppo, l’altra non sente niente. La prima si chiede in continuazione dov’è che sbaglia, la seconda non sa e non vuole sapere cosa significa sentirsi in colpa. Chi è capace di provare empatia soffre delle disattenzioni della persona che ama, ma la giustifica perché sente anche il suo dolore, che è il motivo del suo vivere senza mai chiedere  tu invece come stai.

In fondo non ci sarebbe chissà cosa di sbagliato. Chi vive di leggerezza può insegnare all’altro a staccare ogni tanto entrambe le punte dei piedi da terra e quest’ultimo a sua volta può mostrare come si atterra evitando di scontrarsi contro montagne di vuoti interiori.

Se solo ascoltasse. Se non fosse già così troppo in alto, al di sopra delle nubi gonfie di pioggia, da non riuscire a sentire la voce di chi un attimo prima gli stava tenendo la mano e quello dopo invece si è ritrovato in mezzo ad una tempesta non sua. Tempeste in cui molte vite sono finite, in più di un senso.

Chissà se Maria e il tipo del treno stanno insieme.

Ci vuole coraggio e potrebbe essere la cosa più difficile che una persona può fare in tutta la propria vita, ma si può voler bene molto più di così.

A se stessi, intendo.

 

 

 

Si cambia! Proprio così, Di Punto in Bianca.

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L’altra sera stavo guardando l’ultima puntata di Sex and the City.

Lo so, è andata in onda quasi tredici anni fa, ma ho deciso di seguire la serie soltanto in questi ultimi mesi. Non voglio rivelare dettagli nel caso qualcuno di voi stia messo peggio di me e ancora non l’ha vista, dico solo che ad un certo punto sono finita in lacrime. Anzi, no. Lacrimoni. Piangevo come una disperata. Ho dovuto mandare un po’ indietro la puntata perché alcune battute nel frattempo me le ero perse.

Provavo una sensazione strana, quella che quasi sempre ti lasciano le serie tv alle quali finisci per affezionarti. Un misto di felicità e gratitudine per tutto ciò che ti hanno dato, ma anche di vuoto e tristezza perché ormai la storia è finita. Poi, ecco, c’è anche una punta di sollievo in quanto finalmente sei libera di fare altro.

La sensazione era strana e fortissima. Aveva però un non so che di equilibrato, il che la rendeva molto simile ad una consapevolezza. Le consapevolezze fanno sia bene che male insieme. Ti scuotono, ma ti insegnano qualcosa. Nel caso in questione, capisci che magari nella tua vita quello che credevi fosse Big in realtà è un Aleksandr Petrovsky, o comunque, vabbé, in ogni caso, che l’amore non c’è.

Mi sentivo bene e male insieme. Più di tutto però mi sentivo diversa. Alcune cose diventavano chiare, altre avevano bisogno di ancora un po’ di tempo per schiarirsi del tutto. Ad esempio, mi sono resa conto che ho commesso degli errori anche se in quei momenti non avrei potuto fare diversamente. So che adesso affronterei le stesse situazioni in un altro modo anche se ancora non so bene come.

Il fatto è che non possiamo stare in più punti di vista diversi nello stesso momento. La realtà si determina nel momento in cui ci si ferma ad osservarla. Per cui dipende da noi, da come stiamo, dallo stato in cui si trova la nostra mente e il nostro cuore. Dagli occhi che usiamo per guardarla. Così alla fine ci mettiamo in un punto di vista e ci schiodiamo da là soltanto quando perdiamo tutti i riferimenti e ci guardiamo intorno confusi, non riconosciamo più i palazzi, i negozi, ma anche i volti delle persone e il suono delle loro voci. Persi in una specie di stato confusionale cerchiamo la pace in altri riferimenti, altri volti, altri suoni. Ecco. Ci troviamo così in un punto di vista diverso dal precedente. Non è detto che all’improvviso dobbiamo per forza rinnegare quel che è stato, dimenticare, chiudere con il passato. Si tratta solo di un cambio di prospettiva. Spegniamo una luce e ne accendiamo un’altra, mentre gli occhi si abituano alle nuove immagini che questa ispira.

Un momento del genere mi è capitato alla terza o quarta volta che qualcuno mi ha chiesto come si chiamasse il mio blog. Orrore. Quasi nessuno mi capiva e mi chiedeva di ripetere. Quando sette anni fa ho scelto My Best Damn Things non ho pensato che in effetti era abbastanza impronunciabile, o almeno, che pur pronunciandolo bene non era detto che la gente potesse capirmi al volo. Certo, il nome deve piacere a me, però la questione del ripetere per poi finire in un vabbé-ti-mando-il-link stava iniziando a stufarmi. Per quanto fossi affezionata a My Best Damn Things, ho sentito fosse necessario cambiare.

Ho riempito due pagine di quaderno di titoli. Uno peggio dell’altro. Stavo per dichiararmi sconfitta quando Di punto in Bianca il volto mi si è illuminato.

Ha molti significati per me.

E’ orecchiabile.

Se mai dovessi ripeterlo più volte alla stessa persona vorrebbe dire solo che è lei che non ci sente.

Ecco, adesso mi emoziono di nuovo. Penso che lascerò il vecchio nome sulla sidebar tipo targa memoriale. Però dai, ci voleva.

Di Punto in Bianca è il nuovo nome del mio blog.

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ComeDiari #12: Senza Dubbio

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In fondo quel che ti fotte è il dubbio. 

Quando invece sai, è diverso.

Non ci verrebbe l’ansia uscendo di casa al mattino se sapessimo che, qualunque sia la condizione di traffico e di salubrità mentale delle persone che incontreremo per strada, il treno o l’autobus sarebbero lì ad aspettarci comunque e potremo arrivare in sede in tempo, all’orario giusto.

Nel bene o nel male, quando sai, stai meglio. Almeno, sei più tranquillo. Puoi concederti il lusso di essere consapevole e regolarti di conseguenza. Perfino se è giorno di sciopero.

Perfino se lui non vuole più vederti.

Se non vuole più sentirti.

Se sai, allora finalmente tutto quadra e il dubbio sparisce. 

Capisci.

Non ne valevi la pena. 

Percorrere dei chilometri.

Rispondere al cellulare.

Scrivere un messaggio.

Azioni chiamate pretese nonostante non sia stata tu a chiederle.

Non è molto meglio, invece, sapere? 

Non le farebbe. Cose, così. Per te. 

Quando sai, non ti preoccupi più. Dormi serena e ti svegli concedendoti a colazione il lusso di essere consapevole. 

Il cellulare non squillerà.

Non vibrerà brevemente, nemmeno.

Non dovrai attendere nessun momento giusto.

Non devi prendere nessun treno.

E non c’è neanche sciopero.

Senza dubbio, è così.

 

Sogni Troppo Grandi e Persone Troppo Piccole

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Al ristorante seduti al proprio tavolo Phil e Claire si divertono a fare un gioco: guardano le altre coppie sedute intorno a loro impegnate a chiacchierare aspettando o consumando la propria cena e cercano di indovinare cosa dicono fingendo una sorta di doppiaggio ironico. Ne escono fuori dialoghi surreali ed esilaranti, ma soprattutto il gioco mostra quanto Phil e Claire siano affiatati e complici. Insomma, una bella coppia.

Mi sono ricordata di questa scena del film Notte folle a Manhattan mentre, in questi giorni, pensavo a tutte le coppie che conosco e a tutte le volte che mi sono fermata ad osservarle curiosa di capire cosa le legasse, cercando indizi tra le righe dei loro discorsi e gli intrecci dei loro sguardi.

Quello che vedo non sempre mi piace. Forse sono solo io che un giorno mi sono svegliata e mi son ritrovata arruolata tra le file -quelle più indietro- dei cinici. Eppure nei discorsi non vedo affiatamento e negli sguardi c’è più ansia che complicità. Il ‘gioco’ finisce quando la mia curiosità si arena in quella che spesso sembra una triste verità.

La questione non è tanto quella classica delle persone che cercano un partner solo per non stare da sole. Più che altro si tratta del fatto che guardando troppo in fondo alle cose se ne trovano tutti i giunti più arrugginiti e gli spifferi da cui fuoriesce tutta la magia. Mi chiedo se quelle persone stiano davvero bene o facciano finta, a loro volta, di indovinare i discorsi più giusti doppiando se stessi in un film di cui nessuno può conoscere la sceneggiatura in anticipo.

Mi chiedo se forse in realtà esistano sogni d’amore troppo grandi e persone invece troppo piccole per riempirli del tutto.

Meglio ritrovarsi in un sogno disabitato, come è successo a me, o in uno tutto sformato a furia di adattarlo alle persone e alle circostanze che ci sono capitate?

Chissà.

Quanto sarebbe bello, però, essere come Phil e Claire.

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pictures by Bernulia

Senza Folletti, Senza Pensiero Nuovo. Però, Auguri!

Quest’anno i folletti di WordPress hanno dato forfait, si mormora che gli elfi abbiano dato un party in Lapponia e di tornare qua a lavorare non ne hanno voluto sapere.
Così le statistiche sono andata a vedermele da sola e ho scoperto che Sappiamo fare cose belle è stato il primo articolo dell’anno appena concluso e anche il migliore rispetto a tutti quelli successivi.
Una cosa strana, ma nemmeno troppo. In fondo anche la me di inizio anno è stata la migliore tra tutte quelle che si sono susseguite dopo.

Un anno nuovo deve iniziare con almeno un pensiero nuovo. 

Eppure adesso l’unico che mi viene in mente è poter sapere che non accadrà più. Vorrei che non mi si spegnesse di nuovo la luce proprio nel momento in cui ho da fare cose importanti che riguardano il mio futuro. Forse sono stata io a reagire troppo male, ad accettare poco e a piangere molto. Ho realizzato poche cose e ho litigato molto. Ho pensato più spesso al peggio che al meglio. Mi sono sentita più sola di quanto -forse- lo fossi davvero. Qualche giorno fa ho fatto un giochino su Facebook che creava un tag cloud delle parole che avevo usato di più nel 2016. Tra quelle più digitate c’era Perché, ma anche Imparato. Tanto per dire.

Ho aspettato qualcuno che non aveva segnato in agenda nessun appuntamento con me. Credevo stesse aspettando a sua volta  che si creasse una finestra spazio temporale abbastanza ampia da poterci contenere, abbracciati. Invece no. L’amore guardò il tempo e rise perché sapeva di non averne bisogno. In realtà però, secondo me, stava bluffando. Il tempo, si sa, è relativo. L’amore no, però può stancarsi a furia di stare in piedi a fissare la porta senza mai essere invitato ad entrare e a scaldarsi un po’ le mani. Finisce che gira i tacchi e va via, prima di morire assiderato. Perfino in pieno agosto.

Del 2016, oltre al freddo, ricorderò il white noise tenuto nelle cuffiette per ipnotizzare i pensieri negativi, due viaggi nello stesso posto, tre libri, il rimprovero di una bambina, la tisana allo zenzero che solo a dicembre ho scoperto essere più buona aggiungendoci la cannella, l’inizio della mia avventura con Principesse Colorate e l’iscrizione -udite, udite- in palestra.

Come dite? Il pensiero nuovo?

Ah, non vale glissare parlando dell’anno scorso.

Nemmeno riciclare quello dell’articolo che ho citato.

E’ che ero così occupata a liberarmi di tutte quelle terribili me che non ci ho pensato.

In pratica inizio l’anno senza un pensiero nuovo e senza folletti.

E’ rimasto un sacco di spazio però, il che non è affatto male.

schizzo

Qual è il Tuo Natale

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Ogni Natale per me nasce con una domanda. Ogni anno cerco di guardarmi bene intorno per sorprendere la risposta che si nasconde a volte in un dettaglio, altre in un sentimento o in un’idea bella e luminosa.

Negli ultimi anni ho parlato spesso di mancanze e ho deciso che farmi ancora delle domande a riguardo non sarebbe stato giusto. Ogni persona è solamente e semplicemente lì dove ha deciso di stare. Punto. Né più lontana, né più vicina. La felicità e l’equilibrio non dovrebbero dipendere da ciò, imparando ad accettare gli altri per ciò che sono e se stessi, pur sempre lavorando su ciò che ancora non siamo.

Quest’anno, come accennavo nel post precedente, mi chiedo se in realtà il Natale è una festa più individualista di quel che sembra o di quel che era un tempo. Vedo intorno a me poca voglia di festeggiare e tantissima, invece, di perfezione: l’addobbo giusto, il regalo perfetto, il selfie tra le luminarie più originali. Non parlo di semplice consumismo, ma del fatto che la soddisfazione personale nasce nel riuscire a mettere insieme il Natale così come uno se lo immagina e non nel ‘ok, non tutto è perfetto, ma basta che si sta insieme‘.

Forse è sempre stato tutto così e io me ne accorgo soltanto adesso, oppure c’è poco amore e troppa tristezza in giro. In ogni caso, mi sono chiesta qual è davvero il mio Natale. Senza dubbio, per me, il Natale è questa scena qui, tratta dal riadattamento Disney di A Christmas Carol di Dickens:

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E’ la vigilia di Natale e Scrooge è ancora al lavoro, sommerso dai conti e dalle pile di monete ancora da contabilizzare. Trattiene il suo dipendente che fisicamente è lì, ma con la testa è alla sua famiglia e alla notte di Natale che si avvicina. Vorrebbe solo poter scappare a casa e iniziare a festeggiare. Ad un tratto entra in ufficio il nipote di Scrooge felice, eccitato dall’atmosfera natalizia e chiede all’avaro zio un’offerta per la beneficenza e lo invita a partecipare alla cena della Vigilia che sta organizzando. Scrooge ovviamente lo manda via in malo modo e torna a lavorare più arrabbiato di prima.

Ecco, per me il Natale è questo. E’ il momento in cui ogni attività consueta si interrompe perché… E’ semplicemente Natale. Il fiato trattenuto per giorni, mesi, che si è intorbidito di preoccupazioni e tristezze esce finalmente fuori in un -seppur breve- sospiro di sollievo. E’ una gioia semplice che rappresentiamo in forme incredibilmente complesse. E’ una candela che sfida il buio e ti riscalda un po’ dentro.

Il mio augurio quest’anno è quello che riusciate a vivere il vostro Natale, o meglio, quel che per voi è Natale e che quel momento possa riempirvi dentro del calore necessario per tornare lì fuori, poi, e riprendere ogni piccola e grande battaglia che vi appartiene.

Il mio guestpost di dicembre per Principesse Colorate parla di Babbo Natale, che per me è sempre stato la personificazione dello spirito natalizio e nient’altro, cosa che ogni bambino dovrebbe capire prima ancora dei discorsi tristi sul fatto che esista o no per davvero. Se vi va potete leggerlo qui: Chi è davvero Babbo Natale?

Detto ciò.

Buon Natale bloggers ❤

CronacheDalCondominio #4: L’Anarchia dell’Addobbo

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Lo scorso anno a causa dei postumi del trasloco e della mia fretta di riordinare per far spazio al Natale, a stento ci feci caso. In queste ultime settimane invece li ho visti spuntare dal nulla come funghi, uno dopo l’altro: gli addobbi dei vicini. Brutti, ingombranti e di dubbia praticità.

I gusti non si discutono e siamo d’accordo. Mettiamoci pure che gli addobbi natalizi mi piacciono da morire e se potessi decorerei le case di tutti, non solo la mia. Quel che non ho capito è come sia stato possibile che sullo stesso pianerottolo, affisse alle porte dei vari inquilini, ci siano finite decorazioni tanto diverse quanto stonate, qualcuna fuori moda, altre talmente fuori misura da coprire le targhe con i nomi e gli spioncini. Su alcuni piani è prevalsa la sobrietà: un fiocchetto lì, una campanella qua. Su altri il buongusto non ha potuto niente per mettere limite alla fantasia.

Pensavo a questa cosa anche osservando le luminarie domestiche a led e non che illuminano balconi e ringhiere di tantissime case. Ognuno s’è messo lì, armato di pazienza e fascette stringicavo, a srotolare i tubi di lucine seguendo quell’estro artistico sopito a causa di mesi e mesi di deleteria routine. Spirali, cascate, piroette, stelle e qualche audace sagoma di albero hanno preso a lampeggiare, spegnersi ed accendersi a ritmo. Su qualche balcone sembra ce ne siano pure troppe, su qualcun’altro sono messe invece senza un vero perché.

Mi sono chiesta se in fondo riguardo gli addobbi natalizi non vige un po’ una sorta di anarchia. Belli o brutti, armoniosi o non, stanno lì, in modo che tutti possano vederli. La diversità è bella, non c’è dubbio. Qualche volta capita anche di vedere palazzi interi decorati con precisione e simmetria, rari casi in cui ci si è riusciti a mettere d’accordo su un solo colore e un solo tema e quasi risultano essere di una perfezione inquietante. Quel su cui riflettevo però è che le feste natalizie sono una delle pochissime occasioni in cui le persone possono esprimersi abbastanza liberamente e gli addobbi finiscono per analogia o per contrasto a rappresentare un po’ quel che si ha dentro. Si tende a creare un ambiente intorno a sé che è espressione di se stessi.

Allora quanti Natale diversi esistono? Quante intensità, difficoltà, quanti significati, desideri, dolori vengono mostrati sperando da un lato che si mimetizzino nel tutto, dall’altro che spicchino rispetto agli addobbi di tutti gli altri?

Le tradizioni e i ricordi in fondo danno un po’ quell’impressione che il Natale sia sempre lo stesso, uguale e immutabile, eppure a guardarlo bene, alla fine, non è che il risultato dell’immagine che ognuno di noi ne ha, ogni anno, sempre diversa. Spesso facciamo una fatica incredibile nel cercare di riunirle tutte insieme, dare lo spazio che ognuno merita. Alcune messe vicine stonano, altre si esaltano tra loro.
Qualcun’altra invece si allontana in silenzio per cercare un po’ di calore vero altrove.

ComeDiari #11: Vuoto

Chissà cosa si prova quando qualcuno ti ama e non è il motivo per cui se ne va. 

Distanza

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Distanza.

Ultimamente ogni aspetto importante della mia vita, purtroppo, ha a che fare con questa parola. Già di suo sembra avere sempre e comunque un’accezione negativa.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Significa pure però che quella cosa, persona, non la stiamo vivendo. Non è presente nella successione di spazi e di attimi che ci circondano, in alcun modo. Oppure. Non possiamo non ferirci le dita provando ad accarezzare i bordi di un obiettivo che non si incastra ancora perfettamente nei nostri giorni. Robe così.

Nonostante ciò io la distanza non l’ho mai demonizzata. Non mi ha mai spaventata. Forse perché di mio tendo ad uscire dalle definizioni, inventare significati per vedere quanto vanno lontani da soli senza dover correre a sorreggerli e ogni tanto mi guardo intorno attraverso un tulle colorato, di quelli delle bomboniere, per vedere di che colore diventa la realtà. Forse, invece, è perché da piccola ho imparato che non c’era persona amata distante abbastanza da non poter essere raggiunta con un treno o un auto e molti dei miei familiari vivevano dai trenta ai novecento chilometri da me.

Distanza per me non è separazione. Eppure, mi sono dovuta arrendere a quell’evidenza che per tante persone è normalità, per cui non ho avuto scampo. I miei giorni si sono riempiti di quel significato da cui sono fuggita tante volte e s’è preso tutto lo spazio schiacciandomi a terra.

Da lì ho percepito un altro aspetto della questione: la distanza è anche un filtro. Non la si attraversa senza i requisiti necessari. Motivazioni deboli e legami sottili non ce la fanno, soccombono quasi subito. Qualcuno direbbe che è anche una questione di mezzi e di risorse disponibili ed è vero, anche se questo vale solo dal punto di vista fisico. Si può essere vicini anche in altri modi che ognuno può immaginare da sé. Qualcun’altro sosterrebbe che in fondo questa è una cosa positiva: se una persona riesci a sentirla nonostante lo spazio -e magari il tempo- allora un legame c’è davvero.

Messa al tappeto dall’evidenza, dunque, ho pensato di arrendermi. E si. Basta. Tanto è inutile. Le circostanze hanno sempre la meglio. Ci sono rapporti, vite, alberi genealogici interi che si reggono su una o due di loro. Chi sono io mai per rivoltare l’ordine delle cose? Se mi spaventano le circostanze più delle distanze in fondo è un problema soltanto mio. Mi sono piantata lì a terra e ho iniziato a sentire freddo. Dentro. Un freddo strano.

Era trasparente. Limpido. Una sensazione che puliva via tutte le altre così ingarbugliate, dolorose, arrabbiate e tristi insieme. Sembrava libertà. Mi sono sentita come l’estremità di una distanza appena rotolata via chissà dove e di cui riuscivo a vedere solo alcuni tratti che ho capito avrei dovuto percorrere da sola. Mi sono alzata e ho iniziato a fare qualche passo. Non ho idea di dove si trovi l’altra estremità, ma di aspettare e di combattere le circostanze mi sono davvero stufata.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Adesso, però, non ci sono più neanch’io.