E se il principe azzurro è svenuto, noi lo ridestiamo!

[Post scritto a quattro mani da SognidiRnR e Bloom2489]

rapunzel principe svenuto

Dunque, dove eravamo? Ah si. Riprendiamo dal rimedio numero cinque:

5. Un paio di sani buffi sulle guance. Se al risveglio dovesse accusarvi di essere state violente e poco amorevoli, ricordategli che non siete affette da sindrome della crocerossina, ma donne che al momento giusto sanno avere polso, anche se quello che dite e fate potrebbe ledere momentaneamente il suo orgoglio. Quelle che non rischiano accondiscendendo praticamente a tutti i suoi capricci sono solo ridicole oche.

6. Tenetegli le gambe in calzamaglia alzate in maniera che il sangue possa circolare meglio. Casomai avesse attraversato una palude nauseabonda a piedi, nel dubbio, non sfilate gli stivaletti.

rapunzel principe

7. Sussurrategli all’orecchio i risultati delle partite dell’ultima giornata di campionato. Trattandosi di un’emergenza potete anche mentire e fargli credere di averli indovinati tutti e di aver vinto la bolletta.

8. Insomma, è un principe. Non avrà una fata madrina ma uno stregone di fiducia forse sì. Chiamate sua madre, sua zia, il maggiordomo di corte o la cameriera che gli stira il mantello e fatevi dare il suo numero. Vedrete che accorrerà con la pozione più adatta alla situazione.

Da quella che è la nostra esperienza in materia di principi svenuti –ovvero nulla- è tutto.

Intanto arriva San Valentino e… Aspetta.

San Valentino?

 

Ma porc… Miseriaccia!

E vi chiedete ancora perché è svenuto??

Semplice, si è finto moribondo per non portarvi a cena!

Lasciatelo immediatamente lì dov’è!!!

 

VI SIETE PERSI I PRIMI QUATTRO RIMEDI? Questo post scritto a quattro mani da SognidiRnR e da me inizia qui! —> E se il principe azzurro è svenuto, noi lo ridestiamo – SognidiRnR

rapunzel principe svenuto

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Il passato nel posto sbagliato

passato futuro media

Credo che sia meglio agire e sbagliare, piuttosto che restare immobili a guardare o peggio subire.

Pertanto sono una che sbaglia. Commetto degli errori e l’ho sempre ammesso.

Qualche tempo fa lessi una cosa sconvolgente. A causa della fotografia digitale e di tutti i sistemi per archiviare e condividere foto e immagini, ci stiamo lasciando dietro un deserto digitale. Non stampiamo quasi più le fotografie e i ricordi, per non parlare di documenti di qualsiasi genere. La tecnologia avanza, i software si aggiornano di continuo e anche i formati in cui vengono salvati tutti questi files, quindi è possibile che tra decenni non si potrà più accedere a ciò che oggi pensiamo sia al sicuro nella nostra pen drive o cloud. E sarà il vuoto perché non ci saranno più testimonianze storiche ‘cartacee’ di questo periodo. Secondo gli esperti infatti alla lunga il cartaceo sarebbe comunque più affidabile del digitale. Insomma, una foto per quanto sbiadita, stropicciata e strappata qua e là è sempre meglio di un file che non si apre più.

Per contro, si verifica un altro fenomeno abbastanza strano. Il virtuale ci nega il diritto di dimenticare. O almeno lo rende alquanto difficile.

Dicevo, anch’io faccio errori. Non mi mai capitato però di non mettere il cuore in qualsiasi tipo di frase io abbia mai pronunciato. Non ci riesco. Se il più piccolo livello di apprezzamento nei riguardi di una persona si può definire stima, beh io non riesco a separarla dall’affetto. Questo forse fa di me una persona del tutto normale o forse è più probabile che sia vero il contrario. Fatto sta che se non provo almeno stima, e quindi affetto, non mi applico nel pronunciare nessun tipo di frase.

Tutti quelli con cui ho condiviso momenti della mia vita, per me, hanno un valore che sono disposta a proteggere in tutti i modi che riesco a concepire. Niente effetti speciali. E’ solo la verità.

Due o tre volte è mi capitato di trovarmi di fronte invece persone che non hanno la più pallida idea di cosa intendo. Persone rancorose che non sono disposte a mettersi in discussione e che creano intorno a sé un mondo finto fatto di false amicizie e di rapporti superficiali pur di svegliarsi al mattino, guardarsi allo specchio e sentirsi convinte di non aver mai sbagliato.

E’ difficile, ma proprio difficile, ma alla fine rinuncio. Perché c’è un limite a tutto. Non si può subire il rancore di qualcuno per sempre.

E il valore? Un momento, quello resta. Anzi, è l’unica cosa che resta e che ho il diritto di conservare e proteggere. Per conto mio. Nella mia testa. Nei miei ricordi.

E’ a questo punto che il virtuale non aiuta. Gli algoritmi del volemose bene fanno sì che nella timeline ti ritrovi sempre e ancora quelle persone o qualcuno che le conosce e granelli finissimi delle loro vite continuano a finire nella tua perché purtroppo i social network sono materiali permeabili a meno che non si adottino misure forse anche troppo drastiche.

Invece io non voglio sapere. Non voglio guardare, ascoltare, leggere niente. Non mi riguarda. Ho il diritto di dimenticare e di liberarmi di quei granelli che tolgono spazio al nuovo, a chi nella mia vita c’è davvero e mi capisce e mi vuole bene e condivide i miei stessi valori, la mia idea di amicizia, di amore, di tempo condiviso. Chi da’ valore alle mie parole, alle mie intenzioni, al mio affetto e alle mie attenzioni.

Rischiamo di avere un presente pieno di passato e un futuro che ne sarà praticamente privo. Un deserto digitale lo vorrei, sì, ma alle mie spalle e a proposito delle vite che non riguardano più la mia.

Gironzolando tra gli ultimi minuti dell’anno

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E’ difficile che un anno appena trascorso mi lasci qualche insegnamento specifico. Insomma, ci sono i momenti belli e quelli brutti, le soddisfazioni e le delusioni che più o meno si bilanciano nell’arco di dodici mesi. Passano nella mente ricordi di gioie e di tristezze e qualche beh se avessi saputo, allora avrei fatto così. 

Mi fermo sotto la porta della mia stanza.

Mia madre è indaffarata a togliere i panni asciutti dai termosifoni per mettercene altri ancora umidi. Li gira, li aggiusta, qui ne mette altri due, lì tre. –Prenditi la tua roba asciutta-, dice.
Tendo l’orecchio destro. Glenn Miller. E’ sempre stata la colonna sonora del fine anno. Se mio padre mette Glenn Miller allora da qualche parte dietro a quel broncio deve essere felice, o almeno ci sta provando. Sorrido e ballo un po’.

Quest’anno invece ho imparato due cose in particolare.

Le parole hanno un peso. E un senso. Sembra banale e scontato. Invece no. Forse è perché ho litigato con quasi tutte le persone a me più vicine, una cosa che per me è ancora nuova. Le parole non sono solo dei tratti a due dimensioni e con spessore trascurabile come sembra a prima vista. Portano con sé significati ben precisi e al di là di quel che si dice a proposito di quelle scritte che restano e  le pronunciate che invece volano, tutte hanno un effetto. Imprevedibile, che si consuma in pochi istanti o si snoda attraverso giornate che formano settimane e poi mesi.

Niente è definitivo. Anche se lo sembra. Specie quando lo urliamo, lo desideriamo o lasciamo scappare dalla bocca quel mai più. Le cose si rompono, si aggiustano, fanno capriole, le perdi, le rincorri, finalmente le trovi e magari non sono nemmeno più come le avevi conosciute all’inizio. Sono migliori oppure peggiori. Tutto cambia, affinché non cambi niente. Perché in qualche modo devi ritrovarti di nuovo sulla tua strada e se hai la mente aperta capisci anche il motivo di tutte le deviazioni e il mondo sembra brillare per qualche istante in maniera che la lezione ti si imprimi nel cuore per sempre.
Niente è un dramma se non vogliamo che sia tale oppure può esserlo e poi non esserlo più. Un po’ come ci pare.

Energia è stata la parola che è rimasta al mio fianco durante questo anno, silenziosa, a volte capricciosa ma ogni volta che alzavo lo sguardo sugli spalti lei c’era a spronarmi e ammonirmi. Ho fatto un sacco di cose bellissime che non avevo mai fatto in vita mia e che però hanno occupato tutto lo spazio e il tempo che in realtà mi serviva per lavorare ad obiettivi a cui tenevo molto.

Forse è solo questione di raddrizzare il tiro. Ci vuole energia, sì, ma bisogna anche usarla nel modo giusto. Voglio parole chiare, obiettivi realizzati, voglio capire e farmi capire meglio. Pare che tutto ciò si chiami Assertività.

Mi sono innamorata di questa parola e la voglio con me, da domani, ogni giorno.

E c’è il telefono che suona, i panni che asciugano, Miller che vaga libero per casa attenuandosi di stanza in stanza, i dolci in bella vista, le candele in attesa, le lenticchie in acqua e io che gironzolo tra i minuti di questo ultimo giorno per assicurarmi di esser pronta al nuovo anno.

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Cinque minuti del mio Natale

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Cinque minuti.

Giusto il tempo di assaggiare l’aria e sentire quanto sa di attesa.

Il mondo è teso, sospeso, come i fili di lucine intermittenti attaccati ai lampioni che si guardano ai due lati della strada.

Siamo tutti come quei lampioni. Ci scrutiamo attraverso distanze di tanti tipi diversi.

Ci tocchiamo con le parole.

Senti. Senti?

E’ una gioia semplice. Non si muove nulla. C’è silenzio.

Poi accendo una candela e allora l’attesa si compone di secondi che si consumano in successione uno dopo l’altro, fino a quando le distanze si azzerano e tutti noi riusciamo a toccarci addirittura con i pensieri.

Adesso però aspetta.

Ascolta.

Io ti sento.

È tutto qui. È quella parte di Natale che è solo mia e adesso conosci ed è anche un po’ tua.

Cinque minuti del mio Natale.

Auguri di vero cuore a tutti voi e spero abbiate “cinque minuti” per raccontarmi qual è il vostro Natale. Non quello condiviso con amici e parenti, ma quello soltanto vostro, il momento in cui sentite il significato, qualunque esso sia, invadervi.

Le tre regole dell’albero di Natale

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Qualche giorno fa mia madre mi ha chiesto se esistono, chissà, delle regole per addobbare un albero di Natale. Lì per lì le ho risposto che grandi regole non credo ce ne siano, anche se spesso latita decisamente il gusto per i colori e le proporzioni.

Ormai ne ho già visti diversi, sia dal vivo che in foto, tramite vari social.

Una volta pensavo che esistessero semplicemente due correnti di pensiero a proposito: ci sono le persone che addobbano alberi veri o finti secondo la moda e quelle che usano le stesse decorazioni praticamente da sempre. Tra cui ci sono io, che utilizzo anche lo stesso albero che conserva un ottimo aspetto nonostante abbia ormai alcuni rami riattaccati con il fil di ferro.

Poi basta, tutto qui.

Eppure. Secondo me c’è dell’altro.

C’è chi ad esempio sostituisce l’albero enorme con uno piccolo perché tanto i bambini sono cresciuti e quindi a che serve. 

C’è chi lo compra tutto bianco. Sì, quello con i rami completamente bianchi. Quello che io non capisco molto, ecco.

C’è chi assolutamente ci mette su i ‘fili d’angelo’ anni ’80. Qualche anno fa li ho messi anch’io ma si ingarbugliano tutti e quindi mi è bastato e da allora li ho lasciati nello scatolo insieme alle palline senza gancio.

C’è chi in cima mette il puntale e chi la stella. In realtà ho visto anche orribili teste di Babbo Natale ficcate sul punto più alto dell’albero o dei fiori di stoffa che.. Boh. Io alterno. Quest’anno tocca alla stella, ma anche il puntale mi piace, nonostante faccia somigliare l’albero ad un grosso ricevitore di messaggi provenienti da universi alieni.

C’è chi tira fuori dal garage o dall’armadio le scatole piene di palline e serie di luci quasi prima di dicembre e chi lo fa quando ormai è già il giorno 23, per metterci i regali sotto il 24, aprirli il 25 e considerare finita l’utilità dell’albero il 26.

Insomma, un albero di Natale dice molto su chi lo fa.

Tipo, a cosa hai ormai rinunciato. Cosa invece non può proprio mancare. In cosa credi. Dove pensi che stia andando la tua vita. Il colore dei tuoi sogni. Se credi più nel passato, nel presente o nel futuro.

Se in casa ci sono bambini.

O gatti.

L’albero svela a tutti se in realtà ti senti solo. Se hai bisogno di sperare che questo possa essere un Buon Natale come gli altri ti augurano o sei già sicuro che sarà unico e irripetibile perché c’è lui lei loro, finalmente. Mostra senza riserve la tua mania per l’ordine o la tua necessità di caos. E’ capace di raccontare perfino se ti piacciono gli ospiti o li vivi come una scocciatura, se cucinerai per il pranzo di Natale o se comprerai cibi già pronti. Sa chi è che ti manca da morire. Conosce a memoria i nomi di tutte le persone che vorresti lì al tuo fianco ad osservarlo. Scommetto che sarebbe in grado di indovinare anche quale regalo vorresti che custodisse per te, fino alla notte di Natale.

Ho pensato molto a quella domanda e alla fine ho tirato fuori tre regole che, ovviamente, valgono esclusivamente per me. E sono:

L’albero deve essere più alto di me. Non che ci voglia molto, ma da che mondo è mondo, l’albero va guardato col naso all’insù.

Gli addobbi devono essere colorati, così come le luci. Niente albero a tema, dorato o fucsia.

Una cosa alla quale non posso proprio rinunciare. La magia. Una volta completo, bisogna fare tre o quattro passi indietro e sentire che effetto fa. Ogni gesto, ritocco o pallina un po’ storta rappresenta ciò che ho dentro. Ed è quello, davvero, il mio Natale.

 

Short #5

Vorrei soffiare via la nebbia dalle mie risposte e dalla tua pelle e dalle mie mani che si allungano ma toccano ansie informi, oggi, invece che te.

Il silenzio e il foglio bianco

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Un foglio bianco a me, un foglio bianco a lei. Una matita ciascuna.

Dai fai un disegno. Ne faccio uno anch’io e poi decidiamo qual è il più bello.

Panico.

Ero davanti ad un foglio bianco e mi è presa l’ansia.

Volevo spiegarle che il foglio mi sembrava perfetto così, bianco, e che non c’era nessun bisogno di sporcarlo. Ho sbirciato sul suo foglio. Aveva iniziato con un sole dai raggi ondulati e con il cielo. Era già al prato verde.

Non hai disegnato ancora niente? Guarda che io sono già avanti.

Guardavo la matita e il foglio. Una farfalla? No, banale. Fiori? Ancora peggio. Aiuto! Fantasia, dove diavolo ti sei cacciata? Ti sembra il momento di fare l’esistenzialista? Serve un disegno e serve adesso. Diamoci una mossa. Un disegno. E allora. Su. 

Guarda che poi devi anche colorarlo.

Al centro del suo foglio era apparsa una specie di caverna. Ah no. Uno, due, tre… Ah no, ecco, ha troppi strati. Un arcobaleno. Porca miseria. Ero rimasta indietro. Mi sentivo pessima. Eppure è come tutte le volte che non riesco ad interrompere il silenzio o come quando mi piace ascoltare solo i rumori che vengono dalla strada. Le voci, i clacson. Il mio preferito però resta sempre quello della pioggia. Meglio ancora se è un temporale. Mi fa stare bene. Nessuna melodia o canzone vale la pena di interrompere quel suono cadenzato e imperfetto che nessuno ha scritto e nessuno sa come finisce e nessuno mai potrà ripetere uguale. Perché dipende dall’intensità della pioggia, dalla grandezza delle gocce d’acqua, dagli ostacoli che incontrano cadendo e dall’inclinazione con cui li colpiscono. In mancanza di pioggia c’è sempre il silenzio che racchiude tutte le melodie, come la luce bianca che è composta da tutti i colori dell’arcobaleno. E cavolo la musica alle volte è così tremendamente banale. Sai già come inizia, sai già come finisce.

E vorrei spiegarle che è solo da poco che ci ho fatto pace e poi sarà la volta dei fogli bianchi. Una cosa alla volta.

La musica mi ha spiegato che se interrompo il silenzio non è vero che poi succede qualcosa di brutto. E tu, foglio bianco, sai cosa vorrei che mi dicessi? Che i miei sogni non si frantumano se non penso solo e soltanto a come realizzarli.   

All’arcobaleno mancavano giusto un paio di colori e poi sarebbe stato completo. Ho sorriso. Mentre ero lì a pensare è apparsa sul mio foglio una ragazza dai capelli foltissimi seduta a gambe incrociate sul suo divano e con una tazza fumante in mano. Un gatto dormiva beato sul tappeto davanti ai suoi piedi.

Alla fine ho disegnato il silenzio, su un foglio bianco.

 

Cupa Melodia

Una bella differenza tra paese e città la si nota al supermercato.

Prima, quando ero in paese e mi trovavo a far la spesa di mattina, al supermercato non trovavo che donne. Mogli, madri che indossavano vestiti a caso perché avevano appena accompagnato i figli a scuola e sarebbero rientrate presto a casa per occuparsi delle pulizie domestiche e qualche insegnante che approfittava delle ore libere per anticiparsi con le cose da acquistare per la cena. Adesso invece trovo anche diversi uomini. Da soli o in compagnia delle loro consorti.

Forse questa cosa c’entra poco con la presenza o meno di uomini o forse è decisiva, fatto sta che ero una ragazzina e ricordo i discorsi che quelle donne facevano davanti al banco della macelleria.

Molto spesso facevano preparare al macellaio una bistecca doppia e della carne migliore. Una. Una sola. E aggiungevano -Sapete è per mio marito, quando torna stasera- guardandosi intorno alla ricerca di un interlocutrice che annuisse. Al che capitava che una di loro non solo annuisse ma addirittura rispondesse –Scusate e voi? Che vi mangiate stasera?- e l’altra rispondeva -Io? No, ma io mo mi prendo il petto di pollo nel banco. Quello lui lavora e quando torna mica gli posso dare il petto di pollo. Se non è bistecca rossa e chi lo sente.

Se non era alla macelleria, capitava al banco salumeria. Mortadella per sé, prosciutto crudo di Parma per i consorti. E amen.

Io ci trovavo qualcosa di profondamente e tremendamente stonato e nella mia testa giuravo che mai e poi mai avrei fatto lo stesso, quando sarei stata grande e avrei fatto la spesa per me e chi sarebbe stato al mio fianco. Bistecca? Sì, ma per tutti. Poi domani si risparmia e si compra il pollo. Per tutti. Se a lui non fosse piaciuto così, tanti saluti.

Questo è solo un esempio. Negli anni di situazioni in cui una ragazzina vede per la prima volta in quali disparità enormi sono andate ad incastrarsi le idee di essere un uomo e quelle di essere una donna ne capitano tante. In modi più o meno vicini e con conseguenze che la toccano da poco o niente a moltissimo. Il minimo che può succedere è collezionare una serie di sensazioni stonate che con il passare del tempo si sommano fino a creare una melodia cupa che attraversa l’anima quando, ancora una volta, si sente o si vive qualcosa del genere.

Qualche giorno fa infatti mi è capitato di sentire quella melodia, che è finita poi per allungarsi almeno di un paio di pentagrammi.

Mi raccontavano di una giovane donna della mia età.

Il suo compagno ha deciso che lei non deve lavorare perché secondo lui è meglio che stia a casa a crescere i suoi figli.

Una volta le ha detto che un giorno, se pure dovessero lasciarsi, lui troverà un’altra donna, ma non permetterà che lei trovi un altro uomo.

Anche se non staranno insieme, infatti, lei non dovrà essere mai di nessun altro.

Lei, beh, forse lei pensa che in fondo è normale che sia così. Insomma, che gli uomini sono uomini e anche se non sanno fare tante cose contemporaneamente hanno il diritto di decidere della vita delle loro donne. Loro sicuramente sanno cosa è meglio. Così ti fanno sentire al sicuro, anche se a volte capita che la situazione sfugga loro di mano, ma di solito in quel momento non decidono lucidamente. Gli prende un raptus. Uno come fa a prevederlo? Una spera semplicemente che non le capiti.

Mica è detto che il suo compagno sia come l’ex di quella tipa con cui lavorava prima. Spesso mangiavano insieme in pausa pranzo. Si era sposata, ma poi il matrimonio non stava andando troppo bene. Non si era capito chi aveva tradito chi per primo. Comunque, si stavano separando. Il suo ex aveva ormai un’altra relazione. Lei avrebbe avuto l’affidamento del bambino.

Poi mi hanno raccontato che alla fine forse il bambino sarebbe andato a vivere con i nonni e che per fortuna era a scuola quando i carabinieri avevano trovato lui in camera da letto con ancora in mano il telefono con cui li aveva chiamati.

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La fata che intervistò l’unicorno: l’Intervista, parte 2

[continua da La fata che intervistò l’unicorno  ,  L’Incontro e L’intervista-parte 1]

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-Beh adesso allora capisco che tipo di spasimanti hai! Senti un po’… Tu sei un unicorno social. In particolare utilizzi Instagram. Perché? Insomma, perché la gente dovrebbe seguire un unicorno?

-Non ti passi neanche un secondo per la testa, mia dolce bipede, che possa fare la fine di quegli stramaledetti fenicotteri rosa di questa estate. Io non sono una moda!
Sono social solo perché i tempi lo richiedono. Non dimentichiamoci che sono portatore di verità e non conta il mezzo quanto il messaggio. Ma quanti riescono ad accedere a quest’ultimo? Potrei sembrare schivo , saccente, permaloso, superbo, presuntuoso…
Ma così disse anche la volpe che non era riuscita a raggiungere l’uva.

Gaetano accavalla –si può dire, sì? Anche se è un unicorno?– le gambe e posa il suo bicchiere vuoto sul tavolino. Io mi alzo e a grandi passi giro per il grande salone poco ammobiliato guardandomi intorno.

-Senti Gaetano, secondo me qualcuno lì fuori scuote ancora la testa. Facciamo così. Io di solito quando devo convincere qualcuno che credo davvero in una cosa, ne parlo male. Eh si. Parlo dei suoi difetti. Niente di più reale. Chi ti vende la perfezione di solito vuole imbrogliarti. Dicci il tuo difetto più grande e un motivo per cui le persone non dovrebbero seguirti affatto. 

-Non dovrebbero seguirmi e non lo fanno perché hanno paura di guardarsi dentro. Di abbandonare la grotta delle loro illusioni… Difetti? Che significa?

-Giustamente. Dai, proponimi un viaggio. Qui su due piedi, adesso.

-Penso lei non sappia volare signorina… Oppure si? Perché in tal caso le proporrei un viaggio sul lato oscuro della Luna…

-Mmh ho capito che ti piacciono le citazioni. Vin Diesel in The Fast and the Furious dice che vive la sua vita un quarto di miglia alla volta. E tu? Quanto vai veloce?

-Spazio e tempo sono assiomi creati dall’uomo. Io non ho vincoli. Non dico di essere immortale, non fraintenda… Semplicemente non sento scorrere su di me il tempo…saprebbe dirmi quanti anni ho?

-A occhio e croce diciamo…  Beh, no. No. Effettivamente non saprei.

La smetto di gironzolare e mi siedo di nuovo sul pouf. Con la coda dell’occhio vedo che il bicchiere di Gaetano è di nuovo pieno. M.. Ma come ha fatto? Se io sono sempre stata qui e lui.. Vabé. Osservo i suoi occhi. Ad un tratto è come se fossi anni luce lontana da lui e allo stesso tempo praticamente tra le sue braccia. E’ questo l’effetto che fa il mito infuso nella realtà? Sprigiona un profumo familiare ed estraneo insieme e mi accorgo solo ora che quello di bagnoschiuma ormai è svanito. Come il Bourbon dal mio bicchiere. Ops.

-Quand’è che invece rallenti, ti fermi..? 

-Mi fermo quando vedo violenza. Violenza gratuita. L’uomo è capace di troppo male. Non è come gli altri animali che se attaccano lo fanno per necessità o autodifesa…
Tutto assume dei contorni troppo sanguinolenti. Lì mi fermo e piango. Si dice che le nostre lacrime bevute dalla terra abbiano il potere di far rinascere a vita nuova.

-Sono d’accordo. Ti è mai capitato che fosse la vita a fermarti? E come hai reagito quella volta? 

-Quando ho perso mio padre. Centinaia di anni fa… Provi a fare un salto al Metropolitan di New York. Mia madre ha tessuto col suo crine gli arazzi che voi umani definite “La caccia dell’unicorno”. Beh… Quello era mio padre… E mia madre è morta di crepacuore…Serve aggiunga altro?

Rivolgo di nuovo lo sguardo all’arazzo alla sua sinistra. Allora l’unicorno raffigurato è… Cavolo. Avverto un brivido che mi ricorda la sensazione di spavento e incanto che l’immagine mi aveva suscitato all’inizio.

-Cos’è che ti ispira? 

-L’amore. L’amore è l’unica cosa che può donare vita eterna…

-Scopriti, Gaetano. Qual.. No! No, insomma… Oh! Dicevo… Mostraci come sei.. Dentro. Una paura, un incubo. Cosa turba i sogni di un unicorno?

-I miei sogni in realtà sono salti nel tempo. Rivivo le gesta dei miei antenati. Faccio mie le loro passioni e la mia paura è quella di morire della loro morte ad ogni risveglio.

-E invece qual è il tuo sogno?

-L’età avanza e sento la necessità di dover lasciare un segno del mio passaggio nel vostro mondo. Forse è il caso che inizi a cercare la mia futura ex moglie, madre dei miei… Dodici cuccioli? Pare che come numero abbia portato bene in passato…

-Gaetano e questo invece cos’è? E’ un sogno o è la realtà? 

Mi guarda negli occhi per un tempo che non so definire. Lo osservo anch’io. Ad un tratto mi accorgo che non sto aspettando una sua risposta, ma solo che quest’ultima pian piano affiori da me, stavolta.

Finiamo per ridere. Poi si congeda portando con sé il bicchiere di nuovo vuoto e sparisce alla destra del salone, nella penombra.

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Arazzo medioevale appartenente al ciclo “Caccia all’unicorno” – Metropolitan Museum of Art, New York

Se volete sapere di più su Gaetano, insomma conoscerlo meglio, lui è su Instagram come gaetanounicornonapoletano, OPPURE lo trovate QUI –> Gaetano Unicorno Napoletano
Per info e curiosità scrivete nei commenti 🙂 

 

La fata che intervistò l’unicorno: l’Intervista, parte 1

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno  e  La fata che intervistò l’unicorno: L’Incontro]

Con la coda dell’occhio noto un altro arazzo alla sinistra della finta libreria. E’ in stile medioevale e raffigura un unicorno circondato da persone armate. Un tempo antico. La paura dell’uomo davanti a ciò che è diverso. Quell’immagine è spaventosa e attraente. Insomma fa un certo effetto. Come se non fosse già tutto abbastanza misterioso, oltre che fuori le righe. La voce di Gaetano riporta la mia attenzione su di lui.

-Bourbon anche per te.

Poggia un altro bicchiere di liquore ambrato sul tavolino. Ma che c’ha i bicchieri già pronti? 

-Io in realtà preferirei un caffè, ma pure l’acqua va ben..

-Solo liquore pregiato nel mio tempio. Sapori di paradiso. Profumo di… donna.

-Quella è di Al Pacino.

-No tesoro. Parlavo del tuo…

-GAETANO, dunque.

-Dai su, presentati come si deve. I miei lettori a questo punto o mi hanno presa per pazza o sono lì in attesa, curiosi di sapere chi sei.

-Io sono Gaetano, Unicorno Napoletano. Sono sempre esistito. Erano i vostri occhi non pronti ad accettarmi. Sono sempre stato al fianco dei miei bipedi preferiti.

Punta lo sguardo nel vuoto.

-Iscrizioni rupestri … Animali strani. Il nostro rapporto con la comunità umana è sempre stato molto.. stretto. In molti sensi. Purtroppo.

-Da dove vieni? Ti prego non dirmi seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino che ti mollo qua e…

-Non sei andata poi così tanto lontana…
In origine galoppavo nell’infinito spazio-tempo. Poi è nata la luce e il mio corpo ha preso forma. E’ nato il fuoco e mi è stata insufflata l’anima. E il suono …  mmh. Non era che il rumore dei miei zoccoli.
Sono la nota stonata dell’armonia originaria del cosmo, quella suonata dalle stelle quando collidono. Poi è stata la volta del corno… Su per giù quando si è formata la Terra.

-Facci capire. Sei un po’ come Tarzan al contrario? Sei finito nella giungla urbana mentre eri ancora in fasce e poi sei stato allevato da esseri decisamente diversi da te?

-Io sono un umano, ma con qualcosa in più. Tradizionale ed emblematico simbolo di saggezza, l’unicorno nell’immaginario cristiano poteva essere addomesticato solo da una vergine, simbolo di purezza … ma oggi non ci sono più le vergini di una volta!

-Beh ma un unicorno cos’è che fa tutto il santo giorno?

-Io divoro cultura e cammino spesso tra la gente. Mi avvicino alle anime in pena. Cerco di riportarle in vita prima che sia troppo tardi…

-E sei sicuro sicuro di essere l’ultimo unicorno sulla Terra? E se ce ne fossero altri oltre a te? Nemmeno una.. femmina?

-Sono l’ultimo esemplare di unicorno maschio italiano. Sono in contatto con alcune comunità di unicorni in giro per il mondo. Più volte mi hanno chiesto di raggiungerli ma il mio posto è qui…
Ahimé femmine no. Non in Italia. Al momento grazie ai social sono entrato in contatto con una unicorno inglese. Niente male, ma il suo british humor, credimi, fa appassire ogni mia velleità.

Ti è mai capitato di perdere la testa -di unicorno, ndr- per femmine di altre, ecco, diciamo così… Specie? 

Mediamente mi innamoro dalle quindici alle venticinque volte al giorno. La leggenda narra che i miei antenati, per quanto focosi e passionali, usavano addormentarsi sul grembo di una vergine.
Ecco, il problema è che io non riesco a prendere sonno… E non perché soffra di insonnia quanto piuttosto per il mio amore per la.. patata. In sincerità penso che sia quanto di peggio inventato dal vostro Dio. Mi spiego. Non è possibile starle lontano. Per quanto paffuta, barbuta essa sia, non si può fare a meno di venerare tanta perfezione.
Da lì nasciamo e… lì vogliamo far ritorno ogni qualvolta ci sentiamo soli. E indifesi…

-E al contrario? Mai avuto spasimanti? Del tipo tu sei l’ultimo unicorno italiano e io mi prenderò cura di te?

-Le femmine della razza umana sono una cosa incredibile. L’unica cosa al mondo che ancora non sono riuscito a decifrare. E’ capitato spesso che si proponessero di donarsi a me per la sopravvivenza della mia specie… Ma così, per spirito di sacrificio? Continuo a chiedermelo.

-Sinceramente anch’io. Parliamo di cose serie, Gaetano. Viviamo in un’epoca in cui gli uomini hanno paura delle donne e le donne hanno paura degli uomini. Emancipazione male interpretata da un lato, residui di maschilismo bieco ed ignorante dall’altro. Tu cosa ne pensi?

Le donne urlano all’emancipazione e quando ce l’hanno tutto quello che di meglio riescono a fare è risultare una copia sbiadita dei difetti degli uomini. Ma dico… Dove sono finite la dolcezza e l’amor cortese?
Dove è finito il maschio italiano? MI SI RIZZA IL PELO QUANDO li vedo più depilati di una lolita e poi si affannano a  mostrarsi violenti per farsi rispettare. Non concepisco l’idea di gelosia e possesso. Sembra una lotta alla sopravvivenza della loro specie ma non considerano che per riuscirci devono appunto smettere di lottare. Insomma, di cercare un modo per prevaricare sull’altro.

-Mi sembra interessante. Sai l’anno scorso la parola più cercata e di cui si è più discusso è stata “resilienza”. Quest’anno invece sembra sia “empatia”. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, cosa significano queste parole per te.

-Resilienza? Sono un essere superiore… La mia testa e il mio cuore sono di unicorno, il mio corpo, la mia carne, di umano. Ad ogni battito per me si accende una sfida di sopravvivenza tra le due specie. La lotta genera dolore…
Empatia… Deriva da ‘emo-pathos’ e per me è una maledizione. Gli uomini ci hanno sempre dato la caccia per i nostri corni, per il nostro latte e il nostro sangue, spingendoci ben oltre le soglie di estinzione. Mi sono sempre sempre sentito ospite. La mia diversità ha fortemente attratto ed altrettante volte allontanato. Le persone si avvicinano per curiosità senza mai fermarsi a chiedere cosa ho da raccontare…

-Sei un personaggio mitologico, epico. Con quale dio greco organizzeresti un party sul monte Olimpo?

-Ancora credi a queste cazzate? Gli dei dell’Olimpo non esistono… Tutti sono potenzialmente esseri divini. Solo che pochi lo sanno.

-Ah beh mi hai stupita! Non mi aspettavo una risposta del genere. Una cosa che proprio ti fa girare i.., ehm, gli arcobaleni?

Le puttanelle sapientone. Loro mi fanno davvero girare gli arcobaleni.

-Allora adesso mi odierai… – mi viene da ridere, ma mi sforzo di rimaner seria. -Per dire che qualcosa è impossibile dico sempre una cosa tipo “Si guarda, sta passando un unicorno!”. Per un unicorno invece cosa è impossibile?!

-“Uh guarda. Una donna che dice una cosa sensata…”

-Adesso si spiega che spasimanti hai! Sei forte. Senti un po’… Tu sei un unicorno social. In particolare utilizzi Instagram. Perché? Insomma, perché la gente dovrebbe seguire un unicorno?

Continua …

 

Se vi va di seguirlo, Gaetano è su Instagram come gaetanounicornonapoletano, OPPURE lo trovate QUI –> Gaetano Unicorno Napoletano
Per info e curiosità scrivete nei commenti 🙂 

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