ComeDiari #3 Caro Mondo

Mondo, aspetti mai il semaforo verde un passo giù dal marciapiede e uno appena dietro il primo del gruppo, mentre le auto passano e sai di dover correre perché la tua moby dick ti ha già preceduto, una diversa da quella di ieri, che poi penso chissà quante ce ne saranno, mondo, di moby dick, lo immagini? Una per ogni persona e per ogni giorno dell’anno. Male che vada, s’intende. Uno può rincorrerne anche una soltanto per tutta la vita o cambiarle ad intervalli regolari. Mettiamoci nel caso peggiore e pensiamo ad uno spazio abbastanza grande che le possa contenere tutte, mondo. Con tutto il rispetto eh, ma nemmeno tu basti, mi sa. Forse, nell’universo ci stanno, anche se un po’ strette.
Ce l’hai un sogno, mondo? Io si, l’altra sera profumava di biscotti al burro, ero appena scesa dall’auto e pioveva, tanto per cambiare ed era buio, un lampione mandava luce fioca nel cortile e le gocce d’acqua si vedevano un po’ di più attraverso quell’angolo di luce e proprio lì, in trasversale credo, è passato quel profumo e m’è sembrato di essere felice. Questo week-end penso farò dei biscotti al burro. Ho una tisana che profuma di cannella, adesso qui, vicino a me. Non so perché, mondo, ma ultimamente i miei sogni hanno dei profumi. Di solito avevano un suono. Tenevano stretta una canzone e non la mollavano più finché non ne trovavano un’altra che si incastrava meglio nei loro abbracci. Adesso, profumi. Ho una teoria, mondo. Secondo me si son stufati delle parole. E basta, si, li capisco. Diciamo che ogni canzone riesce a combaciare con il mio cuore all’ottanta percento tipo, salto di gioia, mi segno le frasi migliori sull’agenda, la canticchio o la canto ad alta voce in auto mentre torno a casa di notte e non c’è nessuno neanche per strada, per cui potrei anche aprire i finestrini e urlarti contro, mondo, gridare, sempre più forte, sempre di più e dirti anche che non mi va bene, per niente affatto il modo impertinente con cui mi poni domande o il fatto che se non ti gira non mi rispondi affatto, c’è l’altro venti percento che resta vuoto e diventa asilo di fortuna per pensieri clandestini, quelli che non vuole nessuno perché tu, mondo, hai detto a tutti gli altri di guardarsene bene perché sono pericolosi come ombre affezionate al grigio chiaro dell’asfalto consumato. Allora le persone li cacciano sul fondo di bottiglie di qualunque cosa, purché una volta chiusi lì dentro non diano più fastidio. Ci ho provato, mondo, ma dicono che sia tutta un’illusione. Così alla fine ne ho lasciata metà piena e son rimasta a guardarla, pare c’entri qualcosa con l’ottimismo. E l’ottimismo sembra aver a che fare a sua volta con i sogni.
Ho venticinque anni, mondo, e tu di semafori verdi non me ne mostri quasi mai. Li lasci a lampeggiare come a dire fai te, nel caso fermati e accertati di attraversare nel modo più sicuro possibile, ma non ti assicuro che nessuno ti investirà. E ora che sei una serie di regole infrante mi dici come faccio io ad infrangerne altre per trovare un posto che sia quello giusto? Ti manca una dimensione, mondo. Anzi te ne mancano tante, una per ogni dubbio per ogni uomo per ogni giorno nuovo che inizia. Sei terreno che manca sotto ad un passo incerto e persone che non si voltano più indietro per guardarti ancora una volta. Ti ho chiesto se hai un sogno, mondo. Non mi hai risposto. Eppure son certa che uno ne avevi, da piccolo. Forse sognavi di diventar anima. Sognavi di diventare uomo.

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*… Tieni In Vita Un Sogno …*

“Nel frattempo senti rumoreggiare e turbinare in un vortice vitale una folla di gente intorno a te, senti, vedi la gente vivere, – vivere nella realtà, vedi che la vita per loro non è proibita, che la loro vita non si dilegua come un sogno, come una visione, che la loro vita si rinnova di continuo, è di continuo giovane e nessun suo momento è simile ad un altro, mentre è triste e monotona fino alla trivialità la timorosa fantasia, schiava dell’ombra, del pensiero, schiava della prima nuvola che d’improvviso vela il sole e colma di angoscia un autentico cuore pietroburghese, che tanto ha caro il proprio sole, – e quale fantasia c’è ormai nell’angoscia! Senti che alla fine si stanca, si esaurisce in un’eterna tensione, quella inesauribile fantasia, perché ti fai uomo, perdi i tuoi precedenti ideali: essi si frantumano in polvere, in pezzi; se non hai un’altra vita, allora ti tocca costruirla con quei pezzi.

Ma nel frattempo l’anima chiede e vuole qualcos’altro!

E il sognatore fruga invano, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere almeno una scintilla, per soffiarci sopra, per scaldare al fuoco rinnovato un cuore ormai freddo e ridestare in esso tutto ciò che prima gli era caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e ingannava tanto magnificamente!”

[tratto da Le Notti Bianche – F. Dostoevskij]

*… “E Finalmente Adesso L’ho Trovata” …*

"    La felicità è amore, nient'altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa sente se stessa e percepisce la propria vita. Felice è dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non sono la stessa cosa: l'amore è desiderio fattosi saggio. L'amore non vuole avere, vuole soltanto dare." [Herman Hesse]

” La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa sente se stessa e percepisce la propria vita. Felice è dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non sono la stessa cosa: l’amore è desiderio fattosi saggio. L’amore non vuole avere, vuole soltanto dare.”
[Herman Hesse]

Volevo riportare questa notizia che avevo sentito di sfuggita alla tv e ho cercato poi sul web. Mi ha colpita tantissimo… Come si fa a mantenere nei ricordi e nel cuore qualcuno per 60 anni? E’ assurdo, più si prova a farsi un’idea di cosa sia l’amore e più lui trova altri modi, altri tempi e spazi per reinventarsi, mandandoci tutti al manicomio. Mi sono imbattuta per caso anche nella citazione qui sopra e mi è sembrata una ragionevole (come se ci si possa ragionare, su certe cose) risposta alla mia domanda.

“Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa sente se stessa e percepisce la propria vita.”

E’ semplicemente straordinario e vero, tanto tanto vero.

E pensare che si sta male per un telefono che non squilla. Fidanzati che si lasciano perchè per un paio d’ore il cellulare era irraggiungibile. E poi ci sono persone che s’aspettano anche per 60 anni. Lui ha detto “E finalmente adesso l’ho trovata”. Io non riesco nemmeno ad immaginare cosa significa ripetersi per tutto questo tempo ti troverò, ti troverò

Riporto qualche passaggio dall’articolo che ho trovato sul sito del Corriere:

Il loro amore ha resistito alle peggiori tragedie storiche del Novecento e adesso una statua celebra la loro riunione avvenuta dopo 60 anni. Nei giorni scorsi in un parco di Kiev è stato inaugurato un monumento dedicato alla struggente storia d’amore tra il prigioniero di guerra italiano Luigi Pedutto e la condannata ai lavori forzati ucraina Mokryna Yurzuk. La statua è stata eretta vicino al «ponte degli innamorati» dove ancora oggi i giovani ucraini si promettono amore eterno.

L’ottantottenne italiano e la novantenne Mokryna si sarebbero conosciuti nel 1943 in un campo di concentramento nazista vicino alla città di Sankt Polten, Austria e presto si sarebbero innamorati. Peccato che dopo la liberazione il loro amore fu diviso dai nuovi equilibri internazionali: Mokryna fu costretta a tornare al di là della Cortina di ferro e gli innumerevoli tentativi di Pedutto, originario di Castel San Lorenzo, paesino di duemila anime nel cuore del Cilento, di riunirsi all’amata, risultarono vani. Per oltre 60 anni i due non si rividero più ed entrambi si sposarono nei propri paesi ed ebbero figli da altre relazioni.

La svolta di questa favola d’amore arriva nel 2004. Pedutto che non ha mai dimenticato quella donna che nel campo di concentramento gli cuciva gli abiti e gli portava il cibo, scrive alla trasmissione televisiva russa «Aspettami», una sorta di «Chi l’ha visto» locale nella quale si aiutano i prigionieri di guerra e dei gulag a ritrovare il proprio passato. Racconta la sua storia d’amore e finalmente i due ex amanti possono rincontrarsi «L’ho cercata per 62 anni – fu il primo commento di Pedutto – E finalmente adesso l’ho trovata». […]  Per comprendersi parlano un mix di ucraino, italiano e russo, ma c’è chi confessa che riescono a capirsi anche senza parlare.

*…A Volte Mi Sento Solo (Un Sognatore)…*

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Sono un alichimista, un ingegnere, fantasista, forse sognatore…
Sono un uomo che possiede solo un’anima e non chiede
Ma cosa può importare? In un paese forse troppo diverso che non sa ascoltare;
in un paese dove sono diverso ed è diverso l’amore.

Con la mano sopra il cuore, sorrido e ti ringrazio ancora…

Basterà quest’acqua per ricchezza, che scorre e che piove,
che scorre e che piove, mi specchia.
Basterà l’odore della notte.

E posso dare un nome a tutte le stelle,
che riaccendono i miei occhi quando sono troppo tristi,
ma sempre così innamorati che sono sempre così… ancora così innamorati

Ho scoperto il freddo ed il rumore, tra l’indifferenza e una ragione
Guarda come scende questa neve: la porterò a mia madre per fargliela toccare
A volte io mi sento molto solo, a volte io mi sento meno vivo.
A volte io mi sento molto solo, a volte meno vivo

Con la mano sopra il cuore, sorrido e ti ringrazio ancora…


a volte mi sento solo (un sognatore)

 

[Il Nome Delle Stelle – Max Gazzè]

* . . . “Ma Tu Chi Sei… . . . *

. . . . che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?
Tu, che invadi il mondo segreto del mio essere
ogni notte, prendi la mia mano fredda e la porti stretta al tuo cuore.
Ma tu chi sei, che avanzando nel buio dei miei pensieri
entri a far parte di un mondo chiuso da tempo,

entri a far parte nel giardino segreto della mia Anima?
Ogni notte sfiori la mia pelle con dolci parole, come il canto libero di un usignolo.
Ma tu chi sei, che con passo silenzioso entri nei miei sogni e sfiori le mie labbra?”

[W. Shakespeare]

Aerial And Accordion by jasinski[picture by Deviantart]

*. . . In Viaggio Verso…Me . . .*

Una volta una prof mi disse che avevo l’aria da americana. Un signore anziano in pullman,  invece, prese me e una mia amica per polacche, ma lo seppi solo dopo che lei mi trascinò fuori farfugliando qualcosa riguardo a delle proposte ridicole. A quanto pare per certe persone basta che hai capelli e pelle chiara per nominarti cittadina onoraria del primo paese dell’est che gli viene in mente. Non ho l’accento tipico di dove sono nata e nemmeno quello storpiato del paese di provincia dove sono cresciuta e dove, comunque, gli autoctoni non perdono mai occasione per farti notare che poichè non hai parentele con nessuno potrai vivere lì anche per i prossimi duecento anni ma non ti faranno mai sentire una di loro. Per fortuna frequento più la mia cara Federico II che loro.
In pratica quando mi chiedono di dove sono non so mai bene cosa rispondere, perchè non vivo dove sono nata e viceversa, e non mi si riconosce da un qualunque tratto caratteristico, almeno a primo impatto. Questa cosa mi da’ spesso da pensare, soprattutto quando viaggio. Viaggiare è una delle cose che amo di più forse perchè, pur avendo delle origini, non ho radici molto forti. Spesso penso che la mia “casa” sono le persone che conosco più che dei luoghi veri e propri. Ditemi voi come potrei non sentirmi un po’ a casa quando il compagno di mio cugino di ritorno in Spagna mi abbraccia forte prima di ripartire, conoscendomi da appena 24 ore. Mi ha emozionata e lasciata di stucco (e la mia baby-cugina completerebbe la frase con “…è un barbatrucco!!!” che ormai le parte in automatico, dopo ore ed ore di viaggio nel 9-posti mi ha insegnato una serie di sigle e citazioni direttamente da rai-yoyo).

Oltre alla destinazione a me piace tanto il viaggio in sè. Adoro il decollo a tutta velocità di un aereo, la costa che si allontana stando a bordo di una motonave, il più o meno dolce cullare di un treno in corsa, le autostrade che mi ricordano sempre quel mito della Route 66. Lo so, è un po’ esagerato, però un piccolo sforzo di immaginazione e il primo Autogrill sulla strada diventa quella sgangherata stazione di servizio di cui hai tanto bisogno in mezzo al deserto. Entri lì dentro di notte che stai morendo di sonno, incroci lo sguardo del tizio che ti sta preparando il caffè e sai che state pensando la stessa cosa l’uno dell’altro, ovvero chissà com’è che si trova qui a quest’ora. Senti parlar romanesco, toscano, inglese, francese, vedi turisti, uomini d’affari, ragazzi in gita, una signora ti chiede in francese se i bagni sono tutti occupati e tu rispondi non si sa bene in quale lingua perchè t’ha presa alla sprovvista ma lei capisce lo stesso, trovi la pasta di Gragnano affianco alle specialità liguri, i camper bellissimi parcheggiati vicino ad auto che scoppiano quasi per quanti bagagli portano, e in base a dove ti trovi fai visita alle toilette più alla moda con tanto di distributore di sapone a sensori di movimento a quelle dove ti guardi continuamente intorno perchè sembra che da un momento all’altro stia per saltarti addosso un maniaco.

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Infine siamo giunti a Torino, bella città, anche se i quartieri residenziali in provincia mi sembrano un po’ freddi, ma fatti bene e funzionali.
Il matrimonio è stato stupendo, gli sposi innamoratissimi, maestosa e piena di fascino la chiesa della Parrocchia di S. Secondo al centro della città (la foto sopra, fatta da me), elegantissimo il ristorante a Moncalieri, tanto che all’improvviso mi sembrò di essere finita ad un raduno del club Ferrari, mentre in realtà ero al tavolo (come da tableau de marriage, che per me tanto somigliava più ad un piano d’evacuazione) con gli zii della sposa, torinesi doc con i quali ho avuto conversazioni più interessanti di quelle solite con persone che ti conoscono con domande  del tipo “E tu ti sei fidanzata?” e tu rispondi di no, purtroppo, mentre un attimo prima nella tua testa senti che il general maggiore ha già dato l’ordine di sparare a vista sui formulatori di domande moleste. La soddisfazione dell’insegnare ad una torinese qualcosa di napoletano, poi, non ha avuto prezzo. Avrei voluto imparare anche io due parole in piemontese, ma lei non ne conosceva. Una specie di Napoli-Juve si è giocata nella sala da ballo a suon di balli sfrenati. E lì è stato il momento che le cravatte austere si sono allentate ed ho capito che tra persone intelligenti e che sanno divertirsi certe differenze contano molto, per fortuna, altrimenti quei magnifici scambi di energie positive non avrebbero gradiente per poter avvenire e i sorrisi non potrebbero essere sinceri e gioiosi come quelli di chi sa che esperienze così non ne capitano spesso e c’è da godersi ogni momento irripetibile.

Al ritorno, nella mia testa i ricordi da portar via con me  facevano a botte per trovar tutti il proprio posto, poi ho promesso che qualcuno l’avrei lasciato qui e si sono poi calmati. Per fortuna, perchè guardando fuori al finestrino cercavo di prendere nota mentalmente di tutti i posti nei quali vorrei tornare, dove incontrare altre persone che saranno un po’ parte di me, dove trovare ancora un po’ di “casa”, non importa quanto, basta solo che sia abbastanza da non poterle dimenticare mai più.

*. . .Go With The Flow. . .*

“La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci.

Ma dentro noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre in noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate, in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto.

Vi sono anime irrequiete, quasi in uno stato di fusione continua, che sdegnano di rapprendersi, d’irrigidirsi in questa o in quella forma di personalità. Ma anche per quelle più quiete, che si sono adagiate in una o in un’altra forma, la fusione è sempre possibile: il flusso della vita è in tutti. E per tutti però può rappresentare talvolta una tortura, rispetto all’anima che si muove e si fonde, il nostro stesso corpo fissato per sempre in fattezze immutabili.

Oh perché proprio dobbiamo essere così, noi? – ci domandiamo talvolta allo specchio – con questa faccia, con questo corpo? – alziamo una mano nell’incoscienza; e il gesto ci resta sospeso. Ci pare strano che l’abbiamo fatto noi. Ci vediamo vivere.

[…]

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in sé stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori dalle forme dell’umana ragione.”

[L. Pirandello – L’Umorismo]