Tutto Ciò Che Volevo Farti Capire

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Foto personale 8 agosto 2015

Quel che volevo farti capire ho provato mille e mille volte a scriverlo e a dirlo a parole e a silenzi, com’era più opportuno.

Quel che volevo farti capire non l’hai capito perché non mi hai mai ascoltata davvero.

Quel che volevo farti capire era che per una buona volta avresti dovuto aprire le orecchie e chiudere la mente, cosicché le parole prendessero la strada giusta, finalmente.

Quel che volevo farti capire era che non avevo bisogno di nulla se non di te, così com’eri.

Quel che volevo farti capire era che non avrei mai tollerato mi trattassi così. Per paura di rovinare tutto alla fine tutto si è rovinato, ecco.

Quel che volevo farti capire è che non c’era alcun fottutissimo bisogno di tirar fuori tutte quelle spine e pungermi, per costringermi ad allontanarmi.

Quel che volevo farti capire è che non ti avrei mai odiato soltanto perché tu me l’avevi chiesto.

Quel che volevo farti capire era che, dove meno te l’aspetti, poi nasce un fiore.

Quel che volevo farti capire era che non c’è niente, niente al mondo di più bello e che somiglia all’amore e alla fiducia e all’amicizia e all’esserci l’un per l’altra, alla meraviglia del trovarsi e del tenersi nelle reciproche vite, niente di più vero, reale, autentico e che io andrò sempre e comunque alla ricerca di quel fiore, non importa quanto impegno tu ci abbia messo per cacciarmi via da te. Questa sono io: ma tu non hai voluto capirlo.

ComeDiari#1 In Disordine

Io provo a mettermici dentro, ma mi cascano da tutti i lati. Le tue paure mi stanno grandi. Le mie, invece, ti starebbero così piccole, nemmeno le vedi e per non dovermele poi rappezzare non te le ho mai fatte notare.
Mentre mi insegnavi a dare nomi alle nuvole non mi hai mai una volta detto come si fa a proteggersi dalla pioggia. Adesso so chiamare i tramonti con i loro colori e per le lacrime occorre che ne inventi di nuovi. Abbiamo dipinto il mondo e rincorso ogni curiosità, ti ho dimostrato di saperle afferrare pure. Tu ti sei fermato, non a caso esiste un’età in cui si diventa luce attorno la quale son loro a raccogliersi per guidare, magari lì dove neanche la mente sa come andare. Io invece corro ancora, inseguo ogni direzione e poi oltre, ad ogni bivio, salita, mentre quasi non mi osservi più, come se questo davvero avesse il potere di fermare il tempo.
La sua linea, come me, non si arresta. Ci divide. In qualche punto si dirama creando grovigli così fitti che solo un bravo equilibrista saprebbe seguirli, mentre tutti gli altri cascano qua e là provandoci e chiedendosi com’è che si diventa adulti migliori. Non è più giusto comprendere del ribellarsi e se un modo c’è per arginare l’egoismo, sono certa si tratti solo del cercar di non fare del male a nessuno.
Smetterei di metterti in disordine le paure se mi lasciassi raccontare cosa mi sono inventata, per colorare anche te.

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*… Il Treno Ha Fischiato …*

E’ l’incredibile fascino dei treni. La sorpresa che si trova proprio lì sulla soglia di un orizzonte appena scoperto. Il mio divagare durante la scrittura della tesi. Un piccolo passo di un racconto che è andato a farne parte, tanto per non dimenticare una cosa davvero importante. Che come al solito c’è sempre qualcosa che ti aspetta sulla strada che avevi disegnato per raggiungere qualcos’altro.
Basta anche star zitti, un momento solo, ed ascoltare.

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“E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.”

[dal racconto “Il Treno Ha Fischiato”, Novelle per un Anno, L. Pirandello]

*…”Come Se Leggesse Nei Tuoi Sentimenti”…*

Sarà la musica, che travolge con la delicatezza di tintinnii e corde pizzicate e la sua voce, che riesce a modulare in una serie di alti e bassi, a tratti così dolce da cullar la mente e poi rauca e decisa come per scuoterla non appena si adagia sulle sue parole mentre si svuota, anche, da ogni altro pensiero che con forza viene cacciato via perchè è lei, la canzone che ti invade, si espande nella tua testa nonostante tu stessi facendo tutt’altro. E ti ferma, lasci la penna sul foglio mentre stavi scrivendo o la borsa che tenevi sulle gambe, seduta in auto, zittisce chi ti sta intorno e magari anche te, che ti innervosisci perchè ti sembra scritta apposta e poi invece ti ipnotizza che nemmeno riesci a chiudere gli occhi, che ti trovi a fissare nel vuoto… Provi almeno ad immaginarlo, cavolo, chissà come potrebbe essere un uomo così, nel caso dovessi incontrarlo almeno lo riconosci, ma poi pensi anche che magari non è reale perchè lo stesso Finardi ha detto, forse con una punta d’amarezza, che “è un uomo che esiste soltanto quando una donna decide di vederlo tale”. Per cui non puoi far altro che ascoltare e lasciare che la canzone faccia un po’ come le pare…