Uomini che si allargano e spazi che finiscono

Quando tutto ciò che resta è un selfie in cui è venuto bene soltanto lui credo che una domanda sulla natura della frequentazione bisogna farsela.

Foto a parte, è anche vero che molte cose si intuiscono già al primo appuntamento. Al secondo, decidi di non fare la solita rompipalle e fai finta di niente. Dal terzo in poi inizi a chiederti se deve andare avanti così per molto tempo o forse prima o poi cambierà qualcosa. Ad un certo punto lui si prende così tanto spazio che un po’ alla volta tu finisci fuori dall’inquadratura e ciao.

Nessun rancore. Quel che resta, insieme al selfie, è giusto un po’ di dispiacere. Se una persona non ha alcuna intenzione di lasciarti un po’ di posto nella propria vita tutto quello che puoi fare è goderti i momenti belli e poi lasciar perdere quando capisci che dovrai ferirti alle dita nel tentativo di rimanere aggrappata a lui mentre l’inquadratura si rovescia impedendoti di restare in piedi al suo fianco.

Ho pensato a questa storia qualche giorno fa, mentre ascoltavo una notizia abbastanza curiosa al telegiornale. Pare che il sindaco di Madrid sia intervenuto, in seguito alle battaglie femministe di un gruppo di donne, le Mujeres en Lucha, per vietare sui mezzi pubblici della città un comportamento tutto maschile abbastanza frequente e fastidioso. In pratica, il sindaco ha posto il divieto di praticare il Man Spreading, ovvero quella cosa per cui gli uomini, mettendosi a sedere, allargano eccessivamente le gambe. Questo comportamento è stato definito come una mancanza di rispetto nei confronti di chi è seduto affianco a loro perché ovviamente è costretto a rannicchiarsi per evitare il contatto con la gamba che invade il suo spazio. In più sarebbe un gesto sessista, dal momento che allargando le gambe gli uomini cercano simbolicamente di mostrare e imporre il proprio sesso a chi gli è intorno. Per questo sugli autobus sono apparsi degli adesivi nuovi che mostrano un omino stilizzato seduto con le gambe aperte e una croce rossa che ricorda agli utenti di non fare altrettanto.

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Io sono stata una pendolare per diversi anni ed effettivamente mi è capitato spesso di dover trovare posti alternativi alle mie gambe dal momento che lo spazio che doveva essere mio veniva occupato da quelle di qualche tipo con lo stesso problema dell’omino stilizzato. Era fastidioso sì, ma percepivo la cosa come normale. In fondo, praticamente da sempre, gli uomini si siedono così. Si tratta di un gesto innato, virile, indispensabile alla sopravvivenza della specie e dell’orgoglio. Altrettanto normale, per noi donne, è fare le contorsioniste per evitare contatti con gambe, mani, piedi e altre parti del corpo maschile sui mezzi pubblici. Noi le gambe siamo costrette ad accavallarle. Stringiamo le ginocchia, ritiriamo i piedi sotto al sedile, incrociamo le braccia. Poi, se la situazione proprio si compromette, si va di gomitata e via.

Non ho mai pensato che un giorno una cosa così potesse essere vietata. Un divieto vero e proprio. Come non fumare nei mezzi pubblici, non appoggiarsi alle porte, non oltrepassare la linea gialla. Non tenere le gambe aperte. Suona strano. Esprimere come un divieto vero e proprio una cosa che dovrebbe essere una semplice regola di buonsenso. Educazione. Rispetto. Il problema è che se c’è un divieto, significa che dall’altro lato c’è qualcuno che si arroga il diritto di fare una cosa, anche se può dare fastidio agli altri. Se gli chiedi perché, ti risponde che è libero e può fare quello che vuole.

Libero di sedersi come e dove gli pare. Libero di allargarsi prendendosi anche il tuo spazio. Libero di non preoccuparsi di come le persone intorno a lui possono sentirsi. Libero di non chiederti mai come stai. Libero di provarci con un’altra davanti a te in un posto in cui non avevi chiesto di stare. Uomini così, quando si sentono liberi, si allargano. Invadono il tuo spazio nelle foto, a letto, nelle conversazioni. Alcuni di loro continuano ad allargarsi tutta la vita e le donne che hanno a che fare con loro finiscono per rannicchiarsi nelle proprie vite, per occupare meno spazio possibile, sperando di trovarsi almeno vicino al finestrino per poter respirare un po’. Altri dicono che quando si fidanzano poi cambiano. Come se il mondo fosse un parco giochi da godersi finché non arriva l’orario di chiusura.

Allora, giocate.

Non vi lamentate però se il bollino con il divieto di allargarvi uno poi ve lo attacca in fronte e se ne va.

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Alla Fine Ha Vinto Il ‘Forse’

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In questi giorni mi è capitato spesso di confrontarmi con amici e familiari sulla questione del referendum costituzionale e ne sono venuti fuori pensieri belli e discorsi interessanti riguardo cose di cui davvero raramente mi ritrovo a parlare.
Costituzione, democrazia, ideali. Ho intravisto idee profonde negli argomenti che ognuno portava a sostegno della propria scelta di voto. Abbiamo vissuto questo referendum con una certa ansia e un insolito fervore, tutti, indistintamente. Ci siamo congedati ieri sera consapevoli che non sarebbero state le nostre chiacchiere a fare la differenza e che avremmo dovuto aspettare il momento in cui ‘il sentire del popolo’ avrebbe preso forma in un Si o un No e sostanza nei numeri.

Non voglio fare l’ennesima analisi sui pro e i contro tanto che ormai i giochi sono fatti e le opinioni si sono ormai sprecate.

Questa mattina al risveglio ho provato una profonda delusione. Sono scesa per fare delle commissioni e nonostante la bella giornata di sole l’aria era immobile, come in attesa, ancora.

Sì perché adesso siamo di nuovo in stand-by, curiosi di sapere cosa accadrà.

Forse colgo male o in maniera inesatta. La scelta, secondo me, si riduceva tutta ad una questione di prospettive. Per quanto valide fossero le ragioni di tutti alla fine c’era da mettersi un po’ di traverso rispetto alle cose e cercare la visione che potesse cogliere quanti più aspetti positivi possibili.

Lo so, la questione resta discrezionale lo stesso anche così.

Allora aggiungo un altro elemento: il contesto.

Prospettiva e contesto insieme non restituiscono una visione oggettiva, vero. Era, però, la più oggettiva che ho trovato.

Cosa significa contesto? Mi guardo intorno. Ci sono forze politiche che hanno creato falsi scandali, divisione, populismo e odio che stanno esultando a sfregio delle idee di chi pur sostenendo il No come loro l’ha fatto con dignità, con una luce negli occhi e un calore nelle parole che non mi aspettavo. C’è una vittoria sulla carta che però significa sconfitta agli occhi del mondo e a quelli della storia.

L’Italia è finita in balìa di tutto ciò e mi dispiace profondamente.

La Costituzione tornerà nel cassetto come la tovaglia di Natale un po’ ingiallita dal tempo ma sempre buona perché l’ha comprata la nonna decenni fa. La democrazia tornerà con lo Yeti ad Atlantide a progettare la formula della Nutella che non fa ingrassare. Gli ideali verranno rimessi in gioco sul tavolo da poker come fiches di cui nessuno mai ha riscosso il valore, che tanto basta averle in mano e giocarci, il resto non conta.

La vittoria del No, nel contesto, è diventata una sconfitta per chi ha davvero sostenuto Costituzione, democrazia e ideali opponendosi alla riforma.

Mi chiedo se ne è valsa la pena e se ‘il sentire del popolo’ verrà correttamente interpretato adesso e se mi sono sbagliata nello sperare in un po’ di forza e stabilità senza che il tutto si riducesse ad una nuova corsa per acchiappare per primi quante più poltrone possibili.

Ah, ma davvero stanno decidendo se fare prima la riforma elettorale o le elezioni?

Ma guarda.

Il Pur-Troppo che è valso un Voto

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In cuor mio ero abbastanza convinta che non sarebbe accaduto.

Cavolo, Trump era palesemente troppo. 

Questa mattina invece mi sono ritrovata a girare per la casa senza meta, con l’aria sconvolta tanto che mia madre mi ha chiesto più volte se mi sentissi bene e con l’attenzione rivolta alla tv che raccontava delle elezioni americane e ne sviscerava i chi, come, dove, quando e soprattutto perché. Avevo preso a cuore la questione per tutta una serie di motivi e nonostante i risultati non avranno delle conseguenze dirette su di me, ho provato come un senso di sconfitta.

Una delle descrizioni di Trump più azzeccata che mi è capitato di leggere è stata quella in cui veniva paragonato al classico zio che si ubriaca ai matrimoni e prende in mano il microfono per fare gli auguri agli sposi e inizia a sparare cazzate a raffica, finché qualcuno non lo rimette a sedere di nuovo. L’idea che un uomo corrispondente a questa immagine grottesca sia diventato il Presidente degli Stati Uniti mi fa venire i brividi.

Oggi ho cercato di capire due cose: primo, come è stato possibile che questo accadesse; secondo, perché ci sono rimasta tanto male.

Riguardo al primo punto ho provato a documentarmi e ho capito che Trump, un uomo senza competenze politiche, ma che conosce molto bene le regole dello show, ha semplicemente sfruttato alla perfezione gli algoritmi che sono alla base dei social network. Questi algoritmi non si basano sulla qualità o sull’utilità dei contenuti di ciò che viene pubblicato, ma fanno in modo da agevolare sempre e comunque la condivisione. Quindi: la sparo grossa e suscito curiosità? Non importa quanto sia maleducato, irrazionale, discutibile e fuori luogo quel che dico. E’ stato condiviso da molte persone, i social centuplicheranno la visibilità del mio articolo, verrà condiviso ancora di più e si parlerà di me. Avete notato quanto i toni di Trump si sono abbassati nel discorso pronunciato subito dopo aver saputo i risultati delle elezioni? A giochi fatti esagerare non serve più. L’esagerazione è servita per far emergere il disappunto e raccogliere consensi.

Il solo essere bravi nel cogliere il mood della maggior parte degli elettori è abbastanza per dire che quella persona è anche in grado di governare una nazione? 

Credo sia questo quel che più mi ha inquietata. Perché se è così, allora qui è un disastro e ne sono la dimostrazione i sondaggi sbagliati che si sono avuti sia in questa occasione, sia prima di Brexit. La gente dice una cosa ma in realtà ne pensa e ne fa un’altra. Perché rispondere SI alla domanda che ho posto prima, attraverso i fatti mentre si afferma il contrario, significa che siamo confusi. Il dire e il fare non collimano perché ci si vergogna all’idea che ciò sia possibile.

 Trovo che ricorrere agli spaventapasseri sia di una tristezza unica.

La svolta al tipo di politica è meglio che ci chiudiamo in casa in entrambe le situazioni è avvenuta perché qualcuno ha cavalcato l’onda di paura che un po’ sentiamo tutti e che nessuno, per vergogna, ammette.

Nel segreto di una cabina elettorale, però, in molti l’hanno fatto.

Paure, Zucche e Riflessioni di uno Strano Halloween

Ieri mattina il terremoto mi ha svegliata. Nonostante io abiti molto lontano dai paesi che si trovano intorno all’epicentro sono saltata giù dal letto e ho acceso il televisore in preda all’ansia di sapere da dove arrivasse la scossa e cosa stesse accadendo lì. Ogni tanto mi gira ancora la testa e dico tra me e me figuriamoci le persone di lì.

 In qualche strano modo il nostro corpo registra le paure, come per tenerti pronto a reagire nel caso dovesse succedere ancora quella cosa che ti ha spaventato tanto. Me ne sono capitate di diversi tipi in questi anni e alle volte quelle sensazioni tornano tutte insieme e ci resto incastrata dentro, incapace di liberarmi. Si dice che la paura -e non l’odio, come di norma si pensa- sia il contrario dell’amore. Dove c’è paura non c’è amore e questo spiega quella sensazione di gelo nella testa.

Oggi è Halloween.

Halloween non è altro che la vigilia di Ognissanti e del due Novembre. E’ il momento dell’anno in cui si saluta l’estate, le foglie si addormentano sull’asfalto bagnato dalla pioggia, iniziano le giornate più corte e fredde, ci si interroga sulla morte, qualsiasi cosa essa sia e sul buio. Si esorcizza la paura usando dei simboli, come quelle candele finte che facciamo accendere sulle tombe dei nostri cari, i fiori che appassiranno in fretta. Ci si riscalda le mani con le noccioline e le castagne calde all’uscita dei cimiteri. Si compra il torrone e altri dolci tradizionali di questo periodo. Si preparano caramelle da regalare ai bimbi che bussano alle porte, si accende qualche candela anche in casa. Ci si riscalda l’anima un po’ come si può.

Questo è Halloween. O Samhain. O Ricorrenze dei Morti.

Sono i giorni in cui ci si ricorda che con la luce si può cacciar via qualche ombra dal cuore.

Luce che è amore.

Amore che è il contrario della paura.

Avevo pensato di scrivere questo post con tutt’altro mood. Questa mattina ero sulla mia pagina Facebook ad iniziare a condividere quel mood quando mi sono resa conto che senza pagare una qualche inserzione nessuno mai si sarebbe accorto della sua esistenza e m’è presa una certa tristezza. Cercare di sopravvivere su Facebook con il solo spirito di condivisione è come partire per una guerra con in borsa soltanto un libro di poesie. T’ammazzano. Allora sono tornata qua. Ho iniziato a scrivere. ‘Che uno deve anche chiedersi per quale motivo fa le cose.

A me piace raccontare. Condividere. Conoscere le storie delle persone. Filtrare la realtà con l’immaginazione. Io sono fatta per stare sui blog. Per bisbigliare deliri, esultare per quella goccia di pioggia scesa giù dal finestrino prima di tutte le altre, per coccolarmi in un treno con le idee che, magari, poi diventano articoli.

Ne ho scritto uno riguardo Halloween e una delle sue tradizioni più antiche e affascinanti, quella di ricordare la leggenda di Jack O’ Lantern, intagliando zucche da illuminare al calar del sole, per il GuestPost di Ottobre su Principesse Colorate che vi invito a leggere.

Quest’anno la mia zucca non è ancora pronta ma più o meno avrà questo aspetto qui.

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Paura, eh?

Di Delusione, Disinformazione e Disabilità da Singletudine

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Ero già pronta a scagliare anatemi e ad esprimere variopinte opinioni quasi da webete quando, ad una seconda più attenta rilettura di un articolo trovato oggi in rete, ho capito che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui era stato espresso il concetto. Ovvero.

L’articolo è questo: Essere single potrebbe essere considerata una “disabilità” (ma per un’ottima ragione): etc. etc.. Già il titolo fa drizzare le orecchie. In breve, riporta la notizia riguardante una nuova definizione di “disabile” decisa dall’OMS per quanto riguarda la possibilità e il diritto, di chi ne ha bisogno, di ricorrere alla fecondazione in vitro. Nell’articolo si legge:

“Secondo l’attuale definizione elaborata dall’Oms, si considera disabile chiunque sia infertile o non sia riuscito ad avere una gravidanza dopo 12 mesi di sesso non protetto. Ma non solo: anche chi non ha o riesce a trovare un partner sessuale (e quindi non ha rapporti e, di conseguenza, non ha possibilità di concepire) può essere considerato disabile. Il dottor David Adamson, uno degli autori della nuova categorizzazione, ha spiegato che la definizione di infertilità è stata riscritta per essere più inclusiva e per dare a tutti gli individui il diritto di avere una famiglia.”

Come se non fosse bastata già la Lorenzin a farci sentire in colpa, questa sembra in tutto e per tutto un’altra mazzata sulla testa dei single che, non ci voleva un esperto per capirlo, in quanto tali risultano inabili a creare una famiglia. In particolare avrebbero un vero e proprio handicap rispetto a tutte le altre ‘persone normali’ che invece si trovano in una coppia, di qualsiasi tipo. Ad una prima lettura e secondo il punto di vista dell’articolo sembra proprio che, da oggi, tutti i single possono considerarsi disabili. 

A me sembra, però, che la questione sia stata tirata su apposta per creare la polemica. Sì perché un conto è dire che tutti i single in quanto tali sono disabili, inabili a procreare, un altro è dire che può considerarsi disabile anche chi è single e potrebbe voler ricorrere alla fecondazione in vitro per riuscire a creare una propria famiglia. Infatti, non è detto che tutti i single ne vogliano una ad ogni costo.

Porca miseria, c’è una differenza enorme tra le due frasi, no?!

La doppia implicazione, in un concetto del genere, è sbagliata. Non ci vuole un genio per capirlo e penso che l’articolo avrebbe messo molta meno rabbia e indignazione in giro per il web se semplicemente fosse stato scritto con più attenzione.
Io sono stata tra quelli che, ad una prima lettura, sono saltati dalla sedia. Non saprei dire, però, in quanti poi con buonsenso hanno pensato che l’OMS non poteva aver davvero detto una cosa del genere, con tutte le conseguenti implicazioni.

Questa cosa mi ha fatto riflettere. Quante altre volte la cattiva informazione fa leva sugli impulsi del momento per dare visibilità ad un argomento o ad un fatto accaduto scatenando reazioni che poi, abbiamo visto, causano danni irreparabili?

Tante. In realtà questa non è nemmeno più una novità.

Quel che davvero mi ha turbata, però, è un altro aspetto della questione. Quanto, ormai, ci aspettiamo, ogni giorno, di rimanere delusi, di arrabbiarci e indignarci sconvolti da una notizia qualsiasi, da una nuova scoperta, da una tendenza, dalle parole di un personaggio, insomma, dal mondo che ci circonda? In quanti aprono un social già pronti a scatenarsi contro qualcuno o qualcosa, soltanto perché ormai tutto fa schifo e ogni cosa è opinabile e attaccabile, che ormai l’umanità sta andando a rotoli e quindi meglio dire la propria, visto che si può?

Per di più questo modo di fare non appartiene nemmeno solo al virtuale. Si sta diffondendo l’idea che lasciarsi guidare dagli impulsi, in una società così frenetica e vuota, sia la cosa più saggia, l’unica possibilità che si ha per sopravvivere al suo interno. L’impulso spinge a cercare gratificazioni e se queste mancano allora si passa all’attacco per difendere quel poco di sé non ancora macchiato dalla delusione.

Ci si aspetta così tanto di esser delusi che si fa una fatica bestiale a fidarsi di chiunque, mentre magari si potrebbe cercare la verità sotto le ceneri delle parole scritte apposta per bruciare fin troppo in fretta. A questo proposito vi lascio una citazione del film Disney ‘Saving Mr. Banks’,  che racconta la storia della nascita del film su Mary Poppins e della tenacia che Walt Disney ha impiegato per convincere l’inventrice della storia della famosissima tata a fidarsi di lui, parole che da giorni mi girano per la testa e che forse un po’ hanno salvato anche me.

“Sig.ra Travers: E’ venuto per farmi cambiare idea, vero? Perché io mi sottometta…
Walt: No. No. Sono venuto… perché lei mi ha giudicato male.
– In che senso l’ho giudicata male?
– Lei guarda me, e vede una sorta di Re Mida Hollywoodiano. Crede che io abbia costruito un impero, e voglia la sua Mary Poppins per aggiungere un mattone al mio regno.
– E non è così?
– Beh, se fosse soltanto questo avrei inseguito una donna scontrosa e testarda come lei per vent’anni? No, mi sarei risparmiato un’ulcera. No, lei si aspettava che io la deludessi…e ha fatto in modo che accadesse. Beh, io credo che sia la vita a deluderla, signora Travers. Credo lo abbia fatto spesso, e credo che Mary Poppins sia l’unica persona nella sua vita a non averlo fatto.”

Calma E Niente Pathos

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Amanda Cass

Qualche tempo fa il mio amico blogger SM in un suo articolo in riferimento a delle proprie esperienze parlò del pathos e in generale della sua irrazionalità.

A distanza di mesi quella parola mi è rimasta in testa.

Pathos.

In realtà deve essermi rimasta anche nelle orecchie, in ciò che ho pensato e detto. Forse c’era già ma non l’avevo mai riconosciuta. Eppure da quando ne ho sentito parlare nel blog del mio amico è come se si fosse attivato uno scanner che passa in rassegna ogni pensiero, discorso e da’ segnale di allarme quando riconosce del pathos al suo interno.

Perché allarme?

E si. Diciamolo. Il pathos fa parecchi guai. Specie se lo si trova in contesti che non gli appartengono. – Cavolo! C’è del pathos nel telegiornale, passami un fazzoletto per favore, vorrei pulire la notizia-. Gli incidenti diventano tragedie e le tragedie diventano orrori. Quelli veri poi nessuno sa più come chiamarli. Qua e là viene aggiunta potenza drammatica a quella che dovrebbe essere una lineare esposizione di fatti e avvenimenti. Finché si tratta di una  di quelle telenovelas che le mie nonne adoravano, una rappresentazione teatrale o cinematografica, d’accordo, ci sta. Chissà, forse quel surplus di intensità emotiva appartiene al mondo della finzione da sempre ed è quello il suo habitat naturale. Cosa succede se invece ce lo portiamo dietro, nella realtà?

Beh, succedono casini. Farsi prendere dal pathos, nella realtà… Ecco, allontana dalla realtà.

Una multa diventa un dramma. Un’incomprensione si tramuta in un litigio in centotrenta puntate che nemmeno Beautiful. Il fatto è che nella realtà quel surplus di drammaticità non significa grandiosità. Nessuno ci guarda da uno schermo abbracciando un cuscino con una mano e stringendo una tisana nell’altra. Non c’è nessuna giuria lì pronta a giudicarci per l’interpretazione. Nel mondo reale il pathos, in mancanza di registi e produttori che in qualche modo hanno sempre la storia sotto controllo, si fa accompagnare dalla paranoia. Si, lei. Quella cosa per cui si crede di sapere e poi si finisce sempre per prendere granchi colossali.

Tutto questo per dire che un conto è provare empatia per persone e situazioni, un altro è il riversarci le nostre paure, ingigantendo parole e gesti e perdendo completamente di vista la verità, rinunciando ad usare la ragione. Non sarebbe importante se non fosse per il fatto che l’abbandonarsi a quei tipi di emozioni sovraccariche di significati decisamente improbabili fa male. La paura diventa dolore, anche fisico. Le vie della razionalità forse portano verso platee vuote e in generale creano poco audience,  però davvero alle volte sarebbe meglio fermarsi un po’ prima e chiedersi se davvero vale la pena lasciarsi andare così.

 

CronacheDalCondominio #3: La Tifoseria Che Non T’Aspetti

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Ad Euro2016 alla fine le abbiamo prese dalla Germania, che a sua volta le ha prese dalla Francia, cosa che qualcuno considera una magrissima consolazione, e vabbé.

Non sono un’appassionata di calcio e mi limito a seguire la squadra della mia città e l’Italia nelle competizioni internazionali. In fondo come non si può non amare l’atmosfera dei grandi eventi, quella che avvolge i soliti impegni quotidiani e fa tirare la lancetta dei minuti indietro per uscire prima dagli uffici o chiudere i libri della sessione di esami estiva e correre ad accendere la tv, armati di pop corn e bibite fresche? Coinvolge tutti, perfino i più insospettabili e una alla volta spuntano sui balconi delle case bandiere e striscioni ed è bello vedere le persone partecipare a qualcosa, oggi che ci si vergogna pure di condividere una corsa in ascensore con dei perfetti sconosciuti.

Dove abitavo prima, in paese, la febbre da Europei o da Mondiali colpiva un po’ tutti, si, ma per le bandiere funzionava un po’ come per i babbinatale e gli addobbi appesi alle ringhiere durante le festività natalizie che sparivano già nel primo pomeriggio del sei gennaio. Così, a caldo. Mentre i bambini avevano ancora le teste infilate nelle calze dell’Epifania alla ricerca dell’ultimo cioccolatino incastrato nelle cuciture e i più grandi come me non avevano ancora iniziato a bestemmiare per l’inizio delle lezioni e della routine universitaria. Allo stesso modo, al primo segno di debolezza della nazionale italiana, venivano tirate dentro le bandiere tricolore. Nemmeno il tempo delle interviste stupide nel dopo partita, durante le quali cerchi di capire se c’è da prendersela più con gli avversari o con l’allenatore dell’Italia.

Qui nel condominio, invece, ho assistito a ben altro. Fin dall’inizio di Euro2016 avevo già notato i vari balconi decorati per l’occasione, altri soltanto dalla seconda partita in poi, ma giusto così, per scaramanzia. Ho sentito trombette festeggiare i goal segnati -qualcuno sembrava avesse noleggiato direttamente un elefante- e odore di pizza all’ingresso del palazzo alle 19:30, decisamente in anticipo per l’orario di cena da queste parti e non poteva non esser dovuto a qualche tifoso particolarmente bisognoso di avere mani libere per esultare e imprecare un’oretta e mezza più tardi. In più sabato mattina, al ritorno da alcune commissioni, ho visto che sul tetto del palazzo svettava una bandiera così grande che più che un condominio all’improvviso sembravamo l’ambasciata italiana di qualche paese sperduto nel deserto del Sahara. La cosa mi ha fatta ridere, ma resa anche un po’ orgogliosa. Su tutto, però, aleggiava lo spettro della sconfitta. Così come la speranza e la gioia, anche l’ansia finisce per essere condivisa, specie se si finisce per giocarsi tutto ai rigori, come quelli che abbiamo visto.

Domenica mattina la sensazione di esser fuori era palese e scottava ormai come il sole. Eppure, nonostante questo, il panorama nel quartiere non era cambiato di una virgola. Le bandiere erano ancora lì. Erano sopravvissute allo scoramento e alla delusione. Sono rimasta a bocca aperta. Non me l’aspettavo. Nemmeno una era stata riportata sull’armadio in attesa del prossimo campionato.

Stavano ancora tutti dormendo, penserete voi. Invece no. A distanza di una settimana quasi, giocano ancora con il vento, indisturbate. So che qualsiasi considerazione sarebbe retorica, ma io qualche domanda me la farei. Tipo, chissà se qualcuno ha sentito di tenerla lì ancora un po’ per i fatti di Dacca o per quelli di Brexit. Magari per la consapevolezza che nemmeno lecinquestelle in fondo ci rappresentano davvero, visto che qualche altra competizione, ad esempio a Roma, è stata vinta per mancanza di avversari e non perché qualcuno si è battuto veramente, sudando, per conquistare il gradino più alto del podio. Forse si è solo riconosciuto che i nostri giocatori ci hanno provato davvero e che abbiamo perso con onore e quindi le bandiere stanno lì a dimostrare ancora un po’ di orgoglio che lo sport, in qualche caso, ci fa provare ancora. Tutte sensazioni inconfessabili, a parole, ma per fortuna i gesti contano ancora molto di più.

Le Vie Del Signore Erano Infinite, Ma Non Arancioni

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Prima di tutto ci terrei a chiarire un concetto, anche se banale: Christo non ha fatto nessun miracolo.

Eh no. Le Floating Piers secondo me non sono quel che tecnicamente si può chiamare “camminare sull’acqua”. Se mi trovo su un’imbarcazione abbastanza grande e ci cammino su mentre la suddetta naviga da un punto A ad un punto B, praticamente, è la stessa cosa. L’unica differenza con la Passerella di Christo è che questa stabilisce un collegamento continuo rispetto all’imbarcazione. Mi sembra, però, che una cosa simile sia stata già inventata. Il molo. Così, per sentito dire. La Passerella non è che un molo che non si interrompe in mezzo al lago. Si tratta di una piattaforma galleggiante.  Di un colore orrendo pure.

Sono troppo critica?

Troppo poco, forse.

Qualcuno ha considerato l’esperienza quasi religiosa, mistica. Molti sono stati attirati per curiosità, altri per l’opportunità di scattare il selfie più figo dell’anno. Chi è corso al lago d’Iseo, comunque, l’ha fatto perché ha considerato l’evento imperdibile. Come ha detto Christo stesso, irripetibile. Le Floating Piers infatti sono un’opera d’arte. Landing art. Mi sono informata. Questo capriccio d’artista, in realtà, è pieno di significati, anche abbastanza suggestivi. La passerella è un percorso, un racconto della vita e lo ha dedicato a sua moglie scomparsa qualche anno fa. E’ un’opera d’arte “reale” in quanto ha a che fare con gli elementi della natura: sole, vento, acqua. Sotto questo punto di vista è anche emozionante.

Le Floating Piers, però, resteranno in allestimento solo per due settimane.

Per quel che ne capisco, l’arte non dovrebbe avere una scadenza. Soprattutto se si tratta di un investimento di denaro e risorse. L’arte è ciò che da secoli tramanda da una generazione all’altra quella scintilla di divino e di perfezione, grazie a persone dotate del talento necessario a forgiarla in opere materiali, e non. Mi direte che adesso esistono anche le “performance”. Tipo quelle di Marina Abramovic. Lei, nel The artist is present non ha speso però 12 milioni di dollari per emozionare e creare un’opera d’arte vivente, che coinvolge un pubblico e che dura un limitato periodo di tempo.

subDunque, non è propriamente una performance. Non è un’opera d’arte di cui nei prossimi decenni il mondo potrà fruire. E’ … un’esperienza. Un esperienza costosa. Un’esperienza che era stata in precedenza rifiutata dal porto di Tokyo e di Rio della Plata in Argentina. Chissà perché. Christo arriva in Italia e puff, viene accolto nell’entusiasmo delle istituzioni del posto che vedono nel suo folle progetto un’incredibile opportunità di creare turismo in un territorio che già da tempo viene protetto dall’inquinamento di imbarcazioni a motore e pericoli vari per l’equilibrio di un ambiente delicato e da tutelare. Poi menano 200 mila blocchi di conglomerato nei fondali di un lago che non ha bisogno di alcuna “esperienza mistica” per essere considerato una meraviglia di suo. L’esperienza costerà molto al fondale. Si sta discutendo sul rimuovere o no i blocchi. Qualcuno dice di lasciarli lì, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Altri dicono che possono essere rimossi e riciclati, con il minuscolo rischio di distruggere ancor di più i fondali e alterare l’equilibrio biochimico che tiene in vita la flora e la fauna presenti.

A me questa faccenda innervosisce un sacco.

Non solo le Floating Piers sono costate tantissimi soldi, deturpano l’ambiente, verranno distrutte tra dieci giorni, e sono state pure evacuate a causa di un temporale (ma va?), ma stanno creando un mare di disagi ai cittadini di Sulzano e problemi alla circolazione dei mezzi di trasporto pubblico e privato di tutta la zona. E’ questo il punto: le follie di un’artista non si possono considerare “sostenibili”, come i promotori dell’iniziativa si fregiano di dire. Si doveva pensare ad un piano straordinario di mobilità, garantire linee e corse, prevedere che l’arrivo di migliaia di persone avrebbe congestionato il sistema di trasporto locale.

E niente, a questo Christo non c’ha pensato. Così la gente aspetta sotto al sole file chilometriche per “vivere l’esperienza”, sempre che siano riuscite a non snervarsi nell’arrivare e sperando che il ritorno non sia un inferno. Ah, sempre che non arrivi un altro temporale. imageQual è la probabilità che se ne verifichino quattro o cinque nel giro di quindici giorni? Alta, caro Christo. Alta. Siamo a giugno. Per la verità solo poche settimane prima dell’apertura si sono ricordati di fare degli studi sulle correnti d’acqua che potrebbero dare fastidio ai tiranti e alle piattaforme galleggianti. Cosa di niente. Figuriamoci se sospettavano di creare disagi nelle stazioni.

A fronte di tutto questo l’artista Christo avrebbe dichiarato: “L’attesa è parte della mia opera, o avete pazienza o non venite”. Capriccioso e spocchioso. Il prefetto Valenti dice: “L’opera è un’opportunità, non un diritto”. Con buona pace di ogni significato della parola arte. Adesso, non voglio fare la spocchiosa anch’io. Visto però che s’è servito dell’ingegneria per costruire il suo personalissimo ponte sull’eternità e hanno impiegato 23 mesi, uno studio serio di fattibilità dell’opera poteva farlo fare a qualcuno. Invece no. Arriva l’artista, l’artista ha i soldi, l’artista fa quel che cazzo gli pare.

Bene così. Caro Christo, riguardo una cosa che dovrebbe esser bella non si può sentir parlare di “emergenze”. L’unica cosa che aspetto io è solo quella di non leggere più sui giornali dei ridicoli disagi che stai causando, in nome del tuo sedicente miracolo.

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Meglio Vegani Che Innamorati

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Credo che Papa Francesco abbia parlato dell’amore smisurato che certe persone hanno per gli animali domestici, di molto superiore a quello che nutrono invece per gli altri esseri umani, perché deve aver saputo che ho una zia che ha preso un cane e lo ha chiamato Bianca, in ricordo di mia nonna scomparsa e per avere un’altra Bianca in famiglia, in quanto, evidentemente, io non facevo abbastanza testo per lei.

Anche a me piacerebbe avere un cane o un gatto. Lo chiamerei Stitch se fosse maschio, Lilo se femmina. Peccato però che mia madre caccerebbe di casa sia me che la povera bestia perché ama gli animali, si, purché però si trovino un centimetro più in là della porta d’ingresso.

E’ come dire che l’amore in realtà è un punto di vista.

C’è chi si batte per salvare gli agnelli durante il periodo di Pasqua e poi della strage di tacchini e capitoni che avviene in corrispondenza di altre festività non se ne importa granché. Gli agnelli però sono carini. Da lì si diventa vegetariani o addirittura vegani, eppure in un mondo in cui le zucchine potrebbero essere cancerogene io non affiderei completamente la mia dieta a loro. Credo sia molto più intelligente andare a cercare i prodotti a chilometro zero, le uova da allevamenti non intensivi. Tornare alle abitudini alimentari dei nostri nonni, che mangiavano il pollo soltanto a Natale perché costava troppo.

Comunque la questione è ovvia. Meglio amare gli animali che gli esseri umani perché i primi difficilmente possono deludere. Meglio vegani che innamorati. A livello sociale ed affettivo se ne traggono più soddisfazioni. Si perché l’amore a chilometro zero non esiste e non in termini di distanze fisiche, ma di cammini da compiere dentro se stessi per giungere ad un incontro reale e sincero con l’altra persona. Le relazioni biologiche non possono esserlo a lungo. Prima o poi finiscono per introdursi prodotti di sintesi derivanti da artifici mentali mostruosi. Per dirne uno, la paura.

Il vero guaio, infatti, sta appunto nel punto di vista. Quando lo spostiamo da amare sentirsi amati rischiamo di fare un’inquadratura a vuoto. Possiamo amare gli animali, le persone, chi e cosa ci pare, ma poi? C’è davvero qualcuno che ci preferisce alle proprie pantofole, al proprio porcellino d’India, qualcuno che si improvviserebbe centometrista per correre a fermarci prima di andar via o siamo tutti intercambiabili, come in uno speed date che dura una vita intera?
Se contassimo quanti amano e quanti si sentono amati, in molti alzerebbero la mano soltanto la prima volta.

Perché l’amore è un punto di vista e la realtà non la vediamo tutti con gli stessi occhi.

Il gatto poi ci vede perfino al buio.

Giochi Di Equilibri (di Nash) Tra Vicini (di Casa e di Stato)

Prendiamo un gruppo di persone. Diciamo che abbiano tutte uno stesso obiettivo da raggiungere e siano in competizione tra loro. Nel 1949 il famoso matematico John Nash dimostrò, chissà se nel modo in cui viene mostrato nel film A Beautiful Mind o no, come fosse incompleto affermare che, secondo le teorie dell’economista Adam Smith, il miglior risultato è quello raggiunto quando ogni persona del gruppo agisce per fatti propri pensando solo al proprio benessere. Per raggiungere davvero il miglior risultato, la miglior soluzione del problema, ogni componente dovrebbe invece agire facendo ciò che è più giusto sia per sé che per gli altri, non ostacolandosi ma raggiungendo così un’equilibrio in cui ciascuno ottiene i benefici desiderati.

Una cosa del genere presuppone che di fondo ci sia collaborazione, pur essendo una teoria che si applica ai ‘giochi non cooperativi’, ovvero in situazioni in cui le persone non si alleano spontaneamente in quanto esistono comunque delle rivalità tra le varie parti.

Eppure, ecco, penso a quante situazioni si potrebbero risolvere in questo modo. Non si tratta di solidarietà e non c’entrano questioni morali. Si parla di benefici quantificabili, di payoffs, di operare ricercando il proprio bene tenendo conto di cosa faranno gli altri per ottenere il proprio.

 Sono sempre stata affascinata dalla teoria dei giochi, anche se non ho ancora grandi conoscenze a riguardo e mentre facevo delle ricerche ho trovato interessanti articoli che parlavano dell’equilibrio di Nash e della questione greca. Solo uno dei tanti casi in cui questa teoria è applicabile. Avrete sicuramente già sentito parlare del dilemma del prigioniero o del dilemma dei coniugi. Quest’ultimo è davvero interessante secondo me per quanto ci è vicino e può essere visto anche come il dilemma del fratelli, dei colleghi di lavoro o dei vicini di casa.

Mettiamo che ci siano due coniugi, A e B.

Mettiamo che ci siano da fare le pulizie in casa. I due decidono nello stesso momento cosa fare, singolarmente.
A pensa che se si mette a lavorare di certo l’altro andrà a riposarsi. B pensa la stessa cosa. A pensa che se va a riposarsi otterrà il suo beneficio e che B non lavorerà mai al posto suo per cui riposerà anche lui. B pensa la stessa cosa.

Risultato, nessuno pulisce casa. Si raggiunge l’equilibrio. Ad A non passa proprio per la testa di alzarsi dal divano, non ha nessun incentivo a farlo finché non ne ha uno anche B. Questo gioco, a differenza del dilemma del prigioniero però, si ripete. Infatti la casa sporca era e sporca resta, il lavoro deve essere fatto per cui295-copia tutta la serie di strategie viene rivalutata. Sia A che B vogliono che la casa sia pulita e nessuno dei due vuol finire per fare tutto il lavoro da solo (ecco si, perché l’ipotesi è che i giocatori siano razionali per cui non esiste né maschilismo né alcuna crociata femminista in atto) e soprattutto non vogliono creare alcun precedente o ‘regola’ per cui uno soltanto dei due farà le pulizie per sempre, per cui scelgono di cooperare. A e B scelgono di aiutarsi a vicenda dividendosi il lavoro sapendo che finiranno prima così e potranno riposare entrambi.

Non è utopia, non è fantasia, solo matematica.

Oggi pensavo che tutte queste belle cose gli economisti europei le sanno molto bene, o dovrebbero e che mentre i capi di Stato perdono tempo a sbirciarsi con la coda dell’occhio per sapere chi tra loro deciderà di muovere il culo per primo per andare a riaprire i confini, centinaia di migliaia di persone stanno ancora lì, sulle banchine delle stazioni, sperando che il loro gioco possa finalmente finire presto. Poi sento i vicini che litigano perché le foglie dell’albero di uno finiscono puntualmente nel cortile dell’altro e mi rendo conto che l’ipotesi che i giocatori siano razionali sia molto, molto più azzardata di quanto si pensi.

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