CronacheDalCondominio #5: La Pasqua per le scale

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Tutto è cominciato ieri al supermercato.

La sensazione che questa sia una Pasqua timida, semplice, sussurrata sottovoce mi è venuta mentre cercavo le fialette di fiori d’arancio che servono per la pastiera napoletana. Mi sono avvicinata alla cassa, perché è lì che le tengono di solito, e ho guardato tra quelle esposte. Vaniglia, rum, mandorla. Niente fiori d’arancio. Al che chiedo alla cassiera e quella mi fa:

“Fiori d’arancio?” sguardo sospetto “Le fialette le tengo io qua. Quante ne vuoi?”

Nemmeno le stesse spacciando. Sinceramente non ho capito perché tanto mistero, ma vabbé. L’importante è che le ho trovate, penso.

Poi. La dico così, di getto. Sono tornata a casa e ho acceso il televisore. Con l’Isis in giro festeggiare la principale ricorrenza cristiana mica è una cosa da niente. Non è più come quando da piccola mi scocciavo di seguire i miei in Chiesa ad ascoltare la Messa e prendere l’acqua santa nella bottiglina per poi benedirci la tavola. Festeggiare la Pasqua in molti posti del mondo non è una cosa tanto scontata. Forse non lo era nemmeno prima, ma qui ce ne rendiamo conto soltanto adesso. Forse è maturità o è un qualche effetto del terrorismo sulle nostre menti, però oggi sentiamo davvero che il mondo è molto più eterogeneo di quanto sembrasse e il recarsi in Chiesa è diventato un gesto un pochino, credo, più consapevole.

Non c’è grandiosità. Forse una vastissima scelta di uova di cioccolata sì, ma giusto perché il mercato asseconda l’altrettanta vasta offerta di cartoni animati e personaggi per bambini che è esploso in questi anni. Quand’ero piccola io c’era il Kinder. Punto. Al massimo il Bauli per femmine e quello per maschi, se proprio si voleva cambiare. Poche grandi riunioni di famiglia. Quando uno è vegetariano, l’altro mangia carne ma guai a mettergli davanti l’agnello, qualcuno è a dieta, un’altro ancora si è riscoperto ateo, beh, ognuno sta per fatti suoi e si fa prima. Allo stesso tempo sulle tavole sono tornate le cose semplici. La gallina in brodo, cosa che nemmeno più a Natale ormai. In palestra ho sentito una signora dire che non vedeva l’ora di mangiare le fave crude con il formaggio e i carciofi bolliti. Poi c’è l’evergreen del “le feste sono stancanti e basta non vedo l’ora che passino in fretta, che i soldi per la via Crucis del Papa li potevano usare per sistemare le buche a Roma”, ma non fa testo, viene riciclato per tutte le ricorrenze.

Il giorno della settimana santa che amo di più però è il sabato. Il sabato dei profumi. Passando fuori alle porte degli altri condomini oppure uscendo sui balconi arrivano profumi dolci e golosi di tutti i tipi. Il sabato è il giorno in cui si sta in casa a cucinare. In silenzio. Si cucina in meditazione. Un po’ in bilico tra tradizioni nuove e vecchie.

Oggi però una cosa mi ha colpita molto. Stavo scendendo di corsa le scale del palazzo e ho incrociato un padre e suo figlio che invece salivano lentamente. Il padre stava spiegando a suo figlio com’è che i discepoli di Gesù erano andati alla sua tomba, la domenica, e non ci avevano trovato più nessuno. Il bambino ascoltava assorto, come se fosse un recente fatto di cronaca. Strano perché mi è sembrato avesse l’età per il catechismo o almeno avrebbe dovuto sapere già quelle cose magari dette a scuola. Chissà. In ogni caso quelle poche parole, dette un po’ a bassa voce, così semplici, mi hanno stupita e hanno completato quella mia sensazione.

Quest’anno è così e non mi dispiace più di tanto. Una Pasqua di riflessioni delicate, di cose buone. Una pausa prima di affrontare il resto dell’anno.

Qualsiasi cosa sia per voi questo giorno, auguri di cuore.

Senza Folletti, Senza Pensiero Nuovo. Però, Auguri!

Quest’anno i folletti di WordPress hanno dato forfait, si mormora che gli elfi abbiano dato un party in Lapponia e di tornare qua a lavorare non ne hanno voluto sapere.
Così le statistiche sono andata a vedermele da sola e ho scoperto che Sappiamo fare cose belle è stato il primo articolo dell’anno appena concluso e anche il migliore rispetto a tutti quelli successivi.
Una cosa strana, ma nemmeno troppo. In fondo anche la me di inizio anno è stata la migliore tra tutte quelle che si sono susseguite dopo.

Un anno nuovo deve iniziare con almeno un pensiero nuovo. 

Eppure adesso l’unico che mi viene in mente è poter sapere che non accadrà più. Vorrei che non mi si spegnesse di nuovo la luce proprio nel momento in cui ho da fare cose importanti che riguardano il mio futuro. Forse sono stata io a reagire troppo male, ad accettare poco e a piangere molto. Ho realizzato poche cose e ho litigato molto. Ho pensato più spesso al peggio che al meglio. Mi sono sentita più sola di quanto -forse- lo fossi davvero. Qualche giorno fa ho fatto un giochino su Facebook che creava un tag cloud delle parole che avevo usato di più nel 2016. Tra quelle più digitate c’era Perché, ma anche Imparato. Tanto per dire.

Ho aspettato qualcuno che non aveva segnato in agenda nessun appuntamento con me. Credevo stesse aspettando a sua volta  che si creasse una finestra spazio temporale abbastanza ampia da poterci contenere, abbracciati. Invece no. L’amore guardò il tempo e rise perché sapeva di non averne bisogno. In realtà però, secondo me, stava bluffando. Il tempo, si sa, è relativo. L’amore no, però può stancarsi a furia di stare in piedi a fissare la porta senza mai essere invitato ad entrare e a scaldarsi un po’ le mani. Finisce che gira i tacchi e va via, prima di morire assiderato. Perfino in pieno agosto.

Del 2016, oltre al freddo, ricorderò il white noise tenuto nelle cuffiette per ipnotizzare i pensieri negativi, due viaggi nello stesso posto, tre libri, il rimprovero di una bambina, la tisana allo zenzero che solo a dicembre ho scoperto essere più buona aggiungendoci la cannella, l’inizio della mia avventura con Principesse Colorate e l’iscrizione -udite, udite- in palestra.

Come dite? Il pensiero nuovo?

Ah, non vale glissare parlando dell’anno scorso.

Nemmeno riciclare quello dell’articolo che ho citato.

E’ che ero così occupata a liberarmi di tutte quelle terribili me che non ci ho pensato.

In pratica inizio l’anno senza un pensiero nuovo e senza folletti.

E’ rimasto un sacco di spazio però, il che non è affatto male.

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Qual è il Tuo Natale

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Ogni Natale per me nasce con una domanda. Ogni anno cerco di guardarmi bene intorno per sorprendere la risposta che si nasconde a volte in un dettaglio, altre in un sentimento o in un’idea bella e luminosa.

Negli ultimi anni ho parlato spesso di mancanze e ho deciso che farmi ancora delle domande a riguardo non sarebbe stato giusto. Ogni persona è solamente e semplicemente lì dove ha deciso di stare. Punto. Né più lontana, né più vicina. La felicità e l’equilibrio non dovrebbero dipendere da ciò, imparando ad accettare gli altri per ciò che sono e se stessi, pur sempre lavorando su ciò che ancora non siamo.

Quest’anno, come accennavo nel post precedente, mi chiedo se in realtà il Natale è una festa più individualista di quel che sembra o di quel che era un tempo. Vedo intorno a me poca voglia di festeggiare e tantissima, invece, di perfezione: l’addobbo giusto, il regalo perfetto, il selfie tra le luminarie più originali. Non parlo di semplice consumismo, ma del fatto che la soddisfazione personale nasce nel riuscire a mettere insieme il Natale così come uno se lo immagina e non nel ‘ok, non tutto è perfetto, ma basta che si sta insieme‘.

Forse è sempre stato tutto così e io me ne accorgo soltanto adesso, oppure c’è poco amore e troppa tristezza in giro. In ogni caso, mi sono chiesta qual è davvero il mio Natale. Senza dubbio, per me, il Natale è questa scena qui, tratta dal riadattamento Disney di A Christmas Carol di Dickens:

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E’ la vigilia di Natale e Scrooge è ancora al lavoro, sommerso dai conti e dalle pile di monete ancora da contabilizzare. Trattiene il suo dipendente che fisicamente è lì, ma con la testa è alla sua famiglia e alla notte di Natale che si avvicina. Vorrebbe solo poter scappare a casa e iniziare a festeggiare. Ad un tratto entra in ufficio il nipote di Scrooge felice, eccitato dall’atmosfera natalizia e chiede all’avaro zio un’offerta per la beneficenza e lo invita a partecipare alla cena della Vigilia che sta organizzando. Scrooge ovviamente lo manda via in malo modo e torna a lavorare più arrabbiato di prima.

Ecco, per me il Natale è questo. E’ il momento in cui ogni attività consueta si interrompe perché… E’ semplicemente Natale. Il fiato trattenuto per giorni, mesi, che si è intorbidito di preoccupazioni e tristezze esce finalmente fuori in un -seppur breve- sospiro di sollievo. E’ una gioia semplice che rappresentiamo in forme incredibilmente complesse. E’ una candela che sfida il buio e ti riscalda un po’ dentro.

Il mio augurio quest’anno è quello che riusciate a vivere il vostro Natale, o meglio, quel che per voi è Natale e che quel momento possa riempirvi dentro del calore necessario per tornare lì fuori, poi, e riprendere ogni piccola e grande battaglia che vi appartiene.

Il mio guestpost di dicembre per Principesse Colorate parla di Babbo Natale, che per me è sempre stato la personificazione dello spirito natalizio e nient’altro, cosa che ogni bambino dovrebbe capire prima ancora dei discorsi tristi sul fatto che esista o no per davvero. Se vi va potete leggerlo qui: Chi è davvero Babbo Natale?

Detto ciò.

Buon Natale bloggers ❤

Sappiamo Fare Cose Belle

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Mi è venuta in mente così, all’improvviso, mentre come al solito mi ero persa a guardare l’albero di Natale acceso. E’ un’affermazione banale e allo stesso tempo ha l’aria di un qualcosa che ha appena affrontato un viaggio pericolosissimo attraverso sentieri bui costellati di paure feroci e assassine e burroni di tristezza senza fondo. L’ho ripetuta in mente più volte tanto per immaginare come suona perché pronunciarla sembra ridicolo. E’ banale ma forte abbastanza da accendere luci negli occhi e speranze nelle mani. Sappiamo fare cose belle. 

E se non fosse poi così scontata come frase? ‘Sappiamo fare’ nel senso che siamo in grado, è nelle nostre capacità, forse non ce l’ha insegnato nessuno ed è un sapere che fa parte di noi da sempre. ‘Cose belle’, nel senso che hanno una bellezza intrinseca, si connettono a quell’armonia che sembra tessuta nell’aria sostenendone l’essenza. Messa così sembra si stia parlando di chissà cosa. Boom. Messa così è complicata la questione, non è scontata, non è banale, non è spontanea ma l’hai sentito il tg, di che diamine stai parlando? Quali cose belle? E si avevo io la precedenza e quel bastardo s’è menato nell’incrocio lo stesso porca miseria, e per fortuna queste dannate feste sono quasi finite. 

Allora mi sono chiesta com’è che il mio anno è iniziato con un pensiero del genere. Mi sono detta che, a parte gli obiettivi raggiunti e le cose realizzate e imparate in quello passato, troppe volte in realtà mi sono persa in paure ovviamente infondate e in pensieri triti e ritriti che mi hanno fatto perdere un sacco di tempo e salute. La paura nasce dalla non conoscenza e io in effetti non so chi sarò, con chi sarò, se mi innamorerò ancora e così via. Per questo, forse, ho sentito il bisogno di ripartire da un pensiero semplice, da un punto fermo, una cosa banale ma certa. Ho ripensato alle più piccole e minuscole cose belle che sono in grado di fare. Perché alle piccole e non alle grandi penserete. Le grandi sappiamo ricordarle, ci sono costate fatica e impegno, sono le nostre pietre miliari, i traguardi. Le piccole, invece, a stento le riconosciamo. Finiscono incastrate e schiacciate tra i grandi problemi di ogni giorno e le ritroviamo tutte sformate a sera e le buttiamo via per non ritrovarcele in continuazione tra i piedi. Sappiamo ad esempio sistemare dei fiori in un vaso, riparare una decorazione natalizia, dare una giusta indicazione, sappiamo sorridere e abbracciare, sappiamo mostrare affetto a chi ci ferirà di nuovo giurando però che non accadrà mai più. Sappiamo fare una faccia buffa, far sorridere un bambino, meravigliarci per una novità, immaginare di essere al posto di quell’attrice che ha appena ricevuto un bacio appassionato. Sappiamo sperare e credere, sappiamo ricordare una figuraccia ridendo e tenendoci una mano sugli occhi. Sappiamo accendere una candela, scaldarci con una tisana, perderci a fissare un panorama. Sappiamo riconoscere di aver fatto un buon lavoro. Sappiamo fare cose belle. 

Potrei elencare migliaia di esempi e non indovinare mai quali cose per voi sono belle. Però ve le auguro comunque, di cuore.

Giuro Solennemente Di Non Avere Buone Intenzioni

A me la storia che in WordPress ci lavorino i folletti all’inizio non è che mi aveva convinta tanto, poi mi sono ricordata che il mio nick non è altro che il nome di una fata e diciamo ci ho ripensato su. Anzi, mi sono sentita quasi in famiglia. Ah proposito di famiglia, sempre WordPress dice che i due post più letti quest’anno sono stati quelli scritti l’anno scorso. No, no, lo so, non è normale, per niente. Ohana, che parla appunto di famiglia e Una Cosa Bella E’ Una Gioia Per Sempre che parla d’amore. E giusto poi per mettere il dito nella piaga suggerisce di scrivere di più su questi argomenti, hai visto mai che alla fine del 2015 i folletti troveranno che i post più letti sono quelli scritti proprio nel 2015. Divertente cari folletti, davvero divertente, ha-ha.

Famiglia e amore. Che poi non credo conti tanto ciò che scrivo io quanto ciò che cerca chi ha voglia di leggere. O chi va su google per soddisfare qualche curiosità su Keats. In ogni caso il suggerimento me lo tengo, anche perché sono temi in cui finisco spesso. Quest’anno poi si può dire ci sia più che altro inciampata, caduta e rotolata su, forse affinché capissi che ho la testa più dura di quanto pensavo, ma anche per imparare a rompermi, credo. Si perché avete presente i crash test delle auto? Si è dimostrato che più è rigida la carrozzeria, più chi è all’interno rischia di farsi male davvero. Se invece riesce ad assorbire gli urti deformandosi, distruggendosi, entro un certo limite ovvio, allora è più sicura. Forse siamo fatti anche noi così. E’ sempre una questione di equilibrio. Devi cascare per rialzarti, circondarti di buio prima di far caso anche alla luce. Il restare in bilico, il grigio non è fatto per chi ha voglia di comprendere e di vivere e soprattutto tracciare la propria personalissima strada. Non ricalcare quella di qualcun’altro, non scopiazzarla dai discorsi sentiti in metro. La propria e basta.
E così se penso alla parola famiglia adesso associo quella cambiamenti. Quelli nelle persone. Cambierà anche la casa, la città. Si aggiungerà ancora qualcuno, si sentiranno un po’ più lontani altri. Io dovrò trovare il mio spazio vitale in tutto questo. E’ una sfida che mi guarda dritta negli occhi e il mio viso non nasconde un po’ di timore non appena distolgo lo sguardo. E’ normale forse. Sono certa almeno del fatto che per star bene con gli altri devo star bene con me stessa prima.
Riguardo l’amore mi viene in mente silenzio. Credo si sia messo buono buono in un angolo, al caldo, che sta perfino nevicando qui, che se nevica qui è davvero un fatto straordinario credetemi, ha finito le parole ed è pure abbastanza confuso. Ogni tanto abbraccia un cuscino e si perde a pensare. Vorrebbe trovare la propria briciola di mondo da cui brillare liberamente e nel frattempo si accontenta delle luci natalizie. Desidera specchiarsi di nuovo negli occhi che hanno saputo guardarlo davvero o anche soltanto farsi saggio, come piacerebbe ad Hesse.

Di liste e propositi per i nuovi anni non ne ho mai fatti. Al massimo mi dico quali sono gli obiettivi da raggiungere volta per volta. Siccome l’anno scorso è cominciato male come non mai e qualche obiettivo è rimasto in coda nonostante le buone prospettive, quest’ultimo giorno di dicembre ho deciso di cambiare strategia per il nuovo anno e rifacendomi al motto che serviva nel terzo libro di Harry Potter per svelare la Mappa del Malandrino che serviva a cavarsela in circostanze spinose,  giuro solennemente di non avere buone intenzioni.  

Ecco.

Che poi è un po’ come augurarsi di avere coraggio e spirito di intraprendenza, voglia di fare e di rischiare.

Grazie bloggers che ancora mi sopportate (si, sempre i folletti me l’hanno riferito) e auguri affinché possiate avere il coraggio che vi occorre per essere semplicemente e straordinariamente voi stessi.

Ps: numeri a parte cari folletti vorrei sapere perché in tutti i blog nevica e nel mio fanno vere e proprie bufere. Bah.

*… Wishing you …*

“Molte volte avevo fantasticato sul mio futuro, avevo sognato ruoli che mi potevano essere destinati, poeta o profeta o pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Né io ero qui per fare il poeta, per predicare o dipingere, non ero qui per questo. Tutto ciò è secondario. La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi. Uno può finire poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente. Il problema è realizzare il suo proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto fino in fondo dentro di sé.”

[Demian -Hesse]

 Mattina presto. Freddo tremendo, per quanto lo possa essere da queste parti, si intende. Guanti, cappotto e borsa. Grande abbastanza che chiunque guardandomi potrebbe pensare che stia scappando da casa, più che andare all’università. Anni che faccio lo stesso tragitto, in auto fino ad un certo punto, mezzi pubblici fino alla meta. Negli ultimi mesi, essendo un casino prendere gli autobus poco frequenti e troppo affollati, ho deciso di andare fino alla metro a piedi. Che magari il tempo che aspetterei alla fermata e quello che impiego per arrivare fin lì sarebbe pure lo stesso. Ma c’è una cosa che mi piace troppo nel fare quella strada, che non è nè bella, nè piacevole da percorrere. Ad un certo punto, si arriva ad una nota libreria. Grandissima, a due piani, con due entrate, una a livello strada, una giù alla metro. E ogni mattina passo di lì. Arrivo a testa bassa, per ripararmi dal vento o dalla pioggia ed entro. I locali sono così caldi da costringermi puntualmente a sfilare i guanti. Mi guardo intorno e ho la stessa sensazione ogni volta. E’ una specie di buongiorno sussurrato dal profumo di carta e diffuso dal calore, eccessivo forse. Tre o quattro minuti di buonumore, da lì fino a raggiungere l’altra entrata e recarmi alla metro affollata, buia. Se ho più tempo riesco perfino a far visita ad un autore che amo o un reparto preferito. Forse qualche commesso pensa pure che abbia confuso il negozio con una biblioteca. Eppure da lì è iniziata davvero la giornata, tante volte. Niente di eccezionale o interessante. Solo una strada più lunga e qualche minuto di leggerezza bonus, mio.

E’ una cosa del genere che vorrei augurarmi e augurare per questo nuovo anno. Che poi mi sta già simpatico perchè il numero è pari. A chiunque si trovi a passare di qui. Alle persone di cui, pur conoscendole da tanto, quest’anno ho scoperto un cuore davvero grande, nel momento in cui ho aperto un po’ di più il mio. A quelle che ho conosciuto qui su WordPress e non avrei mai pensato sarebbero diventate una parte di me così importante. Ciò che ho imparato e condiviso con tanti resterà indimenticabile.. Per questo grazie. Che sia davvero nostro ogni giorno, per un motivo qualsiasi, più o meno stupido non importa. Riuscire a sentire, il più spesso possibile, di essere sulla propria strada. Vivere e amare quanto ci pare.. Sbattere anche la testa contro muri più duri di lei. Cercare quei pochi minuti al giorno che bastano a trovare un sorriso o un abbraccio o un bacio… nostro.

Starfisher by pesare

 

 

*… Non Diventare Grande Mai …*

Se l’avessi vista arrivare prima mi sarei nascosta dietro il palloncino gigante di Peppa Pig. Quello che l’altro giorno fedelmente attaccato al polso di mia cugina ha rischiato di far scoppiare diversi incidenti diplomatici tra noi e i passanti.
E invece no, mi è piombata alle spalle, a tradimento. In tutto sarà stata la seconda volta che l’ho beccata dai tempi del liceo.

Ciaoooo Biancaaaaa!

Ciao! Ma da quanto tempo!

“Eeh! Tutto bene? Che stai facendo?”  ha risposto, anche se dal sorriso mi è sembrato di capire che la sua testa fosse già altrove e stava preparando la rappresaglia vera e propria.

Beh sai sono vicina alla laurea e…

Ma lo sai che ho iniziato dei nuovissimi corsi di danza e zumba proprio dove abiti tu?? Mi raccomando non puoi mancare, ci tengo, devi venire assolutamente, ovviamente per te tutto gratis, ti troverai benissimo… Ci tengo davvero, vieni a trovarmi, fatti vedere, ti aspetto!

“… la tesi sperimentale è faticosa ma è davvero un’esperienza interessante, il campo ferroviario è affascinante, è dura avere a che fare con il simulatore di traffico ferroviario che m’impalla il pc perchè è troppo vecchio, ma dovevi vedermi come sono saltata di gioia dalla sedia quando ho trovato i ritardi che inceppavano tutte le corse e i treni restavano fermi alle stazioni per minuti e minuti e… si lo so, non l’avrei mai detto neanch’io, esultare per un treno che ritarda. E poi finalmente c’è da mettere in moto la testa, cercare una soluzione ad un problema, mettersi al tavolo con i ricercatori e porre domande, proposte, obiezioni. E l’atmosfera che si prova in un ufficio vero, invece che in un’aula, è così diversa…”

Mi raccomando, ti aspetto, vieni a provare una volta, mi farebbe tanto piacere!

Ma certo, è bello che tu faccia una cosa che ti piace…

Sisisi, ci vediamo allora, ciaooo!

Ciao. Son rimasta lì impalata con Peppa che mi svolazzava affianco. Un mare di parole bloccato da qualche parte più giù della gola. Alla faccia di quel “70% ascoltare e 30% parlare” che lessi da qualche parte riguardo alla comunicazione verbale.

Che poi solo la zumba ci manca. Ci pensavo questa sera mentre tornavo a casa. Al tramonto, la stessa strada che oggi avevo già percorso alla luce dell’alba. Mi son ricordata di quando questa era la routine, di quando non ne potevo più di orari impossibili e alzatacce. Della dicitura “pendolare” sui documenti per la borsa di studio.

E pensavo che, in fondo, non mi dispiace che tutto sia ricominciato. Sotto una prospettiva diversa, però. Una prospettiva nuova. Stimolante. Con un altro tipo di forza e un’altra testa. Con qualche esperienza in più e tanto altro da progettare e scoprire. E sognare, lavorare.

Ops, e comprare una torta. Tra un “-are” e l’altro stavo per dimenticarlo.

Si dice che si chiami l’anno d’oro. Quello in cui capita che il numero degli anni compiuti e quello del giorno di nascita coincidono. Coincidenza che dovrebbe rendere l’anno particolarmente straordinario. Un concetto attaccabile su tanti di quei fronti che per me vale, diciamo, quasi quanto quella canzone “I migliori anni della nostra vita” che proprio non sopporto, per il semplice motivo che è come se affermassi a priori, predicendo il futuro, che tutti gli altri anni della mia vita (non un intervallo di tempo qualsiasi, la vita eh..) faranno schifo. La stessa cosa più o meno sarebbe quest’anno d’oro.

Io invece l’intervallo me lo riduco. Faccio di testa mia. Ci saranno giorni all’interno di mesi più gratificanti, ore più felici in un giorno e istanti in un minuto indimenticabili. Questi si. Questi valgono tantissimo. E ci saranno.

Me lo auguro… (:

E d’accordo Finardi, ma il tocco d’allegria al post mi serve ed Avril resta sempre Avril 😀

*…La Più Grande Speranza Tra Tutte…*

Al quinto anno di liceo la prof di religione ebbe la brillante idea di farci vedere il film di Mel Gibson “La passione di Cristo”. Probabilmente credeva che con un film di forte impatto come quello sarebbe riuscita a tenere buoni quei scapestrati dei miei compagni di classe e in un certo senso ci riuscì. Il risultato fu che per quelle poche ore conquistò la loro attenzione e la loro simpatia, mentre io iniziai ad odiarla sul serio. Odiavo la sua espressione di godimento di fronte alle nostre facce terrorizzate. Lei si sentiva forte  perchè a quanto pare ai film horror doveva esserci abituata, chissà, e stava decisamente spiazzando la sua piccola platea. Delle mie amiche ed io non riuscivamo a sopportare l’imposizione di dover vedere un film così violento e infatti qualcuna chiedeva di tanto in tanto di andare in bagno (che doveva trovarsi da qualche parte tra la Terra di Mezzo e L’Isola Che Non C’è, giacchè non tornavano mai). Io resistevo, perchè se c’è una cosa che odio più di un’imposizione, è il sottrarmi ad una sfida con me stessa in quanto decisi che, caspita, dovevo vederlo fino alla fine e non mostrarmi debole, anche se a qualche frustrata di troppo mi veniva per forza di guardare altrove. Capisco che bisogna conoscere le sofferenze vissute da Gesù per comprendere davvero cosa accadde, ma se il capo dei soldati ordina di infliggere 30 frustrate e tu che giri il film le mostri tutte e 30 è evidente che un certo gusto per il macabro ce l’hai e la violenza “gratuita” nei film io non riesco ad accettarla, soprattutto per una storia come questa. Vedere quelle scene quasi mi distoglieva dal reale significato della vicenda che speravo di cogliere, significato che ogni anno cerco di arricchire facendo attenzione a spunti di riflessione che prendo un po’ ovunque.

Mi faceva solo rabbia. Tanta rabbia. In aggiunta a quella che provo ripensando a come quell’uomo innocente fu trattato. Quanto sono stati malvagi e come in pochi giorni è stato commesso tutto il male che degli uomini possono a stento concepire. Gesù subì di tutto, ingiustamente, una morte orribile alla quale spesso non si pensa quando distrattamente si volge lo sguardo alla croce.
Mentre riflettevo su questa cosa, mi sono venute in mente tutte le volte in cui ho sentito dire cose tipo” Dio non esiste, Dio non è giusto, altrimenti non permetterebbe che ci sia il male nel mondo, che accadano cose terribili, guerre, malattie, ingiustizie”.  Ogni volta che sento cose del genere mi innervosisco, anche se poi non trovo mai le parole adatte per dire che non è giusto che parlino così.

E poi mi è venuta in mente una cosa. Ho ricordato ciò che i soldati romani dicevano a Gesù agonizzante, come “Sei il Figlio di Dio, perchè non ti salvi e scendi dalla croce?”. Gli atteggiamenti sono equivalenti. Il concetto è Dio è onnipotente, bene, quindi se la sbriga lui. E sarebbe facile così… Tutti i problemi risolti con uno schiocco di dita e poi potremo riscrivere i libri di geografia cambiando il nome del nostro pianeta da “Terra” a “Disneyland”. Credo proprio che prima o poi inizieremmo a chiederci cosa cavolo siamo venuti a farci e a pro di che.

Poi ho sentito il Papa alla Via Crucis dire che la croce (e quindi la sofferenza, le incomprensioni, il dolore) è la risposta che i cristiani devono dare al male del mondo. La risposta. Di fronte a alle peggior cose che possono capitare nelle nostre vite c’è da ricordarsi di quell’uomo che è morto senza nessuno sconto di pena e che poi è resuscitato dimostrando una cosa tanto semplice da dire quanto difficile da tenere sempre a mente:  il dolore e le sofferenze non sono mai fini a se stessi. Non stiamo qui a star male tanto per passare il tempo. Dopo c’è la Pasqua. La rinascita, la felicità. E’ la più grande speranza tra tutte. E’ il motivo per cui oggi festeggiamo. E’ il motivo per cui nonostante tutto c’è da stare allegri. Io non sono per niente una perfetta cristiana, non sempre mi piace tutto quello che la chiesa (e nemmeno il prete del mio paese) dice e fa, ma certe cose provo a capirle e qualche idea pian piano diventa più chiara.

Questa sera fuori al supermercato c’era un nero che spesso si mette lì a dare una mano con borse e carrelli in cambio di qualche moneta. Nemmeno ci conoscessimo da sempre ha dato gli auguri di buona Pasqua alla mia famiglia e a me con una sincerità e una semplicità che contrastavano così tanto con quelli scambiati frettolosamente con chi lì dentro ci lavora da lasciarmi spiazzata. Altro che fretta e superficialità, cavolo. Ci stiamo augurando di essere felici. Facciamolo per bene. Anche se non è il “per bene” che il mio prete predica di continuo (il confessionale mi inquieta, non so cosa farci…). Auguri a tutti, allora, di una bella, serena Pasqua.  🙂

*… Luce Doni Alle Menti, Pace Infondi Nei Cuor …*

Io credo nel Natale.

Non è una di quelle feste che vengono così tanto per fare un po’ di casino, divertirsi, spegnere candeline o sparare fuochi d’artificio. E’ una vera e propria fonte di energia. Quest’anno ne ho sentite dire di tutti i colori, del tipo “No, quest’anno non c’è lo spirito per festeggiare” oppure “Non è il caso di mettere troppi addobbi” o ancora “Quando ho scoperto che Babbo Natale non esiste, ho smesso di credere anche in Gesù” … … … … Ho visto persone mettere più ostacoli tra se stesse e il Natale di quanti ne possa immaginare. Ho rischiato persino di non averlo un Natale. La parola “ostacoli” l’ho sentita dire al prete, il 25, alla Messa. Parlava dei pastori. Quelle povere ed emarginate persone che furono i primi a correre alla mangiatoia per andare a vedere Gesù. Ha detto una cosa del tipo “Appena avuta la notizia dagli angeli, si sono recati senza indugio alla mangiatoia, di corsa, senza porre alcun tipo di ostacolo tra sè e quella nuova promessa di gioia e amore”. Non è un aspetto su cui si riflette di solito. Non hanno avuto paura. Non se ne sono fregati. Non hanno pensato -boh chissà se è vero, magari stanno solo a fregarci-. E oggi invece quella Luce che si riaccende più viva la notte di Natale, ogni anno, viene snobbata, sminuita, si prova a spegnerla, magari dicendo anche -ti riaccendo più tardi, non appena ho sbrigato queste due o tre faccende-. Si rinuncia a quella promessa di pace. (Anche se poi c’è gente che non rinuncia a farsi i regali, a titolo di che non si sa…). Si preferisce porre ostacoli tra se stessi e quella felicità, quella Luce così vicina che basterebbe solo tendere una mano per sfiorarla, restando nell’oscurità, nell’ombra, nell’infelicità… E invece del Natale bisogna approfittare. Nonostante le difficoltà, nonostante la tristezza si ha l’occasione per riflettere e per sorridere di nuovo, per rimettere nel proprio cuore un po’ di gioia, di pace… Mentre riflettevo su ciò, il coro iniziò ad intonare Bianco Natale…

“Luce doni alle menti, Pace infondi nei cuor…”

Luce alle menti. Cosa significa illuminare una mente? Chiunque si trovi qui per un caso qualsiasi a leggere questo post, mi piacerebbe si soffermasse a pensarci su, come ho fatto io. E mi piacerebbe sapere se mai è capitato già di soffermarsi su queste parole… Sinceramente io mai, ma è solo quando ne hai bisogno di certe cose che riesci a trovartici davanti. Accendi una luce. Cosa accade? Che l’oscurità scompare, ovviamente. Però nelle nostre teste il passaggio non è così immediato. Accendere una luce significa accogliere un pensiero positivo, allontanare una suggestione negativa. Significa scegliere la felicità. Significa sentirla dentro, nel cuore. Significa spazzar via qualunque ostacolo, e credere, semplicemente. E invece in molti pensano che il Natale quando non sei più un bambino non vale la pena di festeggiarlo. Altra idiozia cosmica. Certo, crescendo magari con la propria testa si può anche decidere di non credere più, ma è una scelta difficile e che ne comporta tante altre e soprattutto non è la risposta a tutte le domande a cui non si sa rispondere o a cui non si ha voglia di cercare delle risposte e bisogna anche stare molto attenti facendo i conti con la propria coerenza.

Lo stesso giorno poi ho visto una bambina e i suoi occhi illuminarsi ammirando un albero di Natale. Ho visto la magia ripetersi di nuovo. E tutte le chiacchiere inutili sono volate via.

E sul tuo biglietto, risalendo sul Polar Express, cosa scriverebbe il bigliettaio …. ?