Dall’altro lato

Il mio pop-it

Poggio sulla cassa del negozio cinese i miei acquisti e sul plexiglass al centro tra me e la cassiera noto un foglio, c’è scritto che con qualsiasi acquisto, aggiungendo un euro, è possibile comprare un pop-it.
Penso e ripenso, pop-it. Non mi dice nulla.
Chiedo. La cassiera mi dice che sono quei cosi che vanno tanto di moda tra i bambini, che si schiacciano con le dita, sono antistress. Mi mostra lo scaffale dove sono esposti. Hanno varie forme e l’interno della sagoma è fatto di semi-sfere morbide che si possono premere in modo che si rivoltino dall’altro lato. Una volta premute tutte si ricomincia girando la sagoma. Ne scelgo uno con delle orecchie, non ho capito se è un gatto o un unicorno. Lo aggiungo al conto e lo porto a casa. Mi siedo sul divano e lo esamino. La mia gattina annusa, decide che non le piace e se ne va. Mi accorgo che effettivamente le sfere fanno pop quando le premo. Le schiaccio tutte velocemente. Poi lentamente. Le premo in ordine, a caso, per colore. Ammetto che fanno smettere di pensare, ma la soddisfazione, oltre al suono che attrae le orecchie, è poter ricominciare a schiacciarle tutte daccapo in fretta. Cerco su Google qualche notizia in merito. Sembra siano stati inventati per migliorare la psicomotricità nei bambini, aiutare nei deficit di attenzione e poi sono diventati un giochino antistress.

Un pop alla volta resta alla vista il paesaggio desolato del lato concavo delle semisfere. Per qualche istante mi perdo ad immaginare che ognuna di esse sia qualcuno che non è più dal mio lato. Pop. Pop. Andato, lui. Lei. Andati, loro. Avevo letto una cosa interessante che riguardava la famosa domanda che in genere ci si fa, perché tutti se ne vanno? Ecco. Sembra che il punto non sia questo, non sia il perché le persone decidano o finiscano inesorabilmente fuori dalle nostre vite, quanto il fatto che in qualche modo, inconsciamente, dietro quella domanda, si nasconde il pensiero che lì dove vanno, lontano da noi, sia tutto fantastico. La loro vita ci appare perfetta, mentre la nostra privata ancora una volta di qualcuno che ci faceva stare bene. La nostra realtà finisce per somigliare ad un campo di terra dalla quale sembra siano stati estirpati alberi e arbusti lasciando buche qua e là. La realtà degli altri ci appare invece come un giardino bellissimo pieno di specie di piante rare. Insomma, immaginiamo che l’altro lato sia molto migliore del nostro, con tanto di giustificazioni plausibili che nella nostra testa hanno messo radici da secoli, da quando qualcuno pensando di far bene ci ha insegnato che se fossimo stati abbastanza bravi allora avremo ricevuto amore, affetto e attenzioni.

Perciò quell’allontanamento sarebbe colpa nostra. Mi accorgo che mi sto accanendo sulle semisfere di silicone colorate. Le premo a due, tre alla volta, a due mani, rivolto la sagoma, ricomincio. Giro di fretta dall’altro lato quasi a voler sorprenderlo mentre lì accade qualcosa di bellissimo e invece l’altro lato non è mai quello che penso. Non è la vita stupenda di qualcun altro. E’ mio. Un altro lato mio, di nuovo pieno, da usare, toccare, vivere. Quel che è andato via è il suono, disperso nell’aria, durato frammenti di secondi, il pop.

#21: Storie di alberi

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Nina si aggira frenetica per casa. Non deve dimenticare nulla. Il caffé l’hanno preso tutti, qualcuno si è già avviato. I fiori finti sono sul tavolo. Le manca di infilare il nastrino intorno al piccolo albero della vita che vorrebbe appenderci vicino, qualcuno le ha mormorato che forse non glielo faranno tenere ma a lei non importa. E’ già tutto così ingiusto cazzo, almeno avrà diritto di mettere dove diavolo le pare quei due centimetri quadrati di legno bianco. Nina cerca le forbici mentre un rumore fastidioso di motore viene da fuori. Chissà cos’è, avranno deciso di tagliare l’erba pensa. Pochi minuti dopo sente un tonfo forte. Corre al balcone e il cuore le va in pezzi. Inizia a balbettare e tremare, a urlare dei no, dei non è possibile. Arriva sua zia che la prende per le spalle e la tiene costringendola a calmarsi, Nina si dimena disperata. Alla fine scoppia in lacrime. Il pino secolare che fino a due minuti prima arrivava con i rami al suo quarto piano giaceva a terra in un modo innaturale. “Era malato Nina, dicono che era malato. Era pieno di parassiti che avrebbero fatto male a tutti” le ripeteva sua zia. Nina si calma anche se la spiegazione le sembra povera e cerca di affacciarsi ma le vengono le vertigini. L’albero copriva il suo balcone alla strada principale e ora si sente all’improvviso completamente nuda. Quei rami le avevano fatto compagnia tante volte, il profumo di pino le arrivava al naso nei giorni di vento, si era distesa a riposare complice di quella chioma e si era divertita a vedere uccellini vari andare e venire da quel folto fogliame ad aghi. Nina pensava che la compagnia di quell’albero fosse una delle cose più belle della casa. Il suo cervello va in loop, non riesce a smettere di ripetersi se ne è andato anche lui e il pensiero a tratti sostituisce, a tratti rafforza quelli che già la affollano riguardo sua madre. Se ne erano andati quasi insieme.
A Nina viene in mente la magnolia nel cortile della vecchia casa. Quando lei era piccola regnava maestosa davanti al balcone della cucina con quei fiori bianchi che sembravano piccole corone preziose. Un giorno tornò da scuola e non c’era più. Il padrone di casa disse che stava rovinando le fondamenta e lei nemmeno ci riusciva ad immaginare come una cosa invisibile come delle radici sottoterra potevano crescere e distruggere la piccola palazzina.
La quercia nel campo di noccioli invece l’aveva buttata giù un fulmine, almeno. Nina ricorda ancora quella tempesta. Era rimasta incollata con il naso al vetro del balcone. La quercia si distingueva bene nel buio e nelle raffiche di vento e di pioggia. Aveva combattuto bene eppure un pezzo di cuore se ne era andato anche quella notte.
Qualche giorno dopo Nina rovistando tra le cose in disordine in camera sua trova una pigna. Sorride e la stringe come se fosse la cosa più preziosa che ha. Era sua, di quel pino, l’aveva raccolta lo scorso periodo di Natale. Prova una piccola soddisfazione nell’aver sottratto alla furia degli operatori comunali almeno quella. La osserva a lungo e le si accendono gli occhi nel sapere e nel promettere a se stessa che un’immagine, un ricordo, una fantasia sempre potrà sottrarre lei dalla furia di qualsiasi tempesta.

ComeDiari #20: Resistenza

Nina tiene la testa sulle mani, le braccia poggiate sul banchetto. Gli occhi spalancati nel buio come quelli di un gatto in allerta. Non deve farsi scoprire. Gli altri bambini sono cascati come pere cotte. Le maestre si muovono silenziose ma solerti da un banchetto all’altro a zittire e controllare. Poco fa hanno abbassato le persiane dell’aula, momento che sancisce l’inizio dell’ora di riposo. Tre o quattro bimbi si ribellano platealmente, piangono e fanno i capricci. Le maestre a loro danno le brandine. Questa cosa Nina non la capisce, fanno i cattivi e però stanno più comodi. Quattrocentoventidue, quattrocentoventitre, quattrocentoventiquattro… Nina li osserva di traverso. Neanche a lei va di dormire a comando, ma non fa tutte queste storie. I capricci sono cose da bambini. Poi vuoi mettere il disonore di essere ripresa dalle maestre. Un paio di assegnati alle brandine sembrano addormentati. Quattrocentocinquantasette, quattrocentocinquantotto… Nina è ancora sveglia e sottilmente soddisfatta, nessuno se ne è accorto. L’unico problema è che si annoia da morire, allora conta nella testa, ecco una buona occupazione: trovare il numero più grande di tutti, quello a cui non è mai ancora riuscita a pensare.

Nina si aggrappa alla ringhiera del balcone e fissa lo spicchio di Luna crescente nel cielo. Sente il naso che freme, gli occhi che si gonfiano. Un pensiero la trafigge irrazionale e crudo, chissà se c’è qualcosa dentro di lei che somigli a quella luce a forma di sorriso, che sappia elevarsi, ingrandirsi, crescere e splendere. Cambia posizione poggiando solo i gomiti sul ferro e tenendo le mani come ad abbracciarsi. Ha paura di essere diventata arida, fredda, calcolatrice, una brutta persona. Di aver resistito in silenzio per troppo tempo, di aver sviluppato sensi paralleli che le consentono di saltare da una difficoltà all’altra, riuscire a soddisfare i suoi bisogni ma tenendosi sempre ben nascosta dietro la sua gigantografia che sorride a tutti. Teme di aver costruito la sua vita tutta in cunicoli e stanze segrete al riparo dagli occhi degli altri, per esprimere la sua libertà dove nessuno può giudicarla. Le lacrime le fanno sembrare quella luce ancora più nitida e luminosa, che la tristezza è necessaria tanto quanto la gioia. Avrebbe dovuto urlare, ribellarsi e non cercare di far felice nessuno. Doveva diventare capace di tirarsi addosso facce deluse invece dei sorrisi che ogni volta la costringevano a impacchettare altro da portare nel suo mondo segreto. Nina ricorda la sua vita come un’avventura fantastica che si è svolta dietro una televisione spenta, gli unici spettatori sono quelli che erano lì dietro con lei e si contano sulle dita di una mano.
Non appartengo a nessuno e a nessun posto, si ripete, quel pensiero la inorgoglisce di solito, ma questa sera la frantuma in mille pezzi perché sente forte che nessuno la conosce davvero. Un vento passa ad asciugarle il viso. Nina si accuccia con la testa in quell’abbraccio, inizia a calmarsi e a respirare. Forse può ancora salvarsi e fermare quel buio che sente la sta ingoiando, smettere di resistere, di nascondersi, smettere di cercare il numero più grande che esiste in silenzio.

La seconda volta siamo ovunque.

Ogni tanto mi avvicino al balcone, scosto la tenda e butto un occhio al mondo per vedere che fa.
Insomma, ci risiamo. Quando chiudono gli alimentari e la farmacia quel po’ di movimento finisce del tutto. Passa solo qualche auto, ma adesso sono le nove e mezza di sera e le strade sono deserte.
Quasi avevo dimenticato le difficoltà di Marzo e Aprile. Pur confinata in scelte poco azzardate, l’estate aveva agito come una camomilla sulla mente. Quando si è ripresentata l’ipotesi del lockdown, perfino io che in fondo avevo accolto bene la prima volta lo stare in casa, il non uscire, non vedere nessuno, ho percepito che adesso sarebbe stato diverso. Perché il contagio è più diffuso e perché la gente su Facebook cerca bombole di ossigeno invece che arcobaleni. Perché in primavera in fondo è stato un po’ come quando da bambini si giocava al campeggio con le coperte sul pavimento di casa, facendosi bastare la propria stanza come mondo e vedendo cose incredibili negli oggetti più banali. Io forse non ho mai smesso di farlo e perciò sono stata bene. Ho recuperato un po’ di gap che avevo accumulato con quel tempo che ha preso l’abitudine a muoversi come il nastro trasportatore della cassa del supermercato, fregandosene della tua capacità di mettere la spesa nelle buste al ritmo giusto.
Diciamo che ci si può risolvere da soli fino ad un certo punto però.
Perché poi delle coperte impari a conoscere ogni centimetro quadrato e i demoni li rimetti a posto con una pacca sulle spalle, ma certe cose di te stessa non le conoscerai mai se non ti capita, una sera, una tempesta di lacrime e una pioggia di frasi sconnesse che ti bagna le orecchie e se qualcuno, pure a suo discapito, non ti dice che va bene se esageri, va bene se deludi, va bene se non sei perfetta e se rischi di non piacere e ti restituisce qualcosa che a quanto pare l’Universo aveva dato a lui invece che a te direttamente, te lo metti nel cuore e non importa più dove sei, a casa, fuori, ovunque, sei tu. E sei felice.

Appunti di quarantena

Sono in fila per entrare al supermercato, intorno a me le persone indossano mascherine di vari tipi e chi non ce l’ha avvolge naso e bocca in una sciarpa di lana sotto i quasi venti gradi di un Marzo che cerca di fare il suo dovere nonostante tutto.
Esce una coppia di anziani, lui zoppica un po’, lei sembra affaticata, portano un paio di buste che sembrano poco pesanti. Una signora chiede ma come, voi uscite di casa, lei risponde che tanto in quarantena ci stanno sempre e la zittisce in fretta. Io che so cosa significa per qualcuno non poter uscire liberamente di casa annuisco tra me e me, mentre sento un paio di sensazioni perdere la strada e fare un pericoloso slalom per non scontrarsi.

La prima considerazione che ho appuntato mentalmente all’inizio di questa settimana è che all’italiano medio è stato chiesto praticamente di condurre per quindici giorni la vita di una persona anziana o disabile, ma anche di uno studente universitario sotto esame e ha quasi dato di matto, tra fughe, paranoie, crisi ed escamotage vari per riuscire lo stesso a mettere un piede fuori casa. Per non parlare del fatto che ci ha messo un po’ a capire che la quarantena andava fatta per proteggere se stesso.

Perfino la TV ha cambiato i palinsesti per poter intrattenere i bambini a casa da giorni, come se fossero delle bombe a mano con la sicura tolta, pronti ad esplodere al primo accenno di noia. Al quinto giorno di clausura sono iniziati i flash-mob per sentirci più vicini a gente di cui nemmeno sapevamo l’esistenza. La sensazione sui social era parliamo per due tre giorni di questa cosa poi la dimentichiamo e passiamo alla prossima come accade sempre e ho assistito pian piano alla conversione di tutti al solo e unico tema Coronavirus.

La prima volta che però ho sentito che davvero si tratta di un momento storico è stato sabato sera, quando mi sono affacciata al balcone e non c’era nessuno. Nessuno, né a piedi, né in auto. Il silenzio mi è piaciuto ma poi dopo pochi secondi ha iniziato ad inquietarmi. Mi sono ricordata di quando da piccola nei miei voli pindarici mentali mi chiedevo come sarebbe stato il mondo senza persone, come le strade sarebbero apparse più larghe e di lunghezza infinita, ma soprattutto mi chiedevo quanto potesse essere divertente andare in autostrada con la bicicletta. Per un istante è sembrato davvero che il mondo si fosse svuotato.

Con il passare dei giorni mi abituo a queste sensazioni, ma soprattutto inizia a piacermi l’estrema calma in fila dal fruttivendolo, i posso entrare, grazie, mi scusi nei piccoli negozi di alimentari, perché sto cercando di uscire a piedi e usufruire delle attività dei piccoli commercianti invece di recarmi nei grandi supermercati, con più gente e più rischio, almeno secondo me. Mi piace vedere le Istituzioni che lavorano sodo, i politici che non litigano. Mi piace l’idea che lo smart working oltre che ad evitare possibili contagi stia anche diminuendo traffico e inquinamento. Mi piace che la TV sia diventata di nuovo davvero servizio pubblico, che non inventa più frivolezze per intrattenere la gente, ma solo aiuta a capire, imparare, a fare da ponte con le Istituzioni di cui spero si possa tornare ad aver fiducia. Mi piacciono i Sindaci che si chiudono negli uffici, anche da soli, a lavorare, lavorare tanto. Mi piace che si sia placata l’ansia di andare, vedere, correre ovunque e mi piace l’idea che in qualche modo ho come del tempo regalato per me stessa, per rimettermi in piedi.

E se è vero che ogni malattia nasce da uno squilibrio degli individui con la realtà che li circonda come la medicina orientale ci insegna, allora tutto ciò significa che qualcosa deve cambiare necessariamente o forse, che questo momento storico ci cambierà, anche duramente e non accetterà se o ma o scuse per uscire lo stesso di casa o per non entrare e guardare dentro di sé.

Come si affronta il drago

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Giro la testa ovunque intorno a me. I miei occhi cercano una fonte qualsiasi di distrazione a cui aggrapparsi per non cedere. Non ora, mi dico. Non posso. C’è lei.

La mia ricerca si arresta con lo sguardo sulla statua di San Giorgio in alto alla mia destra. Insomma, ho sempre saputo fosse lì, la statua, non mi aspettavo piuttosto che stesse lì anche la soluzione al mio problema. Almeno in quel momento. Mentre il prete parla di non ricordo cosa avesse a che fare con esistenza e amore, le sue parole si stavano avventurando pericolosamente verso dei tasti dolenti dentro me. Un attimo ancora e con ingenuo savoir faire li avrebbero pure pestati.

Forse è perché alla presenza di un piccolo essere umano ci si sente in dovere di proteggerlo, anche da se stessi, e quindi ho cercato istintivamente qualcosa che fosse un’arma.

E per fortuna lì vicino ce ne era una tra le mani di San Giorgio.

La scena è balenata nella mia mente in pochi secondi. Ho immaginato di prendere la lancia chiusa nella teca con il suo proprietario e di scagliarla contro il dolore che stava per esplodermi dentro.

In genere si dice basta un po’ di autocontrollo e di solito funziona. Che succede però se un giorno ci si chiede se c’è qualcosa di più oltre a quello, un potere più grande, un’altra possibilità, un’opportunità diversa di affrontare tutto e in particolare loro?

Loro, i nostri draghi.

Se l’opportunità fosse scegliere?

Scegliere di non sentire dolore, scegliere di accenderci la luce dentro, scegliere di alzarci più presto o più tardi, scegliere di sorridere, scegliere di non prendercela troppo, scegliere di riprovare e di non dar peso ad un fallimento. Scegliere di essere più leggera. Scegliere di infrangere una regola, scegliere di non andare a guardare tra i brutti ricordi, scegliere di essere libera dal passato e di non ragionare per conseguenze, scegliere di essere allegra e scegliere di essere triste senza sentirmi in colpa.

Scegliere di liberare la testa e iniziare a leggere un libro, scegliere di liberare il cuore e amare me stessa.

Il piccolo essere umano si gira verso di me, sapevo che a quel punto l’avrebbe fatto, gli rispondo con un sorriso sicuro, va tutto bene.
Il drago annuisce, dice che va a farsi un giro e di fargli uno squillo se serve. In fondo i tempi sono cambiati, nulla togliere a San Giorgio, ma qui tra poco non ci saranno nemmeno più gli animali nei circhi, figuriamoci i draghi morti negli articoli dei blog.

Il gioco di Cristina

Cristina prende dalla borsa della mamma un cagnolino di peluche e una pallina di gomma trasparente, puntinata solo di brillantini colorati che riflettono in modo diverso la luce facendole assumere ogni istante sfumature diverse. Dalla pallina parte un filo che Cristina lega ad una delle zampine del peluche. Con una mano prende cane, con l’altra tiene il filo della pallina, perché ad una prima verifica non sembra poi attaccato così bene. Cane si sposta volando, portando con sè la pallina tra il divanetto del salone del parrucchiere e la sedia vuota davanti al primo specchio sulla sinistra. È elegante e sembra non accusare il peso della zavorra che si porta dietro. Sarà grazie ai movimenti graziosi di Cristina, penso. 
Ha gli occhi all’ingiù e timidi simili ai miei, ma sono marroni. I suoi capelli sono raccolti in una coda, come i miei, ma i suoi sono dorati e ricci. Lancia uno sguardo a sua mamma: sembra che ne avrà ancora per un po’. Si stropiccia gli occhi. Prende cane e pallina e torna con loro a poggiarsi sul divanetto di fianco a me che aspetto il mio turno seduta. Mi elegge a spettatrice delle sue piccole avventure guardando le mie reazioni. La sua leggerezza mi contagia e le sorrido. Cerco l’espressione del viso più appropiata alle diverse fasi della storia che inventa a braccio. Cristina diventa pian piano padrona del piccolo mondo fantastico che va dal divanetto alla sedia vuota e in pochi minuti ne sono già fuori. Ridacchia da sola ai risvolti buffi delle vicende che lei stessa sta inventando.

Ne resto ammirata. Un tempo sentivo una sicurezza simile alla sua, ma la mia forse era un po’ meno elegante. Concedevo pochi baci e pochi sorrisi. Il mio mondo fantastico si adattava a tutti gli ambienti e poco se ne faceva della quantità e della qualità del pubblico presente. Anzi. 

Il buio è subdolo. Insomma, dipende dall’interpretazione che ne fai. Se lo prendi così com’è allora inizi a credere di dover imparare in qualche modo a volare, con una zavorra attaccata ad una caviglia in un posto che non ha né cielo né terra ma solo vuoti così incolmabili che rischi di implodere in te stessa e speri che avvenga pure in fretta prima che qualcuno ti sorprenda a piangere durante l’orario di lavoro. 

Se disegni una linea, una soltanto, e ne fai il confine tra ciò che esiste e ciò che no, allora ti ci metti su e speri che qualcuno ti sorrida un po’ e che continui a guardarti e ad ascoltarti mentre progetti, disegni, cancelli e riscrivi pezzi di te e della tua realtà ovviamente dal lato giusto di quella linea. Pallina è caduta giù dal divanetto e cane sta cercando di tirarla su con la corda. Sembra un momento difficile.

A volte si pensa erroneamente che nel momento in cui si avrà qualcuno al proprio fianco allora tutto sarà più facile. Le relazioni però non sono idee pure e perfette. Impossibile trovare qualcuno che non ti faccia sentire sola almeno una volta, anche se accade per sbaglio e non si può passare la vita a condannare, distruggere e ricostruire legami e fiducie nel genere umano. Una relazione non è un’assicurazione a vita sul bisogno d’affetto.  

Tuttavia non credo si possa vivere in qualche modo prescindendo da ogni idea di perfezione, come può esserlo l’amore, l’armonia e anche il buio stesso, pur facendo il nostro gioco, da soli, sia che qualcuno ci guardi e ci apprezzi, sia che scelga di restare a giocare per poco o molto tempo con i suoi giochi nel nostro spazio, sia che alzando lo sguardo ci accorgiamo che no, ormai non è rimasto più nessuno a guardare.

Gli effetti collaterali della libertà

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Disarm – Pawel Kuczynski

Ieri sera sul tardi girando tra i canali della tv mi sono fermata ad ascoltare un frammento di intervista a degli esperti di cose varie nel quale si parlava dei genitori che sempre più spesso attaccano gli insegnanti dei propri figli ogni qualvolta questi ultimi tornano a casa lamentandosi di un brutto voto o di un rimprovero ricevuto a scuola.

Uno di questi esperti ad un certo punto ha detto:

“E’ una sfiducia tra adulti.”

Una frase buttata lì, in mezzo a tutte le altre. Un pezzo di discorso. Eppure nella monotonia delle voci che stavano facendo da sottofondo ai miei pensieri che iniziavano ad assumere pian piano la forma di un cuscino sul quale abbandonare la mente nonostante la sede -il divano- non fosse la più adeguata, quella frase è suonata in modo diverso. Mi ha colpita. L’ho ripetuta nella mia testa.

Sfiducia.

Adulti.

Sfiducia. Tra adulti.

Ho preso il cellulare e ho aperto l’app che uso per annotare le cose quando non ho a disposizione carta e penna. Un’insalata di post-it virtuali su cui ci sono segnati nomi, link di ricette abbandonati, idee, ricerche da fare, ispirazioni andate a male per esser state lasciate lì a prender aria per troppo tempo.

Scrivi nota. 

Dunque. Un titolo? No. Una breve introduzione? No, era troppo tardi per pensarci su. Alla fine l’ho segnata così. E’ una sfiducia tra adulti. Ho premuto due volte il tasto per tornare alla home, mi sono sforzata di tenere gli occhi aperti il tempo di raccogliere le energie e farmene una ragione del fatto che dal divano sarei dovuta arrivare al mio letto, in qualche modo.

Sapete, uno a volte pensa che il mondo va a rotoli semplicemente perché oggi ci sono molti meno tabù e meno regole ferree da rispettare. Un tempo perfino un’autista di autobus come mio nonno era rispettato come un pubblico ufficiale alle poste o dal salumiere. Gli autisti di oggi nemmeno portano più la divisa. I bambini e i ragazzini sono figli dei social network affidati a genitori che biologicamente li hanno generati, sì, ma non hanno altro compito che nutrirli e comprare loro il necessario per sopravvivere nel mondo insieme ai loro fratelli nativi digitali. Nessun insegnante è più utile di Wikipedia, a meno che non sia in grado di inventare ogni giorno qualche nuovo numero per attrarre la propria platea.

Poi ho sentito quella frase ed è stato come dare una terza dimensione a qualcosa che finora ne aveva solo due. Una sorta di profondità.

Allora li ho visti. Gli autisti di oggi, i genitori, l’insegnante giocoliere. L’ho sentita. La sfiducia. Non una qualunque. Una specifica. Quella nel prossimo.

Ecco tutto. Forse i tabù di un tempo definivano dei ruoli e questo creava fiducia tra le persone. Poi tutto è cambiato. Oggi ci ripariamo dietro gli smartphone per evitare di incrociare gli sguardi degli altri. Siamo convinti di essere autosufficienti finché non ci confrontiamo con il male fisico e sentiamo come una sconfitta l’aver bisogno di qualcuno che possa aiutarci. Siamo terroristi da tastiera ogni volta che in realtà potremmo semplicemente esprimere un tacito dissenso e c’è la violenza dei ragazzini che hanno le teste bacate dalle serie tv nelle quali le persone muoiono per finta, ma in hd.

E cavolo è davvero assurdo che di tutta questa libertà siamo in grado di viverne quasi più gli effetti collaterali che le conquiste per cui tanti prima di noi hanno lottato.

Cupa Melodia

Una bella differenza tra paese e città la si nota al supermercato.

Prima, quando ero in paese e mi trovavo a far la spesa di mattina, al supermercato non trovavo che donne. Mogli, madri che indossavano vestiti a caso perché avevano appena accompagnato i figli a scuola e sarebbero rientrate presto a casa per occuparsi delle pulizie domestiche e qualche insegnante che approfittava delle ore libere per anticiparsi con le cose da acquistare per la cena. Adesso invece trovo anche diversi uomini. Da soli o in compagnia delle loro consorti.

Forse questa cosa c’entra poco con la presenza o meno di uomini o forse è decisiva, fatto sta che ero una ragazzina e ricordo i discorsi che quelle donne facevano davanti al banco della macelleria.

Molto spesso facevano preparare al macellaio una bistecca doppia e della carne migliore. Una. Una sola. E aggiungevano -Sapete è per mio marito, quando torna stasera- guardandosi intorno alla ricerca di un interlocutrice che annuisse. Al che capitava che una di loro non solo annuisse ma addirittura rispondesse –Scusate e voi? Che vi mangiate stasera?- e l’altra rispondeva -Io? No, ma io mo mi prendo il petto di pollo nel banco. Quello lui lavora e quando torna mica gli posso dare il petto di pollo. Se non è bistecca rossa e chi lo sente.

Se non era alla macelleria, capitava al banco salumeria. Mortadella per sé, prosciutto crudo di Parma per i consorti. E amen.

Io ci trovavo qualcosa di profondamente e tremendamente stonato e nella mia testa giuravo che mai e poi mai avrei fatto lo stesso, quando sarei stata grande e avrei fatto la spesa per me e chi sarebbe stato al mio fianco. Bistecca? Sì, ma per tutti. Poi domani si risparmia e si compra il pollo. Per tutti. Se a lui non fosse piaciuto così, tanti saluti.

Questo è solo un esempio. Negli anni di situazioni in cui una ragazzina vede per la prima volta in quali disparità enormi sono andate ad incastrarsi le idee di essere un uomo e quelle di essere una donna ne capitano tante. In modi più o meno vicini e con conseguenze che la toccano da poco o niente a moltissimo. Il minimo che può succedere è collezionare una serie di sensazioni stonate che con il passare del tempo si sommano fino a creare una melodia cupa che attraversa l’anima quando, ancora una volta, si sente o si vive qualcosa del genere.

Qualche giorno fa infatti mi è capitato di sentire quella melodia, che è finita poi per allungarsi almeno di un paio di pentagrammi.

Mi raccontavano di una giovane donna della mia età.

Il suo compagno ha deciso che lei non deve lavorare perché secondo lui è meglio che stia a casa a crescere i suoi figli.

Una volta le ha detto che un giorno, se pure dovessero lasciarsi, lui troverà un’altra donna, ma non permetterà che lei trovi un altro uomo.

Anche se non staranno insieme, infatti, lei non dovrà essere mai di nessun altro.

Lei, beh, forse lei pensa che in fondo è normale che sia così. Insomma, che gli uomini sono uomini e anche se non sanno fare tante cose contemporaneamente hanno il diritto di decidere della vita delle loro donne. Loro sicuramente sanno cosa è meglio. Così ti fanno sentire al sicuro, anche se a volte capita che la situazione sfugga loro di mano, ma di solito in quel momento non decidono lucidamente. Gli prende un raptus. Uno come fa a prevederlo? Una spera semplicemente che non le capiti.

Mica è detto che il suo compagno sia come l’ex di quella tipa con cui lavorava prima. Spesso mangiavano insieme in pausa pranzo. Si era sposata, ma poi il matrimonio non stava andando troppo bene. Non si era capito chi aveva tradito chi per primo. Comunque, si stavano separando. Il suo ex aveva ormai un’altra relazione. Lei avrebbe avuto l’affidamento del bambino.

Poi mi hanno raccontato che alla fine forse il bambino sarebbe andato a vivere con i nonni e che per fortuna era a scuola quando i carabinieri avevano trovato lui in camera da letto con ancora in mano il telefono con cui li aveva chiamati.

musica triste

Guestpost di Marzo per Principesse Colorate

Qua non ci si ferma un attimo e…

Breve post per dire che è online il mio guestpost di Marzo per Principesse Colorate, in cui parlo di una cosa che per la me ‘bambina’ era letteralmente magica: disegnare. Da grande ho dedicato poi più tempo alla grafica che al disegno, ma il fascino che ha un foglio bianco, che sia virtuale o no, è sempre lo stesso.

I grandi, poi, spesso non si fanno gli affari loro. Qualcuno ti dice che bisogna colorare nei bordi, un altro che il disegno è bello ma se lo rifai è pure meglio. E allora? Il momento del disegno è quello in cui un bambino può dare libero sfogo alla fantasia o no?

Mi sono chiesta questa cosa. Se vi va di dare un’occhiata, l’articolo è: Fogli bianchi e colori. Tutta la creatività dei bambini non deve avere regole