Il silenzio e il foglio bianco

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Un foglio bianco a me, un foglio bianco a lei. Una matita ciascuna.

Dai fai un disegno. Ne faccio uno anch’io e poi decidiamo qual è il più bello.

Panico.

Ero davanti ad un foglio bianco e mi è presa l’ansia.

Volevo spiegarle che il foglio mi sembrava perfetto così, bianco, e che non c’era nessun bisogno di sporcarlo. Ho sbirciato sul suo foglio. Aveva iniziato con un sole dai raggi ondulati e con il cielo. Era già al prato verde.

Non hai disegnato ancora niente? Guarda che io sono già avanti.

Guardavo la matita e il foglio. Una farfalla? No, banale. Fiori? Ancora peggio. Aiuto! Fantasia, dove diavolo ti sei cacciata? Ti sembra il momento di fare l’esistenzialista? Serve un disegno e serve adesso. Diamoci una mossa. Un disegno. E allora. Su. 

Guarda che poi devi anche colorarlo.

Al centro del suo foglio era apparsa una specie di caverna. Ah no. Uno, due, tre… Ah no, ecco, ha troppi strati. Un arcobaleno. Porca miseria. Ero rimasta indietro. Mi sentivo pessima. Eppure è come tutte le volte che non riesco ad interrompere il silenzio o come quando mi piace ascoltare solo i rumori che vengono dalla strada. Le voci, i clacson. Il mio preferito però resta sempre quello della pioggia. Meglio ancora se è un temporale. Mi fa stare bene. Nessuna melodia o canzone vale la pena di interrompere quel suono cadenzato e imperfetto che nessuno ha scritto e nessuno sa come finisce e nessuno mai potrà ripetere uguale. Perché dipende dall’intensità della pioggia, dalla grandezza delle gocce d’acqua, dagli ostacoli che incontrano cadendo e dall’inclinazione con cui li colpiscono. In mancanza di pioggia c’è sempre il silenzio che racchiude tutte le melodie, come la luce bianca che è composta da tutti i colori dell’arcobaleno. E cavolo la musica alle volte è così tremendamente banale. Sai già come inizia, sai già come finisce.

E vorrei spiegarle che è solo da poco che ci ho fatto pace e poi sarà la volta dei fogli bianchi. Una cosa alla volta.

La musica mi ha spiegato che se interrompo il silenzio non è vero che poi succede qualcosa di brutto. E tu, foglio bianco, sai cosa vorrei che mi dicessi? Che i miei sogni non si frantumano se non penso solo e soltanto a come realizzarli.   

All’arcobaleno mancavano giusto un paio di colori e poi sarebbe stato completo. Ho sorriso. Mentre ero lì a pensare è apparsa sul mio foglio una ragazza dai capelli foltissimi seduta a gambe incrociate sul suo divano e con una tazza fumante in mano. Un gatto dormiva beato sul tappeto davanti ai suoi piedi.

Alla fine ho disegnato il silenzio, su un foglio bianco.

 

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La fata che intervistò l’unicorno: l’Intervista, parte 2

[continua da La fata che intervistò l’unicorno  ,  L’Incontro e L’intervista-parte 1]

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-Beh adesso allora capisco che tipo di spasimanti hai! Senti un po’… Tu sei un unicorno social. In particolare utilizzi Instagram. Perché? Insomma, perché la gente dovrebbe seguire un unicorno?

-Non ti passi neanche un secondo per la testa, mia dolce bipede, che possa fare la fine di quegli stramaledetti fenicotteri rosa di questa estate. Io non sono una moda!
Sono social solo perché i tempi lo richiedono. Non dimentichiamoci che sono portatore di verità e non conta il mezzo quanto il messaggio. Ma quanti riescono ad accedere a quest’ultimo? Potrei sembrare schivo , saccente, permaloso, superbo, presuntuoso…
Ma così disse anche la volpe che non era riuscita a raggiungere l’uva.

Gaetano accavalla –si può dire, sì? Anche se è un unicorno?– le gambe e posa il suo bicchiere vuoto sul tavolino. Io mi alzo e a grandi passi giro per il grande salone poco ammobiliato guardandomi intorno.

-Senti Gaetano, secondo me qualcuno lì fuori scuote ancora la testa. Facciamo così. Io di solito quando devo convincere qualcuno che credo davvero in una cosa, ne parlo male. Eh si. Parlo dei suoi difetti. Niente di più reale. Chi ti vende la perfezione di solito vuole imbrogliarti. Dicci il tuo difetto più grande e un motivo per cui le persone non dovrebbero seguirti affatto. 

-Non dovrebbero seguirmi e non lo fanno perché hanno paura di guardarsi dentro. Di abbandonare la grotta delle loro illusioni… Difetti? Che significa?

-Giustamente. Dai, proponimi un viaggio. Qui su due piedi, adesso.

-Penso lei non sappia volare signorina… Oppure si? Perché in tal caso le proporrei un viaggio sul lato oscuro della Luna…

-Mmh ho capito che ti piacciono le citazioni. Vin Diesel in The Fast and the Furious dice che vive la sua vita un quarto di miglia alla volta. E tu? Quanto vai veloce?

-Spazio e tempo sono assiomi creati dall’uomo. Io non ho vincoli. Non dico di essere immortale, non fraintenda… Semplicemente non sento scorrere su di me il tempo…saprebbe dirmi quanti anni ho?

-A occhio e croce diciamo…  Beh, no. No. Effettivamente non saprei.

La smetto di gironzolare e mi siedo di nuovo sul pouf. Con la coda dell’occhio vedo che il bicchiere di Gaetano è di nuovo pieno. M.. Ma come ha fatto? Se io sono sempre stata qui e lui.. Vabé. Osservo i suoi occhi. Ad un tratto è come se fossi anni luce lontana da lui e allo stesso tempo praticamente tra le sue braccia. E’ questo l’effetto che fa il mito infuso nella realtà? Sprigiona un profumo familiare ed estraneo insieme e mi accorgo solo ora che quello di bagnoschiuma ormai è svanito. Come il Bourbon dal mio bicchiere. Ops.

-Quand’è che invece rallenti, ti fermi..? 

-Mi fermo quando vedo violenza. Violenza gratuita. L’uomo è capace di troppo male. Non è come gli altri animali che se attaccano lo fanno per necessità o autodifesa…
Tutto assume dei contorni troppo sanguinolenti. Lì mi fermo e piango. Si dice che le nostre lacrime bevute dalla terra abbiano il potere di far rinascere a vita nuova.

-Sono d’accordo. Ti è mai capitato che fosse la vita a fermarti? E come hai reagito quella volta? 

-Quando ho perso mio padre. Centinaia di anni fa… Provi a fare un salto al Metropolitan di New York. Mia madre ha tessuto col suo crine gli arazzi che voi umani definite “La caccia dell’unicorno”. Beh… Quello era mio padre… E mia madre è morta di crepacuore…Serve aggiunga altro?

Rivolgo di nuovo lo sguardo all’arazzo alla sua sinistra. Allora l’unicorno raffigurato è… Cavolo. Avverto un brivido che mi ricorda la sensazione di spavento e incanto che l’immagine mi aveva suscitato all’inizio.

-Cos’è che ti ispira? 

-L’amore. L’amore è l’unica cosa che può donare vita eterna…

-Scopriti, Gaetano. Qual.. No! No, insomma… Oh! Dicevo… Mostraci come sei.. Dentro. Una paura, un incubo. Cosa turba i sogni di un unicorno?

-I miei sogni in realtà sono salti nel tempo. Rivivo le gesta dei miei antenati. Faccio mie le loro passioni e la mia paura è quella di morire della loro morte ad ogni risveglio.

-E invece qual è il tuo sogno?

-L’età avanza e sento la necessità di dover lasciare un segno del mio passaggio nel vostro mondo. Forse è il caso che inizi a cercare la mia futura ex moglie, madre dei miei… Dodici cuccioli? Pare che come numero abbia portato bene in passato…

-Gaetano e questo invece cos’è? E’ un sogno o è la realtà? 

Mi guarda negli occhi per un tempo che non so definire. Lo osservo anch’io. Ad un tratto mi accorgo che non sto aspettando una sua risposta, ma solo che quest’ultima pian piano affiori da me, stavolta.

Finiamo per ridere. Poi si congeda portando con sé il bicchiere di nuovo vuoto e sparisce alla destra del salone, nella penombra.

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Arazzo medioevale appartenente al ciclo “Caccia all’unicorno” – Metropolitan Museum of Art, New York

Se volete sapere di più su Gaetano, insomma conoscerlo meglio, lui è su Instagram come gaetanounicornonapoletano, OPPURE lo trovate QUI –> Gaetano Unicorno Napoletano
Per info e curiosità scrivete nei commenti 🙂 

 

La fata che intervistò l’unicorno: l’Intervista, parte 1

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno  e  La fata che intervistò l’unicorno: L’Incontro]

Con la coda dell’occhio noto un altro arazzo alla sinistra della finta libreria. E’ in stile medioevale e raffigura un unicorno circondato da persone armate. Un tempo antico. La paura dell’uomo davanti a ciò che è diverso. Quell’immagine è spaventosa e attraente. Insomma fa un certo effetto. Come se non fosse già tutto abbastanza misterioso, oltre che fuori le righe. La voce di Gaetano riporta la mia attenzione su di lui.

-Bourbon anche per te.

Poggia un altro bicchiere di liquore ambrato sul tavolino. Ma che c’ha i bicchieri già pronti? 

-Io in realtà preferirei un caffè, ma pure l’acqua va ben..

-Solo liquore pregiato nel mio tempio. Sapori di paradiso. Profumo di… donna.

-Quella è di Al Pacino.

-No tesoro. Parlavo del tuo…

-GAETANO, dunque.

-Dai su, presentati come si deve. I miei lettori a questo punto o mi hanno presa per pazza o sono lì in attesa, curiosi di sapere chi sei.

-Io sono Gaetano, Unicorno Napoletano. Sono sempre esistito. Erano i vostri occhi non pronti ad accettarmi. Sono sempre stato al fianco dei miei bipedi preferiti.

Punta lo sguardo nel vuoto.

-Iscrizioni rupestri … Animali strani. Il nostro rapporto con la comunità umana è sempre stato molto.. stretto. In molti sensi. Purtroppo.

-Da dove vieni? Ti prego non dirmi seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino che ti mollo qua e…

-Non sei andata poi così tanto lontana…
In origine galoppavo nell’infinito spazio-tempo. Poi è nata la luce e il mio corpo ha preso forma. E’ nato il fuoco e mi è stata insufflata l’anima. E il suono …  mmh. Non era che il rumore dei miei zoccoli.
Sono la nota stonata dell’armonia originaria del cosmo, quella suonata dalle stelle quando collidono. Poi è stata la volta del corno… Su per giù quando si è formata la Terra.

-Facci capire. Sei un po’ come Tarzan al contrario? Sei finito nella giungla urbana mentre eri ancora in fasce e poi sei stato allevato da esseri decisamente diversi da te?

-Io sono un umano, ma con qualcosa in più. Tradizionale ed emblematico simbolo di saggezza, l’unicorno nell’immaginario cristiano poteva essere addomesticato solo da una vergine, simbolo di purezza … ma oggi non ci sono più le vergini di una volta!

-Beh ma un unicorno cos’è che fa tutto il santo giorno?

-Io divoro cultura e cammino spesso tra la gente. Mi avvicino alle anime in pena. Cerco di riportarle in vita prima che sia troppo tardi…

-E sei sicuro sicuro di essere l’ultimo unicorno sulla Terra? E se ce ne fossero altri oltre a te? Nemmeno una.. femmina?

-Sono l’ultimo esemplare di unicorno maschio italiano. Sono in contatto con alcune comunità di unicorni in giro per il mondo. Più volte mi hanno chiesto di raggiungerli ma il mio posto è qui…
Ahimé femmine no. Non in Italia. Al momento grazie ai social sono entrato in contatto con una unicorno inglese. Niente male, ma il suo british humor, credimi, fa appassire ogni mia velleità.

Ti è mai capitato di perdere la testa -di unicorno, ndr- per femmine di altre, ecco, diciamo così… Specie? 

Mediamente mi innamoro dalle quindici alle venticinque volte al giorno. La leggenda narra che i miei antenati, per quanto focosi e passionali, usavano addormentarsi sul grembo di una vergine.
Ecco, il problema è che io non riesco a prendere sonno… E non perché soffra di insonnia quanto piuttosto per il mio amore per la.. patata. In sincerità penso che sia quanto di peggio inventato dal vostro Dio. Mi spiego. Non è possibile starle lontano. Per quanto paffuta, barbuta essa sia, non si può fare a meno di venerare tanta perfezione.
Da lì nasciamo e… lì vogliamo far ritorno ogni qualvolta ci sentiamo soli. E indifesi…

-E al contrario? Mai avuto spasimanti? Del tipo tu sei l’ultimo unicorno italiano e io mi prenderò cura di te?

-Le femmine della razza umana sono una cosa incredibile. L’unica cosa al mondo che ancora non sono riuscito a decifrare. E’ capitato spesso che si proponessero di donarsi a me per la sopravvivenza della mia specie… Ma così, per spirito di sacrificio? Continuo a chiedermelo.

-Sinceramente anch’io. Parliamo di cose serie, Gaetano. Viviamo in un’epoca in cui gli uomini hanno paura delle donne e le donne hanno paura degli uomini. Emancipazione male interpretata da un lato, residui di maschilismo bieco ed ignorante dall’altro. Tu cosa ne pensi?

Le donne urlano all’emancipazione e quando ce l’hanno tutto quello che di meglio riescono a fare è risultare una copia sbiadita dei difetti degli uomini. Ma dico… Dove sono finite la dolcezza e l’amor cortese?
Dove è finito il maschio italiano? MI SI RIZZA IL PELO QUANDO li vedo più depilati di una lolita e poi si affannano a  mostrarsi violenti per farsi rispettare. Non concepisco l’idea di gelosia e possesso. Sembra una lotta alla sopravvivenza della loro specie ma non considerano che per riuscirci devono appunto smettere di lottare. Insomma, di cercare un modo per prevaricare sull’altro.

-Mi sembra interessante. Sai l’anno scorso la parola più cercata e di cui si è più discusso è stata “resilienza”. Quest’anno invece sembra sia “empatia”. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, cosa significano queste parole per te.

-Resilienza? Sono un essere superiore… La mia testa e il mio cuore sono di unicorno, il mio corpo, la mia carne, di umano. Ad ogni battito per me si accende una sfida di sopravvivenza tra le due specie. La lotta genera dolore…
Empatia… Deriva da ‘emo-pathos’ e per me è una maledizione. Gli uomini ci hanno sempre dato la caccia per i nostri corni, per il nostro latte e il nostro sangue, spingendoci ben oltre le soglie di estinzione. Mi sono sempre sempre sentito ospite. La mia diversità ha fortemente attratto ed altrettante volte allontanato. Le persone si avvicinano per curiosità senza mai fermarsi a chiedere cosa ho da raccontare…

-Sei un personaggio mitologico, epico. Con quale dio greco organizzeresti un party sul monte Olimpo?

-Ancora credi a queste cazzate? Gli dei dell’Olimpo non esistono… Tutti sono potenzialmente esseri divini. Solo che pochi lo sanno.

-Ah beh mi hai stupita! Non mi aspettavo una risposta del genere. Una cosa che proprio ti fa girare i.., ehm, gli arcobaleni?

Le puttanelle sapientone. Loro mi fanno davvero girare gli arcobaleni.

-Allora adesso mi odierai… – mi viene da ridere, ma mi sforzo di rimaner seria. -Per dire che qualcosa è impossibile dico sempre una cosa tipo “Si guarda, sta passando un unicorno!”. Per un unicorno invece cosa è impossibile?!

-“Uh guarda. Una donna che dice una cosa sensata…”

-Adesso si spiega che spasimanti hai! Sei forte. Senti un po’… Tu sei un unicorno social. In particolare utilizzi Instagram. Perché? Insomma, perché la gente dovrebbe seguire un unicorno?

Continua …

 

Se vi va di seguirlo, Gaetano è su Instagram come gaetanounicornonapoletano, OPPURE lo trovate QUI –> Gaetano Unicorno Napoletano
Per info e curiosità scrivete nei commenti 🙂 

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La fata che intervistò l’unicorno: l’Incontro.

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno]

Quasi quasi me ne vado.

Sarà pure l’ultimo unicorno maschio rimasto sulla faccia della Terra, ma non si fa aspettare così una donna. Tamburello con la penna sul ginocchio destro. Nella mano sinistra ho il foglio con le domande. Ci sono molti scarabocchi. In fondo cosa cavolo gli chiedi ad un unicorno? Che tempo fa tra gli arcobaleni? Se davvero iniziano in corrispondenza di una pentolaccia piena di monete d’oro lasciata lì da uno gnomo di passaggio? Bah.

So cosa state pensando. Cosa cavolo ci fai tu lì, Bloom. Tu hai messo su questa storia. Tu hai parlato di cose divertenti, un po’ folli, forse verosimili. Tra realtà e illusione, fantasia e verità. Adesso sta’ lì e non lamentarti. Lo so. E’ che sono curiosa e la curiosità mi ha portata fin qui. Insieme a voi.

Davanti a me c’è un tavolino basso di legno scuro e dietro un divano di pelle bordeaux. Io sono seduta su un pouf color crema. Scomodo. Appeso al muro, sopra al divano, c’è un arazzo che raffigura una libreria. Insomma, è una libreria finta, disegnata. Per carità, i gusti son gusti. Mi aspettavo profumi esotici. Incenso, vetiver, legno antico. Invece mi arriva al naso giusto una scia di note dolci. Sembra bagnoschiuma da donna. Seguita da una risata femminile. Leggermente stridula, pure. Da quel lato l’ambiente è illuminato ancora meno.

Un fruscio. Uno svolazzo di tessuto liscio, tipo seta. Mi ricompongo.

Eccolo qui! Alla buon’ora. Si siede sul divano bordeaux. Indossa un kimono blu scuro con dei draghi stampati all’altezza del petto. Nella mano sinistra stringe un bicchiere di un liquore ambrato. Scuoto la testa. Quasi quasi la cosa dello gnomo gliela chiedo davvero.

-Carissima Bloom!

-Gaetano…

Ci stringiamo la mano.

-Allora, cominciamo?

Guestpost Estivo su Principesse Colorate: Priorità, Scelte, Sfide

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Sopravvivere da studente o lavoratore all’estate è davvero una sfida. Chi come me si trova al centro di quel triangolo sa bene di cosa parlo.

Nel mio guestpost estivo su Principesse Colorate racconto come provo a fare del mio meglio per cavarmela, ma soprattutto mi chiedo se per forza bisogna sacrificare qualche aspetto della propria vita per star dietro a tutti gli altri.

La risposta è sì.

La bella notizia però è che forse non necessariamente questo è un male.

Qui il link: Studiare, dormire, socializzare. Il triangolo dello studente in mise estiva

Facciamo Due Chiacchiere, Blog?

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fotolog.com

Cavolo però quella storia della parola dell’anno ci aveva preso.

In pochi mesi mi sono ritrovata indaffarata come mai avrei creduto fosse possibile.

E mi manca tantissimo stare qui. 

Allora stasera ho pensato di mettermi sul letto con il pc sulle gambe e cercare di recuperare un po’ di tempo perduto con il mio blog. Come se fosse una persona che negli ultimi tempi ho trascurato. Lo so, pensare al blog come ad una persona significa che proprio bene bene non sto. Sarà effetto dello stress.

Eppure sono felice di essere stressata. Davvero. Credo sia molto più pericoloso e deleterio non avere impegni e progetti da realizzare. C’è una similitudine bellissima che lessi non ricordo più dove che riguardava il modo moderno di intendere le giornate. Venivano paragonate a delle bottiglie vuote che scorrono in fila, una dietro l’altra, su un tapis roulant e noi siamo gli operai che devono riempirle a tutti i costi con qualunque cosa ci capita a tiro. Se non ci riesci, per la società moderna, non sei nessuno. Non stai vivendo. Stai perdendo tempo. Allora anche se stai cinque minuti senza far niente ti senti in colpa e prendi il cellulare dalla tasca e apri un’app a caso pur di far qualcosa.

Per un bel periodo mi sono sentita così. Come se stessi sprecando spazi e minuti. Pensavo troppo e agivo poco. Adesso che ho mille cose da fare invece mi mancano molto quei momenti che trascorrevo qui, sull’editor degli articoli, a ricostruire i miei percorsi emotivi, ad esplorare sentimenti, analizzare cose viste o sentite in giro.

Mi manca parlare con te, blog. Pormi domande assurde e tirar fuori risposte dal fumo di una tazza di tisana calda. Mordere cucchiaini mentre cerco l’immagine adatta ad un post. Mi manca parlare con me. Scrivo poco perché non mi parlo. Non ho percorsi emotivi da ricostruire perché qualche tempo fa ho lasciato i miei sentimenti a casa e ho detto loro di aspettarmi, che quando sarei tornata avrei avuto storie da raccontargli. Allora non si sono mossi da lì, mentre io invece sono sempre in giro. Al massimo dovrei ricostruire mappe dei miei spostamenti fisici, non di quelli interiori.

Credo sia questo il motivo per cui quando provo a guardarmi dentro il mio sguardo si scontra con uno specchio e torna su di me.

Forse il mio inconscio vuole dirmi di approfittarne, vivere il momento e pensare a me stessa.

Oppure ce l’ha con me e ha trovato il modo per non farmi più entrare.

Guestpost su Principesse Colorate: di che Cronotipo sei?

 

Ovvero, racconto di quanto io sia in tutto e per tutto un gufo. Una di quelle persone che possono dire di essere davvero sveglie e nel pieno delle proprie capacità psico-fisiche più o meno intorno alle dieci e mezza. Di sera.

Scherzo dai. Anche prima. Diciamo intorno alle 18.

In generale il fatto è che di solito faccio molta fatica ad alzarmi molto presto al mattino e dopo anni e anni di bestemmie rivolte alla sveglia, ho capito che sono fatta proprio così. Sono più produttiva nelle ore serali che in quelle diurne. E’ proprio una cosa assodata. Si tratta del mio cronotipo. 

Con l’inizio della primavera il problema si fa ancora più marcato a causa dell’ora legale che, nonostante i suoi diversi vantaggi, per me significa che si dorme un’ora in meno e basta.

Parlo di questo nel mio guestpost di aprile su Principesse Colorate, se vi va di darci un’occhiata è a questo link: Ti sei mai chiesta di che Cronotipo sei?

Si cambia! Proprio così, Di Punto in Bianca.

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L’altra sera stavo guardando l’ultima puntata di Sex and the City.

Lo so, è andata in onda quasi tredici anni fa, ma ho deciso di seguire la serie soltanto in questi ultimi mesi. Non voglio rivelare dettagli nel caso qualcuno di voi stia messo peggio di me e ancora non l’ha vista, dico solo che ad un certo punto sono finita in lacrime. Anzi, no. Lacrimoni. Piangevo come una disperata. Ho dovuto mandare un po’ indietro la puntata perché alcune battute nel frattempo me le ero perse.

Provavo una sensazione strana, quella che quasi sempre ti lasciano le serie tv alle quali finisci per affezionarti. Un misto di felicità e gratitudine per tutto ciò che ti hanno dato, ma anche di vuoto e tristezza perché ormai la storia è finita. Poi, ecco, c’è anche una punta di sollievo in quanto finalmente sei libera di fare altro.

La sensazione era strana e fortissima. Aveva però un non so che di equilibrato, il che la rendeva molto simile ad una consapevolezza. Le consapevolezze fanno sia bene che male insieme. Ti scuotono, ma ti insegnano qualcosa. Nel caso in questione, capisci che magari nella tua vita quello che credevi fosse Big in realtà è un Aleksandr Petrovsky, o comunque, vabbé, in ogni caso, che l’amore non c’è.

Mi sentivo bene e male insieme. Più di tutto però mi sentivo diversa. Alcune cose diventavano chiare, altre avevano bisogno di ancora un po’ di tempo per schiarirsi del tutto. Ad esempio, mi sono resa conto che ho commesso degli errori anche se in quei momenti non avrei potuto fare diversamente. So che adesso affronterei le stesse situazioni in un altro modo anche se ancora non so bene come.

Il fatto è che non possiamo stare in più punti di vista diversi nello stesso momento. La realtà si determina nel momento in cui ci si ferma ad osservarla. Per cui dipende da noi, da come stiamo, dallo stato in cui si trova la nostra mente e il nostro cuore. Dagli occhi che usiamo per guardarla. Così alla fine ci mettiamo in un punto di vista e ci schiodiamo da là soltanto quando perdiamo tutti i riferimenti e ci guardiamo intorno confusi, non riconosciamo più i palazzi, i negozi, ma anche i volti delle persone e il suono delle loro voci. Persi in una specie di stato confusionale cerchiamo la pace in altri riferimenti, altri volti, altri suoni. Ecco. Ci troviamo così in un punto di vista diverso dal precedente. Non è detto che all’improvviso dobbiamo per forza rinnegare quel che è stato, dimenticare, chiudere con il passato. Si tratta solo di un cambio di prospettiva. Spegniamo una luce e ne accendiamo un’altra, mentre gli occhi si abituano alle nuove immagini che questa ispira.

Un momento del genere mi è capitato alla terza o quarta volta che qualcuno mi ha chiesto come si chiamasse il mio blog. Orrore. Quasi nessuno mi capiva e mi chiedeva di ripetere. Quando sette anni fa ho scelto My Best Damn Things non ho pensato che in effetti era abbastanza impronunciabile, o almeno, che pur pronunciandolo bene non era detto che la gente potesse capirmi al volo. Certo, il nome deve piacere a me, però la questione del ripetere per poi finire in un vabbé-ti-mando-il-link stava iniziando a stufarmi. Per quanto fossi affezionata a My Best Damn Things, ho sentito fosse necessario cambiare.

Ho riempito due pagine di quaderno di titoli. Uno peggio dell’altro. Stavo per dichiararmi sconfitta quando Di punto in Bianca il volto mi si è illuminato.

Ha molti significati per me.

E’ orecchiabile.

Se mai dovessi ripeterlo più volte alla stessa persona vorrebbe dire solo che è lei che non ci sente.

Ecco, adesso mi emoziono di nuovo. Penso che lascerò il vecchio nome sulla sidebar tipo targa memoriale. Però dai, ci voleva.

Di Punto in Bianca è il nuovo nome del mio blog.

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‘Energia’

Dunque?

Eccomi qui.

A dir la verità, ero lì fuori a cercare quel pensiero nuovo che ad inizio anno era mancato all’appello.

Poi è successo che, una volta trovato, mi si è attaccato addosso e ha iniziato a trascinarmi in giro e non sono riuscita a fermarmi più.

Per fortuna.

Questo pensiero in realtà è concentrato tutto in una parola sola. La parola ve la dico tra poco. Vi spiego prima da dove è arrivata.

A fine Gennaio mi sono iscritta alla newsletter di Susannah Conway grazie al suggerimento di Fabiana Pozzi. Chi sono, direte. Fabiana è una Counselor e Floriterapeuta, ma soprattutto è una donna simpaticissima e piena di risorse, dalla quale ho imparato tanto. Ci siamo conosciute tramite Principesse Colorate e attraverso le sue newsletter e la sua pagina Facebook ho ricevuto un sacco di spunti interessanti. In una delle sue newsletter parlava di Susannah e del suo Find Your Word 2017. Si tratta di una serie di brevi esercizi di riflessione che servono a trovare, appunto, la propria parola dell’anno. Sembra uno di quei giochini da rivista che si fanno ad inizio anno mentre si aspetta il proprio turno dal parrucchiere e, lo ammetto, inizialmente ho pensato di cimentarmi solo per curiosità e non perché avessi davvero capito cosa significasse. Perfino quando ho trovato la mia ci ho messo un po’ a farlo.

Cos’è davvero la propria parola dell’anno? Altro non è che un pensiero condensato e che rappresenta ciò di cui abbiamo più bisogno per riuscire ad essere al meglio di ciò che siamo: è una guida, un’ispirazione. Potrebbe essere anche un risultato già raggiunto e che vogliamo far in modo sia sempre presente nei giorni a venire. La si trova semplicemente riflettendo sul punto di vista da cui vorremmo riuscire ad affrontare le nostre sfide e raggiungere i nostri obiettivi.

Ad inizio anno io mi sentivo praticamente una tabula rasa. Una nave appena sopravvissuta a delle tempeste spaventose e che necessitava di qualche riparazione e soprattutto di una nuova direzione da seguire. Ne avevo abbastanza delle zavorre che mi avevano appesantita a tal punto da impedirmi di fare anche un solo passo, dei pensieri negativi, delle paure. La mia prospettiva doveva cambiare e trovare una parola che in qualche modo potesse riassumerla mi è sembrata un’ottima idea.

Susannah da’ modo di trovare la propria parola mettendone a disposizione qualche decina tra cui scegliere o da cui farsi ispirare. Invita a giocarci e a rifletterci su, ad immaginarne i sinonimi e i contrari. Così, quasi alla fine del ‘gioco’ mi ero ritrovata con un post-it su cui avevo annotato:

Amore, Accettare, Coraggio, Valore, Potere, Dinamico.

Giravano tutte intorno ad un’altra parola che però non riuscivo ancora ad individuare. In particolare ‘Dinamico’ vibrava più delle altre. Tuttavia non centrava completamente la sensazione che avevo dentro e che, a questo punto, scalpitava affinché le dessi finalmente un nome. Allora, riflettendo su Dinamico, mi è venuta in mente Energia. In quel momento sono saltata dalla sedia. Era lei la parola giusta e aveva a che fare con tutte le altre e l’ho annotata sul post-it. Nei giorni seguenti quasi dimenticai questa storia delle parole. Ero troppo presa da un mare di impegni che occupavano i miei giorni completamente, come mai nel periodo tra Gennaio e Febbraio mi era mai successo, anzi. E’ sempre stato per me il peggiore dell’anno. Un periodo in cui solitamente sono scocciata e depressa. Questa volta, invece, stavo riuscendo a realizzare e a portare a termine un sacco di cose.

Energia!

Ho buttato un occhio sul post-it e la parola era lì che mi guardava.

Non era stato un caso o soltanto un giochino frivolo.

L’energia l’avevo dentro ed era il mood nel quale già da settimane ero entrata senza rendermene conto. Ho sorriso e ho pensato che finalmente un’ispirazione per l’anno nuovo ce l’avevo.

L’unica cosa negativa è che siamo a Marzo e ancora non ne avevo scritto qui. Queste settimane sono trascorse in fretta e spesso a fine giornata provavo a mettermi qui al pc per scrivere ma ero troppo stanca per farlo.

Vi assicuro che alle volte si passa attraverso periodi così bui che perfino quella stanchezza lì ti piace. Significa che finalmente hai ricominciato a vivere davvero.

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Foto personale

 

 

 

 

 

 

 

GuestPost di Febbraio su Principesse Colorate: di Faccende Domestiche e Matematica

Bloggers!

Breve, brevissimo, un post iper-concentrato.

Giusto il tempo di metter la testa fuori da pesanti impegni universitari.

E’ online il mio Guestpost di Febbraio per Principesse Colorate. Ho provato a mettere insieme due cose che di solito vengono considerate noiose per vedere cosa ne usciva fuori. In realtà una cosa simile l’avevo già scritta anche qui. Parlo delle faccende domestiche e della matematica e di una cosa che in realtà vale in tutti i casi un gruppo di persone può lavorare in sinergia per far funzionare qualcosa.

Come?

Beh, agendo nel modo che è il migliore non solo per se stessi, ma anche per gli altri componenti del gruppo. Che siano i membri di una famiglia, dei coinquilini, colleghi di lavoro… Il matematico John Nash sosteneva che non ostacolandosi a vicenda e cooperando si raggiunge l’obiettivo comune più in fretta e ottenendo i benefici migliori.

L’articolo è Le pulizie di casa non sono un’opinione, proprio come la matematica.

A presto!

Spero.