Guestpost Estivo su Principesse Colorate: Priorità, Scelte, Sfide

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Sopravvivere da studente o lavoratore all’estate è davvero una sfida. Chi come me si trova al centro di quel triangolo sa bene di cosa parlo.

Nel mio guestpost estivo su Principesse Colorate racconto come provo a fare del mio meglio per cavarmela, ma soprattutto mi chiedo se per forza bisogna sacrificare qualche aspetto della propria vita per star dietro a tutti gli altri.

La risposta è sì.

La bella notizia però è che forse non necessariamente questo è un male.

Qui il link: Studiare, dormire, socializzare. Il triangolo dello studente in mise estiva

Facciamo Due Chiacchiere, Blog?

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Cavolo però quella storia della parola dell’anno ci aveva preso.

In pochi mesi mi sono ritrovata indaffarata come mai avrei creduto fosse possibile.

E mi manca tantissimo stare qui. 

Allora stasera ho pensato di mettermi sul letto con il pc sulle gambe e cercare di recuperare un po’ di tempo perduto con il mio blog. Come se fosse una persona che negli ultimi tempi ho trascurato. Lo so, pensare al blog come ad una persona significa che proprio bene bene non sto. Sarà effetto dello stress.

Eppure sono felice di essere stressata. Davvero. Credo sia molto più pericoloso e deleterio non avere impegni e progetti da realizzare. C’è una similitudine bellissima che lessi non ricordo più dove che riguardava il modo moderno di intendere le giornate. Venivano paragonate a delle bottiglie vuote che scorrono in fila, una dietro l’altra, su un tapis roulant e noi siamo gli operai che devono riempirle a tutti i costi con qualunque cosa ci capita a tiro. Se non ci riesci, per la società moderna, non sei nessuno. Non stai vivendo. Stai perdendo tempo. Allora anche se stai cinque minuti senza far niente ti senti in colpa e prendi il cellulare dalla tasca e apri un’app a caso pur di far qualcosa.

Per un bel periodo mi sono sentita così. Come se stessi sprecando spazi e minuti. Pensavo troppo e agivo poco. Adesso che ho mille cose da fare invece mi mancano molto quei momenti che trascorrevo qui, sull’editor degli articoli, a ricostruire i miei percorsi emotivi, ad esplorare sentimenti, analizzare cose viste o sentite in giro.

Mi manca parlare con te, blog. Pormi domande assurde e tirar fuori risposte dal fumo di una tazza di tisana calda. Mordere cucchiaini mentre cerco l’immagine adatta ad un post. Mi manca parlare con me. Scrivo poco perché non mi parlo. Non ho percorsi emotivi da ricostruire perché qualche tempo fa ho lasciato i miei sentimenti a casa e ho detto loro di aspettarmi, che quando sarei tornata avrei avuto storie da raccontargli. Allora non si sono mossi da lì, mentre io invece sono sempre in giro. Al massimo dovrei ricostruire mappe dei miei spostamenti fisici, non di quelli interiori.

Credo sia questo il motivo per cui quando provo a guardarmi dentro il mio sguardo si scontra con uno specchio e torna su di me.

Forse il mio inconscio vuole dirmi di approfittarne, vivere il momento e pensare a me stessa.

Oppure ce l’ha con me e ha trovato il modo per non farmi più entrare.

Guestpost su Principesse Colorate: di che Cronotipo sei?

 

Ovvero, racconto di quanto io sia in tutto e per tutto un gufo. Una di quelle persone che possono dire di essere davvero sveglie e nel pieno delle proprie capacità psico-fisiche più o meno intorno alle dieci e mezza. Di sera.

Scherzo dai. Anche prima. Diciamo intorno alle 18.

In generale il fatto è che di solito faccio molta fatica ad alzarmi molto presto al mattino e dopo anni e anni di bestemmie rivolte alla sveglia, ho capito che sono fatta proprio così. Sono più produttiva nelle ore serali che in quelle diurne. E’ proprio una cosa assodata. Si tratta del mio cronotipo. 

Con l’inizio della primavera il problema si fa ancora più marcato a causa dell’ora legale che, nonostante i suoi diversi vantaggi, per me significa che si dorme un’ora in meno e basta.

Parlo di questo nel mio guestpost di aprile su Principesse Colorate, se vi va di darci un’occhiata è a questo link: Ti sei mai chiesta di che Cronotipo sei?

Si cambia! Proprio così, Di Punto in Bianca.

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L’altra sera stavo guardando l’ultima puntata di Sex and the City.

Lo so, è andata in onda quasi tredici anni fa, ma ho deciso di seguire la serie soltanto in questi ultimi mesi. Non voglio rivelare dettagli nel caso qualcuno di voi stia messo peggio di me e ancora non l’ha vista, dico solo che ad un certo punto sono finita in lacrime. Anzi, no. Lacrimoni. Piangevo come una disperata. Ho dovuto mandare un po’ indietro la puntata perché alcune battute nel frattempo me le ero perse.

Provavo una sensazione strana, quella che quasi sempre ti lasciano le serie tv alle quali finisci per affezionarti. Un misto di felicità e gratitudine per tutto ciò che ti hanno dato, ma anche di vuoto e tristezza perché ormai la storia è finita. Poi, ecco, c’è anche una punta di sollievo in quanto finalmente sei libera di fare altro.

La sensazione era strana e fortissima. Aveva però un non so che di equilibrato, il che la rendeva molto simile ad una consapevolezza. Le consapevolezze fanno sia bene che male insieme. Ti scuotono, ma ti insegnano qualcosa. Nel caso in questione, capisci che magari nella tua vita quello che credevi fosse Big in realtà è un Aleksandr Petrovsky, o comunque, vabbé, in ogni caso, che l’amore non c’è.

Mi sentivo bene e male insieme. Più di tutto però mi sentivo diversa. Alcune cose diventavano chiare, altre avevano bisogno di ancora un po’ di tempo per schiarirsi del tutto. Ad esempio, mi sono resa conto che ho commesso degli errori anche se in quei momenti non avrei potuto fare diversamente. So che adesso affronterei le stesse situazioni in un altro modo anche se ancora non so bene come.

Il fatto è che non possiamo stare in più punti di vista diversi nello stesso momento. La realtà si determina nel momento in cui ci si ferma ad osservarla. Per cui dipende da noi, da come stiamo, dallo stato in cui si trova la nostra mente e il nostro cuore. Dagli occhi che usiamo per guardarla. Così alla fine ci mettiamo in un punto di vista e ci schiodiamo da là soltanto quando perdiamo tutti i riferimenti e ci guardiamo intorno confusi, non riconosciamo più i palazzi, i negozi, ma anche i volti delle persone e il suono delle loro voci. Persi in una specie di stato confusionale cerchiamo la pace in altri riferimenti, altri volti, altri suoni. Ecco. Ci troviamo così in un punto di vista diverso dal precedente. Non è detto che all’improvviso dobbiamo per forza rinnegare quel che è stato, dimenticare, chiudere con il passato. Si tratta solo di un cambio di prospettiva. Spegniamo una luce e ne accendiamo un’altra, mentre gli occhi si abituano alle nuove immagini che questa ispira.

Un momento del genere mi è capitato alla terza o quarta volta che qualcuno mi ha chiesto come si chiamasse il mio blog. Orrore. Quasi nessuno mi capiva e mi chiedeva di ripetere. Quando sette anni fa ho scelto My Best Damn Things non ho pensato che in effetti era abbastanza impronunciabile, o almeno, che pur pronunciandolo bene non era detto che la gente potesse capirmi al volo. Certo, il nome deve piacere a me, però la questione del ripetere per poi finire in un vabbé-ti-mando-il-link stava iniziando a stufarmi. Per quanto fossi affezionata a My Best Damn Things, ho sentito fosse necessario cambiare.

Ho riempito due pagine di quaderno di titoli. Uno peggio dell’altro. Stavo per dichiararmi sconfitta quando Di punto in Bianca il volto mi si è illuminato.

Ha molti significati per me.

E’ orecchiabile.

Se mai dovessi ripeterlo più volte alla stessa persona vorrebbe dire solo che è lei che non ci sente.

Ecco, adesso mi emoziono di nuovo. Penso che lascerò il vecchio nome sulla sidebar tipo targa memoriale. Però dai, ci voleva.

Di Punto in Bianca è il nuovo nome del mio blog.

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‘Energia’

Dunque?

Eccomi qui.

A dir la verità, ero lì fuori a cercare quel pensiero nuovo che ad inizio anno era mancato all’appello.

Poi è successo che, una volta trovato, mi si è attaccato addosso e ha iniziato a trascinarmi in giro e non sono riuscita a fermarmi più.

Per fortuna.

Questo pensiero in realtà è concentrato tutto in una parola sola. La parola ve la dico tra poco. Vi spiego prima da dove è arrivata.

A fine Gennaio mi sono iscritta alla newsletter di Susannah Conway grazie al suggerimento di Fabiana Pozzi. Chi sono, direte. Fabiana è una Counselor e Floriterapeuta, ma soprattutto è una donna simpaticissima e piena di risorse, dalla quale ho imparato tanto. Ci siamo conosciute tramite Principesse Colorate e attraverso le sue newsletter e la sua pagina Facebook ho ricevuto un sacco di spunti interessanti. In una delle sue newsletter parlava di Susannah e del suo Find Your Word 2017. Si tratta di una serie di brevi esercizi di riflessione che servono a trovare, appunto, la propria parola dell’anno. Sembra uno di quei giochini da rivista che si fanno ad inizio anno mentre si aspetta il proprio turno dal parrucchiere e, lo ammetto, inizialmente ho pensato di cimentarmi solo per curiosità e non perché avessi davvero capito cosa significasse. Perfino quando ho trovato la mia ci ho messo un po’ a farlo.

Cos’è davvero la propria parola dell’anno? Altro non è che un pensiero condensato e che rappresenta ciò di cui abbiamo più bisogno per riuscire ad essere al meglio di ciò che siamo: è una guida, un’ispirazione. Potrebbe essere anche un risultato già raggiunto e che vogliamo far in modo sia sempre presente nei giorni a venire. La si trova semplicemente riflettendo sul punto di vista da cui vorremmo riuscire ad affrontare le nostre sfide e raggiungere i nostri obiettivi.

Ad inizio anno io mi sentivo praticamente una tabula rasa. Una nave appena sopravvissuta a delle tempeste spaventose e che necessitava di qualche riparazione e soprattutto di una nuova direzione da seguire. Ne avevo abbastanza delle zavorre che mi avevano appesantita a tal punto da impedirmi di fare anche un solo passo, dei pensieri negativi, delle paure. La mia prospettiva doveva cambiare e trovare una parola che in qualche modo potesse riassumerla mi è sembrata un’ottima idea.

Susannah da’ modo di trovare la propria parola mettendone a disposizione qualche decina tra cui scegliere o da cui farsi ispirare. Invita a giocarci e a rifletterci su, ad immaginarne i sinonimi e i contrari. Così, quasi alla fine del ‘gioco’ mi ero ritrovata con un post-it su cui avevo annotato:

Amore, Accettare, Coraggio, Valore, Potere, Dinamico.

Giravano tutte intorno ad un’altra parola che però non riuscivo ancora ad individuare. In particolare ‘Dinamico’ vibrava più delle altre. Tuttavia non centrava completamente la sensazione che avevo dentro e che, a questo punto, scalpitava affinché le dessi finalmente un nome. Allora, riflettendo su Dinamico, mi è venuta in mente Energia. In quel momento sono saltata dalla sedia. Era lei la parola giusta e aveva a che fare con tutte le altre e l’ho annotata sul post-it. Nei giorni seguenti quasi dimenticai questa storia delle parole. Ero troppo presa da un mare di impegni che occupavano i miei giorni completamente, come mai nel periodo tra Gennaio e Febbraio mi era mai successo, anzi. E’ sempre stato per me il peggiore dell’anno. Un periodo in cui solitamente sono scocciata e depressa. Questa volta, invece, stavo riuscendo a realizzare e a portare a termine un sacco di cose.

Energia!

Ho buttato un occhio sul post-it e la parola era lì che mi guardava.

Non era stato un caso o soltanto un giochino frivolo.

L’energia l’avevo dentro ed era il mood nel quale già da settimane ero entrata senza rendermene conto. Ho sorriso e ho pensato che finalmente un’ispirazione per l’anno nuovo ce l’avevo.

L’unica cosa negativa è che siamo a Marzo e ancora non ne avevo scritto qui. Queste settimane sono trascorse in fretta e spesso a fine giornata provavo a mettermi qui al pc per scrivere ma ero troppo stanca per farlo.

Vi assicuro che alle volte si passa attraverso periodi così bui che perfino quella stanchezza lì ti piace. Significa che finalmente hai ricominciato a vivere davvero.

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Foto personale

 

 

 

 

 

 

 

GuestPost di Febbraio su Principesse Colorate: di Faccende Domestiche e Matematica

Bloggers!

Breve, brevissimo, un post iper-concentrato.

Giusto il tempo di metter la testa fuori da pesanti impegni universitari.

E’ online il mio Guestpost di Febbraio per Principesse Colorate. Ho provato a mettere insieme due cose che di solito vengono considerate noiose per vedere cosa ne usciva fuori. In realtà una cosa simile l’avevo già scritta anche qui. Parlo delle faccende domestiche e della matematica e di una cosa che in realtà vale in tutti i casi un gruppo di persone può lavorare in sinergia per far funzionare qualcosa.

Come?

Beh, agendo nel modo che è il migliore non solo per se stessi, ma anche per gli altri componenti del gruppo. Che siano i membri di una famiglia, dei coinquilini, colleghi di lavoro… Il matematico John Nash sosteneva che non ostacolandosi a vicenda e cooperando si raggiunge l’obiettivo comune più in fretta e ottenendo i benefici migliori.

L’articolo è Le pulizie di casa non sono un’opinione, proprio come la matematica.

A presto!

Spero.

C’era una volta, forse domani, oggi no.

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La verità è che uno ci spera sempre.

Ho provato a non augurarmelo, a non immaginarne uno. Impossibile. Il lieto fine è già lì. Alla fine di ogni lunga e contorta successione di vorrei. Aspetta e non gli importa quanto puoi metterci ad arrivare.

Era vicino. Ad un tocco. L’energia aveva riempito la distanza e mi sentivo un tutt’uno con essa, solida, vera. Reale. Avrebbe dovuto portarmi via con sé in un abbraccio.

Le fiabe di una volta non avevano il lieto fine. Più che altro si trattava di una lezione. Ti veniva raccontata quella storia affinché potessi imparare a conoscere e riconoscere pericoli di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. La gente non se ne faceva nulla del e vissero tutti felici e contenti. Meglio un insegnamento, un’opportunità per aprire gli occhi e non cadere negli errori costati cari a qualcun’altro.

Un finale, quello, davvero più utile a tutti. Migliore. Senza fronzoli, aspettative, delusioni.

Un finale così non ti chiede se sei d’accordo. Quel che conta è la lezione di vita e non hai modo di ribellarti. Decide per te il quando e il perché è finita. Intorno a te tutti applaudono e si congratulano, ti stringono la mano e ti dicono ancora un’altra dannatissima volta che è meglio così. 

Ti restano l’immaginazione e la speranza per renderti presentabile a qualche nuovo giorno che non smetterà di guardarti di traverso finché paradossalmente non avrai iniziato a raccontargli un altro lieto fine, ancora un’altra volta.

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Walt Disney in Saving Mr. Banks

(Guestpost di Novembre su Principesse Colorate, sul lieto fine, tra illusione e speranza, tra il Medioevo e l’era Disney che per fortuna ci ha salvati un po’.)

Paure, Zucche e Riflessioni di uno Strano Halloween

Ieri mattina il terremoto mi ha svegliata. Nonostante io abiti molto lontano dai paesi che si trovano intorno all’epicentro sono saltata giù dal letto e ho acceso il televisore in preda all’ansia di sapere da dove arrivasse la scossa e cosa stesse accadendo lì. Ogni tanto mi gira ancora la testa e dico tra me e me figuriamoci le persone di lì.

 In qualche strano modo il nostro corpo registra le paure, come per tenerti pronto a reagire nel caso dovesse succedere ancora quella cosa che ti ha spaventato tanto. Me ne sono capitate di diversi tipi in questi anni e alle volte quelle sensazioni tornano tutte insieme e ci resto incastrata dentro, incapace di liberarmi. Si dice che la paura -e non l’odio, come di norma si pensa- sia il contrario dell’amore. Dove c’è paura non c’è amore e questo spiega quella sensazione di gelo nella testa.

Oggi è Halloween.

Halloween non è altro che la vigilia di Ognissanti e del due Novembre. E’ il momento dell’anno in cui si saluta l’estate, le foglie si addormentano sull’asfalto bagnato dalla pioggia, iniziano le giornate più corte e fredde, ci si interroga sulla morte, qualsiasi cosa essa sia e sul buio. Si esorcizza la paura usando dei simboli, come quelle candele finte che facciamo accendere sulle tombe dei nostri cari, i fiori che appassiranno in fretta. Ci si riscalda le mani con le noccioline e le castagne calde all’uscita dei cimiteri. Si compra il torrone e altri dolci tradizionali di questo periodo. Si preparano caramelle da regalare ai bimbi che bussano alle porte, si accende qualche candela anche in casa. Ci si riscalda l’anima un po’ come si può.

Questo è Halloween. O Samhain. O Ricorrenze dei Morti.

Sono i giorni in cui ci si ricorda che con la luce si può cacciar via qualche ombra dal cuore.

Luce che è amore.

Amore che è il contrario della paura.

Avevo pensato di scrivere questo post con tutt’altro mood. Questa mattina ero sulla mia pagina Facebook ad iniziare a condividere quel mood quando mi sono resa conto che senza pagare una qualche inserzione nessuno mai si sarebbe accorto della sua esistenza e m’è presa una certa tristezza. Cercare di sopravvivere su Facebook con il solo spirito di condivisione è come partire per una guerra con in borsa soltanto un libro di poesie. T’ammazzano. Allora sono tornata qua. Ho iniziato a scrivere. ‘Che uno deve anche chiedersi per quale motivo fa le cose.

A me piace raccontare. Condividere. Conoscere le storie delle persone. Filtrare la realtà con l’immaginazione. Io sono fatta per stare sui blog. Per bisbigliare deliri, esultare per quella goccia di pioggia scesa giù dal finestrino prima di tutte le altre, per coccolarmi in un treno con le idee che, magari, poi diventano articoli.

Ne ho scritto uno riguardo Halloween e una delle sue tradizioni più antiche e affascinanti, quella di ricordare la leggenda di Jack O’ Lantern, intagliando zucche da illuminare al calar del sole, per il GuestPost di Ottobre su Principesse Colorate che vi invito a leggere.

Quest’anno la mia zucca non è ancora pronta ma più o meno avrà questo aspetto qui.

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Paura, eh?

Bloom Tra Le Principesse Colorate: GuestPost di Agosto

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E’ online il mio articolo di agosto da GuestBlogger sul web magazine Principesse Colorate 🙂

Reduce da pomeriggi di shopping in compagnia e in solitaria, mi è capitato di vederne e sentirne di tutti i colori, così mi sono chiesta quanto è importante essere con le persone giuste in occasioni come questa, descrivendo un po’ cosa accade tipicamente in un negozio preso d’assalto durante i saldi estivi.

“Tutto questo per dire che bisogna fare attenzione alla compagnia, scegliere con cura chi ci accompagnerà in questi viaggi nelle jungle dei prezzi scontati, pena il vivere, mal che vada, un’esperienza per niente fruttifera o, peggio ancora, perdere tempo, denaro e autostima nel giro di qualche ora al centro commerciale.

Quindi, chi è il candidato o la candidata ideale per svolgere questo compito così difficile?”

Se vi incuriosisce passate su Saldi e shopping due parole magiche… e fatemi sapere cosa ne pensate!

Vi lascio qui altri riferimenti per chi di voi bazzica su Facebook:

Pagina Facebook di Principesse Colorate

La mia pagina Facebook – MyBestDamnThings

La Sfida Dei 140 Caratteri

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Qualche tempo fa gianni invitò i suoi lettori, ispirato da un altro concorso, a creare un mini racconto dai canoni twitteriani, ovvero composto da soli 140 caratteri, entro il 30 giugno. La sottoscritta promise di cimentarsi senza, purtroppo, tener conto della propria imbranataggine, per cui un giorno s’è svegliata ed era già luglio. Mai sia detto, tuttavia, che io non mantenga una promessa, così tra una pagina di calendario da cambiare e una consapevolezza temporale da aggiornare, mi sono cimentata nella sfida, per me ancora più difficile perché la sintesi non è effettivamente una delle mie doti migliori. Comunque è stato divertente e se qualcuno di voi vuole provare può come me scriverci un articolo sul proprio blog e pubblicare il micro-racconto nei commenti all’articolo de ilperdilibri, che sono certa adesso mi perdonerà!

 

La lettera parlava di un tesoro. Partì, cercò. Nel buio pianse. La Luna infine le illuminò un punto nel cuore. Capì. Spese tutto in sorrisi.