Guestpost Estivo su Principesse Colorate: Priorità, Scelte, Sfide

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Sopravvivere da studente o lavoratore all’estate è davvero una sfida. Chi come me si trova al centro di quel triangolo sa bene di cosa parlo.

Nel mio guestpost estivo su Principesse Colorate racconto come provo a fare del mio meglio per cavarmela, ma soprattutto mi chiedo se per forza bisogna sacrificare qualche aspetto della propria vita per star dietro a tutti gli altri.

La risposta è sì.

La bella notizia però è che forse non necessariamente questo è un male.

Qui il link: Studiare, dormire, socializzare. Il triangolo dello studente in mise estiva

Uomini che si allargano e spazi che finiscono

Quando tutto ciò che resta è un selfie in cui è venuto bene soltanto lui credo che una domanda sulla natura della frequentazione bisogna farsela.

Foto a parte, è anche vero che molte cose si intuiscono già al primo appuntamento. Al secondo, decidi di non fare la solita rompipalle e fai finta di niente. Dal terzo in poi inizi a chiederti se deve andare avanti così per molto tempo o forse prima o poi cambierà qualcosa. Ad un certo punto lui si prende così tanto spazio che un po’ alla volta tu finisci fuori dall’inquadratura e ciao.

Nessun rancore. Quel che resta, insieme al selfie, è giusto un po’ di dispiacere. Se una persona non ha alcuna intenzione di lasciarti un po’ di posto nella propria vita tutto quello che puoi fare è goderti i momenti belli e poi lasciar perdere quando capisci che dovrai ferirti alle dita nel tentativo di rimanere aggrappata a lui mentre l’inquadratura si rovescia impedendoti di restare in piedi al suo fianco.

Ho pensato a questa storia qualche giorno fa, mentre ascoltavo una notizia abbastanza curiosa al telegiornale. Pare che il sindaco di Madrid sia intervenuto, in seguito alle battaglie femministe di un gruppo di donne, le Mujeres en Lucha, per vietare sui mezzi pubblici della città un comportamento tutto maschile abbastanza frequente e fastidioso. In pratica, il sindaco ha posto il divieto di praticare il Man Spreading, ovvero quella cosa per cui gli uomini, mettendosi a sedere, allargano eccessivamente le gambe. Questo comportamento è stato definito come una mancanza di rispetto nei confronti di chi è seduto affianco a loro perché ovviamente è costretto a rannicchiarsi per evitare il contatto con la gamba che invade il suo spazio. In più sarebbe un gesto sessista, dal momento che allargando le gambe gli uomini cercano simbolicamente di mostrare e imporre il proprio sesso a chi gli è intorno. Per questo sugli autobus sono apparsi degli adesivi nuovi che mostrano un omino stilizzato seduto con le gambe aperte e una croce rossa che ricorda agli utenti di non fare altrettanto.

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Io sono stata una pendolare per diversi anni ed effettivamente mi è capitato spesso di dover trovare posti alternativi alle mie gambe dal momento che lo spazio che doveva essere mio veniva occupato da quelle di qualche tipo con lo stesso problema dell’omino stilizzato. Era fastidioso sì, ma percepivo la cosa come normale. In fondo, praticamente da sempre, gli uomini si siedono così. Si tratta di un gesto innato, virile, indispensabile alla sopravvivenza della specie e dell’orgoglio. Altrettanto normale, per noi donne, è fare le contorsioniste per evitare contatti con gambe, mani, piedi e altre parti del corpo maschile sui mezzi pubblici. Noi le gambe siamo costrette ad accavallarle. Stringiamo le ginocchia, ritiriamo i piedi sotto al sedile, incrociamo le braccia. Poi, se la situazione proprio si compromette, si va di gomitata e via.

Non ho mai pensato che un giorno una cosa così potesse essere vietata. Un divieto vero e proprio. Come non fumare nei mezzi pubblici, non appoggiarsi alle porte, non oltrepassare la linea gialla. Non tenere le gambe aperte. Suona strano. Esprimere come un divieto vero e proprio una cosa che dovrebbe essere una semplice regola di buonsenso. Educazione. Rispetto. Il problema è che se c’è un divieto, significa che dall’altro lato c’è qualcuno che si arroga il diritto di fare una cosa, anche se può dare fastidio agli altri. Se gli chiedi perché, ti risponde che è libero e può fare quello che vuole.

Libero di sedersi come e dove gli pare. Libero di allargarsi prendendosi anche il tuo spazio. Libero di non preoccuparsi di come le persone intorno a lui possono sentirsi. Libero di non chiederti mai come stai. Libero di provarci con un’altra davanti a te in un posto in cui non avevi chiesto di stare. Uomini così, quando si sentono liberi, si allargano. Invadono il tuo spazio nelle foto, a letto, nelle conversazioni. Alcuni di loro continuano ad allargarsi tutta la vita e le donne che hanno a che fare con loro finiscono per rannicchiarsi nelle proprie vite, per occupare meno spazio possibile, sperando di trovarsi almeno vicino al finestrino per poter respirare un po’. Altri dicono che quando si fidanzano poi cambiano. Come se il mondo fosse un parco giochi da godersi finché non arriva l’orario di chiusura.

Allora, giocate.

Non vi lamentate però se il bollino con il divieto di allargarvi uno poi ve lo attacca in fronte e se ne va.

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Facciamo Due Chiacchiere, Blog?

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Cavolo però quella storia della parola dell’anno ci aveva preso.

In pochi mesi mi sono ritrovata indaffarata come mai avrei creduto fosse possibile.

E mi manca tantissimo stare qui. 

Allora stasera ho pensato di mettermi sul letto con il pc sulle gambe e cercare di recuperare un po’ di tempo perduto con il mio blog. Come se fosse una persona che negli ultimi tempi ho trascurato. Lo so, pensare al blog come ad una persona significa che proprio bene bene non sto. Sarà effetto dello stress.

Eppure sono felice di essere stressata. Davvero. Credo sia molto più pericoloso e deleterio non avere impegni e progetti da realizzare. C’è una similitudine bellissima che lessi non ricordo più dove che riguardava il modo moderno di intendere le giornate. Venivano paragonate a delle bottiglie vuote che scorrono in fila, una dietro l’altra, su un tapis roulant e noi siamo gli operai che devono riempirle a tutti i costi con qualunque cosa ci capita a tiro. Se non ci riesci, per la società moderna, non sei nessuno. Non stai vivendo. Stai perdendo tempo. Allora anche se stai cinque minuti senza far niente ti senti in colpa e prendi il cellulare dalla tasca e apri un’app a caso pur di far qualcosa.

Per un bel periodo mi sono sentita così. Come se stessi sprecando spazi e minuti. Pensavo troppo e agivo poco. Adesso che ho mille cose da fare invece mi mancano molto quei momenti che trascorrevo qui, sull’editor degli articoli, a ricostruire i miei percorsi emotivi, ad esplorare sentimenti, analizzare cose viste o sentite in giro.

Mi manca parlare con te, blog. Pormi domande assurde e tirar fuori risposte dal fumo di una tazza di tisana calda. Mordere cucchiaini mentre cerco l’immagine adatta ad un post. Mi manca parlare con me. Scrivo poco perché non mi parlo. Non ho percorsi emotivi da ricostruire perché qualche tempo fa ho lasciato i miei sentimenti a casa e ho detto loro di aspettarmi, che quando sarei tornata avrei avuto storie da raccontargli. Allora non si sono mossi da lì, mentre io invece sono sempre in giro. Al massimo dovrei ricostruire mappe dei miei spostamenti fisici, non di quelli interiori.

Credo sia questo il motivo per cui quando provo a guardarmi dentro il mio sguardo si scontra con uno specchio e torna su di me.

Forse il mio inconscio vuole dirmi di approfittarne, vivere il momento e pensare a me stessa.

Oppure ce l’ha con me e ha trovato il modo per non farmi più entrare.

Guestpost su Principesse Colorate: di che Cronotipo sei?

 

Ovvero, racconto di quanto io sia in tutto e per tutto un gufo. Una di quelle persone che possono dire di essere davvero sveglie e nel pieno delle proprie capacità psico-fisiche più o meno intorno alle dieci e mezza. Di sera.

Scherzo dai. Anche prima. Diciamo intorno alle 18.

In generale il fatto è che di solito faccio molta fatica ad alzarmi molto presto al mattino e dopo anni e anni di bestemmie rivolte alla sveglia, ho capito che sono fatta proprio così. Sono più produttiva nelle ore serali che in quelle diurne. E’ proprio una cosa assodata. Si tratta del mio cronotipo. 

Con l’inizio della primavera il problema si fa ancora più marcato a causa dell’ora legale che, nonostante i suoi diversi vantaggi, per me significa che si dorme un’ora in meno e basta.

Parlo di questo nel mio guestpost di aprile su Principesse Colorate, se vi va di darci un’occhiata è a questo link: Ti sei mai chiesta di che Cronotipo sei?

Guestpost di Marzo per Principesse Colorate

Qua non ci si ferma un attimo e…

Breve post per dire che è online il mio guestpost di Marzo per Principesse Colorate, in cui parlo di una cosa che per la me ‘bambina’ era letteralmente magica: disegnare. Da grande ho dedicato poi più tempo alla grafica che al disegno, ma il fascino che ha un foglio bianco, che sia virtuale o no, è sempre lo stesso.

I grandi, poi, spesso non si fanno gli affari loro. Qualcuno ti dice che bisogna colorare nei bordi, un altro che il disegno è bello ma se lo rifai è pure meglio. E allora? Il momento del disegno è quello in cui un bambino può dare libero sfogo alla fantasia o no?

Mi sono chiesta questa cosa. Se vi va di dare un’occhiata, l’articolo è: Fogli bianchi e colori. Tutta la creatività dei bambini non deve avere regole

ComeDiari #12: Senza Dubbio

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In fondo quel che ti fotte è il dubbio. 

Quando invece sai, è diverso.

Non ci verrebbe l’ansia uscendo di casa al mattino se sapessimo che, qualunque sia la condizione di traffico e di salubrità mentale delle persone che incontreremo per strada, il treno o l’autobus sarebbero lì ad aspettarci comunque e potremo arrivare in sede in tempo, all’orario giusto.

Nel bene o nel male, quando sai, stai meglio. Almeno, sei più tranquillo. Puoi concederti il lusso di essere consapevole e regolarti di conseguenza. Perfino se è giorno di sciopero.

Perfino se lui non vuole più vederti.

Se non vuole più sentirti.

Se sai, allora finalmente tutto quadra e il dubbio sparisce. 

Capisci.

Non ne valevi la pena. 

Percorrere dei chilometri.

Rispondere al cellulare.

Scrivere un messaggio.

Azioni chiamate pretese nonostante non sia stata tu a chiederle.

Non è molto meglio, invece, sapere? 

Non le farebbe. Cose, così. Per te. 

Quando sai, non ti preoccupi più. Dormi serena e ti svegli concedendoti a colazione il lusso di essere consapevole. 

Il cellulare non squillerà.

Non vibrerà brevemente, nemmeno.

Non dovrai attendere nessun momento giusto.

Non devi prendere nessun treno.

E non c’è neanche sciopero.

Senza dubbio, è così.

 

Senza Folletti, Senza Pensiero Nuovo. Però, Auguri!

Quest’anno i folletti di WordPress hanno dato forfait, si mormora che gli elfi abbiano dato un party in Lapponia e di tornare qua a lavorare non ne hanno voluto sapere.
Così le statistiche sono andata a vedermele da sola e ho scoperto che Sappiamo fare cose belle è stato il primo articolo dell’anno appena concluso e anche il migliore rispetto a tutti quelli successivi.
Una cosa strana, ma nemmeno troppo. In fondo anche la me di inizio anno è stata la migliore tra tutte quelle che si sono susseguite dopo.

Un anno nuovo deve iniziare con almeno un pensiero nuovo. 

Eppure adesso l’unico che mi viene in mente è poter sapere che non accadrà più. Vorrei che non mi si spegnesse di nuovo la luce proprio nel momento in cui ho da fare cose importanti che riguardano il mio futuro. Forse sono stata io a reagire troppo male, ad accettare poco e a piangere molto. Ho realizzato poche cose e ho litigato molto. Ho pensato più spesso al peggio che al meglio. Mi sono sentita più sola di quanto -forse- lo fossi davvero. Qualche giorno fa ho fatto un giochino su Facebook che creava un tag cloud delle parole che avevo usato di più nel 2016. Tra quelle più digitate c’era Perché, ma anche Imparato. Tanto per dire.

Ho aspettato qualcuno che non aveva segnato in agenda nessun appuntamento con me. Credevo stesse aspettando a sua volta  che si creasse una finestra spazio temporale abbastanza ampia da poterci contenere, abbracciati. Invece no. L’amore guardò il tempo e rise perché sapeva di non averne bisogno. In realtà però, secondo me, stava bluffando. Il tempo, si sa, è relativo. L’amore no, però può stancarsi a furia di stare in piedi a fissare la porta senza mai essere invitato ad entrare e a scaldarsi un po’ le mani. Finisce che gira i tacchi e va via, prima di morire assiderato. Perfino in pieno agosto.

Del 2016, oltre al freddo, ricorderò il white noise tenuto nelle cuffiette per ipnotizzare i pensieri negativi, due viaggi nello stesso posto, tre libri, il rimprovero di una bambina, la tisana allo zenzero che solo a dicembre ho scoperto essere più buona aggiungendoci la cannella, l’inizio della mia avventura con Principesse Colorate e l’iscrizione -udite, udite- in palestra.

Come dite? Il pensiero nuovo?

Ah, non vale glissare parlando dell’anno scorso.

Nemmeno riciclare quello dell’articolo che ho citato.

E’ che ero così occupata a liberarmi di tutte quelle terribili me che non ci ho pensato.

In pratica inizio l’anno senza un pensiero nuovo e senza folletti.

E’ rimasto un sacco di spazio però, il che non è affatto male.

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Qual è il Tuo Natale

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Ogni Natale per me nasce con una domanda. Ogni anno cerco di guardarmi bene intorno per sorprendere la risposta che si nasconde a volte in un dettaglio, altre in un sentimento o in un’idea bella e luminosa.

Negli ultimi anni ho parlato spesso di mancanze e ho deciso che farmi ancora delle domande a riguardo non sarebbe stato giusto. Ogni persona è solamente e semplicemente lì dove ha deciso di stare. Punto. Né più lontana, né più vicina. La felicità e l’equilibrio non dovrebbero dipendere da ciò, imparando ad accettare gli altri per ciò che sono e se stessi, pur sempre lavorando su ciò che ancora non siamo.

Quest’anno, come accennavo nel post precedente, mi chiedo se in realtà il Natale è una festa più individualista di quel che sembra o di quel che era un tempo. Vedo intorno a me poca voglia di festeggiare e tantissima, invece, di perfezione: l’addobbo giusto, il regalo perfetto, il selfie tra le luminarie più originali. Non parlo di semplice consumismo, ma del fatto che la soddisfazione personale nasce nel riuscire a mettere insieme il Natale così come uno se lo immagina e non nel ‘ok, non tutto è perfetto, ma basta che si sta insieme‘.

Forse è sempre stato tutto così e io me ne accorgo soltanto adesso, oppure c’è poco amore e troppa tristezza in giro. In ogni caso, mi sono chiesta qual è davvero il mio Natale. Senza dubbio, per me, il Natale è questa scena qui, tratta dal riadattamento Disney di A Christmas Carol di Dickens:

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E’ la vigilia di Natale e Scrooge è ancora al lavoro, sommerso dai conti e dalle pile di monete ancora da contabilizzare. Trattiene il suo dipendente che fisicamente è lì, ma con la testa è alla sua famiglia e alla notte di Natale che si avvicina. Vorrebbe solo poter scappare a casa e iniziare a festeggiare. Ad un tratto entra in ufficio il nipote di Scrooge felice, eccitato dall’atmosfera natalizia e chiede all’avaro zio un’offerta per la beneficenza e lo invita a partecipare alla cena della Vigilia che sta organizzando. Scrooge ovviamente lo manda via in malo modo e torna a lavorare più arrabbiato di prima.

Ecco, per me il Natale è questo. E’ il momento in cui ogni attività consueta si interrompe perché… E’ semplicemente Natale. Il fiato trattenuto per giorni, mesi, che si è intorbidito di preoccupazioni e tristezze esce finalmente fuori in un -seppur breve- sospiro di sollievo. E’ una gioia semplice che rappresentiamo in forme incredibilmente complesse. E’ una candela che sfida il buio e ti riscalda un po’ dentro.

Il mio augurio quest’anno è quello che riusciate a vivere il vostro Natale, o meglio, quel che per voi è Natale e che quel momento possa riempirvi dentro del calore necessario per tornare lì fuori, poi, e riprendere ogni piccola e grande battaglia che vi appartiene.

Il mio guestpost di dicembre per Principesse Colorate parla di Babbo Natale, che per me è sempre stato la personificazione dello spirito natalizio e nient’altro, cosa che ogni bambino dovrebbe capire prima ancora dei discorsi tristi sul fatto che esista o no per davvero. Se vi va potete leggerlo qui: Chi è davvero Babbo Natale?

Detto ciò.

Buon Natale bloggers ❤

Alla Fine Ha Vinto Il ‘Forse’

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In questi giorni mi è capitato spesso di confrontarmi con amici e familiari sulla questione del referendum costituzionale e ne sono venuti fuori pensieri belli e discorsi interessanti riguardo cose di cui davvero raramente mi ritrovo a parlare.
Costituzione, democrazia, ideali. Ho intravisto idee profonde negli argomenti che ognuno portava a sostegno della propria scelta di voto. Abbiamo vissuto questo referendum con una certa ansia e un insolito fervore, tutti, indistintamente. Ci siamo congedati ieri sera consapevoli che non sarebbero state le nostre chiacchiere a fare la differenza e che avremmo dovuto aspettare il momento in cui ‘il sentire del popolo’ avrebbe preso forma in un Si o un No e sostanza nei numeri.

Non voglio fare l’ennesima analisi sui pro e i contro tanto che ormai i giochi sono fatti e le opinioni si sono ormai sprecate.

Questa mattina al risveglio ho provato una profonda delusione. Sono scesa per fare delle commissioni e nonostante la bella giornata di sole l’aria era immobile, come in attesa, ancora.

Sì perché adesso siamo di nuovo in stand-by, curiosi di sapere cosa accadrà.

Forse colgo male o in maniera inesatta. La scelta, secondo me, si riduceva tutta ad una questione di prospettive. Per quanto valide fossero le ragioni di tutti alla fine c’era da mettersi un po’ di traverso rispetto alle cose e cercare la visione che potesse cogliere quanti più aspetti positivi possibili.

Lo so, la questione resta discrezionale lo stesso anche così.

Allora aggiungo un altro elemento: il contesto.

Prospettiva e contesto insieme non restituiscono una visione oggettiva, vero. Era, però, la più oggettiva che ho trovato.

Cosa significa contesto? Mi guardo intorno. Ci sono forze politiche che hanno creato falsi scandali, divisione, populismo e odio che stanno esultando a sfregio delle idee di chi pur sostenendo il No come loro l’ha fatto con dignità, con una luce negli occhi e un calore nelle parole che non mi aspettavo. C’è una vittoria sulla carta che però significa sconfitta agli occhi del mondo e a quelli della storia.

L’Italia è finita in balìa di tutto ciò e mi dispiace profondamente.

La Costituzione tornerà nel cassetto come la tovaglia di Natale un po’ ingiallita dal tempo ma sempre buona perché l’ha comprata la nonna decenni fa. La democrazia tornerà con lo Yeti ad Atlantide a progettare la formula della Nutella che non fa ingrassare. Gli ideali verranno rimessi in gioco sul tavolo da poker come fiches di cui nessuno mai ha riscosso il valore, che tanto basta averle in mano e giocarci, il resto non conta.

La vittoria del No, nel contesto, è diventata una sconfitta per chi ha davvero sostenuto Costituzione, democrazia e ideali opponendosi alla riforma.

Mi chiedo se ne è valsa la pena e se ‘il sentire del popolo’ verrà correttamente interpretato adesso e se mi sono sbagliata nello sperare in un po’ di forza e stabilità senza che il tutto si riducesse ad una nuova corsa per acchiappare per primi quante più poltrone possibili.

Ah, ma davvero stanno decidendo se fare prima la riforma elettorale o le elezioni?

Ma guarda.

Distanza

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Distanza.

Ultimamente ogni aspetto importante della mia vita, purtroppo, ha a che fare con questa parola. Già di suo sembra avere sempre e comunque un’accezione negativa.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Significa pure però che quella cosa, persona, non la stiamo vivendo. Non è presente nella successione di spazi e di attimi che ci circondano, in alcun modo. Oppure. Non possiamo non ferirci le dita provando ad accarezzare i bordi di un obiettivo che non si incastra ancora perfettamente nei nostri giorni. Robe così.

Nonostante ciò io la distanza non l’ho mai demonizzata. Non mi ha mai spaventata. Forse perché di mio tendo ad uscire dalle definizioni, inventare significati per vedere quanto vanno lontani da soli senza dover correre a sorreggerli e ogni tanto mi guardo intorno attraverso un tulle colorato, di quelli delle bomboniere, per vedere di che colore diventa la realtà. Forse, invece, è perché da piccola ho imparato che non c’era persona amata distante abbastanza da non poter essere raggiunta con un treno o un auto e molti dei miei familiari vivevano dai trenta ai novecento chilometri da me.

Distanza per me non è separazione. Eppure, mi sono dovuta arrendere a quell’evidenza che per tante persone è normalità, per cui non ho avuto scampo. I miei giorni si sono riempiti di quel significato da cui sono fuggita tante volte e s’è preso tutto lo spazio schiacciandomi a terra.

Da lì ho percepito un altro aspetto della questione: la distanza è anche un filtro. Non la si attraversa senza i requisiti necessari. Motivazioni deboli e legami sottili non ce la fanno, soccombono quasi subito. Qualcuno direbbe che è anche una questione di mezzi e di risorse disponibili ed è vero, anche se questo vale solo dal punto di vista fisico. Si può essere vicini anche in altri modi che ognuno può immaginare da sé. Qualcun’altro sosterrebbe che in fondo questa è una cosa positiva: se una persona riesci a sentirla nonostante lo spazio -e magari il tempo- allora un legame c’è davvero.

Messa al tappeto dall’evidenza, dunque, ho pensato di arrendermi. E si. Basta. Tanto è inutile. Le circostanze hanno sempre la meglio. Ci sono rapporti, vite, alberi genealogici interi che si reggono su una o due di loro. Chi sono io mai per rivoltare l’ordine delle cose? Se mi spaventano le circostanze più delle distanze in fondo è un problema soltanto mio. Mi sono piantata lì a terra e ho iniziato a sentire freddo. Dentro. Un freddo strano.

Era trasparente. Limpido. Una sensazione che puliva via tutte le altre così ingarbugliate, dolorose, arrabbiate e tristi insieme. Sembrava libertà. Mi sono sentita come l’estremità di una distanza appena rotolata via chissà dove e di cui riuscivo a vedere solo alcuni tratti che ho capito avrei dovuto percorrere da sola. Mi sono alzata e ho iniziato a fare qualche passo. Non ho idea di dove si trovi l’altra estremità, ma di aspettare e di combattere le circostanze mi sono davvero stufata.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Adesso, però, non ci sono più neanch’io.