Spiagge a tema libero

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Io mi chiedo che senso hanno oggi le spiagge a tema politico.

Dopo la spiaggia fascista in Veneto, l’altro giorno al telegiornale ho sentito parlare della spiaggia comunista che si trova da qualche parte in Calabria. D’accordo che ormai le spiagge sembra siano diventate molto più del web posti in cui poter esprimere liberamente idee e soddisfare bisogni fisici -no, non quello di rilassarsi cullati dalla brezza marina, ho sentito parlare anche di fazzoletti di sabbia usati come luoghi di incontro per far sesso e basta-, ma davvero, io non capisco.

In quanto membro della generazione dei Millennials, che non è nativa digitale ma che per costruire il mondo intorno a sé ha avuto in dotazione le trasformazioni come malta e le incertezze come mattoni, sono stufa di sentir scimmiottare ancora di destra, sinistra, bandiere, ideologie, Che Guevara e capitalismo.

Sono idee intorno alle quali sono girate le vite di tantissime altre persone prima di noi. Non mi pare abbiano risolto qualcosa. Le ideologie pure si sono rivelate dei fallimenti. L’unico che ricordo abbia avuto successo condividendo i propri beni e rinunciando alla ricchezza e alle comodità è stato San Francesco. Non vedo in giro persone candidate a fare altrettanto e non appartenenti ad ordini religiosi. Il capitalismo pure ha un rapporto un po’ odi et amo con il mondo e quel che diventerà a causa sua.

Abbiamo visto e rivisto persone cambiare bandiera a seconda delle necessità del momento. Altri si sono fatti strada appartenendo sempre allo stesso partito politico ma non accettandone del tutto i principi e non seguendo proprio tutte le regole. Facendo un po’ come capita.

Noi invece ci stiamo preoccupando per le cose sbagliate. Non c’è più bisogno di sperimentare il comunismo in spiaggia per vedere se funziona o restare affezionati al mezzo busto di Mussolini che ancora viene venduto nei negozi di souvenir di alcune città d’Italia.

L’unica ideologia che forse tiene banco è l’individualismo, anche se in realtà l’identità la stiamo ancora cercando. Andando per tentativi. Pensiamo a costruire noi stessi e non reti sociali. Lasciamo che le comunità vengano costruite dai social network con degli algoritmi. Noi abbiamo altro da fare. Abbiamo progetti di vite solitarie, ma socialmente approvate da likes e condivisioni, da portare avanti. Abbiamo Netflix, un plaid e una tazza fumante di cioccolata o thé in inverno e sorrisi forzati in un selfie al mare d’estate. Sì perché finalmente siamo andati in vacanza da soli, prenotando online una stanza senza litigare con i nostri genitori per la scelta del luogo, con improbabili partner per quella del periodo migliore o con gli amici perché cazzo lasciano disordine in giro e così non è vacanza se dobbiamo stare a rassettare anche per gli altri.

Forse di politica e di ideologie non ne capisco niente e non dovrei star qui a scrivere di cose che non so. Io però, a differenza di coloro che per primi ne hanno parlato, sono qui. Qui e adesso e preoccupata

Preoccupata della solitudine che sta ammalando il mio mondo connesso ma solo virtualmente. Preoccupata delle foto dei miei parenti inviate su Whatsapp dalle più diverse località di vacanza perché oggi non si aspetta più di tornare a casa per mostrare le proprie foto e raccontare delle proprie esperienze di persona davanti a un caffé.
Preoccupata della siccità e del fatto che usiamo l’acqua potabile come scarico dei nostri wc. Preoccupata perché l’Europa non ha superato l’esame di maturità perché alle domande sui migranti non ha risposto, ma ai suoi genitori non l’ha detto e continua ad abbozzare scuse per non perderci la faccia.

Insomma, la storia è storia. Oggi abbiamo altre sfide da affrontare. Tra qualche decennio alcune spiagge saranno sommerse a causa del riscaldamento globale e ai figli dei Millennials e di tutte le generazioni a seguire penso che del fascismo e del comunismo fregherà ancora meno.

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Comunque il Time dice che saremo noi a salvare il mondo

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Si cambia! Proprio così, Di Punto in Bianca.

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L’altra sera stavo guardando l’ultima puntata di Sex and the City.

Lo so, è andata in onda quasi tredici anni fa, ma ho deciso di seguire la serie soltanto in questi ultimi mesi. Non voglio rivelare dettagli nel caso qualcuno di voi stia messo peggio di me e ancora non l’ha vista, dico solo che ad un certo punto sono finita in lacrime. Anzi, no. Lacrimoni. Piangevo come una disperata. Ho dovuto mandare un po’ indietro la puntata perché alcune battute nel frattempo me le ero perse.

Provavo una sensazione strana, quella che quasi sempre ti lasciano le serie tv alle quali finisci per affezionarti. Un misto di felicità e gratitudine per tutto ciò che ti hanno dato, ma anche di vuoto e tristezza perché ormai la storia è finita. Poi, ecco, c’è anche una punta di sollievo in quanto finalmente sei libera di fare altro.

La sensazione era strana e fortissima. Aveva però un non so che di equilibrato, il che la rendeva molto simile ad una consapevolezza. Le consapevolezze fanno sia bene che male insieme. Ti scuotono, ma ti insegnano qualcosa. Nel caso in questione, capisci che magari nella tua vita quello che credevi fosse Big in realtà è un Aleksandr Petrovsky, o comunque, vabbé, in ogni caso, che l’amore non c’è.

Mi sentivo bene e male insieme. Più di tutto però mi sentivo diversa. Alcune cose diventavano chiare, altre avevano bisogno di ancora un po’ di tempo per schiarirsi del tutto. Ad esempio, mi sono resa conto che ho commesso degli errori anche se in quei momenti non avrei potuto fare diversamente. So che adesso affronterei le stesse situazioni in un altro modo anche se ancora non so bene come.

Il fatto è che non possiamo stare in più punti di vista diversi nello stesso momento. La realtà si determina nel momento in cui ci si ferma ad osservarla. Per cui dipende da noi, da come stiamo, dallo stato in cui si trova la nostra mente e il nostro cuore. Dagli occhi che usiamo per guardarla. Così alla fine ci mettiamo in un punto di vista e ci schiodiamo da là soltanto quando perdiamo tutti i riferimenti e ci guardiamo intorno confusi, non riconosciamo più i palazzi, i negozi, ma anche i volti delle persone e il suono delle loro voci. Persi in una specie di stato confusionale cerchiamo la pace in altri riferimenti, altri volti, altri suoni. Ecco. Ci troviamo così in un punto di vista diverso dal precedente. Non è detto che all’improvviso dobbiamo per forza rinnegare quel che è stato, dimenticare, chiudere con il passato. Si tratta solo di un cambio di prospettiva. Spegniamo una luce e ne accendiamo un’altra, mentre gli occhi si abituano alle nuove immagini che questa ispira.

Un momento del genere mi è capitato alla terza o quarta volta che qualcuno mi ha chiesto come si chiamasse il mio blog. Orrore. Quasi nessuno mi capiva e mi chiedeva di ripetere. Quando sette anni fa ho scelto My Best Damn Things non ho pensato che in effetti era abbastanza impronunciabile, o almeno, che pur pronunciandolo bene non era detto che la gente potesse capirmi al volo. Certo, il nome deve piacere a me, però la questione del ripetere per poi finire in un vabbé-ti-mando-il-link stava iniziando a stufarmi. Per quanto fossi affezionata a My Best Damn Things, ho sentito fosse necessario cambiare.

Ho riempito due pagine di quaderno di titoli. Uno peggio dell’altro. Stavo per dichiararmi sconfitta quando Di punto in Bianca il volto mi si è illuminato.

Ha molti significati per me.

E’ orecchiabile.

Se mai dovessi ripeterlo più volte alla stessa persona vorrebbe dire solo che è lei che non ci sente.

Ecco, adesso mi emoziono di nuovo. Penso che lascerò il vecchio nome sulla sidebar tipo targa memoriale. Però dai, ci voleva.

Di Punto in Bianca è il nuovo nome del mio blog.

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Tutti Dicono Sempre Che Nessuno Mai …

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Posi la giacca, prendi la penna, ti siedi e per qualche minuto sembra che la tua vita sia tutta lì. Lasci fuori la porta tutte le cazzate che ti hanno fatto perdere tempo e buonumore, le paure e il buio che non sei riuscita ad asciugare ancora, nemmeno con le mani. Che poi cazzate in presenza di una donna non si dice, secondo il prof. Vecchi savoir-faire che andranno in pensione con lui. Inizi a parlare e, porca miseria, è tutto così logico. Razionale. Pensi razionale. Pensi a cose che hanno un senso. La matematica è una signora elegante che nessuno può fraintendere, mentre certe volte tu a stento credi in te stessa. Invece sarebbe così semplice. Logico. Razionale.

Dovremmo essere sempre lucidi e concentrati come lo siamo prima di fare qualcosa che per noi è molto importante, invece di perderci in quei labirinti di pensieri negativi per i quali sprechiamo fatica per costruirli, prima, e per scappare via, dopo.

Devo aver sentito parlare dei discorsi irrazionali di sfuggita alla tv. Sono quelli che, appunto, si articolano in parole scritte o dette prima che qualche filtro possa intervenire in soccorso al buonsenso del non dire cazzate. Portano di solito a generalizzare su qualsiasi tipo di argomento in maniera negativa e hanno l’incredibile capacità di far salire i nervi in pochissimi istanti, si inizia a maledire tutto e tutti perché tanto il mondo sta andando a rotoli e nessuno farà niente per cambiare le cose.

E’ sempre così.

Tutti mentono, ingannano, feriscono.

Mai nessuno che possa capirci davvero.

Ultimamente ci sono cascata anch’io, ma soprattutto ne ho sentiti tanti di discorsi irrazionali. Il carburante che più di tutti li fa andare veloci come il vento è il dubbio, l’incertezza. Quanto più ci sentiamo persi, più allora siamo in diritto di non credere in niente. Vittime di informazioni incomplete riguardo tutto ciò che ci circonda, compensiamo erroneamente attraverso essi, facendo di tutta l’erba un fascio.

Però, insomma, che male c’è a perdersi? Quando si arriva in un punto in cui non si riconosce niente e nessuno si può sempre ricominciare daccapo, anche senza riferimenti, indicazioni, mappe e pacche sulla spalla.

Perché nel bel mezzo del niente magari c’è qualcosa che può fare al caso nostro.

Non tutti sono sinceri, ma ci sarà qualcuno di cui potersi fidare.

Qualche volta le cose non vanno per il verso giusto.

Anche se…

Anche se poi tutti dicono sempre che nessuno mai…

CronacheDalCondominio #1: Il portiere

Avevo pensato di chiamare questa rubrica Bloom va in città, ma ho pensato che fosse troppo mainstream. Quindi ho optato per Cronache dal condominio. Cosa avrà di eccezionale il mio condominio rispetto a tanti altri, penserete. Il punto è che, a tre mesi dal trasloco, passata la stanchezza fisica e mentale, guardandomi intorno mi sono resa conto che sto così bene in questa città che mi sembra di averci vissuto da sempre. Finora non avevo avuto ancora modo di fermarmi e appuntare impressioni e spunti a riguardo, sarà l’aria più primaverile che invernale o che da qualche giorno al cambiamento in senso fisico si è aggiunto quello in senso emotivo.

Quel che è eccezionale in effetti è la sensazione di ‘nuovo’ e non si tratta solo del posto o della casa o della vista o della mia stanza. Qui sono diventata più io. Sto aggiungendo pezzi alla me che mi piace essere. La cosa buffa è che ci si innamora di se stessi quando qualcuno da un giorno all’altro ci mostra la visione che ha di noi, limitata e limitante. Pensiamo: questo o questa non sono io. Io sono più di così. Vuoi dimostrarlo a tutti e al diavolo chi non capirà mai.

Tutti… tranne il portiere.

Il portiere, sì.

Il portiere è la prima persona che incontri nel condominio e che devi, in un modo o nell’altro, imparare a conoscere. E’ una sorta di figura mitologica metà uomo, metà giardiniere, elettricista, antennista, contabile, guardiano, postino, moderatore, all’occorrenza. Un giorno ti sorriderà e saluterà con la mano, quello dopo ti guarderà come se non ti avesse mai vista in vita sua. Giuro che, essendo vissuta da sempre in una casa di una palazzina con sole altre due famiglie con cui ci si beccava nel cortile si e no due o tre volte a settimana, abituarsi a trovare una persona in sede stabile all’ingresso del palazzo ogni giorno non è facile. Specie quando capita che un pomeriggio torni con una torta in equilibrio sul palmo di una mano e con una busta nell’altra, arrivi vicino all’ascensore e ti maledici per non aver preparato prima una moneta da 5 cent nella tasca per avviarlo, allora piombi in portineria per poggiare la torta sulla scrivania scusandoti immensamente e iniziando a cercare il portamonete nella borsa. Il portiere impietosito ti porgerà una moneta guardandoti negli occhi con una certa insistenza e un discreto affetto e soprattutto con la forte speranza che tu sparisca in un nanosecondo dalla sua vista.

Insomma, c’è tanto da osservare. Persone, posti, atmosfere, vita. C’è da osservarsi, qua e là, quando un riflesso ci restituisce un’immagine che ci somiglia un po’ e ci fermiamo a cogliere difetti, paure ma anche sorrisi e luci più fresche negli occhi.

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– I’M – A Barbie Girl

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Premesso che non s’è capito ancora bene qual è la definizione di donna curvy -ma si sa benissimo invece cosa si intende per modella d’alta moda- e che mia cugina cinquenne già sa distinguere perfettamente tra ciò che è favola e ciò che è reale, nel senso che fate, draghi e principi esistono ma per finta, ci tenevo a riflettere sulla questione nata sulla nuova linea di Barbie in cui, per la prima volta, le differenze tra una bambola e l’altra non sono soltanto estetiche, in termini di capelli, trucco e abiti, ma fisiche.

C’è già chi si è schierato a favore o contro l’iniziativa della Mattel di rivoluzionare la classica Barbie dalle forme perfette e canoniche creando bambole dalla fisicità più simile a quella delle donne vere, fatta di proporzioni non statuarie -che non si ottengono nemmeno in palestra- ma belle perché uniche e armoniose comunque. Inutile ricordare che Barbie ha fatto sognare milioni di bambine, è stata sia simbolo della rivalsa delle donne sul sesso forte vestendo i panni di mestieri e professioni tradizionalmente maschili che stereotipo della bionda scema ma ugualmente imitata e ammirata da tutti. In questi che sono i tempi dei pari diritti per ogni tipo e forma di diversità, in America hanno pensato bene di aggiornarsi dando la possibilità alle bambine di poter scegliere tra una bambola più in carne, più alta o più bassa rispetto allo storico standard.

Ora, non è detto che questo sia sufficiente a far si che le bambine -e le ragazzine poi- facciano meno fatica ad accettare il proprio fisico, ad amare l’immagine di loro che appare allo specchio, perché in fondo il confronto non nasce con la bambola ma con le coetanee più o meno cattive, con i media e la moda. Per cui la critica che va per la maggiore è quella riguardo il diritto di sognare, in qualche modo così la fantasia va a farsi benedire, la realtà entra prepotente in un mondo fatto di immaginazione e semplicità e per di più nemmeno si risolve il problema. Già perché oltre a questo il punto resta quello della bellezza interiore e del fascino di uno sguardo o un gesto che nessuna bambola potrà mai insegnare. Insomma sarebbe stata una mossa inutile specie oggi che le bambine -ne ho la prova- sono molto più consapevoli della distinzione tra finzione e verità.

Eppure secondo me non è tanto male come idea, specie pensando al fatto che nei decenni tanti stilisti hanno vestito Barbie con delle vere opere d’arte contribuendo a renderla un’icona della moda influenzando non tanto i giochi delle bambine quanto i canoni di bellezza delle donne adulte. Per cui questa piccola rivoluzione potrebbe trasferirsi sulle passerelle, sostare sui cartelloni pubblicitari per poi arrivare finalmente nei negozi e nella vita di donne che, come me, non hanno una taglia 38 ma si sentono belle -a giorni alterni- e lavorano su quei due tre chili di troppo che non sono una colpa ma energia inutilizzata e che ogni giorno di più riescono a somigliare alla donna che desiderano tanto essere. Nella speranza che facciano qualcosa anche per Ken -che nemmeno in versione standard è mai somigliato all’ideale di uomo di nessuna- apprezzo la Mattel per esser stata ancora un passo avanti a tutti e questa volta al fianco di chi si augura che la società riesca a liberarsi di modelli e schemi mentali che ormai non le stanno più bene addosso da tempo.

Cronache Di Un Trasloco #2: Ansia

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C’è una cosa che ho capito ed è che i cambiamenti nonostante si possano percepire come improvvisi in realtà non lo sono davvero, nascono mentre stai prendendo tutt’altre decisioni e maturano pian piano fino a prendere la forma che li rende evidenti.

Eppure a poche ore dal trasloco m’è presa l’ansia.

Forse è una cosa normale e nessuno mi aveva avvertita a riguardo. Forse nasce dal fatto che vecchio e nuovo implodono in un piccolissimo spazio temporale nel quale non riescono a convivere. Si crea un concentrato altamente instabile di ricordi, paure, progetti, speranze, nostalgia, preoccupazioni e soddisfazioni che speri possa volatilizzare al più presto, diluendosi in cieli più sgombri, come se davvero il cambiamento avvenisse in un momento soltanto, nonostante sia cresciuto al nostro fianco giorno dopo giorno.

Se da un lato questa sembra una delle tante trappole della mente, dall’altro credo che certe volte l’ansia la si può sfruttare a proprio vantaggio come spinta propulsiva, energia aggiunta all’entropia che già esiste e costringe a non voltarsi più indietro.

Spero che sarò il più presente possibile tra le vostre pagine, nonostante mi mancherà wi-fi e tempo nei prossimi giorni 😉

ComeDiari #7: Le Storie Che Nessuno Racconterà Più

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Sai quand’è che una storia non la racconti più?

Penso sia nel momento in cui ti accorgi che ne hai perso l’essenza, il fulcro intorno al quale ruotavano i ricordi e i fatti, rattoppati in qualche punto da scene immaginate e qualche opinione. Allora non ne vale nemmeno più la pena sprecare la fantasia, ce ne vorrebbe tanta, troppa, per combattere i grigiori mattutini di certi cieli che vogliono solo esser lasciati in pace così come sono, nella loro ignavia.

Una storia non si racconta più quando i personaggi si sbiadiscono a tal punto che non sai nemmeno più chi sono, o meglio quel che sai basta giusto a definirne lo scheletro per farli restare in piedi. Ti accorgi che l’indifferenza ha divorato la voglia di scoprire e il tempo ha assegnato loro, d’ufficio, un modo d’essere pur di liberare la scrivania da scartoffie impolverate. Sono rimasti nello scatolo frammenti dei loro pensieri che a fatica riesci a rimettere insieme. Del cuore ricordi il battito ma ti manca il petto su cui poggiare l’orecchio ancora una volta. Non c’è più il maglione, non c’è più la pelle e il suono è solo quello registrato dalla tua mente. Nemmeno io sono più la stessa e sto cercando di ricordare com’ero mentre dovrei invece impegnarmi a capire chi sono. Io che mi ritrovo a raccontare storie più grandi di me e poi mi ci perdo dentro. Ho smarrito i desideri lì dove i confini del raggiungibile sono sottili e si possono ancora modellare. Che sia un fine o una necessità non lo so più, ma li spingo sempre oltre.

La società non lascia più in eredità un posto, o almeno uno soltanto, per ognuno di noi cosicché finiamo per avere poche radici e tantissimi rami, lunghi e ricchi di foglie. Che tipo di albero è questo, penserai. Non lo so e l’identità ha a che fare un po’ anche con questo. Sulle teste abbiamo tutti lo stesso cielo grigio e tra le mani un mucchio di fantasia. Qualcuno, spaventato, va a barattarla con deserti di regole e l’illusione di appartenere a qualcosa. L’odio diventa una soluzione allo smarrimento e alla paura, assegna un nome, un fucile e uno scopo che, chissà, appare più giusto e gratificante del sentire di essere un nessuno qualunque, a casa propria. Quando è morto dicono l’abbiano ritrovato con le radici ormai avvizzite circondato da più foglie di quelle che i suoi rami potevano sostenere. Porca miseria dico io, davvero valevano tanto quelle maledette foglie? Non diventeranno medaglie al valore, ma marciranno come i loro nomi nella memoria di una storia che nessuno racconterà più. 

Penso avessero la mia età più o meno e oggi io sono ancora qui a chiedermi chi sono. Loro, ormai, non possono farlo più.

 

Cronache Di Un Trasloco #1: Libri In (Di) Viaggio

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Sarà scontato o banale, ma in questi giorni di lavoro frenetico in vista del trasloco ho speso un sacco di tempo soltanto per riporre negli scatoli i miei libri. C’era da spolverarli, riporli con cura, sistemarli almeno per dimensione in modo da ottimizzare gli spazi, far attenzione a non sgualcire le pagine e, ovviamente, davo una sbirciatina a quelli che non prendevo dallo scaffale da un po’. La sbirciatina diventava un sedersi di fianco allo scatolo per sfogliarli, approfittare del momento per finire un racconto lasciato in sospeso troppo tempo prima, riguardare le illustrazioni delle fiabe che ho amato tantissimo e scoprire che, nonostante non le ricordassi a memoria, ne erano rimaste ombre di emozioni da qualche parte dentro di me.
Non è stato esattamente il modo più veloce per sbrigarmela, specie con tutto quel che c’è ancora da fare. C’erano libri regalati, libri amati, dediche, segnalibri comprati e disegnati, orecchiette alle pagine su cui tornare, che spesso poi si dimentica il perché, nonostante quella parola o frase in quel momento sembrava avesse fermato il mondo. E’ stato bello.

In questo periodo la mia mente viaggia in maniera sconnessa nel tempo saltellando tra ricordi di molti anni fa e quelli del passato recente. Mi sono liberata di oggetti che non volevo mi appesantissero inutilmente in questo cambiamento, che in fondo è solo uno dei tanti avvenuti negli ultimi due anni. Ho conosciuto persone e ho capito di avere ancora così tanta paura di dimenticarne altre. In certi momenti torna la rabbia per aver costretto a forza la mia mente a smettere di provare alcune mancanze. Ovviamente lei si è ribellata e adesso non fa che tormentarmi con scenari apocalittici nei riguardi della mia vita sentimentale, non che abbia bisogno di inventarsi granché poi. Così, incastrata in questo limbo tra passato e futuro, il primo un tantino più vivo e in forma del secondo che ce la sta mettendo tutta a guarire, eccitato quantomeno dall’idea che tra poco sarà tutto nuovo e diverso, ho potuto abbracciare lui.

Un nuovo libro.

Uno di quelli che ti capitano al momento giusto, anche se capiterà nello scatolo sbagliato, perché mentre aspettavo il corriere gli altri li avevo già chiusi e adesso se ne sta solo soletto sullo scaffale, abbastanza spaurito. Si chiama “Un ex è per sempre” della disegnatrice che adoro tantissimo Silvia Ziche. Ne ho già parlato una volta, oltre ai suoi lavori per la Disney e Topolino, scrive (disegna) libri che hanno come protagonista un suo personaggio, una donna alle prese con la ricerca dell’uomo della propria vita, Lucrezia. Lasciata dal suo ultimo compagno, Riccardo, che sembrava davvero fosse finalmente quello giusto, inizia un tortuoso percorso fatto di interrogativi sul perché sia finita così e sul come possa dimenticarlo per andare avanti. Ad accompagnarla è proprio Riccardo, sottoforma di fantasmino creato dalla sua mente che la segue ovunque tormentandola ancora. Non rappresenta altro che l’impossibilità e la paura di dimenticare un legame importante ma spezzato bruscamente, raccontate attraverso ironia e comicità come solo Silvia sa fare. Non vedo l’ora di leggerlo e, magari, sarà il compagno giusto per rimettere poi tutto in ordine, sia sugli scaffali, sia nella mente e nel cuore.

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‘Ho Pensato A Tutto In Un Momento, Ho Capito Come Cambia Il Vento’

Credo che ricorderò quest’estate per essermene goduta i temporali.

No, non è per giustificarmi per non aver rimediato in alcun modo al mio colorito pallido, ma sul serio alcune delle giornate di agosto che ho adorato di più sono state quelle di pioggia. Del caldo ne avevo avuto già abbastanza alla fine di luglio, mentre sui libri arrivavo al giro di boa di quest’altro percorso universitario, con temperature per le quali ‘studiare’ dovrebbe esser dichiarato proprio illegale. Così qualche pomeriggio fa, sotto lo sguardo allarmato della vicina di casa tutta presa a chiudere persiane e a raccogliere oggetti che potenzialmente potevano volar via, son rimasta sul balcone a sentire quel vento d’estate urlare contro il sole costringendolo alla resa dietro nuvole pesanti e nervose e osservavo il cielo, confuso dalla battaglia che si stava svolgendo, e si, inerme, perché in fondo non poteva assolutamente farci niente. Lasciare che le emozioni se la giochino da sole mentre tu stai lì ad osservare senza fiatare, fa si che poi si determini uno stato d’animo che sarà di tempesta o di sole, a seconda del vincitore. Rientrai quando ormai la pioggia si era fatta davvero troppo insistente e la vicina era già dentro da un bel po’.

Lo stato d’animo puoi influenzarlo ma il più delle volte ti sfugge di mano e dentro ti ritrovi un’ingovernabile bufera che rimette in discussione tutto, presente e passato. Guardo le foto di chi mi diceva -Aspetti che l’uomo della tua vita venga sotto casa con un mazzo di rose in mano sbucando così dal nulla?-, con addosso davvero soltanto l’estate, con buona pace delle intenzioni poetiche di Jovanotti e ricordo che l’idea di aspettare invece che l’uomo delle rose (no, non il pakistano) si trovasse a passare fuori ai bar dove andavamo di solito non mi entusiasmava tanto di più. Che poi non importa il come e il quando, sono solo stufa di stare a preoccuparmi di chi ha deciso invece di andarsene. E tu vai via, e magari pure per sempre, magari finisce tutto così e se ne vanno al diavolo tutte le belle storie sull’affinità e sui legami speciali e … basta, basta lo sai che è solo una tempesta e passerà, come tutte le altre, è uno stato d’animo e cambia, come cambia il vento. 

Ricorderò quest’estate anche per aver trascorso più tempo con i miei amici, tra qualche settimana abiterò ad una trentina di chilometri da qui che non sono tanti ma richiederanno un po’ d’organizzazione in più per vedersi. Credo che mi dispiaccia andar via per loro e per i ricordi, giacché ho vissuto sempre qui, per il resto non vedo l’ora di lasciare un posto che non ha più granché da offrire mentre mi attende una città vera anche se nemmeno è detto resterò a lungo pure lì. Ho condiviso spazi e risate con chi c’è davvero e ho imparato, o forse solo riscoperto, che qualche volta si può fare il tifo per il sole e quello si entusiasma e caccia via tutte le nubi dal cuore. Non è detto che farai splendere ogni giorno il sole ma si può andar molto vicini allo star bene, che poi altro non è che la voglia di sognare, innamorarsi e mettersi in gioco di nuovo. Forse per il momento solo di sognare. Che se non avrò più un altro amore come il nostro, io preferisco amarti ancora, di nascosto. 

 

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Foto personale, 1 agosto 2015

In corsivo ci sono alcune delle mie canzoni preferite di quel signore lì. E’ stato bellissimo esserci ed ascoltarlo dal vivo (per la seconda volta) nonostante il caldo e la fatica di un pomeriggio intero ad aspettare l’inizio del concerto.

Dimmi Di ‘Nuovo’

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Il treno si congedava da essa e io pensavo, come al solito, a chissà com’era stata da nuova. La stazione del mio paese è ormai un po’ lasciata a se stessa ed io ogni volta che il treno si allontana abbastanza da permettere di vederla quasi per intero mi domando che sensazione dava un tempo, con i muri bianchi e le finiture rosse, l’orologio che non segnava l’ora giusta solo due volte al giorno e senza erbacce, con entrambi i binari in funzione e il cartello con il proprio nome pulito e blu. Hanno anche dipinto qualche anno fa, ma un non si scrive sui muri è comparso poco dopo, insieme a numeri di telefono, dichiarazioni d’amore, i ti amo seguiti da ma io no, date di giorni importanti, litigi, insulti e riappacificazioni. Ci si potrebbe perdere a ricostruire intere storie da quei muri.

Mi sarebbe piaciuto esserci quando tante cose erano nuove. Stazioni, fabbriche della mia città prima che fossero abbandonate, vite prima che andassero in giro con delle barbe incolte, cuori che amo prima che si riempissero di ferite e sorrisi che ancora brillavano anche attraverso la nebbia. E’ vero che c’è della bellezza in tutto, a guardare quando l’ora del giorno è quella giusta, ma osservo cosa ho intorno e di nuovo vedo ben poco. Di ciò una gran parte appartiene pure al virtuale o comunque alla tecnologia.

Nuovo significa costruire. Un’automobile con i lego, un origami con la carta, un’idea con piccoli pezzi di altre caduti a terra mentre qualcuno frugava nella borsa cercando le chiavi di casa. Nuovo significa progettare. Proiettarsi. Riuscire a vedersi al di fuori di quel muro in cui ci si è rinchiusi per fuggire, pardon, proteggersi. Che certe volte si costruisce in modo sbagliato o non proprio adeguato. Pur riuscendo a demolire quell’orrore il problema comunque è che all’occorrenza si tira fuori dal cassetto di nuovo lo stesso progetto e lo si rimette in piedi uguale, identico a com’era prima. Tutta una storia poi per distruggerlo di nuovo. Nuovo significa inventare. Inventarsi una strada alla quale non ha pensato ancora nessuno. Inventare una storia. Inventare parole, similitudini. Ditemi se non c’è più vita nell’invenzione che in qualsiasi altra cosa al mondo. Nuovo significa futuro.

Poi non ci riesci a guardare attraverso tutto quel nero. Riprovi sfregandoti gli occhi ripetendoti che non può essere sparito tutto all’improvviso, che il futuro, l’invenzione devono essersi nascosti da qualche parte, ti stanno solo giocando uno scherzo. Mi sono arresa piangendo, una sera di mesi fa, raccontando alla luna che avrei mollato tutto e fatto poi un po’ quel che capitava, perché quel nero mi impediva di guardarmi le punte dei piedi, figurarsi il futuro. I motivi erano tanti, e non dipendevano, o non più, da me. Credevo davvero che fosse tutto finito. Finita la tranquillità, quella necessaria, quella che deve esserci se vuoi almeno tentare di ascoltare cos’ha da sussurrarti un raggio di sole. Nemmeno un briciolo di egoismo a sostituirla. Non sono capace di mollare e rendermi conto delle cose com’è che stanno. Preferisco la sconfitta, piuttosto che arrendermi. Che poi la vita ti passi sopra con un rullo compressore invece di stringerti elegantemente al muro minacciandoti di fioretto è solo perché manca totalmente di stile.

 Il treno rallentava entrando in un’altra stazione. Un po’ alla volta, fino a fermarsi. Mi stavo chiedendo com’è che ci si sente quando intorno a sé si respira aria di ‘nuovo’ non soltanto per curiosità, ma per ritrovare a naso quel che sentivo perso anch’io.

Il nuovo richiama il nuovo, quello che dentro di sé soccombe ogni volta che uno schema mentale o un edificio grigio e decadente invade gli occhi e la mente. Questo oggi per me sa di piccola rivoluzione. Se qualcuno ti dice che è lecito sognare e con una certa convinzione pure, allora sai che non è davvero tutto perduto, finito. Cambiato si, ma non finito. E non mi fate i cinici, sognare è un conto e avere la testa tra le nuvole è un altro. Io lo so perché l’ho fatto.

E porca miseria, non c’è scritto proprio da nessuna parte che non si possa provare ancora.