Cupa Melodia

Una bella differenza tra paese e città la si nota al supermercato.

Prima, quando ero in paese e mi trovavo a far la spesa di mattina, al supermercato non trovavo che donne. Mogli, madri che indossavano vestiti a caso perché avevano appena accompagnato i figli a scuola e sarebbero rientrate presto a casa per occuparsi delle pulizie domestiche e qualche insegnante che approfittava delle ore libere per anticiparsi con le cose da acquistare per la cena. Adesso invece trovo anche diversi uomini. Da soli o in compagnia delle loro consorti.

Forse questa cosa c’entra poco con la presenza o meno di uomini o forse è decisiva, fatto sta che ero una ragazzina e ricordo i discorsi che quelle donne facevano davanti al banco della macelleria.

Molto spesso facevano preparare al macellaio una bistecca doppia e della carne migliore. Una. Una sola. E aggiungevano -Sapete è per mio marito, quando torna stasera- guardandosi intorno alla ricerca di un interlocutrice che annuisse. Al che capitava che una di loro non solo annuisse ma addirittura rispondesse –Scusate e voi? Che vi mangiate stasera?- e l’altra rispondeva -Io? No, ma io mo mi prendo il petto di pollo nel banco. Quello lui lavora e quando torna mica gli posso dare il petto di pollo. Se non è bistecca rossa e chi lo sente.

Se non era alla macelleria, capitava al banco salumeria. Mortadella per sé, prosciutto crudo di Parma per i consorti. E amen.

Io ci trovavo qualcosa di profondamente e tremendamente stonato e nella mia testa giuravo che mai e poi mai avrei fatto lo stesso, quando sarei stata grande e avrei fatto la spesa per me e chi sarebbe stato al mio fianco. Bistecca? Sì, ma per tutti. Poi domani si risparmia e si compra il pollo. Per tutti. Se a lui non fosse piaciuto così, tanti saluti.

Questo è solo un esempio. Negli anni di situazioni in cui una ragazzina vede per la prima volta in quali disparità enormi sono andate ad incastrarsi le idee di essere un uomo e quelle di essere una donna ne capitano tante. In modi più o meno vicini e con conseguenze che la toccano da poco o niente a moltissimo. Il minimo che può succedere è collezionare una serie di sensazioni stonate che con il passare del tempo si sommano fino a creare una melodia cupa che attraversa l’anima quando, ancora una volta, si sente o si vive qualcosa del genere.

Qualche giorno fa infatti mi è capitato di sentire quella melodia, che è finita poi per allungarsi almeno di un paio di pentagrammi.

Mi raccontavano di una giovane donna della mia età.

Il suo compagno ha deciso che lei non deve lavorare perché secondo lui è meglio che stia a casa a crescere i suoi figli.

Una volta le ha detto che un giorno, se pure dovessero lasciarsi, lui troverà un’altra donna, ma non permetterà che lei trovi un altro uomo.

Anche se non staranno insieme, infatti, lei non dovrà essere mai di nessun altro.

Lei, beh, forse lei pensa che in fondo è normale che sia così. Insomma, che gli uomini sono uomini e anche se non sanno fare tante cose contemporaneamente hanno il diritto di decidere della vita delle loro donne. Loro sicuramente sanno cosa è meglio. Così ti fanno sentire al sicuro, anche se a volte capita che la situazione sfugga loro di mano, ma di solito in quel momento non decidono lucidamente. Gli prende un raptus. Uno come fa a prevederlo? Una spera semplicemente che non le capiti.

Mica è detto che il suo compagno sia come l’ex di quella tipa con cui lavorava prima. Spesso mangiavano insieme in pausa pranzo. Si era sposata, ma poi il matrimonio non stava andando troppo bene. Non si era capito chi aveva tradito chi per primo. Comunque, si stavano separando. Il suo ex aveva ormai un’altra relazione. Lei avrebbe avuto l’affidamento del bambino.

Poi mi hanno raccontato che alla fine forse il bambino sarebbe andato a vivere con i nonni e che per fortuna era a scuola quando i carabinieri avevano trovato lui in camera da letto con ancora in mano il telefono con cui li aveva chiamati.

musica triste

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CronacheDalCondominio #1: Il portiere

Avevo pensato di chiamare questa rubrica Bloom va in città, ma ho pensato che fosse troppo mainstream. Quindi ho optato per Cronache dal condominio. Cosa avrà di eccezionale il mio condominio rispetto a tanti altri, penserete. Il punto è che, a tre mesi dal trasloco, passata la stanchezza fisica e mentale, guardandomi intorno mi sono resa conto che sto così bene in questa città che mi sembra di averci vissuto da sempre. Finora non avevo avuto ancora modo di fermarmi e appuntare impressioni e spunti a riguardo, sarà l’aria più primaverile che invernale o che da qualche giorno al cambiamento in senso fisico si è aggiunto quello in senso emotivo.

Quel che è eccezionale in effetti è la sensazione di ‘nuovo’ e non si tratta solo del posto o della casa o della vista o della mia stanza. Qui sono diventata più io. Sto aggiungendo pezzi alla me che mi piace essere. La cosa buffa è che ci si innamora di se stessi quando qualcuno da un giorno all’altro ci mostra la visione che ha di noi, limitata e limitante. Pensiamo: questo o questa non sono io. Io sono più di così. Vuoi dimostrarlo a tutti e al diavolo chi non capirà mai.

Tutti… tranne il portiere.

Il portiere, sì.

Il portiere è la prima persona che incontri nel condominio e che devi, in un modo o nell’altro, imparare a conoscere. E’ una sorta di figura mitologica metà uomo, metà giardiniere, elettricista, antennista, contabile, guardiano, postino, moderatore, all’occorrenza. Un giorno ti sorriderà e saluterà con la mano, quello dopo ti guarderà come se non ti avesse mai vista in vita sua. Giuro che, essendo vissuta da sempre in una casa di una palazzina con sole altre due famiglie con cui ci si beccava nel cortile si e no due o tre volte a settimana, abituarsi a trovare una persona in sede stabile all’ingresso del palazzo ogni giorno non è facile. Specie quando capita che un pomeriggio torni con una torta in equilibrio sul palmo di una mano e con una busta nell’altra, arrivi vicino all’ascensore e ti maledici per non aver preparato prima una moneta da 5 cent nella tasca per avviarlo, allora piombi in portineria per poggiare la torta sulla scrivania scusandoti immensamente e iniziando a cercare il portamonete nella borsa. Il portiere impietosito ti porgerà una moneta guardandoti negli occhi con una certa insistenza e un discreto affetto e soprattutto con la forte speranza che tu sparisca in un nanosecondo dalla sua vista.

Insomma, c’è tanto da osservare. Persone, posti, atmosfere, vita. C’è da osservarsi, qua e là, quando un riflesso ci restituisce un’immagine che ci somiglia un po’ e ci fermiamo a cogliere difetti, paure ma anche sorrisi e luci più fresche negli occhi.

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‘Ho Pensato A Tutto In Un Momento, Ho Capito Come Cambia Il Vento’

Credo che ricorderò quest’estate per essermene goduta i temporali.

No, non è per giustificarmi per non aver rimediato in alcun modo al mio colorito pallido, ma sul serio alcune delle giornate di agosto che ho adorato di più sono state quelle di pioggia. Del caldo ne avevo avuto già abbastanza alla fine di luglio, mentre sui libri arrivavo al giro di boa di quest’altro percorso universitario, con temperature per le quali ‘studiare’ dovrebbe esser dichiarato proprio illegale. Così qualche pomeriggio fa, sotto lo sguardo allarmato della vicina di casa tutta presa a chiudere persiane e a raccogliere oggetti che potenzialmente potevano volar via, son rimasta sul balcone a sentire quel vento d’estate urlare contro il sole costringendolo alla resa dietro nuvole pesanti e nervose e osservavo il cielo, confuso dalla battaglia che si stava svolgendo, e si, inerme, perché in fondo non poteva assolutamente farci niente. Lasciare che le emozioni se la giochino da sole mentre tu stai lì ad osservare senza fiatare, fa si che poi si determini uno stato d’animo che sarà di tempesta o di sole, a seconda del vincitore. Rientrai quando ormai la pioggia si era fatta davvero troppo insistente e la vicina era già dentro da un bel po’.

Lo stato d’animo puoi influenzarlo ma il più delle volte ti sfugge di mano e dentro ti ritrovi un’ingovernabile bufera che rimette in discussione tutto, presente e passato. Guardo le foto di chi mi diceva -Aspetti che l’uomo della tua vita venga sotto casa con un mazzo di rose in mano sbucando così dal nulla?-, con addosso davvero soltanto l’estate, con buona pace delle intenzioni poetiche di Jovanotti e ricordo che l’idea di aspettare invece che l’uomo delle rose (no, non il pakistano) si trovasse a passare fuori ai bar dove andavamo di solito non mi entusiasmava tanto di più. Che poi non importa il come e il quando, sono solo stufa di stare a preoccuparmi di chi ha deciso invece di andarsene. E tu vai via, e magari pure per sempre, magari finisce tutto così e se ne vanno al diavolo tutte le belle storie sull’affinità e sui legami speciali e … basta, basta lo sai che è solo una tempesta e passerà, come tutte le altre, è uno stato d’animo e cambia, come cambia il vento. 

Ricorderò quest’estate anche per aver trascorso più tempo con i miei amici, tra qualche settimana abiterò ad una trentina di chilometri da qui che non sono tanti ma richiederanno un po’ d’organizzazione in più per vedersi. Credo che mi dispiaccia andar via per loro e per i ricordi, giacché ho vissuto sempre qui, per il resto non vedo l’ora di lasciare un posto che non ha più granché da offrire mentre mi attende una città vera anche se nemmeno è detto resterò a lungo pure lì. Ho condiviso spazi e risate con chi c’è davvero e ho imparato, o forse solo riscoperto, che qualche volta si può fare il tifo per il sole e quello si entusiasma e caccia via tutte le nubi dal cuore. Non è detto che farai splendere ogni giorno il sole ma si può andar molto vicini allo star bene, che poi altro non è che la voglia di sognare, innamorarsi e mettersi in gioco di nuovo. Forse per il momento solo di sognare. Che se non avrò più un altro amore come il nostro, io preferisco amarti ancora, di nascosto. 

 

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Foto personale, 1 agosto 2015

In corsivo ci sono alcune delle mie canzoni preferite di quel signore lì. E’ stato bellissimo esserci ed ascoltarlo dal vivo (per la seconda volta) nonostante il caldo e la fatica di un pomeriggio intero ad aspettare l’inizio del concerto.

Semaforo Rosso

Sessanta secondi. L’ultima volta ho notato i suoi guanti di lana neri e la maglia a maniche lunghe blu che porta nonostante il caldo, o forse per quello. Corre, salta, conta le auto, i secondi, i centesimi. Alle otto del mattino lui sorride, tu sbadigli, lui lancia i fazzoletti sul parabrezza e se non li vuoi torna a riprenderli, qualcuno impreca, qualcuno compra, qualcuno, come me, ogni volta salta dal sedile dell’auto perché sovrappensiero. Una mattina ero nervosa e lo guardai distrattamente, lui imitò il mio broncio e io risi. Poi puntualmente il tempo scade e il mondo torna a muoversi, il gioco finisce.

Un-due-tre-stella! La città si diverte a giocare, specie quando vai di fretta. Alcuni si mettono in posa davvero, a fissare chissà cosa. I restanti si scambiano occhiate, sperando di non esser sorpresi a muoversi da chi stava tenendo il conto, senza mani davanti agli occhi e il viso rivolto al sole. Immobilità eterea, tempo che si tocca con pensieri increduli -Perché stiamo fermi, non passa nessuno!-. I più caotici sarebbero tutti bloccati e sospesi a mezz’aria se non fosse per quello di far tardi, già cento metri più avanti che aspetta impaziente battendo il piede a terra.

Ancora uno. Altri secondi di quiete, irreali, persi a notare dettagli dei palazzi e della gente sui quali mai ti saresti soffermata altrimenti e ad incrociare occhi che nascondono occhiaie e sguardi dietro lenti colorate, prima di riprendere a fissare la strada. Tieni il piede pronto sulla frizione, che lo sai, tutto tornerà come prima, si ripartirà scorrendo via tra tutti gli altri ognuno verso la propria giornata, così com’è normale che sia, anche se in quei pochi secondi non sembra così scontato, specie se un’idea diversa attraversa elegantemente sulle strisce proprio lì dinanzi a te e ti stai sporgendo per vedere da che parte sta andando. Sussulto. Da dietro stanno già bussando.

Riapro gli occhi, qualcuno ci osserva stranito. Penso che quando siamo perfettamente liberi di disporre del nostro tempo finiamo per perderlo e con lui perdiamo anche occasioni e possibilità, invece poi costretti in un brevissimo spazio di istanti contati, elemosinati, cerchiamo di vivere davvero, come se non avessimo alternativa alcuna. Lascio le tue labbra, tu corri, io spero, di nuovo il tempo scade. Semaforo rosso.

Dimmi Di ‘Nuovo’

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Il treno si congedava da essa e io pensavo, come al solito, a chissà com’era stata da nuova. La stazione del mio paese è ormai un po’ lasciata a se stessa ed io ogni volta che il treno si allontana abbastanza da permettere di vederla quasi per intero mi domando che sensazione dava un tempo, con i muri bianchi e le finiture rosse, l’orologio che non segnava l’ora giusta solo due volte al giorno e senza erbacce, con entrambi i binari in funzione e il cartello con il proprio nome pulito e blu. Hanno anche dipinto qualche anno fa, ma un non si scrive sui muri è comparso poco dopo, insieme a numeri di telefono, dichiarazioni d’amore, i ti amo seguiti da ma io no, date di giorni importanti, litigi, insulti e riappacificazioni. Ci si potrebbe perdere a ricostruire intere storie da quei muri.

Mi sarebbe piaciuto esserci quando tante cose erano nuove. Stazioni, fabbriche della mia città prima che fossero abbandonate, vite prima che andassero in giro con delle barbe incolte, cuori che amo prima che si riempissero di ferite e sorrisi che ancora brillavano anche attraverso la nebbia. E’ vero che c’è della bellezza in tutto, a guardare quando l’ora del giorno è quella giusta, ma osservo cosa ho intorno e di nuovo vedo ben poco. Di ciò una gran parte appartiene pure al virtuale o comunque alla tecnologia.

Nuovo significa costruire. Un’automobile con i lego, un origami con la carta, un’idea con piccoli pezzi di altre caduti a terra mentre qualcuno frugava nella borsa cercando le chiavi di casa. Nuovo significa progettare. Proiettarsi. Riuscire a vedersi al di fuori di quel muro in cui ci si è rinchiusi per fuggire, pardon, proteggersi. Che certe volte si costruisce in modo sbagliato o non proprio adeguato. Pur riuscendo a demolire quell’orrore il problema comunque è che all’occorrenza si tira fuori dal cassetto di nuovo lo stesso progetto e lo si rimette in piedi uguale, identico a com’era prima. Tutta una storia poi per distruggerlo di nuovo. Nuovo significa inventare. Inventarsi una strada alla quale non ha pensato ancora nessuno. Inventare una storia. Inventare parole, similitudini. Ditemi se non c’è più vita nell’invenzione che in qualsiasi altra cosa al mondo. Nuovo significa futuro.

Poi non ci riesci a guardare attraverso tutto quel nero. Riprovi sfregandoti gli occhi ripetendoti che non può essere sparito tutto all’improvviso, che il futuro, l’invenzione devono essersi nascosti da qualche parte, ti stanno solo giocando uno scherzo. Mi sono arresa piangendo, una sera di mesi fa, raccontando alla luna che avrei mollato tutto e fatto poi un po’ quel che capitava, perché quel nero mi impediva di guardarmi le punte dei piedi, figurarsi il futuro. I motivi erano tanti, e non dipendevano, o non più, da me. Credevo davvero che fosse tutto finito. Finita la tranquillità, quella necessaria, quella che deve esserci se vuoi almeno tentare di ascoltare cos’ha da sussurrarti un raggio di sole. Nemmeno un briciolo di egoismo a sostituirla. Non sono capace di mollare e rendermi conto delle cose com’è che stanno. Preferisco la sconfitta, piuttosto che arrendermi. Che poi la vita ti passi sopra con un rullo compressore invece di stringerti elegantemente al muro minacciandoti di fioretto è solo perché manca totalmente di stile.

 Il treno rallentava entrando in un’altra stazione. Un po’ alla volta, fino a fermarsi. Mi stavo chiedendo com’è che ci si sente quando intorno a sé si respira aria di ‘nuovo’ non soltanto per curiosità, ma per ritrovare a naso quel che sentivo perso anch’io.

Il nuovo richiama il nuovo, quello che dentro di sé soccombe ogni volta che uno schema mentale o un edificio grigio e decadente invade gli occhi e la mente. Questo oggi per me sa di piccola rivoluzione. Se qualcuno ti dice che è lecito sognare e con una certa convinzione pure, allora sai che non è davvero tutto perduto, finito. Cambiato si, ma non finito. E non mi fate i cinici, sognare è un conto e avere la testa tra le nuvole è un altro. Io lo so perché l’ho fatto.

E porca miseria, non c’è scritto proprio da nessuna parte che non si possa provare ancora.

* . . . Tra Il Dire (a ruota libera) E Il Fare (esami) C’è Di Mezzo…Il Lungomare! . . .*

In attesa delle nuove puntate delle serie tv che mi piacciono (Castle, Castle!!!) le cose che seguo ultimamente sono davvero poche. Per cominciare i GP di Formula 1, in particolare quelli che la Rai per gentile intercessione divina manda ancora in diretta, perchè tanto oramai quelli in differita li guardo, si, ma sapendo già come è andata, che non è esattamente la stessa cosa. Già perchè l’esperimento cerco-di-star-lontana-da-ogni-tipo-di-media per evitare di sapere il risultato delle gare è miseramente fallito. Per un paio di domeniche ho provato a farlo ma la prima volta mi ha fregata il telegiornale, che innocentemente stavo guardando ignara del fatto che stesse per annunciare il vincitore del primo GP e la seconda volta invece vittima di un post di facebook che fugacemente avevo aperto per altre cose. Ieri mi son fatta coraggio e mi sono affidata direttamente al sito BlogF1 dove scrivono in diretta tutti gli avvenimenti giro per giro. In pratica la gara l’ho letta e non vista, sempre meglio di niente. Che poi pare che ieri la sfortuna abbia invaso i box della Ferrari peggio della peste… Uff.

Un’altra cosa che seguo volentieri è The Voice. Non tanto per il programma in sè, anche se diverso dal solito, e tantomeno mi piacciono i talent e cose così. Mi piace perchè “sembra” che stia portando un po’ di rock in tv, grazie a Piero Pelù. Non sono mai stata una sua fan, anche se lo apprezzo, però adesso mi sta facendo divertire un mondo… Nonostante i tentativi di frenarsi un po’, esplode spesso tutta la sua carica rock e la verve da toscano e poi, cavolo, è sexy, roba che si potrebbe perdere la testa (!) anche se un’amica che concordava con me, l’altro giorno, ha accennato ad espressioni … più spinte, ecco. E non esiste alcun deterrente, quando uno merita, merita e basta.

Inoltre questo programma ha fatto tornare sulle scene anche Riccardo Cocciante, che ogni volta che lo vedo mi ricorda una cosa che accadde all’università. A pensarci ancora rido. Chiacchieravo con una compagna di corsi riguardo alla musica. Ad un certo punto mi chiese cosa ascolto e iniziai dai vari tipi di rock, tra cui i Bon Jovi, Springsteen, Nickelback, Train, Green Day e non sto a dirli tutti che non la finisco più, a qualcosa di pop, jazz, blues, country e musica classica. Un mare di cose in pratica. Lei che mi ascoltava attenta, fece:

“Sai, non so, ma ti facevo una fan di Riccardo Cocciante!”.

….

Il gelo sulle spalle e l’espressione perplessa in viso.

Io ora non so che faccia abbia una fan di Cocciante e per carità non è una cosa offensiva… L’unica cosa che riuscivo a pensare era….. Perchè?? Come aveva fatto ad immaginare me a cantare Margherita sotto alla doccia? Incredibile. Rimasi sconcertata, non per lui, ma per la facilità con cui la gente potrebbe allo stesso modo andare in giro dicendo che hai l’aria da serial killer. Così, giusto per una sensazione. Le risposi che apprezzavo Cocciante per il musical Notre Dame De Paris, musiche da brividi, ma che da qui ad essere una fan ci passava una galassia intera. Ebbi la certezza che non doveva essere una persona particolarmente perspicace.

Aspettando di sapere del giro successivo, sistemavo un po’ le foto scattate sabato sul lungomare, in visita al villaggio dell’America’s Cup. Ci sono stata non tanto per l’evento sportivo in sè che non seguo, ma per godere un po’ della città attraverso i percorsi pedonali (almeno questo, dopo mesi trascorsi a maledire la ZTL che hanno fatto con i piedi), del profumo del mare, delle luci sulla baia, della brezza fresca e dei taralli alle mandorle caldi… Le foto non sono di grande qualità perchè ancora devo capire come convincere la mia digitale a fare foto decenti all’imbrunire, si accettano suggerimenti!!!

 

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Adesso devo pensare a cosa c’è da fare… Il prossimo esame è finalmente l’ultimo, però ho una strana sensazione dentro. Quando le cose non si riescono a spiegare direttamente si prova dicendo esattamente l’opposto: ero molto più tranquilla quando di esami me ne mancavano tipo 18. E’ assurdo e non so spiegarmelo. Ho sentito al tg che Napolitano vuole dare un governo all’Italia entro la settimana. Io entro la settimana dovrei imparare a svolgere tutte le tipologie di verifiche di resistenza e di strutture iperstatiche. Ridendo, mi sono chiesta chi dei due ha più probabilità di successo… (:  E comunque, se non doveste vedermi più sappiate che potrei essere svenuta da qualche parte tra gli appunti e il librone di Scienza delle Costruzioni 2 (perchè a farlo tutto in una sola volta no, non andava bene, aaahh)….!

Buona settimana, bloggers e non! (;

* . . . Pensieri Erranti In Cerca Di … Un Pensatoio! . . . *

Io, il mio pc, il caffè, la radio accesa, qualche partita a scacchi e tanti pensieri che frullano per la testa. Un pomeriggio di Pasquetta di relax. Non sono tra quelli che si affannano ad organizzare per forza la gita fuori porta e anzi forse proprio perchè lo fanno tutti,  non me ne frega niente. In fondo a G. ieri non ho detto una bugia. Sono davvero rimasta a poltrire … per la prima metà della giornata. L’influenza di notte non mi fa dormire. Aveva esordito come spesso fa bella foto, che carina, sei venuta bene qui seguito da un interessamento su ciò che avevo in programma di fare oggi. Per fortuna la prima cosa che ho pensato non gliel’ho scritta. Il tempo di capire se fosse semplice curiosità o altro non c’è stato, percè in questi casi vanno in funzione i sistemi d’allarme. L’idea di uscire con qualcuno a cui non sono interessata mi manda in panico. Mi ha fatto ricordare quando tempo fa un tipo che conosceva mia zia faceva di tutto per farsi trovare da lei quando andavo a trovarla. Era un incubo. Una persecuzione. Tentava già di piacere a mia madre in maniera che, con mia zia, sarebbero diventate due le sue alleate. Ma per fortuna non ci riuscì. Una sera mi aiutò a prendere le pizze dal bagagliaio della macchina, ad un certo punto si girò verso di me e guardandomi disse -Comunque, complimenti per gli occhi…-.  ….. Complimenti per gli occhi? Ma mi prendi in giro? E che me li so fatti io? Complimenti di che? Al supermercato li avevano finiti azzurro chiaro, sai, così mi sono accontentata del ceruleo. E’ una figata però, cambiano con la luce e con il colore della maglietta. Altro che complimenti, dì pure che sono un vero genio. Dalla mia espressione dovevo avere proprio l’aria di una che aveva appena finito di dire tutte queste cose, lo notai dalla sua faccia, mentre invece mormorai un “grazie” e mi tenni alla larga da lui per tutta la sera. Poi non lo vidi più.

E’ più forte di me, non li reggo. Non come certe altre che conosco. Vorrei capire come fanno. C’è una tipa che su Facebook si vantava delle decine di richieste d’amicizia da parte di soli uomini che riceveva, tenendo a sottolineare il fatto che lo strano (!) fenomeno non era dovuto tanto alla sua bellezza, quanto alla sua personalità e sensibilità. Mi sono ripromessa di chiederle che reggiseno usa che fa sti miracoli, perchè dalla foto si notava solo quello.

Mentre pensavo queste cose, una delle soddisfazioni del secolo. Do’ uno scacco matto di pedone. E’ da quando mi allenavo a scuola con la squadra di scacchi che non succedeva. Una forza. Mi mancano quei pomeriggi, i campionati, i viaggi per le finali nazionali, le lotte che facevo con i capitani delle altre squadre, che al 70% erano lotte di occhiatacce mentre li sorprendevo a dare suggerimenti alle loro ragazze. Finita la scuola avrei dovuto continuare da sola e autofinanziarmi, però dovevo iniziare l’università e quindi non l’ho fatto.

Quello che dovrei iniziare a far ora, invece, è la valigia, mia madre passa e mi ricorda che mancano pochi giorni alla partenza. Torno alla realtà. Un bel viaggio in auto verso nord attraversando Lazio, Toscana, Liguria e Piemonte, per un matrimonio. Non vedo l’ora! Mi piace tanto viaggiare e vorrei farlo più spesso… Vorrei vedere Londra, New York, Toronto e tornare in nord Europa perchè ormai da quando ci sono stata, appena sento i primi profumi della primavera mi ricordo delle città che ho visitato, proprio in questa stagione, qualche anno fa. Per ora mi accontento di Torino, che pure è bella. Poi vorrei tornare a Courmayeur, conoscere altri posti della Valle d’Aosta e vorrei vedere le città della Toscana. Ecco, mi sono di nuovo persa a fantasticare.

Ovviamente la valigia non ho iniziato a farla. 😛 C’era uno spettacolo di cabaret al vicino centro commerciale e sono stata lì. Alla fine hanno dato spazio ad un gruppo rock emergente che non conosco. L’emozione della musica dal vivo… Straordinaria. Anche se i testi non mi colpivano più di tanto ascoltavo solo gli strumenti. Non fa nulla. Davanti ad un assolo di chitarra elettrica c’è solo da inchinarsi, la musica non ha colpa se il cantante di turno fa schifo (anche se non era questo il caso comunque). La magia di batteria, chitarra, basso e tastiera che ti fanno vibrare dentro come nessun’altra cosa al mondo!

Tra poco mi addormento scrivendo ahah Come spesso faccio quando troppe cose mi girano per la testa devo scriverle da qualche parte, come il prof Silente in Harry Potter quando estraeva i suoi pensieri con la bacchetta e li metteva in una specie di ciotola, il Pensatoio. Poi all’occorrenza se li andava a ripescare. E’ un po’ quello che mi piace fare qui ogni tanto. C’è anche un bel temporale, fuori, che mi aiuterà a dormire ….