Cronache Dal Condominio #6: La conversazione da ascensore

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Da quando vivo in un condominio ho dovuto imparare in fretta a fronteggiare situazioni che nella palazzina bifamiliare di paese in cui abitavo prima non avevano assolutamente modo di delinearsi per mancanza di elementi che propriamente ne sono le cause.

Non c’era, ad esempio, l’ascensore. Soprattutto, però, non c’erano possibili interlocutori. Di conseguenza, nessun pericolo di rientrare dopo aver portato fuori la spazzatura e trovare davanti all’ascensore qualcun altro in attesa dello stesso. Decisamente, non potevano crearsi imbarazzanti momenti del tipo entro-prima-io-no-meglio-prima-tu dovuti al fatto che non sempre si riesce a riconoscere all’istante la persona che ci è di fronte e ad associare in due nanosecondi il relativo piano d’appartenenza. Che si sa, l’ordine di entrata nell’ascensore deve essere contrario a quello di uscita, per evitare di incastrarsi nel tentativo di scambiarsi il posto o, peggio, di dover uscire fuori tutti per consentire al condomino giunto al proprio piano di raggiungere la porta di casa.

Sembra una cosa stupida, ma trovatevici e poi me lo raccontate.

In fondo pure Einstein l’aveva già detto. Parlando della relatività del tempo una volta affermò: “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora“. Si immagini quanto può sembrare lungo il tempo chiusi in ascensore con un estraneo durante il viaggio che porta dal piano terra al quarto piano.

A questo punto, confesso.

Devo dire che ho tentato, a costo di sembrare fuori di testa, ma l’ho fatto.

Eh si perché per evitare di trovarsi in situazioni del genere, specie quando l’umore non è dei migliori, i modi ci sono.

ascensore piano pulsanteUna volta vidi con la coda dell’occhio qualcuno che stava per varcare la soglia del portoncino d’entrata. Per evitare di condividere la corsa col suddetto ho accelerato il passo verso l’ascensore, ho aperto in fretta le porte e mi ci sono infilata dentro senza troppi complimenti. Mi sono sentita in colpa per aver costretto l’altro ad aspettare che io liberassi l’ascensore, ma un po’ anche soddisfatta, ecco.

Qualche altra volta mi è andata peggio. Alla domanda “Deve salire?” ho risposto che no, non avevo bisogno dell’ascensore e che io e le mie due buste della spesa avremmo potuto senza problemi prendere le scale. Aehm.

Poi ci sono quei momenti in cui proprio non puoi defilarti in nessun modo. E ti tocca.

La conversazione da ascensore.

Cosa, ditemi, di cosa si può parlare mai in una manciata di secondi? Di niente. Ecco. Fosse per me starei zitta. Il silenzio però è poco amico del tempo e lo fa sembrare ancora più lungo e imbarazzante. Allora bisogna inventare.

Se ci si trova in periodi di feste, l’argomento è facile da trovare. Pasqua e Natale offrono diversi spunti per considerazioni di pochi secondi, così come se c’è Ferragosto o qualche lungo weekend alle porte. In maniera simile, si può parlare del meteo. L’altro giorno, ad esempio, ho annunciato all’inquilino del secondo piano dell’arrivo di Burian, la perturbazione di origini russe che ha portato la neve OVUNQUE tranne che nella mia città. Il tempo di traumatizzarlo e ci siamo congedati.

Spesso si può prendere spunto dal look, da qualche gossip da condominio, dalla lampadina al terzo piano che è fulminata da due giorni e nessuno è andato ancora a cambiarla e cose così.

Insomma, si sopravvive.

Una volta, però, ne ho proprio approfittato.

Ho condiviso la corsa in ascensore con la vicina di casa. Lì, chiuse nella scatola elevatrice, condividendo poco più di un metro quadrato di spazio e pochi secondi di tempo, senza che potesse fuggire da nessuna parte o avesse la possibilità di cambiare argomento o trovare un qualsiasi motivo per evitarmi, gliel’ho detto.

La scala che ha nel balcone adiacente a quello della mia camera da letto sbatte tutta la notte contro il muro quando c’è vento e non mi fa chiudere occhio.

E che cavolo.

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CronacheDalCondominio #5: La Pasqua per le scale

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Tutto è cominciato ieri al supermercato.

La sensazione che questa sia una Pasqua timida, semplice, sussurrata sottovoce mi è venuta mentre cercavo le fialette di fiori d’arancio che servono per la pastiera napoletana. Mi sono avvicinata alla cassa, perché è lì che le tengono di solito, e ho guardato tra quelle esposte. Vaniglia, rum, mandorla. Niente fiori d’arancio. Al che chiedo alla cassiera e quella mi fa:

“Fiori d’arancio?” sguardo sospetto “Le fialette le tengo io qua. Quante ne vuoi?”

Nemmeno le stesse spacciando. Sinceramente non ho capito perché tanto mistero, ma vabbé. L’importante è che le ho trovate, penso.

Poi. La dico così, di getto. Sono tornata a casa e ho acceso il televisore. Con l’Isis in giro festeggiare la principale ricorrenza cristiana mica è una cosa da niente. Non è più come quando da piccola mi scocciavo di seguire i miei in Chiesa ad ascoltare la Messa e prendere l’acqua santa nella bottiglina per poi benedirci la tavola. Festeggiare la Pasqua in molti posti del mondo non è una cosa tanto scontata. Forse non lo era nemmeno prima, ma qui ce ne rendiamo conto soltanto adesso. Forse è maturità o è un qualche effetto del terrorismo sulle nostre menti, però oggi sentiamo davvero che il mondo è molto più eterogeneo di quanto sembrasse e il recarsi in Chiesa è diventato un gesto un pochino, credo, più consapevole.

Non c’è grandiosità. Forse una vastissima scelta di uova di cioccolata sì, ma giusto perché il mercato asseconda l’altrettanta vasta offerta di cartoni animati e personaggi per bambini che è esploso in questi anni. Quand’ero piccola io c’era il Kinder. Punto. Al massimo il Bauli per femmine e quello per maschi, se proprio si voleva cambiare. Poche grandi riunioni di famiglia. Quando uno è vegetariano, l’altro mangia carne ma guai a mettergli davanti l’agnello, qualcuno è a dieta, un’altro ancora si è riscoperto ateo, beh, ognuno sta per fatti suoi e si fa prima. Allo stesso tempo sulle tavole sono tornate le cose semplici. La gallina in brodo, cosa che nemmeno più a Natale ormai. In palestra ho sentito una signora dire che non vedeva l’ora di mangiare le fave crude con il formaggio e i carciofi bolliti. Poi c’è l’evergreen del “le feste sono stancanti e basta non vedo l’ora che passino in fretta, che i soldi per la via Crucis del Papa li potevano usare per sistemare le buche a Roma”, ma non fa testo, viene riciclato per tutte le ricorrenze.

Il giorno della settimana santa che amo di più però è il sabato. Il sabato dei profumi. Passando fuori alle porte degli altri condomini oppure uscendo sui balconi arrivano profumi dolci e golosi di tutti i tipi. Il sabato è il giorno in cui si sta in casa a cucinare. In silenzio. Si cucina in meditazione. Un po’ in bilico tra tradizioni nuove e vecchie.

Oggi però una cosa mi ha colpita molto. Stavo scendendo di corsa le scale del palazzo e ho incrociato un padre e suo figlio che invece salivano lentamente. Il padre stava spiegando a suo figlio com’è che i discepoli di Gesù erano andati alla sua tomba, la domenica, e non ci avevano trovato più nessuno. Il bambino ascoltava assorto, come se fosse un recente fatto di cronaca. Strano perché mi è sembrato avesse l’età per il catechismo o almeno avrebbe dovuto sapere già quelle cose magari dette a scuola. Chissà. In ogni caso quelle poche parole, dette un po’ a bassa voce, così semplici, mi hanno stupita e hanno completato quella mia sensazione.

Quest’anno è così e non mi dispiace più di tanto. Una Pasqua di riflessioni delicate, di cose buone. Una pausa prima di affrontare il resto dell’anno.

Qualsiasi cosa sia per voi questo giorno, auguri di cuore.

CronacheDalCondominio #4: L’Anarchia dell’Addobbo

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Lo scorso anno a causa dei postumi del trasloco e della mia fretta di riordinare per far spazio al Natale, a stento ci feci caso. In queste ultime settimane invece li ho visti spuntare dal nulla come funghi, uno dopo l’altro: gli addobbi dei vicini. Brutti, ingombranti e di dubbia praticità.

I gusti non si discutono e siamo d’accordo. Mettiamoci pure che gli addobbi natalizi mi piacciono da morire e se potessi decorerei le case di tutti, non solo la mia. Quel che non ho capito è come sia stato possibile che sullo stesso pianerottolo, affisse alle porte dei vari inquilini, ci siano finite decorazioni tanto diverse quanto stonate, qualcuna fuori moda, altre talmente fuori misura da coprire le targhe con i nomi e gli spioncini. Su alcuni piani è prevalsa la sobrietà: un fiocchetto lì, una campanella qua. Su altri il buongusto non ha potuto niente per mettere limite alla fantasia.

Pensavo a questa cosa anche osservando le luminarie domestiche a led e non che illuminano balconi e ringhiere di tantissime case. Ognuno s’è messo lì, armato di pazienza e fascette stringicavo, a srotolare i tubi di lucine seguendo quell’estro artistico sopito a causa di mesi e mesi di deleteria routine. Spirali, cascate, piroette, stelle e qualche audace sagoma di albero hanno preso a lampeggiare, spegnersi ed accendersi a ritmo. Su qualche balcone sembra ce ne siano pure troppe, su qualcun’altro sono messe invece senza un vero perché.

Mi sono chiesta se in fondo riguardo gli addobbi natalizi non vige un po’ una sorta di anarchia. Belli o brutti, armoniosi o non, stanno lì, in modo che tutti possano vederli. La diversità è bella, non c’è dubbio. Qualche volta capita anche di vedere palazzi interi decorati con precisione e simmetria, rari casi in cui ci si è riusciti a mettere d’accordo su un solo colore e un solo tema e quasi risultano essere di una perfezione inquietante. Quel su cui riflettevo però è che le feste natalizie sono una delle pochissime occasioni in cui le persone possono esprimersi abbastanza liberamente e gli addobbi finiscono per analogia o per contrasto a rappresentare un po’ quel che si ha dentro. Si tende a creare un ambiente intorno a sé che è espressione di se stessi.

Allora quanti Natale diversi esistono? Quante intensità, difficoltà, quanti significati, desideri, dolori vengono mostrati sperando da un lato che si mimetizzino nel tutto, dall’altro che spicchino rispetto agli addobbi di tutti gli altri?

Le tradizioni e i ricordi in fondo danno un po’ quell’impressione che il Natale sia sempre lo stesso, uguale e immutabile, eppure a guardarlo bene, alla fine, non è che il risultato dell’immagine che ognuno di noi ne ha, ogni anno, sempre diversa. Spesso facciamo una fatica incredibile nel cercare di riunirle tutte insieme, dare lo spazio che ognuno merita. Alcune messe vicine stonano, altre si esaltano tra loro.
Qualcun’altra invece si allontana in silenzio per cercare un po’ di calore vero altrove.

CronacheDalCondominio #2: Gli Altri

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Gli altri.

Si.

In un condominio, ovviamente, ci sono gli altri. Quando arrivai qui ero talmente indaffarata e incasinata che a stento facevo caso perfino ai membri della mia famiglia. Ora che la mia vita è tornata alla normalità, ho iniziato a farci l’orecchio, riguardo tutti quei ‘segni sonori’ e non che in qualche modo ti indicano la presenza di altre persone, famiglie, intorno a te. Visto che adoro ascoltare e guardarmi intorno in tutte le circostanze è impossibile, anche in questo caso, che io resista dall’appuntare mentalmente considerazioni, osservazioni su quelli che in qualche modo condividono con me uno stesso spazio, anche in senso molto largo.

Tutto iniziò dal mistero del sacchetto nero.

Quel sacchetto che compariva sul pianerottolo intorno alle dieci di sera nonostante non mi fosse capitato ancora di incontrare vicini di casa, beh, ne rivelò la presenza e in maniera abbastanza ingombrante. La spazzatura va portata fuori al cancello di ingresso nell’apposito contenitore, di sera, per cui mi sembrava strano che qualcuno lasciasse il proprio sacchetto fuori alla porta, in attesa che… Che? C’era forse una persona che raccoglieva i sacchetti per tutti ed evitare il via vai e la scocciatura? Qualche famiglia si era organizzata affinché a turno qualcuno facesse il lavoro per tutti gli altri? Forse, semplicemente, il vicino metteva il sacchetto fuori alla porta per non tenerlo in casa, per poi scendere più tardi. Chissà. Da buona fan di Sherlock mi ero messa in testa di risolvere il mistero, ma i tentativi di spiare il pianerottolo dallo spioncino fallirono e poi la cosa non accadde più.

Quel che invece ti fa davvero capire che non sei sola sono i piccoli-grandi rumori quotidiani. Fastidiosi e familiari, tanto che se per una volta mancano all’appuntamento ti viene quasi da preoccuparti e andare a controllare se è tutto a posto. C’è la sedia trascinata sul pavimento del piano di sopra delle 21:45 -alle volte 21:48-, le urla delle 20 che esortano i bambini ormai ingestibili dalla stanchezza a cambiarsi o cenare, i ticchettii delle scarpe di chi torna da lavoro, le imprecazioni dei ragazzi che giocano alla playstation ovviamente mentre tu stai studiando.

Gli altri qualche volta chiudono per te la porta dell’ascensore se hai le mani troppo occupate dalle borse della spesa, ti ricordano che è quasi Pasqua quando un mattino esci sul balcone e senti profumi meravigliosi provenire da ogni direzione, ti lasciano messaggi sulla macchina per farti gentilmente notare che hai parcheggiato male l’auto e vorresti replicare con un proprio tu che hai trovato la patente nella busta delle patatine poi però lasci stare perché sei arrivata da un mese e non vuoi già litigare con mister-messaggio-anonimo.

Il prestare attenzione a rumori, silenzi, profumi e voci ti pone nel contesto, fa viaggiare la mente tra ipotesi e supposizioni, ma la verità è che si tratta di un modo per far giocare l’intuito, tralasciando ben altri discorsi su tolleranza e rispetto necessari comunque se si condividono spazi comuni con chicchessia.

Infatti gli altri sono quelli che poi incontri davvero per la prima volta proprio la sera di Carnevale mentre stai mettendo piede fuori casa con il volto dipinto da carte francesi e quelli di cui, tuttavia, dimentichi totalmente l’esistenza quando aspetti ospiti e ti bussano alla porta e la apri con un sorriso smagliante ed entusiasta e… Niente, capisci che non importa quanto fino ad allora tu ti sia impegnata per comprenderli, di certo saprai che se la volta precedente t’avevano presa per pazza, questa almeno sarai sembrata per giunta immotivatamente felice.