Quel che per una lacrima è soltanto coraggio

Fintanto che si trova alla fine della rima inferiore dell’occhio, come se ne fosse un’appendice fatta d’acqua, senza una vera forma, semplicemente incastrata tra le pieghe d’espressione del viso, è al sicuro. Si affaccia appena sullo zigomo tenendosi aggrappata con tutta se stessa a dei piccoli solchi nella pelle, accomodandosi in essi e nascondendosi all’ombra del ventaglio di ciglia che la sovrasta.

Guarda giù dal suo nascondiglio. Si ritira e poi si sporge di nuovo, questa volta però un po’ in meno. C’è una sommità e oltre quella non si riesce a vedere cosa c’è.

Pensa.

Cosa accadrebbe se scivolasse per sbaglio? Cosa c’è lì fuori? E se per caso un gioco di luci le facesse uno scherzo attraversandola, proprio mentre si lascia cadere giù, prendendo velocità per superare quel punto altissimo e se lei brillasse suo malgrado rivelandosi per qualche frazione di secondo e se qualcuno attratto da quel luccichio improvviso si voltasse per guardarla? Cristo! Come potrebbe spiegarsi? Non avrebbe scuse, nessun alibi, era lì, è passata ed è stata vista, certo che sì, non c’erano ombre a nasconderla, nessuno che la raccogliesse senza essere a sua volta scoperto!

Sarebbe sola. Nuda e trasparente. La forma data dall’aria che le fa resistenza mentre corre verso il basso sulla pelle. Chiunque, come quella stupida luce, potrebbe passarla da punto a punto con lo sguardo e lei non avrebbe alcun modo per difendersi. La libertà le costerebbe un tratto da percorrere senza veli, sotto ai riflettori, senza ombre che la proteggano. Non può essere se stessa senza esporsi e rischiare di essere riconosciuta e additata da sguardi annebbiati da accenni di stupore.

Perché?

Loro direbbero insicurezza.

Quel che per una lacrima invece è soltanto coraggio.

 

 

Giuro Solennemente Di Non Avere Buone Intenzioni

A me la storia che in WordPress ci lavorino i folletti all’inizio non è che mi aveva convinta tanto, poi mi sono ricordata che il mio nick non è altro che il nome di una fata e diciamo ci ho ripensato su. Anzi, mi sono sentita quasi in famiglia. Ah proposito di famiglia, sempre WordPress dice che i due post più letti quest’anno sono stati quelli scritti l’anno scorso. No, no, lo so, non è normale, per niente. Ohana, che parla appunto di famiglia e Una Cosa Bella E’ Una Gioia Per Sempre che parla d’amore. E giusto poi per mettere il dito nella piaga suggerisce di scrivere di più su questi argomenti, hai visto mai che alla fine del 2015 i folletti troveranno che i post più letti sono quelli scritti proprio nel 2015. Divertente cari folletti, davvero divertente, ha-ha.

Famiglia e amore. Che poi non credo conti tanto ciò che scrivo io quanto ciò che cerca chi ha voglia di leggere. O chi va su google per soddisfare qualche curiosità su Keats. In ogni caso il suggerimento me lo tengo, anche perché sono temi in cui finisco spesso. Quest’anno poi si può dire ci sia più che altro inciampata, caduta e rotolata su, forse affinché capissi che ho la testa più dura di quanto pensavo, ma anche per imparare a rompermi, credo. Si perché avete presente i crash test delle auto? Si è dimostrato che più è rigida la carrozzeria, più chi è all’interno rischia di farsi male davvero. Se invece riesce ad assorbire gli urti deformandosi, distruggendosi, entro un certo limite ovvio, allora è più sicura. Forse siamo fatti anche noi così. E’ sempre una questione di equilibrio. Devi cascare per rialzarti, circondarti di buio prima di far caso anche alla luce. Il restare in bilico, il grigio non è fatto per chi ha voglia di comprendere e di vivere e soprattutto tracciare la propria personalissima strada. Non ricalcare quella di qualcun’altro, non scopiazzarla dai discorsi sentiti in metro. La propria e basta.
E così se penso alla parola famiglia adesso associo quella cambiamenti. Quelli nelle persone. Cambierà anche la casa, la città. Si aggiungerà ancora qualcuno, si sentiranno un po’ più lontani altri. Io dovrò trovare il mio spazio vitale in tutto questo. E’ una sfida che mi guarda dritta negli occhi e il mio viso non nasconde un po’ di timore non appena distolgo lo sguardo. E’ normale forse. Sono certa almeno del fatto che per star bene con gli altri devo star bene con me stessa prima.
Riguardo l’amore mi viene in mente silenzio. Credo si sia messo buono buono in un angolo, al caldo, che sta perfino nevicando qui, che se nevica qui è davvero un fatto straordinario credetemi, ha finito le parole ed è pure abbastanza confuso. Ogni tanto abbraccia un cuscino e si perde a pensare. Vorrebbe trovare la propria briciola di mondo da cui brillare liberamente e nel frattempo si accontenta delle luci natalizie. Desidera specchiarsi di nuovo negli occhi che hanno saputo guardarlo davvero o anche soltanto farsi saggio, come piacerebbe ad Hesse.

Di liste e propositi per i nuovi anni non ne ho mai fatti. Al massimo mi dico quali sono gli obiettivi da raggiungere volta per volta. Siccome l’anno scorso è cominciato male come non mai e qualche obiettivo è rimasto in coda nonostante le buone prospettive, quest’ultimo giorno di dicembre ho deciso di cambiare strategia per il nuovo anno e rifacendomi al motto che serviva nel terzo libro di Harry Potter per svelare la Mappa del Malandrino che serviva a cavarsela in circostanze spinose,  giuro solennemente di non avere buone intenzioni.  

Ecco.

Che poi è un po’ come augurarsi di avere coraggio e spirito di intraprendenza, voglia di fare e di rischiare.

Grazie bloggers che ancora mi sopportate (si, sempre i folletti me l’hanno riferito) e auguri affinché possiate avere il coraggio che vi occorre per essere semplicemente e straordinariamente voi stessi.

Ps: numeri a parte cari folletti vorrei sapere perché in tutti i blog nevica e nel mio fanno vere e proprie bufere. Bah.

Raccontami Una Storia

Prese un pastello tra quelli sparpagliati sul tavolo. Uno giallo.

-No giallo no, vedi? Sul bianco non si nota bene-

Ok, blu allora-

-D’accordo. Cosa disegno?-

-Mmm… Una fontana. Con i pesciolini. Però quella mattina i pesciolini non c’erano-

-Allora con o senza pesciolini?-

-Ehm… senza-

-Ok. Ma forse vedi, ecco, il fatto è che la bimba quella mattina non aveva molliche di pane con sé, per questo si nascondevano- 

Mi tolse il pastello blu da mano, ne prese uno rosso. Per la gonna della bimba. Poi da lì aggiungemmo gli alberi, il sole, le nuvole, altri bimbi, un paio di draghi, un castello, quattro farfalle e la casa delle fate. Il foglio diventava affollato, la storia pure. Così, senza una logica, senza che ne fosse necessaria una. Non c’era un senso. Che se una storia ha un senso allora la ricordi. Io non la ricordo più. E credo nemmeno lei. Ogni storia che inventiamo dura giusto il tempo di raccontarla. Poi svanisce. Restano solo un mucchio di personaggi più o meno fantastici rubati al bianco dei fogli e che stanno lì a guardarsi per quel poco che riescono a girar la testa così spiaccicati su sole due dimensioni.

Soltanto dopo un po’ di tempo mi accorsi che mancava lui. Il lui per eccellenza, signore e signori. Il lui in calzamaglia. Non era stato per niente preso in considerazione. Alla mia baby-cugina non era venuto proprio in mente. I draghi balzellavano felicemente intorno al castello liberi di asciugare perfino le nuvole sopra di loro e io immaginavo quel poveretto solo come un cane seduto nel suo studio da qualche parte nel mondo con una mano sotto al mento e il cellulare che non dava notizie né di principesse né di borghi da salvare. Io poi sono sensibile e a certe cose faccio caso. Per cui dispiaciuta le dico:

E il principe azzurro? Il principe non c’è?-

Lei cambiò espressione nemmeno le avessi nominato il diavolo. -Naaaa!- rispose. Feci qualche tentativo di dimostrarle la necessità della presenza di un qualsivoglia principe dal momento che i draghi ci stavano bruciacchiando la storia finché non mi accorsi che lei teneva proprio per i draghi e che avrebbe acconsentito all’arrivo di un principe soltanto se quest’ultimo fosse stato  poi catturato e rinchiuso nel castello. Visto che sono sempre sensibile ho pensato che a quel punto sarebbe stato meglio per lui continuare ad annoiarsi per fatti suoi piuttosto che fare quella brutta fine.

Diciamo che poi la cosa mi ha lasciata abbastanza perplessa. Capisco pure che l’idea del principe azzurro che una bimba può avere poi nel corso della propria vita cambi, si modifichi, se va bene viene riciclata, se va male distrutta. Ma che così fin dal principio già contasse meno di un ramo spezzato nel bosco non me l’aspettavo proprio. E dire che proprio pensando a lei qualche anno fa decisi che nelle persone avrei continuato a credere. Che nessuno dopo quel lui avrebbe meritato meno attenzioni, meno entusiasmo. Non avrei mai potuto raccontarle una storia in cui un giorno qualcuno sarebbe arrivato e l’avrebbe amata meno di quanto meritasse solo perché un’altra donna l’aveva deluso troppo. Quel qualcuno non sarei mai potuta esserlo io, per un altro lui. Una storia così è pure più triste di una storia senza principe. Per cui se ciò che conta ormai non è né lui, né che ci si affezioni ad un drago più che ad una fata, ai buoni o ai cattivi, allora cos’è che importa?

Ho provato a darmi una risposta. Forse conta proprio la storia. Conta la voglia di raccontarla, di aggiungerci pezzi, di tenersi per mano e vedere fin dove si è capaci di arrivare.

E appena il mondo giungerà a una fine
Io sarò lì a stringerti la mano
Perché tu sei il mio re e io sono il tuo cuor di leone.

*…”Per Esempio Non E’ Vero Che Poi Mi Dilungo Spesso Su Un Solo Argomento”…*

Lo vidi salire sulla metro circondato da alcune persone, in maggioranza ragazze poco più piccole di me. Alto, magro, sui sessanta un po’ trasandato ma con l’aria spigliata e gli occhi vivaci, occhiali e berretto verde militare, intento a parlare, raccontare qualcosa che non riuscivo a sentire bene perchè ero un po’ più lontana. Mi avvicinai insieme ad altre persone, che di mattina presto un po’ per il sonno un po’ per tristezze varie che di solito ti accompagnano a quell’ora fino al primo sorriso della giornata, avevamo dei musi lunghissimi e quella persona così sveglia e vivace ci attirava molto. Capii presto il perchè. Era un vulcano di idee. Parlava di qualunque cosa gli venisse in mente, prendendo spunto guardandosi intorno, guardando quel piccolo gruppo che si era formato intorno a lui e alternandosi in abili complimenti alle ragazze che sorridevano illuminandosi visto che certe cose ormai nessuno le dice più, o almeno non più sinceramente. Sembrava che in quel momento stesse su un altro pianeta. Era spiazzante il modo in cui riusciva a catturare menti assopite e consumate sempre dagli stessi inutili e dannosi giri di pensieri. La sua era viva. Quando arrivai stava rassicurando tutti che non era stato pagato dal comune della città per intrattenere i viaggiatori stufi dei soliti ritardi, quel giorno particolarmente pesanti, ma che gli faceva solo piacere condividere e trasmettere ciò che gli passava per la testa. Poi iniziò a parlare della Grande Bellezza collegandosi alla bruttezza del dipinto del Cristo Morto passando per Dostoevskij che non ho afferrato cosa c’entrasse, si soffermò su quanto fossero belle le donne quando sorridono, sorriso generale, e sul fatto che le persone delle loro vite si fossero innamorate di loro quando per la prima volta le hanno viste con gli occhi tutti attaccati dal sonno, appena sveglie, e non grazie al trucco che sfoggiano ogni giorno. Continuò ancora un po’ nel suo monologo finchè non disse una cosa alla quale continuo a pensare non tanto per il concetto in sè, ma per l’effetto che fece su di me in quel momento.

Più o meno con queste parole disse: Ma io vi vedo preoccupati, avete delle facce così tristi… Ma è perchè siamo in ritardo? State pensando che arrivate tutti tardi, che il capo si arrabbia, che vorreste essere già arrivati. E invece secondo me è perfettamente normale. Non c’è alcun bisogno di preoccuparsi. Non mi credete ma è così.  Arriveremo esattamente quando dovremmo arrivare. 

A quelle parole io sbarrai gli occhi. Mi scosse. Tutti sorrisero scettici scambiandosi occhiate. Io continuai a guardarlo non sicura che stesse dicendo sul serio. Era una stupidaggine in fondo. Eravamo in ritardo, io sarei arrivata tardi alla lezione, qualcuno tardi ad un esame, ad un appuntamento, a lavoro… Come poteva essere così tranquillo lui? Continuai a guardarlo incredula, mentre sorrideva sereno, come se fosse a conoscenza di qualcosa che nessuno intorno a lui poteva immaginare, qualcosa che lo faceva star bene e in pace con il mondo. Poi ho smesso di rifletterci, lui è sceso dalla metro nel mezzo di un altro aneddoto promettendo al suo piccolo pubblico che avrebbe finito di raccontarlo l’indomani.

Dopo questo episodio mi venne in mente una risposta di Richard Bach ad un mio commento sul suo sito, prima dell’incidente, sito che ora ha riaperto e ne sono felicissima. Il post parlava di quando insieme al suo biplano Puff si trovò ad affrontare per la prima volta una tempesta, di quanto in loro ci fosse sia spavento, sia coraggio nei confronti di ciò che non potevano cambiare. Le nuvole all’orizzonte erano nere e cariche di pioggia e si stavano avvicinando sempre più. Io chiesi se la consapevolezza degli ostacoli che ci si pongono di fronte, dei problemi, di ciò che accade e che non possiamo governare, fosse il segreto per vincere e per uscirne fuori. Lui rispose che quanto più siamo lenti nel capire e intuire ciò che sta accadendo, quanto meno siamo consapevoli delle prove che ci troviamo ad affrontare, più sembra che sia la vita a pescare ostacoli e test generici dalla sua ‘scatola delle infinite possibilità’. E disse poi, non otterremmo più punti se definissimo noi stessi il campo da gioco invece?

Ci ho sempre pensato tanto a queste parole e ogni volta che nel capirle davvero mi sono sentita forte mi sono resa conto di quanto non sia così, o almeno, di quanto sia estremamente difficile che sia così. Perchè è all’improvviso che ti casca il terreno da sotto ai piedi, è in pochi istanti che le situazioni possono cambiare in peggio irrimediabilmente, è da un giorno all’altro che le persone vanno via dalle vite di altre, così velocemente da creare vuoti che distruggono ogni vecchio e nuovo sorriso. Com’è possibile allora che ci sia un modo per essere così saggi e forti da non lasciarsi colpire da ciò che cambia e non possiamo fermare? Come si può essere tanto consapevoli di sé da vivere senza ansia e paura ogni difficoltà? E’ come se davanti ad ognuno di esse ci presentassimo con l’aria corrucciata, l’espressione più feroce che possiamo disegnarci in viso per poi farle un occhiolino di nascosto in segno di intesa, nel momento in cui tutti si distraggono a guardare altre cose.

Come per dire ti ho cercata fin dall’inizio per affrontarti. Come un San Giorgio che non vede l’ora di guardare negli occhi il proprio drago. Coraggio nei confronti di ciò che non si può cambiare.

Eh si, in fondo ero in ritardo, ritardissimo. Ma all’improvviso non me ne importò più nulla. Non affrettai il passo scendendo dalla metro, camminai con la mia solita andatura. Quelle parole, pur non capite fino in fondo, mi avevano anestetizzata. Mi lasciai riscaldare dal sole, dopo il buio delle stazioni. Sorrisi alla solita piazza piena di gente e di auto che ogni giorno come faccio anch’io, corrono da un posto all’altro rispettando orari, sequenze di cose da fare, liste della spesa, il succedersi di giorni e stagioni. Avevo la sensazione che importasse altro, non sapevo e ancora adesso non so cosa. So solo che arrivai in aula, il prof aveva già iniziato, tolsi la giacca e trovai un ultimo posto in fondo e sedetti. Sorrisi al pensiero che ero lì proprio nel momento in cui dovevo arrivarci, non un momento prima, non un momento dopo.

*… Things That Stop You Dreaming (?) …*

Lo sguardo s’era perso nel seguire quelle poche particelle di cenere che di cadere giù come tutte le altre proprio non vogliono saperne e salgono su, spinte da un piccolo scoppiettio e sostenute dall’aria calda, portando con sè ancora un po’ di luce, che le rende appena visibili ad occhi distratti da pensieri troppo confusi. Ricordiamo un nostro prof che una volta le battezzò ‘pampuglie’ e da allora ancora ci ridiamo su.

Cazzo di domande fai, Bianca. 

In realtà mi risponde -Beh, si, è così che dovrebbe essere- ma la conosco abbastanza da capire che distoglie lo sguardo apposta per guardare me e comunicarmi la primissima cosa che le è venuta in mente. Abbozzando un sorriso, anche, perchè tanto ormai ci ha fatto l’abitudine.

-Ecco, appunto.- le dico, mentre continuo a guardare il fuoco davanti a me. -Ti faccio un esempio, hai presente quando dici che in fondo sposarsi non è davvero necessario?-

-Certo. E tu ricordi di tutte le volte che dici che andresti via di qui se non avessi altre scelte?-

-Si.-

-E lo faresti davvero?-

-E tu davvero non ti sposeresti?-

Ci voltiamo di nuovo, e senza rispondere. Penso che dovrebbe essere più semplice e invece non lo è per niente. Non lo è per il semplice fatto che nessuna delle due riesce a risalire dal buio del proprio viso spento con su un gran sorriso e quella sensazione che in fondo tutto andrà bene. Sarà che nemmeno la tv ti mette esattamente di buon umore, quando al mattino ti ricorda che vivi nella terra dei fuochi e che per raggiungere le città più vicine qualche volta usi la superstrada della morte o il viadotto delle disgrazie, o come diavolo l’hanno chiamato. E penso che non sia possibile. Che non sia tutto qui. Tutto banale, tutto già deciso, tutto già così fortemente condizionato dalla paura di sbagliare che le scelte, volta per volta, si faranno avanti da sole perchè semplicemente tutte le altre saranno andate già a nascondersi da qualche altra parte, tremanti. Una sorta di gara in cui la vittoria va all’unico concorrente che ancora non ha pensato di ritirarsi.

Abbiamo davvero la possibilità di tracciare un percorso unico? Di fare scelte diverse, soltanto nostre?

Sentire la tremenda sensazione che il piccolo mondo che ti circonda può condizionarti a tal punto da renderti simile a lui, anche se diventa meno sicuro, anche se il tuo cuore ci si sente meno al sicuro. Sentire poi allo stesso tempo la responsabilità enorme che da ogni decisione presa non è più possibile tornare indietro. Che ogni passo ti allontana inesorabilmente da tutte le altre possibilità, da tutto ciò che non hai scelto.

Le pampuglie intanto vanno ancora per i fatti loro. Come i pensieri.

Sempre in silenzio conveniamo sul fatto che se per una sera la prospettiva è quella sbagliata non importa. Perchè guardiamo la strada alle nostre spalle e ne vediamo di scelte, così diverse da quelle degli altri, già fatte. A posteriori e in cuor nostro, sappiamo ben rispondere a quelle domande.

Per una sera lascio che il fuoco illumini tutto dal suo lato peggiore. Per una sera mi illudo che la vita non sia né unica né fantastica. Tanto non è così grave in fondo, c’è ancora della strada da percorrere per saperlo davvero, a partire da qui.

“And our eyes shine bright like a sky full of comets that shoot like silver trains…”


*… Wishing you …*

“Molte volte avevo fantasticato sul mio futuro, avevo sognato ruoli che mi potevano essere destinati, poeta o profeta o pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Né io ero qui per fare il poeta, per predicare o dipingere, non ero qui per questo. Tutto ciò è secondario. La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi. Uno può finire poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente. Il problema è realizzare il suo proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto fino in fondo dentro di sé.”

[Demian -Hesse]

 Mattina presto. Freddo tremendo, per quanto lo possa essere da queste parti, si intende. Guanti, cappotto e borsa. Grande abbastanza che chiunque guardandomi potrebbe pensare che stia scappando da casa, più che andare all’università. Anni che faccio lo stesso tragitto, in auto fino ad un certo punto, mezzi pubblici fino alla meta. Negli ultimi mesi, essendo un casino prendere gli autobus poco frequenti e troppo affollati, ho deciso di andare fino alla metro a piedi. Che magari il tempo che aspetterei alla fermata e quello che impiego per arrivare fin lì sarebbe pure lo stesso. Ma c’è una cosa che mi piace troppo nel fare quella strada, che non è nè bella, nè piacevole da percorrere. Ad un certo punto, si arriva ad una nota libreria. Grandissima, a due piani, con due entrate, una a livello strada, una giù alla metro. E ogni mattina passo di lì. Arrivo a testa bassa, per ripararmi dal vento o dalla pioggia ed entro. I locali sono così caldi da costringermi puntualmente a sfilare i guanti. Mi guardo intorno e ho la stessa sensazione ogni volta. E’ una specie di buongiorno sussurrato dal profumo di carta e diffuso dal calore, eccessivo forse. Tre o quattro minuti di buonumore, da lì fino a raggiungere l’altra entrata e recarmi alla metro affollata, buia. Se ho più tempo riesco perfino a far visita ad un autore che amo o un reparto preferito. Forse qualche commesso pensa pure che abbia confuso il negozio con una biblioteca. Eppure da lì è iniziata davvero la giornata, tante volte. Niente di eccezionale o interessante. Solo una strada più lunga e qualche minuto di leggerezza bonus, mio.

E’ una cosa del genere che vorrei augurarmi e augurare per questo nuovo anno. Che poi mi sta già simpatico perchè il numero è pari. A chiunque si trovi a passare di qui. Alle persone di cui, pur conoscendole da tanto, quest’anno ho scoperto un cuore davvero grande, nel momento in cui ho aperto un po’ di più il mio. A quelle che ho conosciuto qui su WordPress e non avrei mai pensato sarebbero diventate una parte di me così importante. Ciò che ho imparato e condiviso con tanti resterà indimenticabile.. Per questo grazie. Che sia davvero nostro ogni giorno, per un motivo qualsiasi, più o meno stupido non importa. Riuscire a sentire, il più spesso possibile, di essere sulla propria strada. Vivere e amare quanto ci pare.. Sbattere anche la testa contro muri più duri di lei. Cercare quei pochi minuti al giorno che bastano a trovare un sorriso o un abbraccio o un bacio… nostro.

Starfisher by pesare

 

 

*… Brave …*

Diciamo che ad un traguardo importante uno vorrebbe anche arrivarci, se non con tutti i pezzi al loro posto, almeno viva. 

Perchè certe volte sembra tutto così complicato e avvolto dalla nebbia ed altre invece l’euforia ti fa stare in piedi fino alle due del mattino.

E magari avresti preferito avere più tempo o più indicazioni su ciò che c’era da fare. Da nessuna parte però c’è scritto qual è il tempo più o meno giusto per portare a termine le cose.

Allora bisogna mettercela tutta e bisogna buttarsi. Quando poi sai benissimo che non c’è davvero un “buttarsi” quanto un “crederci”, c’è un sorriso, la testa alta e tutto ciò che in qualche modo in quella testa è entrato, mentre ricordi e riflessioni e considerazioni profonde abbastanza da perdersi con gli occhi fissi su un punto del muro che in tanti devono essersi chiesti cosa avesse di così tanto interessante spingevano maledettamente per avere il loro spazio.

Ed è una questione di esperienza e di fiducia, anche.

Di musica, ogni tanto.

Di parole … in ogni caso.

✿.。.:* *.:。✿

Ma io mi chiedo cosa accadrebbe

Se tu dicessi ciò che vuoi dire

E lasciassi cadere le parole

Onestamente, io voglio vederti essere coraggioso!

Con ciò che vuoi dire

E lascia cadere le parole

Io voglio solo vederti essere coraggioso…

Tutti sono stati lì

Tutti sono stati fissati fino ad abbassare lo sguardo dal nemico

Caduti per la paura e fatta qualche scomparsa

Inchinati al potente

Non correre, smettila di trattenere la tua lingua

Forse c’ una strada fuori dalla gabbia dove vivi

Forse uno di questi giorni potrai lasciar entrare la luce

Mostrami quant’è grande il tuo coraggio

Dì ciò che vuoi dire

E lascia cadere le parole

Onestamente, io voglio vederti essere coraggioso!

*… Back To Life …*

Quando camminiamo fino al limite di tutta la luce che abbiamo, e facciamo un passo nell’oscurità del non conosciuto, dobbiamo credere che accada una di queste due cose. Ci sarà qualcosa di solido su cui mettere il piede, o ci verrà insegnato a volare.

[Patrick Overton]

Silenzio. Solo e soltanto silenzio. Nessuna parola, nessun suono, nessun pensiero. Niente di niente.
Doveva tacere tutto. Zitte le parole scritte sulle pagine che porto con me ovunque. Mute quelle conservate in quello spazio piccolo tra i circuiti e le cuffiette dell’mp3. Anche lui sempre con me, nella borsa. Se ci sono loro nessun posto è troppo freddo o troppo buio o troppo triste. Troppo affollato o estraneo. Da nessun angolo della testa partono proposte di azioni sovversive. E non c’è mai silenzio. Non c’è mai uno di quei cartelli con su scritto stiamo lavorando per voi a scusarsi della mancanza delle solite attività. No. Qualcuno che vaga nei corridoi lo si trova sempre. Un pensiero solo o in compagnia di qualche amica idea balorda. Certi amano passare in schieramenti, ordinati e precisi, qualcun’altro aspetta dietro l’angolo che finisca la parata per godersi un po’ di tranquillità. E per passare senza esser visto. Magari in penombra, con passo felpato. Magari non avrebbe nemmeno chissà cosa da temere, ma adora i film d’azione e non ci si può far niente, solo assecondarlo.

Stavolta però non c’era davvero nessuno. Tutti al sicuro nascosti dietro le loro porte. I corridoi erano deserti. Ampi, freddi e deserti. Lunghissimi. Provo un po’ a controllare ai vari piani. Quando si aprono le porte dell’ascensore sono più o meno tutti uguali, se non ci fosse il numerino luminoso in alto a destra nemmeno sapresti dove sei. Soltanto il ‘meno uno’ è proprio come nei film. Più buio, più desolato, con l’intonaco un po’ staccato dai muri. Nemmeno scendo e premo di nuovo un pulsante a caso dal tastierino.

Mi chiedevo quanto sarebbe durato. Avrei voluto sapere com’è che funziona. Se c’è un segno da aspettare, se c’è un tempo prestabilito o si può fare di testa propria. Perchè origliando vicino alle porte ho scoperto che tutti sapevano quale fosse la prossima mossa. Tutti sapevano cosa fare. Non sapevano quando però. Bel rompicapo.

E avrei voluto sapere com’è che accade. Come appare il mondo dopo. Che si prova in quell’attimo di onniscienza, nel quale ci si guarda dentro, da fuori. Iniziava a fare anche un po’ freddino. Sarebbe durato poco, lo so, perchè quel silenzio si faceva sempre più luminoso. E con la luce arriva il calore. Le ombre fuggono e il tepore sulla pelle sembra quasi un abbraccio. Mi guardo ancora un po’ intorno. In fondo c’è pace e non sembra poi così male, se non fosse che vorrei sapere che diavolo di fine hanno fatto tutti.

Mi scoccio di aspettare e provo a bussare. Hai visto mai che aspettassero un segno proprio da me.
Dopo tutto quel tempo le cuffiette s’erano ben attorcigliate. Premo il tasto play. Il suono fuoriesce timido come il battito di un cuore stanco. Dopo tutto quel silenzio vorrei ben dire… Sembra stonarmi le orecchie già così, ma almeno il silenzio inizia a diradarsi. Anzi, nemmeno il tempo di rendermene conto che si fa giorno. Il sole riappare tra le poche nuvole bello come un sorriso su un viso triste, tra visi amici.

Ormai sono tornati quasi tutti. Le parole dei libri hanno finalmente chi presta loro la voce. Che è perfino un ottimo rumorista. Estremamente versatile, non potrei fare a meno di lui. Tra qualche giorno le attività prenderanno anche un ritmo più serrato. Serve proprio che ci si organizzi.

Eppure qualcosa non torna ancora. Capita che, anche senza volerlo, guardo in un sorriso e in un rocabolesco salto all’indietro rivedo tutte quelle nubi, sento tutto quel silenzio. Capita che ancora mi chiedo com’è che accade. E in quanti modi diversi. Ancora mi chiedo com’è che, ecco, si torna alla vita.