ComeDiari #13: Ostacoli

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Se un ostacolo ti capita davanti ai piedi due volte, allora vuol dire che c’è una qualche lezione che dovevi imparare e alla prima occasione non l’hai fatto.

Così si dice, almeno.

Non è il fatto in sé per sé che mi urta, ma proprio il suo ripetersi. Con tempi, circostanze e attori diversi. Perché?

Ah sì, la lezione.

Ci ho pensato su tutto il giorno. Non proprio in quest’ordine mi è venuto in mente:

-Non dare più fiducia a nessuno, nessuna persona di nessun genere, età, sesso e condizione sociale. L’idea più immediata e ovvia.

-Mai più distrazioni di nessun tipo. Niente progetti per il futuro, niente shopping, letture, social, modi alternativi di conoscere la vita oltre l’università. Insomma, se succedono certe cose è perché faccio passare troppo tempo distraendomi. 

-Piangermela da sola. In solitudine completa. Che però è più una conseguenza del primo punto.

-Perdonare. E prendersi non troppo sul serio. Arrabbiarsi non serve a niente. E tutti possono sbagliare.

-Imparare ad incassare ed essere pronta poi a ripartire. La vita vuole che io da carne ed ossa diventi di plastilina. Possibilmente profumata e di un colore sgargiante. La storia della resilienza ce la dimentichiamo? E su. 

Ma cos’è una lezione?

Nel senso, davvero c’è sempre una morale? Una e una sola, che ci aspetta paziente alla fine di lunghe telefonate e imprecazioni insensate? Aspetta davvero che passi l’ultima lacrima sul viso o l’ultimo pensiero di fumo dalla testa?

E’ che, capite, due volte. Due volte lo stesso ostacolo. Qualcosa deve pur significare, no?

Beh, ho capito una cosa. La morale dipende da noi. Non facciamo che sceglierci quella che più ci piace di volta in volta e quella ci da’ la direzione che avevamo perso e che ci serve per raggiungere il prossimo obiettivo. Insomma, dipende dalle nostre intenzioni. Quali azioni vogliamo giustificare. Dal modo in cui vogliamo vedere la realtà.

Oggi però di morali non ne ho scelte. Ho cercato una soluzione e basta.

Dove c’è un ostacolo, c’è anche una soluzione.

E questo mi ha fatta star bene più di qualsiasi altra grande verità nascosta.

 

 

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Deliri Post-Pasquali

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“[…] Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”
[E. Hemingway]

Il fatto che il recarsi in chiesa ogni domenica per essere un buon cristiano fosse un obbligo non mi è mai piaciuto. Ho sempre creduto che servisse qualcosa di più per farlo, come un bisogno, una necessità di qualsiasi tipo. L’idea che ho della religione è abbastanza complicata, ma un po’ si basa su questa idea qui, semplice e logica e negli anni ho cercato di esserle fedele. Le ricorrenze sono alcune di quelle occasioni in cui ci vado, magari per l’atmosfera di festa o anche soltanto per ricordare certi principi che al di là di ogni credo sono sempre validi e coincidenti con quelli delle festività pagane che un tempo erano al posto di quelle religiose che conosciamo di più. La Pasqua, ad esempio, dovrebbe ricordarci che alla fine la luce vince sul buio. Anche questa un’idea semplice, confortante, attorno la quale si possono costruire dei discorsi immensi, usando giri di parole sempre nuovi e diversi.

Questa cosa non valeva per il prete del paese in cui vivevo prima. No. Lui, al momento dell’omelia, ripeteva sempre, ogni benedetto anno, lo stesso discorso. Non credo mancasse di fantasia, anzi, ero arrivata a credere che lo facesse apposta per far si che quei pochi e necessari concetti potessero davvero restare nelle teste distratte di chi, a detta sua, si trovava lì trascinato più dalla coscienza collettiva del paese che dalla propria volontà. Per cui quando la scorsa Pasqua mi sono ritrovata in un’altra chiesa, con un nuovo prete e l’occasione di ascoltare un discorso diverso, sono stata tutta orecchie, in cerca di una sfumatura, un guizzo geniale da portare via con me.

Adesso, ripeto, ci sono tanti modi diversi di spiegare un’idea e altrettanti di recepirla. Quella che non mi aspettavo e su cui spesso sono tornata a riflettere in questi giorni è stata la sensazione di perplessità e disagio che ho provato nonostante il messaggio in generale fosse positivo e rassicurante. In pratica, il cuore del discorso riguardava il dolore fisico e quello dell’anima. Di quanto fossero diversi. Quello fisico ha un limite in quanto il corpo stesso, ad un certo punto sviene, per difendersi. Il dolore dell’anima invece sarebbe infinito, non esiste un limite, un fondo, un meccanismo di sicurezza che interviene al nostro posto per salvarci, no. Ci si deve salvare da soli prendendo coscienza del fatto che essere felici è un diritto. Punto. Tutto qui. Ciò equivale a dire che si possono trascorrere le giornate a pensare che nulla va come dovrebbe o, al contrario, che tutto è esattamente al suo posto o che comunque lo sarà nei tempi e nei modi più giusti. Tutto dipende dal nostro atteggiamento mentale che condiziona tantissimo il modo in cui osserviamo la realtà. Un evento positivo può diventare ai nostri occhi negativo così come può accadere il contrario, per cui se stiamo male, in fondo, è un po’ colpa nostra.

Tutte queste belle cose non sono una novità, spesso se ne perde consapevolezza, ma tutti almeno una volta nella vita ne abbiamo già sentito parlare. Ricordare che la felicità è un diritto lì per lì mi ha fatta sentir meglio. Poi, si sa, quando viene spinta da un impulso diverso la mente parte, va senza freni tra pensieri impervi e disastrati ed è impossibile fermarla. Mi sono sentita in colpa. Terribilmente. Per tutte le volte che non mi sono salvata e ho preferito pensare a me stessa come la persona che non sono e a quel che non stavo facendo, soffrendo inutilmente.

Non so, forse ci sta anche questo. Rientra nella normalità dell’eterno scontro tra bene e male che avviene dentro di noi ogni giorno prima che in qualsiasi altra parte del mondo, nell’ovvietà del fatto che le vittorie vanno all’uno o all’altro alternandosi e che nonostante tutto la vita va presa con le giuste dosi di responsabilità e leggerezza, sempre. Chissà allora se non esiste da qualche parte anche un certo diritto al dolore, perché come mi disse una persona qualche tempo fa, è inutile crucciarsi quando non si è pronti, per una cosa qualsiasi, fosse pure semplicemente la felicità.

L’Uomo Dei Sogni (Non Miei)

Out in the fields - crilleb50 deviantart

Out in the fields – crilleb50 deviantart

Qualche notte fa ho sognato Brad Pitt.

Lo so, niente di eccezionale, specie se si pensa a quante donne capita di incontrare nei propri sogni l’uomo perfetto e che nella realtà non esiste o perlomeno è irraggiungibile. Non è niente di eccezionale in riferimento al fatto che in genere nei sogni vanno a realizzarsi cose altamente improbabili, che desideriamo o temiamo segretamente e che durante la notte si mettono in tiro, ripetono il copione e si mettono in scena, come se da qualche parte dietro ai nostri occhi ci fosse una casa cinematografica in crisi, in cui si riciclano battute da momenti vissuti davvero e gli attori si presentano in outfit dal dubbio gusto, risultanti da una mescolanza di stili e capi provenienti dagli armadi di tutta la gente che hai incontrato nella tua vita, mentre a te fanno indossare quella camicia orribile che avevi comprato a 13 anni e il cielo soltanto sa dove si trova adesso. Inside Out docet

Quindi il fatto non sarebbe eccezionale, se non fosse per un piccolo particolare: a me Brad Pitt non è mai piaciuto.

Eh no.

Per di più nel mio sogno si è presentato in versione piacione con almeno venticinque anni in meno, capelli tirati indietro con la gelatina a parte un ciuffo che gli ricadeva sulla fronte, sottogiacca con scollo a v e collana stile Marines. Insomma, un Brad Pitt anni ’90: potrei perfino ammettere che sia più attraente adesso. Per puro caso si trovava in vacanza in Italia nello stesso posto in cui da poco ero arrivata anch’io. Lui non conosceva bene l’italiano per cui mi aveva chiesto di accompagnarlo a fare delle commissioni, tra cui comprare dei fiori (!) per decorare il suo bungalow che gli sembrava un po’ triste e io, evidentemente, non avevo granché di meglio da fare. Immagino che a questo punto siate delusi perché dalle premesse sembrava si trattasse di ben altro tipo di sogno, ma credo che se non fosse stato proprio assurdo al mattino non lo avrei nemmeno ricordato.

Più delle immagini e delle parole, quel che resta di un sogno è la sensazione. Quella che nel frastuono creato da tutte le altre durante il giorno finisce per perdersi perché non è abbastanza limpida e forte da invaderti e costringerti a porti delle domande anche abbastanza serie. Sapersi fare le domande giuste è fondamentale. Condiziona fortemente quella che poi diventa la nostra personalissima ricerca delle relative risposte e la questione oggi è più delicata di quanto sembra. Intorno abbiamo mucchi di risposte. Centinaia di aforismi, perle di saggezza che ci scorrono dinanzi agli occhi ogni giorno aprendo facebook o qualsiasi altro social. Nei supermercati ci sono decine di risposte a bisogni che non sapevamo nemmeno di avere. Distinguere quelle che davvero ci servono dalle altre è difficile, la maggior parte delle risposte a nostra disposizione sta lì perché l’abbiamo trovata, ma non cercata.

Così il mio subconscio ha dovuto tirar fuori un personaggio di cui non mi è mai importato decisamente nulla e creare una situazione davvero assurda per attirare la mia attenzione nel caos emotivo in cui mi sono ritrovata ultimamente. Si perché la sensazione che ho provato, al mattino, è stata quella di aver trascorso del ‘tempo’ con una specie di amico, una persona piacevole e familiare, per cui, al di là di tutte le possibili interpretazioni che avrei potuto dare a questo sogno, la sua assurdità l’ho sentita forte come uno schiaffo in faccia. Un sogno mi ha riportata alla realtà, quella degli esami di coscienza e del silenzio, dell’ascoltarsi e del capire profondamente le proprie sensazioni e sentimenti, delle vere motivazioni che ci sono dietro a gesti e parole. Mi sono resa conto di quanto avessi bisogno di revisionare la mia rotta, perché il vento sembra a favore e le acque sono tranquille, eppure, per diverso tempo mi sono comportata soltanto come se mi trovassi in mezzo ad una terribile tempesta.

Ventisei

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“E così son passato davanti ai ragazzi a notte fonda

con le loro bottiglie sulle soglie delle porte

E son passato davanti a quegli uomini d’affari

che dormivano come bambini nelle loro auto

E ho pensato che davvero ci si può perdere in più di un modo,

ma ho come la sensazione che è molto più divertente

del sapere esattamente dov’è che si sta andando

Come una pietra portata sulla spiaggia

o una barca che attraversa il mare

Ecco, io continuerò a camminare

Finché troverò quel vecchio amore

O quel vecchio amore troverà me.”

 

Di Canzoni, Incubi E Riflessioni Da Ora Tarda

Credi che sia così coi nostri sogni e i nostri incubi, Martin?
Dobbiamo continuare ad alimentarli perché restino in vita?

[John Nash – A Beautiful Mind]

 

Da piccola avevo paura di una canzone. Strano, assurdo, ridicolo, si, ma vero. Avevo otto anni circa e più o meno a metà della seconda o terza traccia del cd, un cantautore italiano, niente di strano, scoppiai a piangere. Ne avevo una paura irrazionale, inspiegabile. Smuoveva qualcosa in me che mi faceva profondamente orrore. Non avevo associato alcun brutto ricordo o sensazione, niente di niente, non ricordavo nemmeno più le parole, solo la musica, e la trovavo terrificante. La cosa ancor peggiore, poi, è stata che per anni non ho avuto la minima intenzione di affrontare la cosa. Stava lì, semplicemente. Era diventata una paura da compagnia. Come se un bambino si affezionasse al mostro chiuso nell’armadio di fronte al proprio letto, a patto che se ne stia lì buono senza fiatare e soprattutto non se ne vada via lasciando al proprio posto un vuoto ancora più estraneo.

Un bel giorno può accadere che qualcuno o qualcosa sfondi la porta dietro la quale abbiamo nascosto ogni nostra fragilità e fermi davanti ad essa le vediamo vorticare, come foglie che danzano con l’autunno, ma cadute chissà quanto tempo prima. Increduli di fronte all’evidenza che forti non siamo vorremmo soltanto che quel qualcuno o qualcosa tornasse immediatamente indietro ad aiutarci a fissare qualche asse di legno perché se la loro assenza fa male sembra sia ancora più dolorosa l’idea di farcela ugualmente da soli, come se bastarsi avesse un po’ il sapore di una condanna. Per tanto tempo mi sono chiesta se questo fosse un desiderio ovvio o solo un’idea irrazionale, una di quelle a cui soltanto la testa che l’ha generata da’ credito e pure più del dovuto. Ho visto porte sfondate in cuori che credevo più tosti del mio, trasformati in buchi neri che attiravano ogni negatività, soffrendo tanto, troppo, di parole e comportamenti che pensavano e pensano ancora di non meritare affatto.

Per quanto effettivamente sia un desiderio ovvio quello di voler avere accanto qualcuno che ci passi chiodi e martello per far quello che da soli ci siamo stufati di fare, è anche vero che la maggior parte delle idee irrazionali son tutte figlie di una sola dannatissima cosa. Non accettarsi. Non accettare di essere più complessi, più sensibili, di avere delle debolezze che si sono aggiunte in corsa e che non avevamo portato con noi fin dall’inizio del viaggio. Non avevo mai detto a me stessa prima io sono anche questo. Io sono anche ciò che ho paura di affrontare. Pensavo che il lasciar vivere quieto il mostro nell’armadio avrebbe preservato ciò che sono e mi piace essere. Invece, al contrario, chi mi vuole bene (o spero) mi stava facendo notare che proprio così stavo diventando tutt’altro.

La storia della canzone è finita un pomeriggio di qualche anno fa sgombro di pensieri superflui con me armata di cuffiette e si, diciamo, un po’ di coraggio. Qualche secondo dopo aver premuto play scoprii che alla rassegnazione si stava sostituendo la curiosità. La rimandai almeno altre tre o quattro volte. Capii cosa mi spaventava. Mi ci misurai come un pugile fa con l’avversario che teme di più. Adesso, ecco, non è diventata esattamente parte di qualche mia playlist. Io però avevo vinto una sfida e sentii di apprezzarmi.

E d’accordo si, che non si sappia troppo in giro, apprezzai un pochino, ma proprio un po’, anche lei.

Annotazioni: Di Muffin, Sogni E Treni Vari

E’ da questa mattina che ho la testa indolenzita, come se non mi fossi mai svegliata. Altro che ore piccole si, si ci sono state pure quelle ma piccole piuttosto sono state queste ultime giornate e io mi ci sono infilata dentro meglio che ho potuto cercando di non lasciare alcun lembo del vestito chiuso fuori. Nel frattempo prendevo nota mentalmente di un po’ di cose interessanti che vorrei non dimenticare.. Dunque.

Se tratti i muffin come dei cupcakes qualcuno lassù se la prende parecchio a male e la crema al formaggio per la copertura impazzisce senza alcun motivo apparente, come me sei-sette giorni prima di un esame, solo che io mi riprendo, o meglio trasformo il nervosismo in apatica rassegnazione alla mia sorte, la crema invece no. Per cui ho decorato i cupcakes muffin con la nutella e ne ho messi venticinque sull’alzatina, che gli anni non si contano per forza soltanto con le candeline.

Avril di anni ne ha compiuti trenta e ha festeggiato con un cupcake gigante. Un giorno potrei provarci.

Un mattino fresco che sapeva di caffè estraneo voleva suggerirmi che spesso le persone non sono cattive, ma sole. Ciò non significa che possano comunque farti del male o per forza accettare un sorriso. E nemmeno che io riesca a capirle completamente.

Capita che qualcuno ricordi cose che per te sono importanti e sorridi all’idea che davvero siano i gesti a contare, più delle parole, mentre tante volte ti sei convinta che fosse vero il contrario.

Se riesci ad essere più tosta di un pensiero negativo ti scopri capace di fregarlo. Sssth, è un segreto però. Se ne può sempre accorgere. E come quando si dice che il pessimista vede il buio nel tunnel, l’ottimista scorge una luce e il realista si rende conto che quella in effetti appartiene al treno. Si direbbe che il realista sia il più saggio dei tre. Eppure ho sempre creduto che il più saggio sia l’ottimista. E’ vero, scorge solo una luce. Eppure nessuno hai mai detto che prima d’allora non gli sia capitato già di trovarsi seriamente in difficoltà e sia sfuggito ad un qualche altro treno di guai e poi abbia deciso che valga la pena sorridere, se non altro perché ha imparato più degli altri due cosa vuol dire davvero.

foto personale, settembre 2014

foto personale, settembre 2014

 

Ooops …!

Avevo più o meno otto anni e mi innamorai dei suoi disegni e della suo senso dell’umorismo grazie alle vignette sul Topolino e diventai poi praticamente matta per la storia a puntate Topokolossal dopo la quale nessuna baguette francese è stata per me del semplice pane, anzi ancora oggi quando sono al supermercato la tentazione di prenderne una e agitarla a mo’ di spada urlando “La baguette catalitica è con te, Tiè!” è decisamente troppo forte. In quel periodo cambiavo idea su cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande almeno una volta a settimana, ma per un bel po’ pensai che sarei diventata anch’io una disegnatrice come Silvia Ziche. Da qualche tempo ho scoperto il sito sul quale pubblica le vignette dedicate ai suoi personaggi, in particolare Lucrezia, alle prese con dilemmi tutti femminili e con la ricerca del suo uomo ideale (che poi basterebbe anche solo che fosse uomo davvero) facendo ironia sui loro difetti, su quelli delle donne e del mondo in generale. Riesce sempre a farmi sorridere e a rimettere sul giusto piano certe questioni regalandole un po’ della leggerezza che a me qualche volta capita di dimenticare prendendo con troppa serietà ciò che invece non ne merita affatto. Ho riportato qui sotto l’ultima vignetta che ha pubblicato che secondo me è geniale e vi invito a visitare il suo sito per trovarne tante altre davvero originali (:

www.silviaziche.com

 

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[tratto da Due, Lizard 2006 – Silvia Ziche]

*… Allora, Caro Blog …*

Qualche tempo fa mettendo un po’ d’ordine tra i cassetti della mia scrivania ho trovato i miei diari. Segreti, eh. Così segreti che basta guardarli un po’ più intensamente che quelle sottospecie di lucchetti se ne cadono dalla vergogna. E’ anche vero che ad una bambina di dieci anni non è che regali qualcosa di troppo complicato da aprire e conservare. Io però presi sul serio la questione e iniziai a scriverci su, anzi all’inizio ritagliavo e ci attaccavo su foto ritagliate dai giornali, adesivi, ci disegnavo. Poi iniziai a scrivere qualcosa di me. Su come mi vedevo. E poi su come vedevo gli altri, cosa facevo nel tempo libero, cosa mi appassionava o non sopportavo e delle cose che non poteva capire nessuno. Tra cui delle cotte assurde che prendevo. Inutile dire che quel giorno andò a farsi benedire ogni buona intenzione di mettere in ordine la stanza e mi ritrovai seduta a terra con le gambe incrociate a ridere delle stupidaggini che scrivevo, a commuovermi e a rivivere un sacco di cose dimenticate. A grandi linee riuscii a ritagliare quei momenti solo miei per sfogarmi e riflettere quasi fino alla fine del liceo. Poi li abbandonai. Nelle ultime settimane ho pensato spesso a questo momento qui. Quello in cui aprii questo blog. A cosa mi passava per la testa allora, a quale fosse il mio mondo, a chi fossi io. E in particolare poi a come decisi di impostare questo spazio virtuale. Mi sono chiesta se vale ancora oggi. Le motivazioni e l’intento e l’atmosfera che mi piaceva creare qui, il mio modo di vedere le cose o volerle vedere, se tutto ciò ha ancora senso adesso che un sacco di cose stanno cambiando e mi stanno chiedendo di imparare a saltare più in alto, giacché a quanto pare qualcuno passa e più o meno distrattamente sposta l’asticella sempre un po’ più su. Inizio a pensare anche che invece di saltare magari ogni tanto si potrebbe anche passare sotto. Non è molto saggio, lo so. Eppure mettersi in discussione secondo me da’ la possibilità di scegliere di saltare ogni volta, invece che finire per farlo per abitudine e basta. E se non ci si mette in discussione da sé in qualche modo si finisce per forza a farsi certe domande perchè scopri magari che il tuo sistema di riferimento si è spostato e si son dimenticati di darti le nuove coordinate per raccapezzarti un po’ in tutto ciò che accade. E con il sistema ho perso pure tutti i punti che mi davano sicurezza ogni volta che guardandomi intorno per un motivo qualunque mi sentivo persa. Ecco, una cosa del genere prima non l’avrei nemmeno mai pensata. Avrei difeso fino alla morte il carpe diem e il bicchiere mezzo pieno. Perchè era così prima. Ogni conto prima o poi tornava, facendo anche dei giri immensi. Adesso mi rendo conto invece che ci sono conti che non torneranno più indietro perchè si son persi peggio di me o che invece di tornare indietro c’è bisogno di seguirli per scoprire posti nuovi e angoli inesplorati di se stessi. Allora mi sono chiesta che senso ha il mio blog, ora. Se non fosse meglio congedarmi da lui e iniziare un percorso nuovo altrove perchè ormai sono convinta che pur essendo innamorata persa del mio bicchiere mezzo pieno delle volte c’è bisogno di restare a fissare la metà vuota che all’inizio fa un po’ paura ma poi si finisce per farci amicizia. Ha anche lei delle cose importanti da dire ed è stupido non stare ad ascoltarla per presa di posizione. Basta questo per cambiare strada? E si tratta davvero di cambiare strada?

La sensazione che mi affascinava di più quando aprii My Best Damn Things era quella di mettere come dei messaggi in una bottiglia per poi spedirli chissà dove senza destinatario ad ogni post pubblicato. Era anche la maggior differenza rispetto al riempire pagine e pagine che nessuno avrebbe letto mai. Mi sentivo come uno scienziato che manda segnali radio nell’universo sperando arrivino ad orecchie capaci di recepire proprio quella frequenza lì. Sta cambiando il mondo intorno a me, sto provando vari filtri per trovare quello giusto che mi permetta di guardarlo nel modo migliore, ma questa sensazione resta la stessa. Allora le domande restano: mi riconosco ancora nel mio blog? E lui si riconosce in me? E soprattutto, mi riconosce? Lo sa che sono sempre io anche se qualche volta più fragile tanto che mi odio da sola per questo? Lo sa che non c’è niente da dimostrare ma al massimo da scoprire e conoscere quando ogni colpa è della paura e ogni rimedio in un sorriso sincero?

Magari, ecco, glielo chiedo. Io la mia risposta ce l’ho.

*… Ginny …*

Quella volta che mi chiedesti per gioco chi sarei voluta essere tra Hermione e Ginny, io risposi senza dubbio che avrei scelto la prima. Non trovavo ci fosse niente di meglio che essere la migliore amica di Harry, intelligente, astuta e decisamente più carina. E pensai che ne avremmo discusso, certa l’avresti scelta anche tu. Eravamo fatte della stessa pasta, in fondo, nonostante tu sfidassi le aspettative nei tuoi confronti, io me stessa. Tu scegliesti Ginny, invece. La  sua fidanzata. Secchiona ti ci sentivi già troppo, per desiderare di esserlo anche in un mondo inventato. Invece di farmi qualche domanda, tra me e me cantai vittoria per aver conquistato il posto al quale ambivo di più senza troppi sforzi. –La fidanzata, roba da femminucce– pensai. E poi alla fine son stati bravi ad illuderti che saresti potuta esserlo davvero. E ti hanno usata. Io soffrivo da morire nel vederti intrappolata tra le loro bugie senza poter far niente. Perché mi avevi allontanata tu. Che poi allontanata è dir poco. Da un giorno all’altro mi buttasti via come fossi la brutta copia di un compito appena ricopiato in bella. Quando trovai il coraggio di parlarti mi rispondesti –Boh, niente, sai le persone cambiano, le situazioni cambiano e a me nemmeno piacciono i cambiamenti-. Quasi volessi scusarti del fatto che all’improvviso di me non te ne fregava più niente. Non riconobbi la tua voce. Tirai contro il muro un tuo regalo e vidi in quanti pezzi era finita la fiducia che avevo in te. Capii che non ti avrei più disturbata e da allora non sappiamo più nulla l’una dell’altra. E’ solo che ogni tanto ripenso alla tua risposta. Non ebbi molto da risponderti al momento. Volevo solo che non te ne andassi via. Tanti anni fa.

Le situazioni possono cambiare, si. Le persone non cambiano invece. Le persone si conoscono. Se non ti ho più riconosciuta è solo perché non ti conoscevo abbastanza, non ti conoscevo a fondo. Non è vero che da un giorno all’altro si cambiano caratteri ed interessi. Non ci si comporta da perfetti estranei all’improvviso. Dipende tutto dalla luce che ci illumina. Al suo variare, si appare diversi. Si brilla diversamente, fuggono via ombre, se ne creano delle altre. E non credo si possa identificare il crescere, l’evolversi, con il cambiare. Le prime due cose avvengono così lentamente da non giustificare comportamenti all’improvviso così diversi da quelli ai quali ci si abitua. Nemmeno tu conoscevi me. Sapevi per cosa mi arrabbio o per cosa provo orrore, o come reagisco ad una sconfitta, con quale colore di capelli non sarei mai voluta nascere? Avresti saputo leggere ansia o imbarazzo o dolore sul mio volto? Sapevi che ti odiavo quando mi costringevi a giocare a scacchi a memoria? Sapevi qualcosa di me che non conoscevo neanch’io? E per di più sono certa anche del fatto che le persone non si cambiano. E’ stupido credere che sia possibile. E non è nemmeno giusto. Non ci si sveglia una mattina iniziando ad essere diversi da se stessi. E se capita, non dura. Se si diventa diversi è perché ci si sente ispirati a farlo, al massimo. Può capitare di vedere in un altro qualcosa che ci manca, qualcosa che ci completa e sentire quella spinta fortissima a voler rendersi una persona migliore. Esistono persone di cui basta la sola presenza per riuscire a vedersi speciali e unici. Persone che ti fanno stare bene. E potresti esplodere di vita quando ci sei accanto. Quando la tua anima le è accanto abbastanza. Quella distanza non può che restare costante se manca la volontà di conoscersi. E in quella specie di cortile interno si alzano muri che, certo, si possono perfino abbellire con piante rampicanti, ma sempre muri restano. Che non hanno nemmeno un mattoncino fuori posto per permettersi di scambiare qualche parola di tanto in tanto. Si resta ai due lati diversi di troppe domande, troppi dubbi, troppe cose non dette, non capite. Senza comunicare poi, accade una cosa strana. Non ci si parla eppure si cerca di capire ugualmente. Di comprendere cosa accade. Darsi una spiegazione. Allora si inizia a fare qualche passo indietro. Ci si allontana come quando si vuole scattare una fotografia ad un panorama molto ampio. Per cogliere quante più cose è possibile. Si riesce anche nell’impresa, si, ma la distanza diventa man mano sempre più grande. Si va letteralmente e inesorabilmente via.

E chissà, mi chiedevo, anche, tra le altre cose, sapevi almeno che avrei scelto di essere io Ginny, fosse stato per farti felice?