CronacheDalCondominio #4: L’Anarchia dell’Addobbo

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Lo scorso anno a causa dei postumi del trasloco e della mia fretta di riordinare per far spazio al Natale, a stento ci feci caso. In queste ultime settimane invece li ho visti spuntare dal nulla come funghi, uno dopo l’altro: gli addobbi dei vicini. Brutti, ingombranti e di dubbia praticità.

I gusti non si discutono e siamo d’accordo. Mettiamoci pure che gli addobbi natalizi mi piacciono da morire e se potessi decorerei le case di tutti, non solo la mia. Quel che non ho capito è come sia stato possibile che sullo stesso pianerottolo, affisse alle porte dei vari inquilini, ci siano finite decorazioni tanto diverse quanto stonate, qualcuna fuori moda, altre talmente fuori misura da coprire le targhe con i nomi e gli spioncini. Su alcuni piani è prevalsa la sobrietà: un fiocchetto lì, una campanella qua. Su altri il buongusto non ha potuto niente per mettere limite alla fantasia.

Pensavo a questa cosa anche osservando le luminarie domestiche a led e non che illuminano balconi e ringhiere di tantissime case. Ognuno s’è messo lì, armato di pazienza e fascette stringicavo, a srotolare i tubi di lucine seguendo quell’estro artistico sopito a causa di mesi e mesi di deleteria routine. Spirali, cascate, piroette, stelle e qualche audace sagoma di albero hanno preso a lampeggiare, spegnersi ed accendersi a ritmo. Su qualche balcone sembra ce ne siano pure troppe, su qualcun’altro sono messe invece senza un vero perché.

Mi sono chiesta se in fondo riguardo gli addobbi natalizi non vige un po’ una sorta di anarchia. Belli o brutti, armoniosi o non, stanno lì, in modo che tutti possano vederli. La diversità è bella, non c’è dubbio. Qualche volta capita anche di vedere palazzi interi decorati con precisione e simmetria, rari casi in cui ci si è riusciti a mettere d’accordo su un solo colore e un solo tema e quasi risultano essere di una perfezione inquietante. Quel su cui riflettevo però è che le feste natalizie sono una delle pochissime occasioni in cui le persone possono esprimersi abbastanza liberamente e gli addobbi finiscono per analogia o per contrasto a rappresentare un po’ quel che si ha dentro. Si tende a creare un ambiente intorno a sé che è espressione di se stessi.

Allora quanti Natale diversi esistono? Quante intensità, difficoltà, quanti significati, desideri, dolori vengono mostrati sperando da un lato che si mimetizzino nel tutto, dall’altro che spicchino rispetto agli addobbi di tutti gli altri?

Le tradizioni e i ricordi in fondo danno un po’ quell’impressione che il Natale sia sempre lo stesso, uguale e immutabile, eppure a guardarlo bene, alla fine, non è che il risultato dell’immagine che ognuno di noi ne ha, ogni anno, sempre diversa. Spesso facciamo una fatica incredibile nel cercare di riunirle tutte insieme, dare lo spazio che ognuno merita. Alcune messe vicine stonano, altre si esaltano tra loro.
Qualcun’altra invece si allontana in silenzio per cercare un po’ di calore vero altrove.

CronacheDalCondominio #3: La Tifoseria Che Non T’Aspetti

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Ad Euro2016 alla fine le abbiamo prese dalla Germania, che a sua volta le ha prese dalla Francia, cosa che qualcuno considera una magrissima consolazione, e vabbé.

Non sono un’appassionata di calcio e mi limito a seguire la squadra della mia città e l’Italia nelle competizioni internazionali. In fondo come non si può non amare l’atmosfera dei grandi eventi, quella che avvolge i soliti impegni quotidiani e fa tirare la lancetta dei minuti indietro per uscire prima dagli uffici o chiudere i libri della sessione di esami estiva e correre ad accendere la tv, armati di pop corn e bibite fresche? Coinvolge tutti, perfino i più insospettabili e una alla volta spuntano sui balconi delle case bandiere e striscioni ed è bello vedere le persone partecipare a qualcosa, oggi che ci si vergogna pure di condividere una corsa in ascensore con dei perfetti sconosciuti.

Dove abitavo prima, in paese, la febbre da Europei o da Mondiali colpiva un po’ tutti, si, ma per le bandiere funzionava un po’ come per i babbinatale e gli addobbi appesi alle ringhiere durante le festività natalizie che sparivano già nel primo pomeriggio del sei gennaio. Così, a caldo. Mentre i bambini avevano ancora le teste infilate nelle calze dell’Epifania alla ricerca dell’ultimo cioccolatino incastrato nelle cuciture e i più grandi come me non avevano ancora iniziato a bestemmiare per l’inizio delle lezioni e della routine universitaria. Allo stesso modo, al primo segno di debolezza della nazionale italiana, venivano tirate dentro le bandiere tricolore. Nemmeno il tempo delle interviste stupide nel dopo partita, durante le quali cerchi di capire se c’è da prendersela più con gli avversari o con l’allenatore dell’Italia.

Qui nel condominio, invece, ho assistito a ben altro. Fin dall’inizio di Euro2016 avevo già notato i vari balconi decorati per l’occasione, altri soltanto dalla seconda partita in poi, ma giusto così, per scaramanzia. Ho sentito trombette festeggiare i goal segnati -qualcuno sembrava avesse noleggiato direttamente un elefante- e odore di pizza all’ingresso del palazzo alle 19:30, decisamente in anticipo per l’orario di cena da queste parti e non poteva non esser dovuto a qualche tifoso particolarmente bisognoso di avere mani libere per esultare e imprecare un’oretta e mezza più tardi. In più sabato mattina, al ritorno da alcune commissioni, ho visto che sul tetto del palazzo svettava una bandiera così grande che più che un condominio all’improvviso sembravamo l’ambasciata italiana di qualche paese sperduto nel deserto del Sahara. La cosa mi ha fatta ridere, ma resa anche un po’ orgogliosa. Su tutto, però, aleggiava lo spettro della sconfitta. Così come la speranza e la gioia, anche l’ansia finisce per essere condivisa, specie se si finisce per giocarsi tutto ai rigori, come quelli che abbiamo visto.

Domenica mattina la sensazione di esser fuori era palese e scottava ormai come il sole. Eppure, nonostante questo, il panorama nel quartiere non era cambiato di una virgola. Le bandiere erano ancora lì. Erano sopravvissute allo scoramento e alla delusione. Sono rimasta a bocca aperta. Non me l’aspettavo. Nemmeno una era stata riportata sull’armadio in attesa del prossimo campionato.

Stavano ancora tutti dormendo, penserete voi. Invece no. A distanza di una settimana quasi, giocano ancora con il vento, indisturbate. So che qualsiasi considerazione sarebbe retorica, ma io qualche domanda me la farei. Tipo, chissà se qualcuno ha sentito di tenerla lì ancora un po’ per i fatti di Dacca o per quelli di Brexit. Magari per la consapevolezza che nemmeno lecinquestelle in fondo ci rappresentano davvero, visto che qualche altra competizione, ad esempio a Roma, è stata vinta per mancanza di avversari e non perché qualcuno si è battuto veramente, sudando, per conquistare il gradino più alto del podio. Forse si è solo riconosciuto che i nostri giocatori ci hanno provato davvero e che abbiamo perso con onore e quindi le bandiere stanno lì a dimostrare ancora un po’ di orgoglio che lo sport, in qualche caso, ci fa provare ancora. Tutte sensazioni inconfessabili, a parole, ma per fortuna i gesti contano ancora molto di più.

CronacheDalCondominio #2: Gli Altri

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Gli altri.

Si.

In un condominio, ovviamente, ci sono gli altri. Quando arrivai qui ero talmente indaffarata e incasinata che a stento facevo caso perfino ai membri della mia famiglia. Ora che la mia vita è tornata alla normalità, ho iniziato a farci l’orecchio, riguardo tutti quei ‘segni sonori’ e non che in qualche modo ti indicano la presenza di altre persone, famiglie, intorno a te. Visto che adoro ascoltare e guardarmi intorno in tutte le circostanze è impossibile, anche in questo caso, che io resista dall’appuntare mentalmente considerazioni, osservazioni su quelli che in qualche modo condividono con me uno stesso spazio, anche in senso molto largo.

Tutto iniziò dal mistero del sacchetto nero.

Quel sacchetto che compariva sul pianerottolo intorno alle dieci di sera nonostante non mi fosse capitato ancora di incontrare vicini di casa, beh, ne rivelò la presenza e in maniera abbastanza ingombrante. La spazzatura va portata fuori al cancello di ingresso nell’apposito contenitore, di sera, per cui mi sembrava strano che qualcuno lasciasse il proprio sacchetto fuori alla porta, in attesa che… Che? C’era forse una persona che raccoglieva i sacchetti per tutti ed evitare il via vai e la scocciatura? Qualche famiglia si era organizzata affinché a turno qualcuno facesse il lavoro per tutti gli altri? Forse, semplicemente, il vicino metteva il sacchetto fuori alla porta per non tenerlo in casa, per poi scendere più tardi. Chissà. Da buona fan di Sherlock mi ero messa in testa di risolvere il mistero, ma i tentativi di spiare il pianerottolo dallo spioncino fallirono e poi la cosa non accadde più.

Quel che invece ti fa davvero capire che non sei sola sono i piccoli-grandi rumori quotidiani. Fastidiosi e familiari, tanto che se per una volta mancano all’appuntamento ti viene quasi da preoccuparti e andare a controllare se è tutto a posto. C’è la sedia trascinata sul pavimento del piano di sopra delle 21:45 -alle volte 21:48-, le urla delle 20 che esortano i bambini ormai ingestibili dalla stanchezza a cambiarsi o cenare, i ticchettii delle scarpe di chi torna da lavoro, le imprecazioni dei ragazzi che giocano alla playstation ovviamente mentre tu stai studiando.

Gli altri qualche volta chiudono per te la porta dell’ascensore se hai le mani troppo occupate dalle borse della spesa, ti ricordano che è quasi Pasqua quando un mattino esci sul balcone e senti profumi meravigliosi provenire da ogni direzione, ti lasciano messaggi sulla macchina per farti gentilmente notare che hai parcheggiato male l’auto e vorresti replicare con un proprio tu che hai trovato la patente nella busta delle patatine poi però lasci stare perché sei arrivata da un mese e non vuoi già litigare con mister-messaggio-anonimo.

Il prestare attenzione a rumori, silenzi, profumi e voci ti pone nel contesto, fa viaggiare la mente tra ipotesi e supposizioni, ma la verità è che si tratta di un modo per far giocare l’intuito, tralasciando ben altri discorsi su tolleranza e rispetto necessari comunque se si condividono spazi comuni con chicchessia.

Infatti gli altri sono quelli che poi incontri davvero per la prima volta proprio la sera di Carnevale mentre stai mettendo piede fuori casa con il volto dipinto da carte francesi e quelli di cui, tuttavia, dimentichi totalmente l’esistenza quando aspetti ospiti e ti bussano alla porta e la apri con un sorriso smagliante ed entusiasta e… Niente, capisci che non importa quanto fino ad allora tu ti sia impegnata per comprenderli, di certo saprai che se la volta precedente t’avevano presa per pazza, questa almeno sarai sembrata per giunta immotivatamente felice.