ComeDiari #12: Senza Dubbio

467c62b059c65f27533ac0a36d229558.jpg

In fondo quel che ti fotte è il dubbio. 

Quando invece sai, è diverso.

Non ci verrebbe l’ansia uscendo di casa al mattino se sapessimo che, qualunque sia la condizione di traffico e di salubrità mentale delle persone che incontreremo per strada, il treno o l’autobus sarebbero lì ad aspettarci comunque e potremo arrivare in sede in tempo, all’orario giusto.

Nel bene o nel male, quando sai, stai meglio. Almeno, sei più tranquillo. Puoi concederti il lusso di essere consapevole e regolarti di conseguenza. Perfino se è giorno di sciopero.

Perfino se lui non vuole più vederti.

Se non vuole più sentirti.

Se sai, allora finalmente tutto quadra e il dubbio sparisce. 

Capisci.

Non ne valevi la pena. 

Percorrere dei chilometri.

Rispondere al cellulare.

Scrivere un messaggio.

Azioni chiamate pretese nonostante non sia stata tu a chiederle.

Non è molto meglio, invece, sapere? 

Non le farebbe. Cose, così. Per te. 

Quando sai, non ti preoccupi più. Dormi serena e ti svegli concedendoti a colazione il lusso di essere consapevole. 

Il cellulare non squillerà.

Non vibrerà brevemente, nemmeno.

Non dovrai attendere nessun momento giusto.

Non devi prendere nessun treno.

E non c’è neanche sciopero.

Senza dubbio, è così.

 

Annunci

Alla Fine Ha Vinto Il ‘Forse’

yes-no-maybe-word-cloud-undecided-uncertain-concept-vintage-blackboard-62685833

In questi giorni mi è capitato spesso di confrontarmi con amici e familiari sulla questione del referendum costituzionale e ne sono venuti fuori pensieri belli e discorsi interessanti riguardo cose di cui davvero raramente mi ritrovo a parlare.
Costituzione, democrazia, ideali. Ho intravisto idee profonde negli argomenti che ognuno portava a sostegno della propria scelta di voto. Abbiamo vissuto questo referendum con una certa ansia e un insolito fervore, tutti, indistintamente. Ci siamo congedati ieri sera consapevoli che non sarebbero state le nostre chiacchiere a fare la differenza e che avremmo dovuto aspettare il momento in cui ‘il sentire del popolo’ avrebbe preso forma in un Si o un No e sostanza nei numeri.

Non voglio fare l’ennesima analisi sui pro e i contro tanto che ormai i giochi sono fatti e le opinioni si sono ormai sprecate.

Questa mattina al risveglio ho provato una profonda delusione. Sono scesa per fare delle commissioni e nonostante la bella giornata di sole l’aria era immobile, come in attesa, ancora.

Sì perché adesso siamo di nuovo in stand-by, curiosi di sapere cosa accadrà.

Forse colgo male o in maniera inesatta. La scelta, secondo me, si riduceva tutta ad una questione di prospettive. Per quanto valide fossero le ragioni di tutti alla fine c’era da mettersi un po’ di traverso rispetto alle cose e cercare la visione che potesse cogliere quanti più aspetti positivi possibili.

Lo so, la questione resta discrezionale lo stesso anche così.

Allora aggiungo un altro elemento: il contesto.

Prospettiva e contesto insieme non restituiscono una visione oggettiva, vero. Era, però, la più oggettiva che ho trovato.

Cosa significa contesto? Mi guardo intorno. Ci sono forze politiche che hanno creato falsi scandali, divisione, populismo e odio che stanno esultando a sfregio delle idee di chi pur sostenendo il No come loro l’ha fatto con dignità, con una luce negli occhi e un calore nelle parole che non mi aspettavo. C’è una vittoria sulla carta che però significa sconfitta agli occhi del mondo e a quelli della storia.

L’Italia è finita in balìa di tutto ciò e mi dispiace profondamente.

La Costituzione tornerà nel cassetto come la tovaglia di Natale un po’ ingiallita dal tempo ma sempre buona perché l’ha comprata la nonna decenni fa. La democrazia tornerà con lo Yeti ad Atlantide a progettare la formula della Nutella che non fa ingrassare. Gli ideali verranno rimessi in gioco sul tavolo da poker come fiches di cui nessuno mai ha riscosso il valore, che tanto basta averle in mano e giocarci, il resto non conta.

La vittoria del No, nel contesto, è diventata una sconfitta per chi ha davvero sostenuto Costituzione, democrazia e ideali opponendosi alla riforma.

Mi chiedo se ne è valsa la pena e se ‘il sentire del popolo’ verrà correttamente interpretato adesso e se mi sono sbagliata nello sperare in un po’ di forza e stabilità senza che il tutto si riducesse ad una nuova corsa per acchiappare per primi quante più poltrone possibili.

Ah, ma davvero stanno decidendo se fare prima la riforma elettorale o le elezioni?

Ma guarda.

Distanza

distanza

Distanza.

Ultimamente ogni aspetto importante della mia vita, purtroppo, ha a che fare con questa parola. Già di suo sembra avere sempre e comunque un’accezione negativa.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Significa pure però che quella cosa, persona, non la stiamo vivendo. Non è presente nella successione di spazi e di attimi che ci circondano, in alcun modo. Oppure. Non possiamo non ferirci le dita provando ad accarezzare i bordi di un obiettivo che non si incastra ancora perfettamente nei nostri giorni. Robe così.

Nonostante ciò io la distanza non l’ho mai demonizzata. Non mi ha mai spaventata. Forse perché di mio tendo ad uscire dalle definizioni, inventare significati per vedere quanto vanno lontani da soli senza dover correre a sorreggerli e ogni tanto mi guardo intorno attraverso un tulle colorato, di quelli delle bomboniere, per vedere di che colore diventa la realtà. Forse, invece, è perché da piccola ho imparato che non c’era persona amata distante abbastanza da non poter essere raggiunta con un treno o un auto e molti dei miei familiari vivevano dai trenta ai novecento chilometri da me.

Distanza per me non è separazione. Eppure, mi sono dovuta arrendere a quell’evidenza che per tante persone è normalità, per cui non ho avuto scampo. I miei giorni si sono riempiti di quel significato da cui sono fuggita tante volte e s’è preso tutto lo spazio schiacciandomi a terra.

Da lì ho percepito un altro aspetto della questione: la distanza è anche un filtro. Non la si attraversa senza i requisiti necessari. Motivazioni deboli e legami sottili non ce la fanno, soccombono quasi subito. Qualcuno direbbe che è anche una questione di mezzi e di risorse disponibili ed è vero, anche se questo vale solo dal punto di vista fisico. Si può essere vicini anche in altri modi che ognuno può immaginare da sé. Qualcun’altro sosterrebbe che in fondo questa è una cosa positiva: se una persona riesci a sentirla nonostante lo spazio -e magari il tempo- allora un legame c’è davvero.

Messa al tappeto dall’evidenza, dunque, ho pensato di arrendermi. E si. Basta. Tanto è inutile. Le circostanze hanno sempre la meglio. Ci sono rapporti, vite, alberi genealogici interi che si reggono su una o due di loro. Chi sono io mai per rivoltare l’ordine delle cose? Se mi spaventano le circostanze più delle distanze in fondo è un problema soltanto mio. Mi sono piantata lì a terra e ho iniziato a sentire freddo. Dentro. Un freddo strano.

Era trasparente. Limpido. Una sensazione che puliva via tutte le altre così ingarbugliate, dolorose, arrabbiate e tristi insieme. Sembrava libertà. Mi sono sentita come l’estremità di una distanza appena rotolata via chissà dove e di cui riuscivo a vedere solo alcuni tratti che ho capito avrei dovuto percorrere da sola. Mi sono alzata e ho iniziato a fare qualche passo. Non ho idea di dove si trovi l’altra estremità, ma di aspettare e di combattere le circostanze mi sono davvero stufata.

Se una cosa, una persona, un traguardo è distante, lontano, vuol dire che non è qui. Ovvio, sì.

Adesso, però, non ci sono più neanch’io.

C’era una volta, forse domani, oggi no.

happy-ending1

La verità è che uno ci spera sempre.

Ho provato a non augurarmelo, a non immaginarne uno. Impossibile. Il lieto fine è già lì. Alla fine di ogni lunga e contorta successione di vorrei. Aspetta e non gli importa quanto puoi metterci ad arrivare.

Era vicino. Ad un tocco. L’energia aveva riempito la distanza e mi sentivo un tutt’uno con essa, solida, vera. Reale. Avrebbe dovuto portarmi via con sé in un abbraccio.

Le fiabe di una volta non avevano il lieto fine. Più che altro si trattava di una lezione. Ti veniva raccontata quella storia affinché potessi imparare a conoscere e riconoscere pericoli di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. La gente non se ne faceva nulla del e vissero tutti felici e contenti. Meglio un insegnamento, un’opportunità per aprire gli occhi e non cadere negli errori costati cari a qualcun’altro.

Un finale, quello, davvero più utile a tutti. Migliore. Senza fronzoli, aspettative, delusioni.

Un finale così non ti chiede se sei d’accordo. Quel che conta è la lezione di vita e non hai modo di ribellarti. Decide per te il quando e il perché è finita. Intorno a te tutti applaudono e si congratulano, ti stringono la mano e ti dicono ancora un’altra dannatissima volta che è meglio così. 

Ti restano l’immaginazione e la speranza per renderti presentabile a qualche nuovo giorno che non smetterà di guardarti di traverso finché paradossalmente non avrai iniziato a raccontargli un altro lieto fine, ancora un’altra volta.

tumblr_nbj4tkcwzw1sec288o1_500

Walt Disney in Saving Mr. Banks

(Guestpost di Novembre su Principesse Colorate, sul lieto fine, tra illusione e speranza, tra il Medioevo e l’era Disney che per fortuna ci ha salvati un po’.)

Di Delusione, Disinformazione e Disabilità da Singletudine

woman-1733891_960_720

Ero già pronta a scagliare anatemi e ad esprimere variopinte opinioni quasi da webete quando, ad una seconda più attenta rilettura di un articolo trovato oggi in rete, ho capito che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui era stato espresso il concetto. Ovvero.

L’articolo è questo: Essere single potrebbe essere considerata una “disabilità” (ma per un’ottima ragione): etc. etc.. Già il titolo fa drizzare le orecchie. In breve, riporta la notizia riguardante una nuova definizione di “disabile” decisa dall’OMS per quanto riguarda la possibilità e il diritto, di chi ne ha bisogno, di ricorrere alla fecondazione in vitro. Nell’articolo si legge:

“Secondo l’attuale definizione elaborata dall’Oms, si considera disabile chiunque sia infertile o non sia riuscito ad avere una gravidanza dopo 12 mesi di sesso non protetto. Ma non solo: anche chi non ha o riesce a trovare un partner sessuale (e quindi non ha rapporti e, di conseguenza, non ha possibilità di concepire) può essere considerato disabile. Il dottor David Adamson, uno degli autori della nuova categorizzazione, ha spiegato che la definizione di infertilità è stata riscritta per essere più inclusiva e per dare a tutti gli individui il diritto di avere una famiglia.”

Come se non fosse bastata già la Lorenzin a farci sentire in colpa, questa sembra in tutto e per tutto un’altra mazzata sulla testa dei single che, non ci voleva un esperto per capirlo, in quanto tali risultano inabili a creare una famiglia. In particolare avrebbero un vero e proprio handicap rispetto a tutte le altre ‘persone normali’ che invece si trovano in una coppia, di qualsiasi tipo. Ad una prima lettura e secondo il punto di vista dell’articolo sembra proprio che, da oggi, tutti i single possono considerarsi disabili. 

A me sembra, però, che la questione sia stata tirata su apposta per creare la polemica. Sì perché un conto è dire che tutti i single in quanto tali sono disabili, inabili a procreare, un altro è dire che può considerarsi disabile anche chi è single e potrebbe voler ricorrere alla fecondazione in vitro per riuscire a creare una propria famiglia. Infatti, non è detto che tutti i single ne vogliano una ad ogni costo.

Porca miseria, c’è una differenza enorme tra le due frasi, no?!

La doppia implicazione, in un concetto del genere, è sbagliata. Non ci vuole un genio per capirlo e penso che l’articolo avrebbe messo molta meno rabbia e indignazione in giro per il web se semplicemente fosse stato scritto con più attenzione.
Io sono stata tra quelli che, ad una prima lettura, sono saltati dalla sedia. Non saprei dire, però, in quanti poi con buonsenso hanno pensato che l’OMS non poteva aver davvero detto una cosa del genere, con tutte le conseguenti implicazioni.

Questa cosa mi ha fatto riflettere. Quante altre volte la cattiva informazione fa leva sugli impulsi del momento per dare visibilità ad un argomento o ad un fatto accaduto scatenando reazioni che poi, abbiamo visto, causano danni irreparabili?

Tante. In realtà questa non è nemmeno più una novità.

Quel che davvero mi ha turbata, però, è un altro aspetto della questione. Quanto, ormai, ci aspettiamo, ogni giorno, di rimanere delusi, di arrabbiarci e indignarci sconvolti da una notizia qualsiasi, da una nuova scoperta, da una tendenza, dalle parole di un personaggio, insomma, dal mondo che ci circonda? In quanti aprono un social già pronti a scatenarsi contro qualcuno o qualcosa, soltanto perché ormai tutto fa schifo e ogni cosa è opinabile e attaccabile, che ormai l’umanità sta andando a rotoli e quindi meglio dire la propria, visto che si può?

Per di più questo modo di fare non appartiene nemmeno solo al virtuale. Si sta diffondendo l’idea che lasciarsi guidare dagli impulsi, in una società così frenetica e vuota, sia la cosa più saggia, l’unica possibilità che si ha per sopravvivere al suo interno. L’impulso spinge a cercare gratificazioni e se queste mancano allora si passa all’attacco per difendere quel poco di sé non ancora macchiato dalla delusione.

Ci si aspetta così tanto di esser delusi che si fa una fatica bestiale a fidarsi di chiunque, mentre magari si potrebbe cercare la verità sotto le ceneri delle parole scritte apposta per bruciare fin troppo in fretta. A questo proposito vi lascio una citazione del film Disney ‘Saving Mr. Banks’,  che racconta la storia della nascita del film su Mary Poppins e della tenacia che Walt Disney ha impiegato per convincere l’inventrice della storia della famosissima tata a fidarsi di lui, parole che da giorni mi girano per la testa e che forse un po’ hanno salvato anche me.

“Sig.ra Travers: E’ venuto per farmi cambiare idea, vero? Perché io mi sottometta…
Walt: No. No. Sono venuto… perché lei mi ha giudicato male.
– In che senso l’ho giudicata male?
– Lei guarda me, e vede una sorta di Re Mida Hollywoodiano. Crede che io abbia costruito un impero, e voglia la sua Mary Poppins per aggiungere un mattone al mio regno.
– E non è così?
– Beh, se fosse soltanto questo avrei inseguito una donna scontrosa e testarda come lei per vent’anni? No, mi sarei risparmiato un’ulcera. No, lei si aspettava che io la deludessi…e ha fatto in modo che accadesse. Beh, io credo che sia la vita a deluderla, signora Travers. Credo lo abbia fatto spesso, e credo che Mary Poppins sia l’unica persona nella sua vita a non averlo fatto.”

Della Mancanza (Di Aspettativa)

SONY DSC

Se l’avere delle aspettative sia da considerarsi giusto oppure sbagliato penso nessuno l’abbia mai capito davvero.

O meglio, ogni volta si cambia idea a riguardo, così, a seconda di come è andata l’ultima volta che si è provato a darci un taglio con una situazione con un avrei dovuto saperlo da oggi in poi non mi aspetto più nulla. 

Sinceramente non ci avevo mai dato troppo peso finché mi sono accorta che delle persone avevano delle aspettative su di me e per giunta le avevo pure mancate. Così, senza accorgermene. Perché poi la vita su questo non ti aiuta affatto, non ti segnala il pericolo, non ti avvisa ogni cinquanta metri che stai per scontrarti contro quella cosa che non hai fatto o non hai detto e tu viaggi tranquilla alla velocità che desideri cantando a squarciagola le canzoni passate in radio senza percepire minacciosi sguardi altrui o presenze ingombranti su quella che era la tua innocente e già ingarbugliata tabella di marcia. Agli scontri di solito poi si susseguono litigi, arrabbiature, musi lunghi e delusioni varie. La delusione in particolare non ho mai saputo gestirla bene. Inscatolando un po’ di cose per il trasloco ho ritrovato un vecchio diario in cui c’era uno di quei test sulla personalità e tra le cose che mi facevano paura avevo scritto deludere le persone che amo. Poi nel tempo ho capito che questo magari accade e non sempre ci si può far qualcosa, non sempre dipende da una persona soltanto, per quanto si possa far attenzione, districarsi nella trappola di corde delle sensibilità degli altri non è semplice e prima o poi si finisce per pestarne almeno una.

Comunque l’idea mi faceva arrabbiare. Come si può essere a conoscenza delle aspettative di tutti? E chi dice che la loro idea di me corrisponda davvero a quella che ne ho io?

Poi mi son chiesta se anche io ne ho. Beh, si. Mi sono accorta del fatto che la maggior parte di loro sono implicite, nel senso che uno non sta lì a pensarci giorno e notte, ma esistono e vivono di vita propria. Alcune nascono automaticamente, come gli effetti dalle cause, vengono prodotte dalla mente che per sua natura non ci sa stare nel presente e sbircia in quel che sarà, o quel che potrebbe essere.  Se è giusto o sbagliato non lo so, ma la cosa che più mi innervosisce è un’altra.

Si perché prima o poi la fatidica frase la pronunciamo un po’ tutti. Per non essere deluso non voglio aspettarmi più niente da nessuno. 

Amen.

E poi?

Fermo restando che eliminare anche la più nascosta microscopica aspettativa è praticamente impossibile, mi sono chiesta cosa accade a quel punto. In fondo è come dire che si è pronti ad accettare l’altro per quel che è. Spogliato dei preconcetti -non per forza negativi- può diventare davvero più semplice costruire un rapporto sincero e onesto con lui. La mancanza di aspettative significa più libertà di esprimersi ed essere se stessi.

Da un lato.

Dall’altro è anche vero che quella persona all’improvviso la sentiamo anche più lontana, giacché le si è detto tra le righe fai un po’ come cavolo ti pare, a me non importa più. Allora l’aspettativa all’improvviso sembra racchiudere tutto il nostro interesse per quella persona, la voglia di averla vicina e continuare a camminarci insieme. Senza di essa è come se il cuore si chiudesse, muore la fiducia e la speranza.

Più ci penso e più mi sembra complesso. Forse anche in questo caso la verità è nel mezzo, o almeno immagino che sia così.

Si, insomma, me lo aspetto.

Ops.

*… Ogni Promessa E’ Debito …*

Si dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Ma giuro che le mie erano addirittura nobili.

Il problema è che di fondo sono imbranata.

E avevo dimenticato che quello in frigo non era limonata. Era pompelmo frizzante.

Panico.

Ma al bimbo avevo promesso la limonata. Come si fa a deludere un paio d’occhioni che ti seguono saltellando per tutta casa?

Così il genio che è in me mi ha suggerito di versargli comunque il pompelmo spacciandola per limonata. Chessò magari non se ne sarebbe accorto.

Infatti sembrava avesse funzionato. Stavo tirando un sospiro di sollievo quando il marmocchio torna indietro e mi fa:

-Ma è amarooo!-

-Ma davvero?- dico io. Sudavo freddo. Stava per sgamare tutto.

-Si … ma non è che…… forse………. mi ci metti un altro po’ di zucchero???

Fiùùù.

-Ma ceerto, vieni qui! Che vuoi farci, certe volte la fanno così amara…-. Crudelia Demon avrebbe applaudito, sono sicura.

Mi guardava con aria sospetta. Però, chissà, magari non mi odia.

La prossima volta però che mio padre chiama il falegname è probabile che non vedrò suo figlio zompettargli allegramente dietro.