ComeDiari #12: Senza Dubbio

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In fondo quel che ti fotte è il dubbio. 

Quando invece sai, è diverso.

Non ci verrebbe l’ansia uscendo di casa al mattino se sapessimo che, qualunque sia la condizione di traffico e di salubrità mentale delle persone che incontreremo per strada, il treno o l’autobus sarebbero lì ad aspettarci comunque e potremo arrivare in sede in tempo, all’orario giusto.

Nel bene o nel male, quando sai, stai meglio. Almeno, sei più tranquillo. Puoi concederti il lusso di essere consapevole e regolarti di conseguenza. Perfino se è giorno di sciopero.

Perfino se lui non vuole più vederti.

Se non vuole più sentirti.

Se sai, allora finalmente tutto quadra e il dubbio sparisce. 

Capisci.

Non ne valevi la pena. 

Percorrere dei chilometri.

Rispondere al cellulare.

Scrivere un messaggio.

Azioni chiamate pretese nonostante non sia stata tu a chiederle.

Non è molto meglio, invece, sapere? 

Non le farebbe. Cose, così. Per te. 

Quando sai, non ti preoccupi più. Dormi serena e ti svegli concedendoti a colazione il lusso di essere consapevole. 

Il cellulare non squillerà.

Non vibrerà brevemente, nemmeno.

Non dovrai attendere nessun momento giusto.

Non devi prendere nessun treno.

E non c’è neanche sciopero.

Senza dubbio, è così.

 

CronacheDalCondominio #4: L’Anarchia dell’Addobbo

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Lo scorso anno a causa dei postumi del trasloco e della mia fretta di riordinare per far spazio al Natale, a stento ci feci caso. In queste ultime settimane invece li ho visti spuntare dal nulla come funghi, uno dopo l’altro: gli addobbi dei vicini. Brutti, ingombranti e di dubbia praticità.

I gusti non si discutono e siamo d’accordo. Mettiamoci pure che gli addobbi natalizi mi piacciono da morire e se potessi decorerei le case di tutti, non solo la mia. Quel che non ho capito è come sia stato possibile che sullo stesso pianerottolo, affisse alle porte dei vari inquilini, ci siano finite decorazioni tanto diverse quanto stonate, qualcuna fuori moda, altre talmente fuori misura da coprire le targhe con i nomi e gli spioncini. Su alcuni piani è prevalsa la sobrietà: un fiocchetto lì, una campanella qua. Su altri il buongusto non ha potuto niente per mettere limite alla fantasia.

Pensavo a questa cosa anche osservando le luminarie domestiche a led e non che illuminano balconi e ringhiere di tantissime case. Ognuno s’è messo lì, armato di pazienza e fascette stringicavo, a srotolare i tubi di lucine seguendo quell’estro artistico sopito a causa di mesi e mesi di deleteria routine. Spirali, cascate, piroette, stelle e qualche audace sagoma di albero hanno preso a lampeggiare, spegnersi ed accendersi a ritmo. Su qualche balcone sembra ce ne siano pure troppe, su qualcun’altro sono messe invece senza un vero perché.

Mi sono chiesta se in fondo riguardo gli addobbi natalizi non vige un po’ una sorta di anarchia. Belli o brutti, armoniosi o non, stanno lì, in modo che tutti possano vederli. La diversità è bella, non c’è dubbio. Qualche volta capita anche di vedere palazzi interi decorati con precisione e simmetria, rari casi in cui ci si è riusciti a mettere d’accordo su un solo colore e un solo tema e quasi risultano essere di una perfezione inquietante. Quel su cui riflettevo però è che le feste natalizie sono una delle pochissime occasioni in cui le persone possono esprimersi abbastanza liberamente e gli addobbi finiscono per analogia o per contrasto a rappresentare un po’ quel che si ha dentro. Si tende a creare un ambiente intorno a sé che è espressione di se stessi.

Allora quanti Natale diversi esistono? Quante intensità, difficoltà, quanti significati, desideri, dolori vengono mostrati sperando da un lato che si mimetizzino nel tutto, dall’altro che spicchino rispetto agli addobbi di tutti gli altri?

Le tradizioni e i ricordi in fondo danno un po’ quell’impressione che il Natale sia sempre lo stesso, uguale e immutabile, eppure a guardarlo bene, alla fine, non è che il risultato dell’immagine che ognuno di noi ne ha, ogni anno, sempre diversa. Spesso facciamo una fatica incredibile nel cercare di riunirle tutte insieme, dare lo spazio che ognuno merita. Alcune messe vicine stonano, altre si esaltano tra loro.
Qualcun’altra invece si allontana in silenzio per cercare un po’ di calore vero altrove.

C’era una volta, forse domani, oggi no.

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La verità è che uno ci spera sempre.

Ho provato a non augurarmelo, a non immaginarne uno. Impossibile. Il lieto fine è già lì. Alla fine di ogni lunga e contorta successione di vorrei. Aspetta e non gli importa quanto puoi metterci ad arrivare.

Era vicino. Ad un tocco. L’energia aveva riempito la distanza e mi sentivo un tutt’uno con essa, solida, vera. Reale. Avrebbe dovuto portarmi via con sé in un abbraccio.

Le fiabe di una volta non avevano il lieto fine. Più che altro si trattava di una lezione. Ti veniva raccontata quella storia affinché potessi imparare a conoscere e riconoscere pericoli di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. La gente non se ne faceva nulla del e vissero tutti felici e contenti. Meglio un insegnamento, un’opportunità per aprire gli occhi e non cadere negli errori costati cari a qualcun’altro.

Un finale, quello, davvero più utile a tutti. Migliore. Senza fronzoli, aspettative, delusioni.

Un finale così non ti chiede se sei d’accordo. Quel che conta è la lezione di vita e non hai modo di ribellarti. Decide per te il quando e il perché è finita. Intorno a te tutti applaudono e si congratulano, ti stringono la mano e ti dicono ancora un’altra dannatissima volta che è meglio così. 

Ti restano l’immaginazione e la speranza per renderti presentabile a qualche nuovo giorno che non smetterà di guardarti di traverso finché paradossalmente non avrai iniziato a raccontargli un altro lieto fine, ancora un’altra volta.

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Walt Disney in Saving Mr. Banks

(Guestpost di Novembre su Principesse Colorate, sul lieto fine, tra illusione e speranza, tra il Medioevo e l’era Disney che per fortuna ci ha salvati un po’.)

ComeDiari #10: A Tutti Voi Che Ve Ne Siete Andati

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I legami non si spezzano. Per loro natura è impossibile.

Se lo sembrano allora vuol dire che non sono mai esistiti.

Perché chi AMA non sparisce. Chi AMA non distrugge. Chi AMA si informa, chiede, spiega.

Chi SE NE VA lo fa per disinteresse. Perché ha di meglio da fare. Perché si sente in colpa o fuori posto. L’amore non concepisce il disagio, anzi.

Io mi sono accanita su delle cause perse. Ho difeso quelli che credevo fossero legami veri. Legami tra “esseri umani”. Ogni volta sono rimasta a difendere una cosa che non esisteva.
Pensavo -Vai, vai tu, qui ci penso io-.
Riattaccavo insieme i pezzi con la comprensione e l’accettazione di quel che non potevo capire delle vostre vite mentre della mia fiducia ne avete fatto macerie usando semplicemente l’indifferenza.

Adesso mi sento libera. Non ho nessun dovere, nessun tacito patto con la vita da rispettare. Non esiste un legame, quindi non esiste niente di cui prendersi cura, da custodire e amare.

E la LIBERTA’, sapete, ha un seducente profumo di futuro e di possibilità.

Grazie per esservene andati a fanculo senza aspettare che ve lo chiedessi io.

ComeDiari #9: (S)Legati

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Mi ci vedevo già tra le tue braccia, più forti del vento, più sicure delle mie parole. 

E no, invece. Non si può spiegare. Vederti andar via per l’ennesima volta è buffo e straziante insieme. Come se ci fossimo sporcati le mani di ironia e adesso ogni singolo istante di tempo è fottuto, condannato a macchiarsi e ci guarderà di traverso non appena superato, perché poteva essere bello, bello davvero. 

Un legame se è vero resiste ad ogni cosa. Unisce parole spezzate e traduce silenzi infiniti. Credevo fossimo questo, che in equilibrio sul filo ti avrei raggiunto sempre e ci saremmo capiti con uno sguardo soltanto. Questa volta però non capisco se hanno mentito gli occhi o le parole. La bugia ha preso a morsi la fiducia mentre io urlavo. Ti ho difeso frapponendomi tra le semplici impressioni e gli altri, raccontando di profondità e sincerità, disegnando schizzi del tuo mondo che adoravo visitare ogni volta che potevo.  

Adesso non sento più niente. Le emozioni sono ferme, immobili. Una specie di morte apparente. Forse, sono morte davvero. Forse aspettano solo che tu riprenda a contare voltandoti di nuovo verso il muro.

Cazzo, smettila di guardarmi in silenzio. 

Deliri Post-Pasquali

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“[…] Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”
[E. Hemingway]

Il fatto che il recarsi in chiesa ogni domenica per essere un buon cristiano fosse un obbligo non mi è mai piaciuto. Ho sempre creduto che servisse qualcosa di più per farlo, come un bisogno, una necessità di qualsiasi tipo. L’idea che ho della religione è abbastanza complicata, ma un po’ si basa su questa idea qui, semplice e logica e negli anni ho cercato di esserle fedele. Le ricorrenze sono alcune di quelle occasioni in cui ci vado, magari per l’atmosfera di festa o anche soltanto per ricordare certi principi che al di là di ogni credo sono sempre validi e coincidenti con quelli delle festività pagane che un tempo erano al posto di quelle religiose che conosciamo di più. La Pasqua, ad esempio, dovrebbe ricordarci che alla fine la luce vince sul buio. Anche questa un’idea semplice, confortante, attorno la quale si possono costruire dei discorsi immensi, usando giri di parole sempre nuovi e diversi.

Questa cosa non valeva per il prete del paese in cui vivevo prima. No. Lui, al momento dell’omelia, ripeteva sempre, ogni benedetto anno, lo stesso discorso. Non credo mancasse di fantasia, anzi, ero arrivata a credere che lo facesse apposta per far si che quei pochi e necessari concetti potessero davvero restare nelle teste distratte di chi, a detta sua, si trovava lì trascinato più dalla coscienza collettiva del paese che dalla propria volontà. Per cui quando la scorsa Pasqua mi sono ritrovata in un’altra chiesa, con un nuovo prete e l’occasione di ascoltare un discorso diverso, sono stata tutta orecchie, in cerca di una sfumatura, un guizzo geniale da portare via con me.

Adesso, ripeto, ci sono tanti modi diversi di spiegare un’idea e altrettanti di recepirla. Quella che non mi aspettavo e su cui spesso sono tornata a riflettere in questi giorni è stata la sensazione di perplessità e disagio che ho provato nonostante il messaggio in generale fosse positivo e rassicurante. In pratica, il cuore del discorso riguardava il dolore fisico e quello dell’anima. Di quanto fossero diversi. Quello fisico ha un limite in quanto il corpo stesso, ad un certo punto sviene, per difendersi. Il dolore dell’anima invece sarebbe infinito, non esiste un limite, un fondo, un meccanismo di sicurezza che interviene al nostro posto per salvarci, no. Ci si deve salvare da soli prendendo coscienza del fatto che essere felici è un diritto. Punto. Tutto qui. Ciò equivale a dire che si possono trascorrere le giornate a pensare che nulla va come dovrebbe o, al contrario, che tutto è esattamente al suo posto o che comunque lo sarà nei tempi e nei modi più giusti. Tutto dipende dal nostro atteggiamento mentale che condiziona tantissimo il modo in cui osserviamo la realtà. Un evento positivo può diventare ai nostri occhi negativo così come può accadere il contrario, per cui se stiamo male, in fondo, è un po’ colpa nostra.

Tutte queste belle cose non sono una novità, spesso se ne perde consapevolezza, ma tutti almeno una volta nella vita ne abbiamo già sentito parlare. Ricordare che la felicità è un diritto lì per lì mi ha fatta sentir meglio. Poi, si sa, quando viene spinta da un impulso diverso la mente parte, va senza freni tra pensieri impervi e disastrati ed è impossibile fermarla. Mi sono sentita in colpa. Terribilmente. Per tutte le volte che non mi sono salvata e ho preferito pensare a me stessa come la persona che non sono e a quel che non stavo facendo, soffrendo inutilmente.

Non so, forse ci sta anche questo. Rientra nella normalità dell’eterno scontro tra bene e male che avviene dentro di noi ogni giorno prima che in qualsiasi altra parte del mondo, nell’ovvietà del fatto che le vittorie vanno all’uno o all’altro alternandosi e che nonostante tutto la vita va presa con le giuste dosi di responsabilità e leggerezza, sempre. Chissà allora se non esiste da qualche parte anche un certo diritto al dolore, perché come mi disse una persona qualche tempo fa, è inutile crucciarsi quando non si è pronti, per una cosa qualsiasi, fosse pure semplicemente la felicità.

Cartolina

“At this place…”

Rinchiusa nel suo cappotto si lamentava del freddo, sperando che qualcuno cogliesse il riferimento alla propria anima più che alla temperatura e guardava i piedi delle donne con cui stava conversando come se all’improvviso le loro paia di scarpe così diverse tra loro fossero più interessanti di tutti i commenti e le osservazioni che aveva ascoltato fino ad allora. Mi ero accorta che ormai aveva smesso di prestare attenzione alle parole degli altri già qualche minuto prima quando la vicina di casa aveva timidamente sfoggiato un -Vedi, si chiude una porta, ma forse, ecco, magari si apre un portone- come se avesse perso un lavoro e non una persona cara. Aveva annuito assorta. “… my thoughts came to you…”.
Un po’ la capivo, anch’io mi ero distratta. La casa era ormai piena di gente, sembrava una festa quasi, in tanti si ritrovavano dopo anni di assenze nelle rispettive vite, cresciuti, invecchiati, pieni di avvenimenti e novità da raccontarsi a vicenda. Io stavo lì cercando di riconoscere qualcuno, ogni tanto una prozia o una cugina di chissà che grado si avvicinava trovandomi più o meno somigliante a mia madre. “… came to you, then I…”
La casa era ordinata e semplice. Pochi quadri, pochi mobili. Alle pareti c’erano più che altro fotografie di nipoti da piccoli e souvenir. Uno di questi si trovava proprio lì dove stavo cercando di sembrare il più possibile invisibile per limitare baci e strette di mano all’indispensabile. Era un quadretto rettangolare delle dimensioni di una cartolina, in legno spesso un paio di centimetri. Su di esso c’era una foto ancora più piccola e poco riuscita delle cascate del Niagara e sotto, in caratteri dorati c’era una scritta che mi aveva colpita, forse per la rima, non so. Volevo appuntarla, fotografarla, ma mi sembrava inopportuno tirar fuori carta e penna o il cellulare allora sottraendomi di tanto in tanto agli sguardi altrui provavo a leggerla e memorizzarla, tra un sorriso e un saluto veloce. “At this place, my thoughts came to you, then…” –Vedi quella signora? E’ lei che ti cucì quei cuscini di cui mi hai chiesto l’altra volta, trentamila lire chiese all’epoca- mi disse all’improvviso mia madre sottovoce riferendosi alla signora bassina che stava poco più avanti a me, capelli ramati e in piega, mani congiunte in apprensione. Le risposi dicendo qualcosa sul fatto che andrebbero riutilizzati, sarebbe un peccato buttarli. Quella stessa signora poco prima in ascensore aveva accennato allo sconforto che ormai le era preso nei confronti della vita, dell’amicizia e delle persone in generale, specie pensando a quanto siamo fragili, al come poi tutto finisce così, non per nostra decisione per giunta e forse, credo, stavo provando qualcosa di simile anch’io. In giorni così infatti le lacrime più che altro sanno di mancanze, ci sentiamo persi e vorremmo un abbraccio o quell’abbraccio, tra quelle braccia meravigliose e calde, che ci sembravano il posto più bello del mondo.
“… I took this picture, so you can see it too.”. Ero rapita da quella frase, mi portava lontano e allo stesso tempo ero lì e potevo osservare, appuntare sguardi e reazioni, in fondo parlava anch’essa di qualcuno che era distante, ma importante al punto tale da desiderare che fosse presente proprio lì, in quel posto, in quel momento! Era una frase da cartolina in fondo, era ovvio fosse così. Chissà chi aveva portato quel quadretto lì, se l’aveva scelto apposta tra tanti o preso al volo prima di andar via, senza troppa attenzione. Ho pensato a tutte le cose che avevo visto, posti visitati, frasi, libri che avrei voluto mostrargli, ma non potevo. Altra lacrima. Mi sono venuti in mente scene di film e canzoni che nello stupido entusiasmo di un attimo ero certa gli sarebbero piaciute, salvo poi ricordare che non dovevo lasciarmi andare, l’idea di noi era già stata rinchiusa e messa via come si fa con le cose importanti da conservare e non servono ogni giorno. Tutti dimenticano che in fondo si rovinano lo stesso, anche così, mentre sbirciano il mondo da quell’angolo buio e riparato, al sicuro ma irraggiungibile. All’idea di essere anch’io una di quelle cose distolsi lo sguardo da quella dannata cartolina, ma era già troppo tardi, ormai non l’avrei dimenticata mai più.

“At this place, my thoughts came to you, then I took this picture so you can see it too”

 

Tutto Ciò Che Volevo Farti Capire

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Foto personale 8 agosto 2015

Quel che volevo farti capire ho provato mille e mille volte a scriverlo e a dirlo a parole e a silenzi, com’era più opportuno.

Quel che volevo farti capire non l’hai capito perché non mi hai mai ascoltata davvero.

Quel che volevo farti capire era che per una buona volta avresti dovuto aprire le orecchie e chiudere la mente, cosicché le parole prendessero la strada giusta, finalmente.

Quel che volevo farti capire era che non avevo bisogno di nulla se non di te, così com’eri.

Quel che volevo farti capire era che non avrei mai tollerato mi trattassi così. Per paura di rovinare tutto alla fine tutto si è rovinato, ecco.

Quel che volevo farti capire è che non c’era alcun fottutissimo bisogno di tirar fuori tutte quelle spine e pungermi, per costringermi ad allontanarmi.

Quel che volevo farti capire è che non ti avrei mai odiato soltanto perché tu me l’avevi chiesto.

Quel che volevo farti capire era che, dove meno te l’aspetti, poi nasce un fiore.

Quel che volevo farti capire era che non c’è niente, niente al mondo di più bello e che somiglia all’amore e alla fiducia e all’amicizia e all’esserci l’un per l’altra, alla meraviglia del trovarsi e del tenersi nelle reciproche vite, niente di più vero, reale, autentico e che io andrò sempre e comunque alla ricerca di quel fiore, non importa quanto impegno tu ci abbia messo per cacciarmi via da te. Questa sono io: ma tu non hai voluto capirlo.

Non C’è 2 (Novembre) Senza Jack

Che importa dove abitano i santi
dove fanno i loro bei cerchi
guarda che gran firmamento
accompagna una stella.

[Emily Dickinson]

 

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foto personale 31 ottobre 2014

Indovinate chi si è divertita come una bambina ad intagliar zucche, la sera di Halloween 😀

Ne ho lette come ogni anno di tutti i colori su questa ricorrenza che non è nostra, mentre mi chiedevo nostra cosa significa, se ci si riferisce al fatto che nei decenni che ci hanno preceduti non si è mai festeggiato alcunché il 31 ottobre o a quello che per i cristiani le vere ricorrenze sono quelle dei due giorni successivi e non questa. Tralasciando poi la questione pretesto per divertirsi che in fondo non toglie e non mette nulla al senso della ricorrenza in sé per sé perché è di consumismo che si parla, non di altro, del quale si può esser vittime in tanti altri modi pur avendo declinato l’invito al più cool degli Halloween-party, io non riesco a non farmi affascinare da leggende e credenze che possono anche non esser parte della mia cultura ma nelle quali trovo il tentativo di altri uomini e tempi di dare un senso a cose che tutti più o meno percepiamo ancora come misteriose e che spaventano come la morte e tutto ciò che la riguarda.

Ad esempio, come si fa a restare impassibili leggendo la storia di Jack O’ Lantern? Uno un po’ fuori dal perbenismo, pure falso, della società, che in vita s’era diviso tra osterie e lavoretti poco onesti ma scaltro da fregare per ben due volte il diavolo finito poi ad esser rifiutato sia dal Paradiso che dall’Inferno e condannato a vagare eternamente alla ricerca di un posto dove stare alla flebile luce di un carbone ardente donatogli pure con stizza e pietà. Fuori da questo mondo, fuori dall’aldilà, intrappolato in un non luogo che si estende ben poco oltre la sua stessa anima.

Ditemi se davvero sentite così lontana da voi una storia come questa.

Di altri esempi me ne vengono in mente diversi, che con la religione c’entrano poco, eppure hanno radici che affondano in paure che accompagnano gli uomini da sempre e che questa festa che di base ha a che fare con la fine, la morte, la chiusura di cicli naturali, con il buio e il sonno momentaneo della vita sta qui a ricordare.

Ciò che vorrei sottolineare è che perfino restando fedeli a tradizioni  e credenze cristiane, spesso noto che le persone, tra cui mi ci metto anch’io, pur di fronte a delle spiegazioni o comunque indicazioni provenienti direttamente da lassù, fanno lo stesso un po’ come gli pare. Davvero. Si creano credenze nelle credenze, abitudini, interpretazioni che hanno un fascino tutto loro e che esorcizzano in qualche modo il timore, la mancanza dei propri cari, la voglia di sentirsi vicini a loro nonostante tutto.

A me piace osservare. E’ quello che faccio praticamente sempre quando qualcuno della famiglia mi trascina al cimitero. Da piccola mi annoiavo abbastanza, che la maggior parte delle tombe che si andavano a visitare (e ancora oggi, eh) appartenevano a persone che nemmeno avevo mai visto, come i bisnonni, o a stento sentito nominare. Così mi perdevo a guardare quelle degli altri, a leggere epitaffi Tizio qui depose gli avanzi di sua suocera, che “avanzi” forse nel 1800 aveva un’accezione meno offensiva (forse), a guardare foto, immaginare vite, a cercare di ricordare con tutte le mie forze qual’era la preghiera che al catechismo avevano detto avesse a che fare con i defunti e a chiedermi se dinanzi ai loro resti ci fosse qualcosa da dover dire o pensare di più giusto delle mie riflessioni strambe.

Oggi guardo mia madre affannarsi a cambiare fiori, pulire, mettere ordine, badare a dettagli come fossero sfumature del più ampio concetto di prendersi cura, anche di chi non c’è più. Allo stesso modo vedo come si adoperano gli altri. Ognuno a modo proprio. Non credo ci sia scritto da qualche parte come si fa a voler bene. Come si supera il gap che inevitabilmente si crea quando qualcuno va via. Come si riempie il vuoto. Credo però nel rispetto e nella responsabilità che ognuno ha nei confronti dei propri sentimenti e bisogni come fosse una continua ricerca delle risposte ancora non scritte da nessuno, men che meno dentro di noi, alla luce di una candela che può alimentarsi di qualsiasi cosa secondo me, purché sia bella.

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Tutti ti vogliono così come ti conoscono e da questo non c’è mai scampo. Pensano che nel tuo cuore sopravviva il Paradiso perduto e non faccia mai buio, che sia un posto nel quale non si adotta l’ora legale perché il sole è sempre lì alto nel cielo e la primavera è perenne, non cadono mai foglie e non piangono mai le nuvole, semmai è raffreddore.
Tutti ti vogliono impeccabile e senza un filo di tristezza sbavato. Pronti poi ad accusarti di non aver messo in borsa abbastanza sorrisi e a guardarti scuotendo la testa. Provo rabbia e so di sbagliare, ma vorrei mi si concedesse di essere umana, perché ci sono mostri che non vanno via solo perché gli fai una bella risata in faccia. No. Pretendono di restare con te pertuttalavita e allora devi trovargli pure un posto dove stare per non averli sempre tra i piedi. Questo però non ha voglia di capirlo nessuno. Per cui quando cala la notte passano sfiorandoti la spalla e non ti riconoscono e a meno che tu non finga non ti resta far altro che lasciarli andare via.