Futuro di Settembre

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Questo è stato uno di quei giorni strani nei quali accade che decido di non sbrigare una commissione e restare più tempo a letto del previsto per un consiglio ricevuto in sogno e poche ore dopo cerco di dimostrare all’azienda X che insomma le mie capacità decisionali, le mie attitudini al problem solving e alla precisione e la mia voglia di affrontare draghi, burroni profondissimi e cavalieri senza macchia sotto stress e senza aiuto alcuno siano esattamente quelle che loro auspicano che io abbia.

Se fossi davvero una brava Manager almeno di me stessa adesso sarei a letto a ricaricare le energie che mi serviranno domani. Invece sono qui perché all’ultimo minuto mi è venuta voglia di scrivere.

Più di tutto ho pensato che fosse assolutamente necessario appuntarmi la sensazione che ho provato quando ho tirato fuori dalla busta della spesa il fascio di prezzemolo e basilico che il fruttivendolo mi aveva regalato. Ha riempito l’aria di un profumo familiare, intenso e così verde.

E poi ho pensato che in fondo è soprattutto merito dell’aria, che è quella di Settembre, che ci restituisce gli odori, perché è fresca e aperta e libera e non soffoca la pelle e i pensieri. Poi torneranno i colori degli alberi e dopo ancora i riflessi delle luci delle auto nel traffico sull’asfalto bagnato di pioggia.

E mi sento come se di nuovo avessi quella specie di pass per entrare dietro le quinte del tempo, con le impalcature che reggono le facciate dei giorni, alcune in lontananza ancora abbozzate, altre più vicine ormai quasi complete, con mucchi di persone al lavoro e una tizia strana con degli auricolari e dei fogli di carta tra le mani che si muove più veloce degli altri da una impalcatura all’altra. Si costruisce, si pianifica e ci si da’ appuntamento per l’indomani senza sperare che la notte non finisca mai.

E’ la cosa più simile al futuro che abbia percepito da non so quanto tempo.

Quale domani

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La cassiera maltratta i miei funghi pleurotus in vaschetta mentre cerca di far riconoscere il codice a barre della confezione agli infrarossi ormai esausti alla fine di un lungo sabato di lavoro. Guardo i funghi che finalmente rotolano mogi fino a me che li attendo alla fine della cassa con la busta in plastica riciclabile tra le mani.

Ho letto sul web un’intervista a Piero Angela. Diceva che la mia è la generazione che non ha speranza nel futuro. A parte le certezze che mancano, siamo in qualche modo convinti del fatto che domani andrà peggio. A prescindere. La nostra unica certezza è che domani ci sarà una nuova crisi economica, una qualche catastrofe ambientale o semplicemente ci sarà difficile crearci una famiglia, trovare un lavoro a tempo indeterminato, comprare una casa o semplicemente avere ancora un Pianeta su cui abitare.

Esco dal supermercato, spingo il carrello che ha seri problemi a tenere la traiettoria fino all’auto. Si è fatto buio. La mia di speranza lavora a contratto. Certi periodi le va bene e l’Universo decide di rinnovare, altri invece è costretta a stare a casa ma per sua natura cerca lo stesso qualcosa da fare, insomma ne approfitta per mettere in ordine, rinnovare casa qua e là, fare meditazione. Diciamo che non mi chiedo spesso domani come andrà. Cerco di fare il meglio con quello che ho oggi. Eppure quest’ansia generale la percepisco negli altri ed è come un velo che si incastra nei meccanismi delle cose della vita e rende tutto più faticoso.

L’ascensore è ostaggio di una mamma che non riesce a farci entrare i suoi due piccoli maschietti al fine di salire al primo piano. Uno entra ed esce dal vano come un coniglietto Duracell impazzito, l’altro fa le capriole sulle scale. Uno dei due qualche giorno prima mi aveva additata per strada storcendo il nasino al motto di “Tu sei brutta e cattiva!”, così a gratis. Ho provato a spiegargli che forse si trattava di uno scambio di persona ma non ha voluto sentire ragioni. Ho immaginato che forse anche avere cinque anni comporta l’insorgenza di momenti di forte stress.
Se fosse stata un gatto la signora avrebbe potuto afferrarli per il collo e tirarli dentro, ma deve accontentarsi di prenderli per le orecchie.

Il fatto che questi siano tempi duri ci condiziona a pensare a domani, ma non al futuro. Ci teniamo a soddisfare i bisogni prossimi e ci stiamo disabituando a pensare a lungo termine. Altro che fine del mondo dei Maya o Millennium Bug. L’importante è potersi rintanare nelle proprie abitazioni a fine giornata davanti alla televisione da cinquanta pollici. Durante quel paio d’ore dopo cena l’ansia sembra placarsi, sia che siamo riusciti a portare a termine tutti gli impegni della giornata, sia che no.

L’altro giorno però mi è presa fortemente a male. Non avevo voglia di far niente, ma questo mi faceva sentire profondamente in colpa. In più mi sono accorta che davvero le mie ambizioni si sono ridotte a riuscire a rispettare la mia agenda settimanale. Cerco di fare il meglio con quello che ho oggi.
Si, okay.

Non basta però. Sento il bisogno di fare ogni giorno qualcosa che prenderà senso e forma in quella cosa lì che si chiama futuro, di riuscire ad essere costante in qualcosa che non so ancora come e in quale domani sarà.

La sorpresa è rinascere adesso

rinascere amore donna vita

Alzo lo sguardo sui palazzi che formano il parco in cui abito, dal cortile interno. Mi fermo prima di rientrare, il sacchetto dell’umido l’ho già lasciato tra gli altri fuori al cancello. Dovrebbe essere primavera, ma con felpa e cappotto ancora non sento troppo caldo. L’aria è rilassata. In ogni casa i festeggiamenti pasquali si saranno ormai conclusi. Qualche persiana è chiusa, da qualche altro balcone invece si intravedono ancora luci accese. Soltanto dall’appartamento con terrazzo alla mia destra si sentono ancora degli auguri seguiti da vociare e tintinnii. I bambini staranno inventando giochi con le sorprese più o meno utili trovate nelle uova di cioccolata. Mi chiedo cosa stiano facendo tutti gli altri. Gli adulti. Qualcuno forse chiacchiera con ospiti che ancora non sono andati via, qualcun altro sonnecchia sul divano facendo finta di guardare la tv.

E mi chiedo, chissà come è andata. Se questa Pasqua è stata quella che volevano, sempre che se la aspettassero in un modo in particolare. Sempre che abbiano ancora qualche aspettativa e non vivino nella nostalgia di ciò che non sarà più. Chissà se invece qualcuno si è lasciato una vita alle spalle e quest’anno ha festeggiato in un modo diverso ma speciale lo stesso.

Mi vengono le vertigini se penso a tutte quelle cartoline virtuali, le emoticon di pulcini, fiori e baci  fluite a velocità inimmaginabili da uno smartphone all’altro questa mattina, rispetto all’aria così immobile che c’è adesso. Il virtuale dava forma e colore a pensieri astratti, mentre qualcuno si sistemava la cravatta allo specchio prima di scendere per recarsi in chiesa, altri seguivano la messa alla tv approfittando delle preghiere recitate in latino per distrarsi e andare a controllare il ragù che pippiava sul fuoco.

Mi sono chiesta quanti gesti ripetiamo uguali, ogni anno, solo per fingere che non sia cambiato niente. Quanti ne ho fatti, io stessa, che mi sono accorta che era quasi Pasqua soltanto tre giorni fa.

Tutta questa storia della morte e della Resurrezione che senso ha oggi che tutti ormai sappiamo che chi resta soffre più di chi va via? Quante volte la vita fa più male della morte? Chi se ne frega di ciò che sarà dopo se già adesso abbiamo paura anche solo delle nostre stesse tradizioni che hanno sapori diversi perchè il tempo è cambiato e le persone pure e rischiamo di soffrire da un momento all’altro per un ricordo ribelle che sfugge al controllo e va ad infastidire le emozioni che stanno per mettersi a tavola con noi?

Ho alzato ancora di più lo sguardo, fino al cielo e ho raccontato alle nuvole che ho molta più paura di morire da viva che della morte stessa.

Mi sono avvicinata al portoncino che da sull’ingresso. Come si cambia qualcosa che si fa finta non sia cambiato già? Forse è ciò che sta facendo chi stasera sonnecchia, chiacchiera o brinda ed io che ormai sono rientrata a casa ho una piccola idea di rivoluzione qui con me. L’aria calma ha fermato i pensieri e così quella è riuscita a farsi largo nella mia testa.

Domani, domani voglio rinascere io.

*… Save Tonight …*

E’ una delle canzoni che amo di più. Save Tonight di Eagle Eye Cherry ha una bella musica e un testo semplice, ma perfetto, perchè nessuna parola in più potrebbe rendere meglio il messaggio della canzone. Inoltre il suo video ufficiale è uno dei più riusciti che conosca. Non dico il perchè, bisogna guardarlo per capire, ma posso assicurare che è sorprendente. Anzi, se qualcuno fosse abbastanza incuriosito da dargli un’occhiata mi piacerebbe sapere cosa ne pensa (:

Per me è un esempio, anche abbastanza ironico, di come alla fine il caso non esiste, e che in maniera sorprendente delle scelte ne condizionano altre, conseguenze apparentemente insignificanti determinano situazioni che non avremmo mai immaginato in una sequenza di cause-effetti che ti precede ogni qualvolta ti vien voglia di fermarti e guardarti per un attimo alle spalle e sorprenderti della maniera assolutamente originale, magari non priva di senso dell’umorismo oppure terribile, in cui ti sei ritrovato proprio lì, in quell’istante, con un sorriso stampato sul viso e un ricordo che porterai per sempre con te.

Go on and close the curtains
Cause all we need is candle light
You and me and a bottle of wine
Going to hold you tonight

Well we know I’m going away

And how I wish, I wish it weren’t so
So take this wine and drink with me
Let’s delay our misery

Save tonight
And fight the break of dawn
Come tomorrow
Tomorrow I’ll be gone

There’s a log on the fire
And it burns like me for you
Tomorrow comes with one desire
To take me away it’s true

It ain’t easy to say goodbye

Darling please don’t start to cry
Cause girl you know I’ve got to go
Oh Lord I wish it wasn’t so…

Save tonight
And fight the break of dawn
Come tomorrow
Tomorrow I’ll be gone

Tomorrow comes to take me away
I wish that I, that I could stay
Girl you know I’ve got to go
Oh Lord I wish it wasn’t so…

* . . .She’s Like Tomorrow ♪. . . *

Ieri sera si è concluso l’Eurovision Song Contest, un festival europeo nel quale gareggiano cantanti ognuno in rappresentanza della propria nazione che possono poi essere votati da tutte le altre (altrimenti ogni nazione voterebbe per sè) ed è uno spettacolo estremamente organizzato ed elaborato, pieno di effetti speciali, proprio perchè ogni nazione cerca di stupire al massimo. Quest’anno si è tenuto a Malmo, in Svezia.

A me diverte tanto perchè mi ricorda un po’ lo spirito di Giochi Senza Frontiere. E poi nel momento delle votazioni si scoprono amicizie e antipatie, ad esempio, l’anno scorso la Grecia snobbò totalmente la Germania, oppure Estonia, Lituania e Lettonia hanno spesso occhi di riguardo l’una per l’altra. San Marino non ci considera mai nemmeno di striscio, se ben ricordo. Ogni nazione infatti deve assegnare dei punti, da 1 a 12, ai cantanti delle altre. L’Italia ha sempre partecipato fino al 1997, vincendo due volte con Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno ed è dal 2010 che ha ripreso a partecipare. Quest’anno è toccata a Marco Mengoni, che secondo me non era proprio il meglio che potessimo presentare, che ha comunque conquistato il settimo posto.

E’ incredibile come in genere la maggior parte delle nazioni schiera cantanti donne che sono delle bellezze incredibili, fisici perfetti, abiti da sogno e voci davvero notevoli, spaziando dalla dance al pop, dal nord Europa arriva sempre qualche gruppo rock e le nazioni più a sud puntano… beh, diciamo sulla simpatia. Si tratta spesso di cantanti che uniscono folklore e musica moderna o di cui comunque si sente forte la provenienza popolare.
A vincere è stata la Danimarca, però come accade quando guardo qualche festival, ce n’è sempre un’altra che mi colpisce molto di più e questa volta mi è piaciuta tanto quella presentata da Malta, dal giovane Gianluca Bezzina.

La canzone si chiama “Tomorrow” ed è di una dolcezza infinita. Me ne sono innamorata subito. E’ l’amore tanto semplice quanto coinvolgente, che trascinerebbe due anime anche diverse, all’apparenza, ma in qualche modo legate dalla stessa energia, già prima che se ne rendessero conto. Un lui, occupatissimo, preso tanto dalla sua vita e una lei, che è la sua svolta, il suo domani, la sua nuova direzione, che mai razionalmente prenderebbe in considerazione…

Visto che non ho trovato traduzioni in italiano (bah, solo una in ungaro, che non credo aiuti molto) l’ho tradotta io, perdonate qualche imprecisione o errore, ma davvero merita secondo me (:

Il suo nome è Jeremy, lavora in IT
non si è mai chiesto perchè è sempre stato
un ragazzo così attento, sensibile e timido
‘valutare il rischio’ è il suo investimento,
in una vita senza sorprese

fin quando lei arrivò nella sua vita

Lei è davvero spontanea, l’incertezza è il suo credo
non è mai stata ‘bianco o nero’
semplicemente di una gioia curiosa
Lei mostrò affetto per lui e una collezione dei suoi sorrisi
e per sua sorpresa …

Lei è come il domani, oh così lontano, vuole solo giocare
come il domani è sempre un giorno via
ogni volta scivola via, è vicina ma ancora così distante
E’ tempo di seguirla, domani…

Lui si è innamorato di lei troppo in fretta,
tutti abbiamo pensato che non sarebbe durata
perchè al buon vecchio Jeremy piace la sua rigorosa routine
perchè lui pensa solo ad oggi, ma il domani è il modo per lei
di trovare una nuova direzione e andrà tutto bene

E’ tempo di seguire lei, domani…!

~

Merita, come ogni cosa che riesce, ogni tanto, a mettere nel cuore un po’ di romanticismo, quando intorno ti capita di vedere cadute di stile tremende, come quelle di poveri idioti che vedendo tre ragazze in auto, l’altra sera, rischiano di farci un incidente per lo sfizio di affiancarle in rettilineo, facendo un po’ di strada appaiati, finchè lei alla guida ha rallentato per evitare che si arrivasse insieme alla rotonda successiva e facendo in modo che i tipi rientrassero in corsia, che tanto indietro non sarebbero tornati. Loro sono scappati avanti, io ho lasciato il freno tirando un sospiro, mentre insieme alle altre le imprecazioni ancora si sprecavano. Poi uno dice che non deve perdere la speranza che da queste parti, in giro, esistano persone interessanti. Che questo è un caso, certo, ma avessi avuto una volta, almeno, la possibilità di ricredermi. E che palle.