Non eri sola. Per G.

Forse aveva bisogno di qualcuno che le dicesse non sei sola. Che tanto le persone giudicano lo stesso, se sei fidanzata, se non lo sei, se frequenti qualcuno, se è la persona sbagliata, se è quella giusta, se non caghi niente e nessuno e finisci gli esami, se non lo fai, se ti laurei con un voto basso o uno alto, se vuoi restare a vivere nel paesino in cui sei cresciuta o se vuoi andare via, se in fondo non hai chissà quali problemi gravi oppure sì. Ti giudicano se cerchi di essere felice o ti senti comunque troppo triste, se sei in anticipo o in ritardo con i loro tempi, se cerchi a tutti i costi il tuo posto nel mondo e il lavoro dei tuoi sogni o solo uno che ti fa almeno sentire indipendente. Ti giudicano se ti lasci condizionare, se vivi male la pressione o se non te ne frega un cazzo di niente, se hai il coraggio di dire sempre a tutti quello che pensi, oltre le convenzioni sociali, le immagini che si sono fatti di te e le loro aspettative su chi sarai un giorno o se non ce l’hai. ‘Non sei sola’ e soprattutto che aver voglia di perdere la ragione ogni tanto non significa, necessariamente, che per te è finita.

G. ha deciso di togliersi la vita ieri pomeriggio, lanciandosi dal tetto di una delle sedi dell’università che frequento. Aveva raccontato ai suoi parenti e al suo ragazzo di aver finito gli esami e ieri aveva invitato tutti alla sua seduta di laurea. Lei però non aveva sostenuto ancora tutti gli esami e ovviamente non era nella lista di quelli che si sarebbero laureati ieri. Prima che le sue bugie venissero inesorabilmente scoperte si è allontanata dai suoi cari e qualcosa che aveva dentro di sé, o forse qualcosa che ormai non c’era più, l’ha spinta ad andarsene via, per sempre.

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La sorpresa è rinascere adesso

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Alzo lo sguardo sui palazzi che formano il parco in cui abito, dal cortile interno. Mi fermo prima di rientrare, il sacchetto dell’umido l’ho già lasciato tra gli altri fuori al cancello. Dovrebbe essere primavera, ma con felpa e cappotto ancora non sento troppo caldo. L’aria è rilassata. In ogni casa i festeggiamenti pasquali si saranno ormai conclusi. Qualche persiana è chiusa, da qualche altro balcone invece si intravedono ancora luci accese. Soltanto dall’appartamento con terrazzo alla mia destra si sentono ancora degli auguri seguiti da vociare e tintinnii. I bambini staranno inventando giochi con le sorprese più o meno utili trovate nelle uova di cioccolata. Mi chiedo cosa stiano facendo tutti gli altri. Gli adulti. Qualcuno forse chiacchiera con ospiti che ancora non sono andati via, qualcun altro sonnecchia sul divano facendo finta di guardare la tv.

E mi chiedo, chissà come è andata. Se questa Pasqua è stata quella che volevano, sempre che se la aspettassero in un modo in particolare. Sempre che abbiano ancora qualche aspettativa e non vivino nella nostalgia di ciò che non sarà più. Chissà se invece qualcuno si è lasciato una vita alle spalle e quest’anno ha festeggiato in un modo diverso ma speciale lo stesso.

Mi vengono le vertigini se penso a tutte quelle cartoline virtuali, le emoticon di pulcini, fiori e baci  fluite a velocità inimmaginabili da uno smartphone all’altro questa mattina, rispetto all’aria così immobile che c’è adesso. Il virtuale dava forma e colore a pensieri astratti, mentre qualcuno si sistemava la cravatta allo specchio prima di scendere per recarsi in chiesa, altri seguivano la messa alla tv approfittando delle preghiere recitate in latino per distrarsi e andare a controllare il ragù che pippiava sul fuoco.

Mi sono chiesta quanti gesti ripetiamo uguali, ogni anno, solo per fingere che non sia cambiato niente. Quanti ne ho fatti, io stessa, che mi sono accorta che era quasi Pasqua soltanto tre giorni fa.

Tutta questa storia della morte e della Resurrezione che senso ha oggi che tutti ormai sappiamo che chi resta soffre più di chi va via? Quante volte la vita fa più male della morte? Chi se ne frega di ciò che sarà dopo se già adesso abbiamo paura anche solo delle nostre stesse tradizioni che hanno sapori diversi perchè il tempo è cambiato e le persone pure e rischiamo di soffrire da un momento all’altro per un ricordo ribelle che sfugge al controllo e va ad infastidire le emozioni che stanno per mettersi a tavola con noi?

Ho alzato ancora di più lo sguardo, fino al cielo e ho raccontato alle nuvole che ho molta più paura di morire da viva che della morte stessa.

Mi sono avvicinata al portoncino che da sull’ingresso. Come si cambia qualcosa che si fa finta non sia cambiato già? Forse è ciò che sta facendo chi stasera sonnecchia, chiacchiera o brinda ed io che ormai sono rientrata a casa ho una piccola idea di rivoluzione qui con me. L’aria calma ha fermato i pensieri e così quella è riuscita a farsi largo nella mia testa.

Domani, domani voglio rinascere io.

Domande di sicurezza in caso di smarrimento della comprensione

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Domanda di sicurezza in caso di smarrimento della password. Clicco sul menù a tendina, scorro una ad una tutte le opzioni e mi soffermo su: nome del tuo amico di infanzia. Mi sembra l’unica domanda a cui potrei rispondere anche tra vent’anni. La seleziono e scrivo il nome della bambina con cui giocavo a far finta di saper scrivere delle lettere lunghissime indirizzate a chissà chi.

Oggi mi fermo a parlare con una conoscente. Suo marito è uno dei facchini che sollevano e portano in processione i famosi gigli, torri altissime fatte perlopiù di legno, protagoniste di feste di paese molto sentite dalle mie parti. Mi racconta della volta che si è sentito male perché dovevano essere presenti ad una cerimonia di famiglia e per questo lui non aveva potuto partecipare alla festa e svolgere il suo compito. Continua a ripetermi se non ci sei dentro non puoi capire. Era completamente in crisi. E’ una passione troppo forte, una fede. Io mi sforzo di capire ma mi rendo conto di non riuscirci. Riesco a paragonarlo al massimo alla volta che non riuscii a partire con la mia squadra di scacchi per un campionato ad Alghero per un problema grave e ci rimasi malissimo.

Insomma mi rendo conto che ci sono cose che davvero non si possono capire. Non si può, in nessun modo.

Mentre lei parla mi torna alla mente la mia amica di infanzia. Suo padre era un facchino. Aveva una gobba rossa e bruttissima tra il collo e la spalla sinistra. Ero piccola e mi faceva davvero impressione. Non capivo. Non riuscivo assolutamente a capire perché una persona dovesse farsi seriamente male per una delle cose, a detta sua, più belle della sua vita. Mi misi in testa che fosse una festa stupida e basta.

Ancora oggi lo penso, nonostante la tipa continui a raccontarmi con passione come si svolge, in cosa consiste, di quanto è importante quella festa anche per lei.

La mia empatia vede passare quel fiume di parole e resta impassibile, immobile. Di solito si tuffa a capofitto senza nemmeno avere il mio permesso nelle emozioni degli altri, ma stavolta no. Approfitto di questa lucidità emotiva alla quale non sono abituata per riflettere sul fatto che davvero, ma davvero certe volte non ci si può mettere nei panni di qualcuno e capire cosa sta provando.

Così come non posso capire perché un tipo che conoscevo da due giorni ha iniziato ad insultarmi dopo avergli detto che ero occupata e non potevo sentirlo al telefono. E’ schizzato perché ha pensato che la mia fosse una scusa. Inutili i tentativi di dirgli che sbagliava, anche se una cosa era vera, lui non mi interessava poi così tanto.

Perché una persona -e anch’io l’ho fatto- reagisce male, più male di quanto dovrebbe, a parole, gesti e silenzi che non le piacciono?

Mi turba la questione. Si perché di solito si lascia perdere e in fondo quella beata, sottile ignoranza mette una distanza tra noi e quella reazione, ci solleva da qualsiasi presunto obbligo e ci fa proseguire per la nostra strada indisturbati. E’ cosi che si fa. Io però non ci sono quasi mai riuscita. Quel senso di ignoranza l’ho sempre rifiutato e deriso anche quando l’ho provato.

Infatti non riesco a non chiedermi se davvero ci si può fregiare di non essere riusciti a capire per poter tranquillamente voltare le spalle e andar via, come se fosse un’assoluzione, un alibi, una chance nel caso si smarrisca la comprensione o se invece si tratta comunque di una triste e inesorabile sconfitta, una piccola grande guerra persa con se stessi.

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immagine dal film ‘Bright Star’ sulla vita del poeta John Keats

E’ tutto uguale, ma diverso.

 

 

Silenziosa ed elegante la neve si posa ovunque. Sulle cose brutte e su quelle belle.

E’ la prima volta che vedo nevicare così. Sono saltata giù dal letto e per tutta la mattinata non ho fatto che ammirare e fotografare ciò che vedo già praticamente tutti i giorni e che ad un tratto è sembrato così diverso.

Nemmeno immaginate cosa significa per Napoli un inizio di giornata con la neve. Disagi a parte, che ovviamente non mancano essendo quasi completamente sprovvisti di misure adeguate a fronteggiare eventi meteorologici del genere, è praticamente una festa.
Infatti si dice che a Napoli fa caldo anche quando fa freddo.

Perché poi tutto si è sciolto appena il sole si è fatto largo tra le nuvole ormai vuote.

Per qualche ora mi sono incantata, come di fronte ad un trucco di magia.

E cosa importa alla fine?

Che è tutto così semplice. C’è bianco oppure ombra.

Come nel cuore.

E se perfino la natura cambia, si adatta, sorprende e poi torna come prima, perché non possiamo farlo anche noi?

 

“Dovremmo imparare dalla neve a entrare nella vita degli altri con quella grazia e quella capacità di stendere un velo di bellezza sulle cose.”
[Don Cristiano Mauri]

Cronache Dal Condominio #6: La conversazione da ascensore

ascensore donna elevator

Da quando vivo in un condominio ho dovuto imparare in fretta a fronteggiare situazioni che nella palazzina bifamiliare di paese in cui abitavo prima non avevano assolutamente modo di delinearsi per mancanza di elementi che propriamente ne sono le cause.

Non c’era, ad esempio, l’ascensore. Soprattutto, però, non c’erano possibili interlocutori. Di conseguenza, nessun pericolo di rientrare dopo aver portato fuori la spazzatura e trovare davanti all’ascensore qualcun altro in attesa dello stesso. Decisamente, non potevano crearsi imbarazzanti momenti del tipo entro-prima-io-no-meglio-prima-tu dovuti al fatto che non sempre si riesce a riconoscere all’istante la persona che ci è di fronte e ad associare in due nanosecondi il relativo piano d’appartenenza. Che si sa, l’ordine di entrata nell’ascensore deve essere contrario a quello di uscita, per evitare di incastrarsi nel tentativo di scambiarsi il posto o, peggio, di dover uscire fuori tutti per consentire al condomino giunto al proprio piano di raggiungere la porta di casa.

Sembra una cosa stupida, ma trovatevici e poi me lo raccontate.

In fondo pure Einstein l’aveva già detto. Parlando della relatività del tempo una volta affermò: “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora“. Si immagini quanto può sembrare lungo il tempo chiusi in ascensore con un estraneo durante il viaggio che porta dal piano terra al quarto piano.

A questo punto, confesso.

Devo dire che ho tentato, a costo di sembrare fuori di testa, ma l’ho fatto.

Eh si perché per evitare di trovarsi in situazioni del genere, specie quando l’umore non è dei migliori, i modi ci sono.

ascensore piano pulsanteUna volta vidi con la coda dell’occhio qualcuno che stava per varcare la soglia del portoncino d’entrata. Per evitare di condividere la corsa col suddetto ho accelerato il passo verso l’ascensore, ho aperto in fretta le porte e mi ci sono infilata dentro senza troppi complimenti. Mi sono sentita in colpa per aver costretto l’altro ad aspettare che io liberassi l’ascensore, ma un po’ anche soddisfatta, ecco.

Qualche altra volta mi è andata peggio. Alla domanda “Deve salire?” ho risposto che no, non avevo bisogno dell’ascensore e che io e le mie due buste della spesa avremmo potuto senza problemi prendere le scale. Aehm.

Poi ci sono quei momenti in cui proprio non puoi defilarti in nessun modo. E ti tocca.

La conversazione da ascensore.

Cosa, ditemi, di cosa si può parlare mai in una manciata di secondi? Di niente. Ecco. Fosse per me starei zitta. Il silenzio però è poco amico del tempo e lo fa sembrare ancora più lungo e imbarazzante. Allora bisogna inventare.

Se ci si trova in periodi di feste, l’argomento è facile da trovare. Pasqua e Natale offrono diversi spunti per considerazioni di pochi secondi, così come se c’è Ferragosto o qualche lungo weekend alle porte. In maniera simile, si può parlare del meteo. L’altro giorno, ad esempio, ho annunciato all’inquilino del secondo piano dell’arrivo di Burian, la perturbazione di origini russe che ha portato la neve OVUNQUE tranne che nella mia città. Il tempo di traumatizzarlo e ci siamo congedati.

Spesso si può prendere spunto dal look, da qualche gossip da condominio, dalla lampadina al terzo piano che è fulminata da due giorni e nessuno è andato ancora a cambiarla e cose così.

Insomma, si sopravvive.

Una volta, però, ne ho proprio approfittato.

Ho condiviso la corsa in ascensore con la vicina di casa. Lì, chiuse nella scatola elevatrice, condividendo poco più di un metro quadrato di spazio e pochi secondi di tempo, senza che potesse fuggire da nessuna parte o avesse la possibilità di cambiare argomento o trovare un qualsiasi motivo per evitarmi, gliel’ho detto.

La scala che ha nel balcone adiacente a quello della mia camera da letto sbatte tutta la notte contro il muro quando c’è vento e non mi fa chiudere occhio.

E che cavolo.

ascensore piani

Diario al contrario

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picture by by Hossein Zare

Questa mattina mi sono svegliata con la voglia fortissima di iniziare uno di quei diari alla Bridget Jones, con tanto di data ad inizio pagina, annotazioni sul numero di chili di peso corporeo, quello di bicchieri di bevande alcoliche consumati -troppi pochi ultimamente, a dire il vero- e una crocetta sui vari single, fidanzata, impegnata, confusa/stato sentimentale non pervenuto. Sigarette no, troppo sporadiche per fare testo.

Lì per lì ho pensato di prendere davvero un quadernino e iniziarne uno, ma mi ha fermata il timore di non essere costante nel tenere traccia di tutte le mie vicende personali, ma forse anche di più quello di esserlo sul serio, di incastrarmi con la mente in schemi troppo severi per quel burlone del caos che ama lanciare il bastoncino di legno sempre più lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.

Insomma, già è lunedì. Poi, c’è che ho dormito male perché ho sognato di persone che mi stanno sulle scatole.

Tra poco vado a preparare la moka per il secondo caffé della giornata.

Ho voglia di cambiare. Sentirmi diversa. Oggi è uno di quei giorni in cui sarei davvero capace di mettere tutto sottosopra, di capovolgere sedie, tavoli e persone, di scuotere libri per vedere se tra le pagine ho dimenticato qualcosa di poco importante, di chiudere porte e finestre, spalancare pavimenti e osservare la pioggia attraverso il soffitto.

Oggi potrei cacciar via tutti i fantasmi che abitano da anni ormai in ogni mio presente.

Potrei perfino sentirmi una persona nuova, una che ha imparato ed è pronta a ricominciare dalle parti più belle di se stessa per andare in posti diversi da quelli che la speranza aveva promesso in mesi e mesi di futili campagne elettorali.

Ho voglia di vivere l’amore dei miei film preferiti, finalmente, ammettendo che forse avevo completamente sbagliato i casting o addirittura i film.

Potrei esplodere, come la freccetta che non riesce a lasciare la mano del giocatore e si sente ingiustamente trattenuta mentre i bersagli si moltiplicano e si spostano tutto intorno a lui presi da una frenesia che è fatta solo di ansia, non di gioia.

E mentre aspetto che questa sensazione parta, lasciandomi finalmente libera, vado a cambiarmi prospettiva. Un attimo e torno.

Il tempo che esca il caffé.

Stato sentimentale non pervenuto. Chili da perdere: quattro. Drink: solo un paio di birre. Diciannove Febbraio 2018.

E se il principe azzurro è svenuto, noi lo ridestiamo!

[Post scritto a quattro mani da SognidiRnR e Bloom2489]

rapunzel principe svenuto

Dunque, dove eravamo? Ah si. Riprendiamo dal rimedio numero cinque:

5. Un paio di sani buffi sulle guance. Se al risveglio dovesse accusarvi di essere state violente e poco amorevoli, ricordategli che non siete affette da sindrome della crocerossina, ma donne che al momento giusto sanno avere polso, anche se quello che dite e fate potrebbe ledere momentaneamente il suo orgoglio. Quelle che non rischiano accondiscendendo praticamente a tutti i suoi capricci sono solo ridicole oche.

6. Tenetegli le gambe in calzamaglia alzate in maniera che il sangue possa circolare meglio. Casomai avesse attraversato una palude nauseabonda a piedi, nel dubbio, non sfilate gli stivaletti.

rapunzel principe

7. Sussurrategli all’orecchio i risultati delle partite dell’ultima giornata di campionato. Trattandosi di un’emergenza potete anche mentire e fargli credere di averli indovinati tutti e di aver vinto la bolletta.

8. Insomma, è un principe. Non avrà una fata madrina ma uno stregone di fiducia forse sì. Chiamate sua madre, sua zia, il maggiordomo di corte o la cameriera che gli stira il mantello e fatevi dare il suo numero. Vedrete che accorrerà con la pozione più adatta alla situazione.

Da quella che è la nostra esperienza in materia di principi svenuti –ovvero nulla- è tutto.

Intanto arriva San Valentino e… Aspetta.

San Valentino?

 

Ma porc… Miseriaccia!

E vi chiedete ancora perché è svenuto??

Semplice, si è finto moribondo per non portarvi a cena!

Lasciatelo immediatamente lì dov’è!!!

 

VI SIETE PERSI I PRIMI QUATTRO RIMEDI? Questo post scritto a quattro mani da SognidiRnR e da me inizia qui! —> E se il principe azzurro è svenuto, noi lo ridestiamo – SognidiRnR

rapunzel principe svenuto

L’aneddoto dell’arancia

aneddoto arancia tolleranza

Due sorelline stanno litigando per l’ultima arancia rimasta nel cestino della frutta.

La bambina più grande pensa che quell’arancia le appartenga, senza se e senza ma. Ne ha bisogno e poi l’ha vista per prima. L’altra sostiene la stessa cosa. Le serve un’arancia, purtroppo ce n’è una sola ed è indubbiamente la sua.

La madre le vede litigare. Si avvicina e chiede il motivo della discussione. Guarda l’arancia, oggetto del contenzioso, e prova a pensare ad un modo per mediare la situazione e cercare di accontentare entrambe le bambine.

Subito le viene in mente di dividere l’arancia a metà. Le sembra la soluzione più ovvia e semplice. Prende dal cassetto un coltello, afferra l’arancia e appoggia la lama sulla buccia per tagliarla, ma le bambine si disperano ancora di più.

Iniziano a sostenere che con una sola metà dell’arancia non possono farci proprio niente. E’ decisamente troppo poco. Mezza arancia non basta a nessuna delle due. La donna allora si ferma e decide di indagare meglio. Chiede ad ognuna cosa deve farci esattamente con l’arancia.

La prima sorella si asciuga le lacrime con la manica della maglietta e racconta alla donna che le serve la buccia per fare una torta all’arancia. La più piccola, a testa bassa, dice che semplicemente desiderava un succo d’arancia per merenda.

La madre sorride ad entrambe. Taglia l’arancia, ne spreme la polpa e da’ il succo alla sua figlia più piccola e consegna le bucce a quella più grande.

Questa storia che adesso ho scritto così, seguendo un po’ la mia fantasia, è un’importante “aneddoto” sulla mediazione. Fa capire come a volte litigando non ci si spiega bene accecati soltanto dall’ingiustizia di non vedersi riconosciuto un certo diritto.

La cosa che più mi piace di questa storia, però, è il modo in cui si dovrebbe, ogni volta, cercare una soluzione. La pace non è sempre nella via di mezzo. Non basta dividere l’intera arancia tra le due sorelline per far si che entrambe siano davvero soddisfatte. L’equilibrio spesso è trasversale. Va cercato ascoltando e spiegando. Non si tratta di simmetria ed uguaglianza. Anzi.

L’equilibrio è un incastro dai bordi imperfetti, fatto di parti che materialmente non pesano allo stesso modo ma che possono avere comunque valore diverso.

Allora penso che da questo tipo di mediazione potrebbe nascere qualcosa di meglio della semplice pace.

La tolleranza e il rispetto dei bisogni altrui.

Invece qui ci si sveglia un mattino e si scopre che una delle due sorelle s’è messa una bandiera italiana sulle spalle e ha tentato di sparare e uccidere l’altra.

Per una cazzo di arancia che nemmeno le serve intera.

Il principe azzurro è svenuto

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Ero sulla bacheca di WordPress in procinto di cliccare su Scrivi e far comparire questo foglio bianco che suo malgrado finisce ogni volta per raccogliere in forma più o meno ordinata le mille cose che ho per la testa, quando l’occhio è caduto sullo spazio sotto alle statistiche nel quale ci sono le frasi digitate nei motori di ricerca che hanno condotto eventuali avventori del web nel mio blog.

Di cose strane se ne leggono spesso e altrettanto spesso mi chiedo quali attinenze Google possa aver trovato tra quelle parole e i miei articoli.

Questa volta però, insomma, è stato diverso.

Uno legge una cosa del genere e non può certo restare indifferente. No?

Qualcuno è arrivato nel mio blog dopo aver digitato questa frase: il principe azzurro è svenuto.

Capirete che quel che avevo in mente di scrivere prima di leggere questa frase è passato immediatamente in secondo piano e ho iniziato a pormi un mucchio di domande.

Mi sono anche un po’ preoccupata, ecco.

Prima di tutto, quale principe azzurro? Il pretendente di Biancaneve o quello di Cenerentola? Forse si intende invece quello che ha risvegliato la Bella Addormentata nel Bosco? Qualcuno dei principi delle storie più moderne? Chissà.

E poi mi chiedo, dove? Dove è successo? Lottava contro un drago? Si è impressionato per qualcosa? Un calo di pressione? Magari non aveva mangiato abbastanza. Può capitare. Io stavo per svenire qualche settimana fa dopo aver fatto un prelievo di sangue. Non che mi sia impressionata – ok, forse un poco sì -, ma è stato per la fame. Ero a digiuno dalla sera prima. Quindi potrei capire.

Insomma signori, qui un principe azzurro è svenuto. E’ un fatto decisamente strano e cavolo, non riesco a non pensarci.

Non è stato ucciso in un duello. Non si è perso nel bosco. Non ha rischiato la vita attraversando il regno sul suo cavallo affrontando mille pericoli.

E’ svenuto.

Così.

Chissà dove.

E chissà perché.

Nemmeno si tratta della parodia in cui oggi spesso ci si imbatte a proposito degli uomini. In quel caso sarebbe stato non esiste più il principe azzurro. Non esiste, capite? Non “è svenuto”.

Mi chiedo se forse c’è qualche fiaba degli ultimi tempi nella quale si narra di un principe che sviene e di cui non so nulla. Ho provato a mia volta a cercare il principe azzurro è svenuto su Google e non ho trovato notizie interessanti. Nemmeno tra le Immagini c’è nulla che raffiguri un principe svenuto.

Insomma, non so più cosa pensare. Non riesco ad immaginare cosa stesse cercando la persona che ha digitato quella frase. Di sicuro qui nel mio blog non ci sono tracce di principi svenuti. Ho scritto di principi azzurri incapaci, inesistenti, sopravvalutati, ma svenuti no.

Per favore, chi sa qualcosa, parli. Devo risolvere questo mistero.

E tu che sei arrivato qui cercando principi svenuti, casomai dovessi ripassare, fammi sapere come è andata.

Grazie.

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Gli effetti collaterali della libertà

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Disarm – Pawel Kuczynski

Ieri sera sul tardi girando tra i canali della tv mi sono fermata ad ascoltare un frammento di intervista a degli esperti di cose varie nel quale si parlava dei genitori che sempre più spesso attaccano gli insegnanti dei propri figli ogni qualvolta questi ultimi tornano a casa lamentandosi di un brutto voto o di un rimprovero ricevuto a scuola.

Uno di questi esperti ad un certo punto ha detto:

“E’ una sfiducia tra adulti.”

Una frase buttata lì, in mezzo a tutte le altre. Un pezzo di discorso. Eppure nella monotonia delle voci che stavano facendo da sottofondo ai miei pensieri che iniziavano ad assumere pian piano la forma di un cuscino sul quale abbandonare la mente nonostante la sede -il divano- non fosse la più adeguata, quella frase è suonata in modo diverso. Mi ha colpita. L’ho ripetuta nella mia testa.

Sfiducia.

Adulti.

Sfiducia. Tra adulti.

Ho preso il cellulare e ho aperto l’app che uso per annotare le cose quando non ho a disposizione carta e penna. Un’insalata di post-it virtuali su cui ci sono segnati nomi, link di ricette abbandonati, idee, ricerche da fare, ispirazioni andate a male per esser state lasciate lì a prender aria per troppo tempo.

Scrivi nota. 

Dunque. Un titolo? No. Una breve introduzione? No, era troppo tardi per pensarci su. Alla fine l’ho segnata così. E’ una sfiducia tra adulti. Ho premuto due volte il tasto per tornare alla home, mi sono sforzata di tenere gli occhi aperti il tempo di raccogliere le energie e farmene una ragione del fatto che dal divano sarei dovuta arrivare al mio letto, in qualche modo.

Sapete, uno a volte pensa che il mondo va a rotoli semplicemente perché oggi ci sono molti meno tabù e meno regole ferree da rispettare. Un tempo perfino un’autista di autobus come mio nonno era rispettato come un pubblico ufficiale alle poste o dal salumiere. Gli autisti di oggi nemmeno portano più la divisa. I bambini e i ragazzini sono figli dei social network affidati a genitori che biologicamente li hanno generati, sì, ma non hanno altro compito che nutrirli e comprare loro il necessario per sopravvivere nel mondo insieme ai loro fratelli nativi digitali. Nessun insegnante è più utile di Wikipedia, a meno che non sia in grado di inventare ogni giorno qualche nuovo numero per attrarre la propria platea.

Poi ho sentito quella frase ed è stato come dare una terza dimensione a qualcosa che finora ne aveva solo due. Una sorta di profondità.

Allora li ho visti. Gli autisti di oggi, i genitori, l’insegnante giocoliere. L’ho sentita. La sfiducia. Non una qualunque. Una specifica. Quella nel prossimo.

Ecco tutto. Forse i tabù di un tempo definivano dei ruoli e questo creava fiducia tra le persone. Poi tutto è cambiato. Oggi ci ripariamo dietro gli smartphone per evitare di incrociare gli sguardi degli altri. Siamo convinti di essere autosufficienti finché non ci confrontiamo con il male fisico e sentiamo come una sconfitta l’aver bisogno di qualcuno che possa aiutarci. Siamo terroristi da tastiera ogni volta che in realtà potremmo semplicemente esprimere un tacito dissenso e c’è la violenza dei ragazzini che hanno le teste bacate dalle serie tv nelle quali le persone muoiono per finta, ma in hd.

E cavolo è davvero assurdo che di tutta questa libertà siamo in grado di viverne quasi più gli effetti collaterali che le conquiste per cui tanti prima di noi hanno lottato.