Non eri sola. Per G.

Forse aveva bisogno di qualcuno che le dicesse non sei sola. Che tanto le persone giudicano lo stesso, se sei fidanzata, se non lo sei, se frequenti qualcuno, se è la persona sbagliata, se è quella giusta, se non caghi niente e nessuno e finisci gli esami, se non lo fai, se ti laurei con un voto basso o uno alto, se vuoi restare a vivere nel paesino in cui sei cresciuta o se vuoi andare via, se in fondo non hai chissà quali problemi gravi oppure sì. Ti giudicano se cerchi di essere felice o ti senti comunque troppo triste, se sei in anticipo o in ritardo con i loro tempi, se cerchi a tutti i costi il tuo posto nel mondo e il lavoro dei tuoi sogni o solo uno che ti fa almeno sentire indipendente. Ti giudicano se ti lasci condizionare, se vivi male la pressione o se non te ne frega un cazzo di niente, se hai il coraggio di dire sempre a tutti quello che pensi, oltre le convenzioni sociali, le immagini che si sono fatti di te e le loro aspettative su chi sarai un giorno o se non ce l’hai. ‘Non sei sola’ e soprattutto che aver voglia di perdere la ragione ogni tanto non significa, necessariamente, che per te è finita.

G. ha deciso di togliersi la vita ieri pomeriggio, lanciandosi dal tetto di una delle sedi dell’università che frequento. Aveva raccontato ai suoi parenti e al suo ragazzo di aver finito gli esami e ieri aveva invitato tutti alla sua seduta di laurea. Lei però non aveva sostenuto ancora tutti gli esami e ovviamente non era nella lista di quelli che si sarebbero laureati ieri. Prima che le sue bugie venissero inesorabilmente scoperte si è allontanata dai suoi cari e qualcosa che aveva dentro di sé, o forse qualcosa che ormai non c’era più, l’ha spinta ad andarsene via, per sempre.

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La sorpresa è rinascere adesso

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Alzo lo sguardo sui palazzi che formano il parco in cui abito, dal cortile interno. Mi fermo prima di rientrare, il sacchetto dell’umido l’ho già lasciato tra gli altri fuori al cancello. Dovrebbe essere primavera, ma con felpa e cappotto ancora non sento troppo caldo. L’aria è rilassata. In ogni casa i festeggiamenti pasquali si saranno ormai conclusi. Qualche persiana è chiusa, da qualche altro balcone invece si intravedono ancora luci accese. Soltanto dall’appartamento con terrazzo alla mia destra si sentono ancora degli auguri seguiti da vociare e tintinnii. I bambini staranno inventando giochi con le sorprese più o meno utili trovate nelle uova di cioccolata. Mi chiedo cosa stiano facendo tutti gli altri. Gli adulti. Qualcuno forse chiacchiera con ospiti che ancora non sono andati via, qualcun altro sonnecchia sul divano facendo finta di guardare la tv.

E mi chiedo, chissà come è andata. Se questa Pasqua è stata quella che volevano, sempre che se la aspettassero in un modo in particolare. Sempre che abbiano ancora qualche aspettativa e non vivino nella nostalgia di ciò che non sarà più. Chissà se invece qualcuno si è lasciato una vita alle spalle e quest’anno ha festeggiato in un modo diverso ma speciale lo stesso.

Mi vengono le vertigini se penso a tutte quelle cartoline virtuali, le emoticon di pulcini, fiori e baci  fluite a velocità inimmaginabili da uno smartphone all’altro questa mattina, rispetto all’aria così immobile che c’è adesso. Il virtuale dava forma e colore a pensieri astratti, mentre qualcuno si sistemava la cravatta allo specchio prima di scendere per recarsi in chiesa, altri seguivano la messa alla tv approfittando delle preghiere recitate in latino per distrarsi e andare a controllare il ragù che pippiava sul fuoco.

Mi sono chiesta quanti gesti ripetiamo uguali, ogni anno, solo per fingere che non sia cambiato niente. Quanti ne ho fatti, io stessa, che mi sono accorta che era quasi Pasqua soltanto tre giorni fa.

Tutta questa storia della morte e della Resurrezione che senso ha oggi che tutti ormai sappiamo che chi resta soffre più di chi va via? Quante volte la vita fa più male della morte? Chi se ne frega di ciò che sarà dopo se già adesso abbiamo paura anche solo delle nostre stesse tradizioni che hanno sapori diversi perchè il tempo è cambiato e le persone pure e rischiamo di soffrire da un momento all’altro per un ricordo ribelle che sfugge al controllo e va ad infastidire le emozioni che stanno per mettersi a tavola con noi?

Ho alzato ancora di più lo sguardo, fino al cielo e ho raccontato alle nuvole che ho molta più paura di morire da viva che della morte stessa.

Mi sono avvicinata al portoncino che da sull’ingresso. Come si cambia qualcosa che si fa finta non sia cambiato già? Forse è ciò che sta facendo chi stasera sonnecchia, chiacchiera o brinda ed io che ormai sono rientrata a casa ho una piccola idea di rivoluzione qui con me. L’aria calma ha fermato i pensieri e così quella è riuscita a farsi largo nella mia testa.

Domani, domani voglio rinascere io.

Domande di sicurezza in caso di smarrimento della comprensione

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Domanda di sicurezza in caso di smarrimento della password. Clicco sul menù a tendina, scorro una ad una tutte le opzioni e mi soffermo su: nome del tuo amico di infanzia. Mi sembra l’unica domanda a cui potrei rispondere anche tra vent’anni. La seleziono e scrivo il nome della bambina con cui giocavo a far finta di saper scrivere delle lettere lunghissime indirizzate a chissà chi.

Oggi mi fermo a parlare con una conoscente. Suo marito è uno dei facchini che sollevano e portano in processione i famosi gigli, torri altissime fatte perlopiù di legno, protagoniste di feste di paese molto sentite dalle mie parti. Mi racconta della volta che si è sentito male perché dovevano essere presenti ad una cerimonia di famiglia e per questo lui non aveva potuto partecipare alla festa e svolgere il suo compito. Continua a ripetermi se non ci sei dentro non puoi capire. Era completamente in crisi. E’ una passione troppo forte, una fede. Io mi sforzo di capire ma mi rendo conto di non riuscirci. Riesco a paragonarlo al massimo alla volta che non riuscii a partire con la mia squadra di scacchi per un campionato ad Alghero per un problema grave e ci rimasi malissimo.

Insomma mi rendo conto che ci sono cose che davvero non si possono capire. Non si può, in nessun modo.

Mentre lei parla mi torna alla mente la mia amica di infanzia. Suo padre era un facchino. Aveva una gobba rossa e bruttissima tra il collo e la spalla sinistra. Ero piccola e mi faceva davvero impressione. Non capivo. Non riuscivo assolutamente a capire perché una persona dovesse farsi seriamente male per una delle cose, a detta sua, più belle della sua vita. Mi misi in testa che fosse una festa stupida e basta.

Ancora oggi lo penso, nonostante la tipa continui a raccontarmi con passione come si svolge, in cosa consiste, di quanto è importante quella festa anche per lei.

La mia empatia vede passare quel fiume di parole e resta impassibile, immobile. Di solito si tuffa a capofitto senza nemmeno avere il mio permesso nelle emozioni degli altri, ma stavolta no. Approfitto di questa lucidità emotiva alla quale non sono abituata per riflettere sul fatto che davvero, ma davvero certe volte non ci si può mettere nei panni di qualcuno e capire cosa sta provando.

Così come non posso capire perché un tipo che conoscevo da due giorni ha iniziato ad insultarmi dopo avergli detto che ero occupata e non potevo sentirlo al telefono. E’ schizzato perché ha pensato che la mia fosse una scusa. Inutili i tentativi di dirgli che sbagliava, anche se una cosa era vera, lui non mi interessava poi così tanto.

Perché una persona -e anch’io l’ho fatto- reagisce male, più male di quanto dovrebbe, a parole, gesti e silenzi che non le piacciono?

Mi turba la questione. Si perché di solito si lascia perdere e in fondo quella beata, sottile ignoranza mette una distanza tra noi e quella reazione, ci solleva da qualsiasi presunto obbligo e ci fa proseguire per la nostra strada indisturbati. E’ cosi che si fa. Io però non ci sono quasi mai riuscita. Quel senso di ignoranza l’ho sempre rifiutato e deriso anche quando l’ho provato.

Infatti non riesco a non chiedermi se davvero ci si può fregiare di non essere riusciti a capire per poter tranquillamente voltare le spalle e andar via, come se fosse un’assoluzione, un alibi, una chance nel caso si smarrisca la comprensione o se invece si tratta comunque di una triste e inesorabile sconfitta, una piccola grande guerra persa con se stessi.

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immagine dal film ‘Bright Star’ sulla vita del poeta John Keats

E’ tutto uguale, ma diverso.

 

 

Silenziosa ed elegante la neve si posa ovunque. Sulle cose brutte e su quelle belle.

E’ la prima volta che vedo nevicare così. Sono saltata giù dal letto e per tutta la mattinata non ho fatto che ammirare e fotografare ciò che vedo già praticamente tutti i giorni e che ad un tratto è sembrato così diverso.

Nemmeno immaginate cosa significa per Napoli un inizio di giornata con la neve. Disagi a parte, che ovviamente non mancano essendo quasi completamente sprovvisti di misure adeguate a fronteggiare eventi meteorologici del genere, è praticamente una festa.
Infatti si dice che a Napoli fa caldo anche quando fa freddo.

Perché poi tutto si è sciolto appena il sole si è fatto largo tra le nuvole ormai vuote.

Per qualche ora mi sono incantata, come di fronte ad un trucco di magia.

E cosa importa alla fine?

Che è tutto così semplice. C’è bianco oppure ombra.

Come nel cuore.

E se perfino la natura cambia, si adatta, sorprende e poi torna come prima, perché non possiamo farlo anche noi?

 

“Dovremmo imparare dalla neve a entrare nella vita degli altri con quella grazia e quella capacità di stendere un velo di bellezza sulle cose.”
[Don Cristiano Mauri]

Gironzolando tra gli ultimi minuti dell’anno

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E’ difficile che un anno appena trascorso mi lasci qualche insegnamento specifico. Insomma, ci sono i momenti belli e quelli brutti, le soddisfazioni e le delusioni che più o meno si bilanciano nell’arco di dodici mesi. Passano nella mente ricordi di gioie e di tristezze e qualche beh se avessi saputo, allora avrei fatto così. 

Mi fermo sotto la porta della mia stanza.

Mia madre è indaffarata a togliere i panni asciutti dai termosifoni per mettercene altri ancora umidi. Li gira, li aggiusta, qui ne mette altri due, lì tre. –Prenditi la tua roba asciutta-, dice.
Tendo l’orecchio destro. Glenn Miller. E’ sempre stata la colonna sonora del fine anno. Se mio padre mette Glenn Miller allora da qualche parte dietro a quel broncio deve essere felice, o almeno ci sta provando. Sorrido e ballo un po’.

Quest’anno invece ho imparato due cose in particolare.

Le parole hanno un peso. E un senso. Sembra banale e scontato. Invece no. Forse è perché ho litigato con quasi tutte le persone a me più vicine, una cosa che per me è ancora nuova. Le parole non sono solo dei tratti a due dimensioni e con spessore trascurabile come sembra a prima vista. Portano con sé significati ben precisi e al di là di quel che si dice a proposito di quelle scritte che restano e  le pronunciate che invece volano, tutte hanno un effetto. Imprevedibile, che si consuma in pochi istanti o si snoda attraverso giornate che formano settimane e poi mesi.

Niente è definitivo. Anche se lo sembra. Specie quando lo urliamo, lo desideriamo o lasciamo scappare dalla bocca quel mai più. Le cose si rompono, si aggiustano, fanno capriole, le perdi, le rincorri, finalmente le trovi e magari non sono nemmeno più come le avevi conosciute all’inizio. Sono migliori oppure peggiori. Tutto cambia, affinché non cambi niente. Perché in qualche modo devi ritrovarti di nuovo sulla tua strada e se hai la mente aperta capisci anche il motivo di tutte le deviazioni e il mondo sembra brillare per qualche istante in maniera che la lezione ti si imprimi nel cuore per sempre.
Niente è un dramma se non vogliamo che sia tale oppure può esserlo e poi non esserlo più. Un po’ come ci pare.

Energia è stata la parola che è rimasta al mio fianco durante questo anno, silenziosa, a volte capricciosa ma ogni volta che alzavo lo sguardo sugli spalti lei c’era a spronarmi e ammonirmi. Ho fatto un sacco di cose bellissime che non avevo mai fatto in vita mia e che però hanno occupato tutto lo spazio e il tempo che in realtà mi serviva per lavorare ad obiettivi a cui tenevo molto.

Forse è solo questione di raddrizzare il tiro. Ci vuole energia, sì, ma bisogna anche usarla nel modo giusto. Voglio parole chiare, obiettivi realizzati, voglio capire e farmi capire meglio. Pare che tutto ciò si chiami Assertività.

Mi sono innamorata di questa parola e la voglio con me, da domani, ogni giorno.

E c’è il telefono che suona, i panni che asciugano, Miller che vaga libero per casa attenuandosi di stanza in stanza, i dolci in bella vista, le candele in attesa, le lenticchie in acqua e io che gironzolo tra i minuti di questo ultimo giorno per assicurarmi di esser pronta al nuovo anno.

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Quel che per una lacrima è soltanto coraggio

Fintanto che si trova alla fine della rima inferiore dell’occhio, come se ne fosse un’appendice fatta d’acqua, senza una vera forma, semplicemente incastrata tra le pieghe d’espressione del viso, è al sicuro. Si affaccia appena sullo zigomo tenendosi aggrappata con tutta se stessa a dei piccoli solchi nella pelle, accomodandosi in essi e nascondendosi all’ombra del ventaglio di ciglia che la sovrasta.

Guarda giù dal suo nascondiglio. Si ritira e poi si sporge di nuovo, questa volta però un po’ in meno. C’è una sommità e oltre quella non si riesce a vedere cosa c’è.

Pensa.

Cosa accadrebbe se scivolasse per sbaglio? Cosa c’è lì fuori? E se per caso un gioco di luci le facesse uno scherzo attraversandola, proprio mentre si lascia cadere giù, prendendo velocità per superare quel punto altissimo e se lei brillasse suo malgrado rivelandosi per qualche frazione di secondo e se qualcuno attratto da quel luccichio improvviso si voltasse per guardarla? Cristo! Come potrebbe spiegarsi? Non avrebbe scuse, nessun alibi, era lì, è passata ed è stata vista, certo che sì, non c’erano ombre a nasconderla, nessuno che la raccogliesse senza essere a sua volta scoperto!

Sarebbe sola. Nuda e trasparente. La forma data dall’aria che le fa resistenza mentre corre verso il basso sulla pelle. Chiunque, come quella stupida luce, potrebbe passarla da punto a punto con lo sguardo e lei non avrebbe alcun modo per difendersi. La libertà le costerebbe un tratto da percorrere senza veli, sotto ai riflettori, senza ombre che la proteggano. Non può essere se stessa senza esporsi e rischiare di essere riconosciuta e additata da sguardi annebbiati da accenni di stupore.

Perché?

Loro direbbero insicurezza.

Quel che per una lacrima invece è soltanto coraggio.

 

 

ComeDiari #9: (S)Legati

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Mi ci vedevo già tra le tue braccia, più forti del vento, più sicure delle mie parole. 

E no, invece. Non si può spiegare. Vederti andar via per l’ennesima volta è buffo e straziante insieme. Come se ci fossimo sporcati le mani di ironia e adesso ogni singolo istante di tempo è fottuto, condannato a macchiarsi e ci guarderà di traverso non appena superato, perché poteva essere bello, bello davvero. 

Un legame se è vero resiste ad ogni cosa. Unisce parole spezzate e traduce silenzi infiniti. Credevo fossimo questo, che in equilibrio sul filo ti avrei raggiunto sempre e ci saremmo capiti con uno sguardo soltanto. Questa volta però non capisco se hanno mentito gli occhi o le parole. La bugia ha preso a morsi la fiducia mentre io urlavo. Ti ho difeso frapponendomi tra le semplici impressioni e gli altri, raccontando di profondità e sincerità, disegnando schizzi del tuo mondo che adoravo visitare ogni volta che potevo.  

Adesso non sento più niente. Le emozioni sono ferme, immobili. Una specie di morte apparente. Forse, sono morte davvero. Forse aspettano solo che tu riprenda a contare voltandoti di nuovo verso il muro.

Cazzo, smettila di guardarmi in silenzio. 

Di Settembre e Novità -Da Principesse-

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Secondo Paolo Fox questo periodo dovrebbe essere per me quello più ricco di cambiamenti e colpi di scena -in positivo- di tutto l’anno e a me sembra che invece la mia vita mi stia solo riproponendo le vecchie puntate dei più grandi disastri sentimentali e non del passato recente.

Nonostante questo, insomma, settembre resta uno dei mesi che preferisco, i profumi e i colori dell’imminente autunno sono inebrianti e confortevoli per cui cercherò di godermeli e di fare tutto quel che posso per far girare meglio le cose -s’intende- che dipendono solo da me.

Ne approfitto per dirvi che è online il GuestPost di settembre su Principesse Colorate, che ho scritto in realtà quasi più per me stessa, per cercare un appiglio nella confusione che ha avvolto le mie giornate ultimamente. Si perché alle volte sembra davvero che la vita ti sfugga di mano, che gli eventi si susseguano con l’unico scopo di farti andar fuori di testa e ti si pianta dentro quell’orribile sensazione che in realtà tu non conti niente, non hai il controllo e non puoi che subire gli avvenimenti e le scelte degli altri, sperando di avere un po’ di tregua ogni tanto.

Allora mi sono ricordata di alcuni articoli che avevo letto a proposito del fatto che, in realtà, non importa cosa ci succede, l’importante è sapere che le reazioni sono nostre e possiamo gestirle in modo da mitigare, se non proprio girare a nostro favore, gli eventi che sembrano pioverci sul naso senza motivo rovinandoci l’umore e le giornate. Basta ricordarsi infatti che possiamo considerare che quell’evento è solo un 10% dell’accaduto, dopodiché il restante 90% ci appartiene e dipende dal modo in cui reagiamo e vediamo la realtà.

Se vi va di dare un’occhiata, ecco l’articolo: Ad ogni nostra azione corrisponde una reazione uguale e contraria

Riguardo la rubrica Top Of The Post è stata pubblicata la classifica dei post scelti dalla redazione, se avete voglia di proporre un vostro articolo per questa settimana e quello di un altro blog che vi è piaciuto, lasciatemi i link qui nei commenti.

Magari di fronte a certe circostanze si può fare ben poco, ma credo che il vero peccato sia piuttosto quello di dimenticare che in mancanza d’altro si può sempre approfittare per imparare qualcosa di più su se stessi.

E sticazzi per tutto il resto, ecco.

Calma E Niente Pathos

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Amanda Cass

Qualche tempo fa il mio amico blogger SM in un suo articolo in riferimento a delle proprie esperienze parlò del pathos e in generale della sua irrazionalità.

A distanza di mesi quella parola mi è rimasta in testa.

Pathos.

In realtà deve essermi rimasta anche nelle orecchie, in ciò che ho pensato e detto. Forse c’era già ma non l’avevo mai riconosciuta. Eppure da quando ne ho sentito parlare nel blog del mio amico è come se si fosse attivato uno scanner che passa in rassegna ogni pensiero, discorso e da’ segnale di allarme quando riconosce del pathos al suo interno.

Perché allarme?

E si. Diciamolo. Il pathos fa parecchi guai. Specie se lo si trova in contesti che non gli appartengono. – Cavolo! C’è del pathos nel telegiornale, passami un fazzoletto per favore, vorrei pulire la notizia-. Gli incidenti diventano tragedie e le tragedie diventano orrori. Quelli veri poi nessuno sa più come chiamarli. Qua e là viene aggiunta potenza drammatica a quella che dovrebbe essere una lineare esposizione di fatti e avvenimenti. Finché si tratta di una  di quelle telenovelas che le mie nonne adoravano, una rappresentazione teatrale o cinematografica, d’accordo, ci sta. Chissà, forse quel surplus di intensità emotiva appartiene al mondo della finzione da sempre ed è quello il suo habitat naturale. Cosa succede se invece ce lo portiamo dietro, nella realtà?

Beh, succedono casini. Farsi prendere dal pathos, nella realtà… Ecco, allontana dalla realtà.

Una multa diventa un dramma. Un’incomprensione si tramuta in un litigio in centotrenta puntate che nemmeno Beautiful. Il fatto è che nella realtà quel surplus di drammaticità non significa grandiosità. Nessuno ci guarda da uno schermo abbracciando un cuscino con una mano e stringendo una tisana nell’altra. Non c’è nessuna giuria lì pronta a giudicarci per l’interpretazione. Nel mondo reale il pathos, in mancanza di registi e produttori che in qualche modo hanno sempre la storia sotto controllo, si fa accompagnare dalla paranoia. Si, lei. Quella cosa per cui si crede di sapere e poi si finisce sempre per prendere granchi colossali.

Tutto questo per dire che un conto è provare empatia per persone e situazioni, un altro è il riversarci le nostre paure, ingigantendo parole e gesti e perdendo completamente di vista la verità, rinunciando ad usare la ragione. Non sarebbe importante se non fosse per il fatto che l’abbandonarsi a quei tipi di emozioni sovraccariche di significati decisamente improbabili fa male. La paura diventa dolore, anche fisico. Le vie della razionalità forse portano verso platee vuote e in generale creano poco audience,  però davvero alle volte sarebbe meglio fermarsi un po’ prima e chiedersi se davvero vale la pena lasciarsi andare così.

 

Un Uovo E’ Per Sempre

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Immancabilmente quando mi capita di avere soltanto delle uova in frigo io penso a Maggie.

Maggie non era stronza. Maggie era solo indecisa e soprattutto aveva una gran paura di lasciarsi andare. Questa cosa, in una delle scene che preferisco di Se scappi ti sposo, viene scoperta dall’uomo che la ama davvero, il giornalista Ike Graham quando indaga per scoprire il motivo per il quale lei scappa sistematicamente dall’altare a pochi minuti dall’inizio dei suoi matrimoni. Parlando con i suoi ex, infatti, viene a sapere che Maggie alla domanda come preferisci le uova aveva dato ad ognuno di loro risposte diverse perché non era mai riuscita a decidersi sul tipo di cottura che le piaceva di più. Da qui capisce che le sue fughe nascono dalla paura di deludere le persone che di volta in volta le capitano accanto, senza mai prima chiedersi cosa in realtà desideri davvero per sé, cosa possa renderla felice.

Alzi la mano chi ha visto il film e non si è mai posto, con una certa preoccupazione, la questione uova.

Non che la risposta abbia una vera attinenza con la vita sentimentale di ognuno di noi, ma più in generale mi sono accorta che non c’è poi tutta questa voglia di porsi delle domande. La parola indecisione si sta sbiadendo sullo sfondo di una non-necessità di scegliere. Oggi possiamo avere tutto, o al massimo, abbiamo tante possibilità diverse e nessun bisogno di prendere decisioni definitive. Tanto basta provare. Chi si prende la briga di scappare dall’altare quando ormai si può divorziare in fretta? Una coppia come un lavoro non è detto possano durare per sempre così come è stato per i miei nonni e genitori.  Stiamo diventando un po’ tutti cultori del qui e adesso il che da un lato ci rende più versatili, cittadini del mondo con menti elastiche, pronti ad affrontare qualsiasi avversità, ha fatto si che si superassero schemi mentali chiusi e dannosi, dall’altro ha sparso abbastanza superficialità nelle nostre vite. Ci si può prendere la responsabilità di un ti amo limitata al tempo impiegato per pronunciarlo, che i sentimenti in realtà non abbiano scadenza breve come le emozioni è soltanto una piccola incongruenza non prevista.

Io nemmeno so bene in quale modo preferisco cucinare le uova, anzi, ho deciso che dipende dal momento, dalla voglia e dal tempo che ho e comunque continuerò a scappare da occhi come quelli di F. che non riescono a spalancare i miei più di tanto, perché al di là di ogni paura e indecisione non può esserci vera libertà se poi sono finte le farfalle nello stomaco.