Pizza Tag: Un ‘Filetto’ Di Me

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SognidiRnR mi ha invitata ad autoinvitarmi a partecipare a questo tag ideato da BloodyIvy dedicato al mondo della pizza.

Poiché dove c’è la pizza ci sono anch’io, non ho saputo resistere, anche se si tratta di un gioco.

In particolare:

Questo è un tag “da prendere alla leggera”, ma saporito: vi invito a raccontare che pizza ordinate solitamente e come le mangiate, cercando da ciò riflessi del vostro carattere.

Ovviamente non c’è da prendersi troppo sul serio, però devo dire che la questione mi incuriosisce abbastanza perché effettivamente noto che le persone tendono ad ordinare, anche solo per lunghi periodi, sempre la stessa pizza. Come se diventasse un po’ la propria bandiera, un modo di distinguersi nel gruppo attraverso un proprio manifesto che trova sintetiche corrispondenze nel menù di turno.

A parte variazioni occasionali, spesso ordino la pizza filetto, anche chiamata caprese o semplicemente quella pomodorini e mozzarella, o provola. Si tratta di una pizza stagionale, in inverno è difficile trovarla o comunque non è buona come nel resto dell’anno, non essendo i pomodorini sempre disponibili. La adoro, credo, per i contrasti di colore e di sapore, i pomodorini spiccano sul bianco della mozzarella e sono più dolci rispetto a quest’ultima per cui appare come una pizza dagli ingredienti semplici, ma non la si può affatto sottovalutare, anzi, ha delle qualità che soltanto chi è davvero attento può apprezzare. Su questo, diciamo, ci somigliamo. Spesso le persone mi dicono che soltanto conoscendomi sono riuscite a capirmi, nel tempo, perché a prima vista ero invece abbastanza indecifrabile. Cerco di equilibrare i miei contrasti e lavoro su di me per cercare bellezza e armonia in ciò che mi circonda, ma alle volte, beh è inevitabile risultare troppo dolci o troppo salati. Il massimo è quando i pomodorini sono più o meno della stessa dimensione e disposti in maniera uniforme, anche se poi è sempre impossibile che si riescano a fare due pizze esattamente uguali per cui se l’ordine rappresenta una certezza, l’imprevedibilità è l’ingrediente che invece da’ quel senso di unicità e freschezza che fa la differenza.

La pizza va mangiata con le mani, anche nelle pizzerie più chic. Su questo non si discute. Soltanto, per non scottarmi e perché non so aspettare che si raffreddi, dopo averla tagliata, taglio anche le punte delle fette con forchetta e coltello per mangiarle subito. E’ la parte che mi piace di più, mentre mi capita di lasciare qualche bordo perché mi piace procedere con ordine e ci arrivo sempre alla fine. Un riflesso di me in questo penso stia nel fatto che sono sia impaziente che metodica -a proposito di contrasti- e tendo a mettermi in dubbio, infatti una volta di queste mi piacerebbe sovvertire l’ordine e iniziare dal bordo, cosa che non ho mai fatto.

Così come io mi sono auto-taggata lascio a voi la possibilità di fare lo stesso e raccontarvi attraverso i profumi e i sapori della vostra pizza preferita 🙂

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foto dal web

Deliri Post-Pasquali

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“[…] Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”
[E. Hemingway]

Il fatto che il recarsi in chiesa ogni domenica per essere un buon cristiano fosse un obbligo non mi è mai piaciuto. Ho sempre creduto che servisse qualcosa di più per farlo, come un bisogno, una necessità di qualsiasi tipo. L’idea che ho della religione è abbastanza complicata, ma un po’ si basa su questa idea qui, semplice e logica e negli anni ho cercato di esserle fedele. Le ricorrenze sono alcune di quelle occasioni in cui ci vado, magari per l’atmosfera di festa o anche soltanto per ricordare certi principi che al di là di ogni credo sono sempre validi e coincidenti con quelli delle festività pagane che un tempo erano al posto di quelle religiose che conosciamo di più. La Pasqua, ad esempio, dovrebbe ricordarci che alla fine la luce vince sul buio. Anche questa un’idea semplice, confortante, attorno la quale si possono costruire dei discorsi immensi, usando giri di parole sempre nuovi e diversi.

Questa cosa non valeva per il prete del paese in cui vivevo prima. No. Lui, al momento dell’omelia, ripeteva sempre, ogni benedetto anno, lo stesso discorso. Non credo mancasse di fantasia, anzi, ero arrivata a credere che lo facesse apposta per far si che quei pochi e necessari concetti potessero davvero restare nelle teste distratte di chi, a detta sua, si trovava lì trascinato più dalla coscienza collettiva del paese che dalla propria volontà. Per cui quando la scorsa Pasqua mi sono ritrovata in un’altra chiesa, con un nuovo prete e l’occasione di ascoltare un discorso diverso, sono stata tutta orecchie, in cerca di una sfumatura, un guizzo geniale da portare via con me.

Adesso, ripeto, ci sono tanti modi diversi di spiegare un’idea e altrettanti di recepirla. Quella che non mi aspettavo e su cui spesso sono tornata a riflettere in questi giorni è stata la sensazione di perplessità e disagio che ho provato nonostante il messaggio in generale fosse positivo e rassicurante. In pratica, il cuore del discorso riguardava il dolore fisico e quello dell’anima. Di quanto fossero diversi. Quello fisico ha un limite in quanto il corpo stesso, ad un certo punto sviene, per difendersi. Il dolore dell’anima invece sarebbe infinito, non esiste un limite, un fondo, un meccanismo di sicurezza che interviene al nostro posto per salvarci, no. Ci si deve salvare da soli prendendo coscienza del fatto che essere felici è un diritto. Punto. Tutto qui. Ciò equivale a dire che si possono trascorrere le giornate a pensare che nulla va come dovrebbe o, al contrario, che tutto è esattamente al suo posto o che comunque lo sarà nei tempi e nei modi più giusti. Tutto dipende dal nostro atteggiamento mentale che condiziona tantissimo il modo in cui osserviamo la realtà. Un evento positivo può diventare ai nostri occhi negativo così come può accadere il contrario, per cui se stiamo male, in fondo, è un po’ colpa nostra.

Tutte queste belle cose non sono una novità, spesso se ne perde consapevolezza, ma tutti almeno una volta nella vita ne abbiamo già sentito parlare. Ricordare che la felicità è un diritto lì per lì mi ha fatta sentir meglio. Poi, si sa, quando viene spinta da un impulso diverso la mente parte, va senza freni tra pensieri impervi e disastrati ed è impossibile fermarla. Mi sono sentita in colpa. Terribilmente. Per tutte le volte che non mi sono salvata e ho preferito pensare a me stessa come la persona che non sono e a quel che non stavo facendo, soffrendo inutilmente.

Non so, forse ci sta anche questo. Rientra nella normalità dell’eterno scontro tra bene e male che avviene dentro di noi ogni giorno prima che in qualsiasi altra parte del mondo, nell’ovvietà del fatto che le vittorie vanno all’uno o all’altro alternandosi e che nonostante tutto la vita va presa con le giuste dosi di responsabilità e leggerezza, sempre. Chissà allora se non esiste da qualche parte anche un certo diritto al dolore, perché come mi disse una persona qualche tempo fa, è inutile crucciarsi quando non si è pronti, per una cosa qualsiasi, fosse pure semplicemente la felicità.

Giochi Di Equilibri (di Nash) Tra Vicini (di Casa e di Stato)

Prendiamo un gruppo di persone. Diciamo che abbiano tutte uno stesso obiettivo da raggiungere e siano in competizione tra loro. Nel 1949 il famoso matematico John Nash dimostrò, chissà se nel modo in cui viene mostrato nel film A Beautiful Mind o no, come fosse incompleto affermare che, secondo le teorie dell’economista Adam Smith, il miglior risultato è quello raggiunto quando ogni persona del gruppo agisce per fatti propri pensando solo al proprio benessere. Per raggiungere davvero il miglior risultato, la miglior soluzione del problema, ogni componente dovrebbe invece agire facendo ciò che è più giusto sia per sé che per gli altri, non ostacolandosi ma raggiungendo così un’equilibrio in cui ciascuno ottiene i benefici desiderati.

Una cosa del genere presuppone che di fondo ci sia collaborazione, pur essendo una teoria che si applica ai ‘giochi non cooperativi’, ovvero in situazioni in cui le persone non si alleano spontaneamente in quanto esistono comunque delle rivalità tra le varie parti.

Eppure, ecco, penso a quante situazioni si potrebbero risolvere in questo modo. Non si tratta di solidarietà e non c’entrano questioni morali. Si parla di benefici quantificabili, di payoffs, di operare ricercando il proprio bene tenendo conto di cosa faranno gli altri per ottenere il proprio.

 Sono sempre stata affascinata dalla teoria dei giochi, anche se non ho ancora grandi conoscenze a riguardo e mentre facevo delle ricerche ho trovato interessanti articoli che parlavano dell’equilibrio di Nash e della questione greca. Solo uno dei tanti casi in cui questa teoria è applicabile. Avrete sicuramente già sentito parlare del dilemma del prigioniero o del dilemma dei coniugi. Quest’ultimo è davvero interessante secondo me per quanto ci è vicino e può essere visto anche come il dilemma del fratelli, dei colleghi di lavoro o dei vicini di casa.

Mettiamo che ci siano due coniugi, A e B.

Mettiamo che ci siano da fare le pulizie in casa. I due decidono nello stesso momento cosa fare, singolarmente.
A pensa che se si mette a lavorare di certo l’altro andrà a riposarsi. B pensa la stessa cosa. A pensa che se va a riposarsi otterrà il suo beneficio e che B non lavorerà mai al posto suo per cui riposerà anche lui. B pensa la stessa cosa.

Risultato, nessuno pulisce casa. Si raggiunge l’equilibrio. Ad A non passa proprio per la testa di alzarsi dal divano, non ha nessun incentivo a farlo finché non ne ha uno anche B. Questo gioco, a differenza del dilemma del prigioniero però, si ripete. Infatti la casa sporca era e sporca resta, il lavoro deve essere fatto per cui295-copia tutta la serie di strategie viene rivalutata. Sia A che B vogliono che la casa sia pulita e nessuno dei due vuol finire per fare tutto il lavoro da solo (ecco si, perché l’ipotesi è che i giocatori siano razionali per cui non esiste né maschilismo né alcuna crociata femminista in atto) e soprattutto non vogliono creare alcun precedente o ‘regola’ per cui uno soltanto dei due farà le pulizie per sempre, per cui scelgono di cooperare. A e B scelgono di aiutarsi a vicenda dividendosi il lavoro sapendo che finiranno prima così e potranno riposare entrambi.

Non è utopia, non è fantasia, solo matematica.

Oggi pensavo che tutte queste belle cose gli economisti europei le sanno molto bene, o dovrebbero e che mentre i capi di Stato perdono tempo a sbirciarsi con la coda dell’occhio per sapere chi tra loro deciderà di muovere il culo per primo per andare a riaprire i confini, centinaia di migliaia di persone stanno ancora lì, sulle banchine delle stazioni, sperando che il loro gioco possa finalmente finire presto. Poi sento i vicini che litigano perché le foglie dell’albero di uno finiscono puntualmente nel cortile dell’altro e mi rendo conto che l’ipotesi che i giocatori siano razionali sia molto, molto più azzardata di quanto si pensi.

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*… Semplice, Ma Non Troppo …*

Ecco, tanto per cambiare, riflettevo. Troppe cose che non riesco a capire. Troppe domande. Nessun senso di pace interiore, energia cosmica e/o pensiero minimamente zen che mi tenga ferma in un solo posto, che plachi la confusione o la distragga con qualche gioco di prestigio. Che la tenga buona per un po’ per darmi modo di dedicarmi anche ad altro. Che mi faccia star bene abbastanza da far trascorrere almeno una giornata senza che controlli di continuo l’ora. Come se avessi paura di perdere qualche risposta che magari potrebbe passare proprio in quel minuto, a bordo di quel vento che le foglie trovano divertente, ma i miei pensieri no.

Mi sono ritrovata a parlare con dei perfetti sconosciuti dei dubbi che ho, presi a caso tra tutti quelli che aspettavano con me il passare di qualche parola risolutiva, che fosse convincente abbastanza da portare i passi verso un’altra fermata, quella successiva di solito. Si perchè ne vedo diversi a volte che invece scelgono di tornare indietro trascinati da curiosità che il passato tende sempre a nascondere tra i cassetti della cucina come una persona anziana spaventata dall’idea che nessuno vada più a trovarla nell’ansia di dover correre tutti in avanti, chissà dove. Che, nel dubbio, ‘avanti’ è giusto, fa tanto pensiero positivo. Ho provato a parlare con loro, a far domande, nella possibilità che qualche risposta l’avessero beccata già prima di me, ma invano. Hanno compreso e condiviso ciò che avevo da dire ma poi sembrava non ne sapessero più di me. Le ho salutate e sono andata avanti per conto mio ancora guardandomi intorno. Nel caso arrivasse un’indicazione qualsiasi. Mura di altre case raccontavano di ciò che è stato, ma non hanno saputo dirmi se quello fosse il posto giusto dove restare e se si, per quanto tempo. Così come vorrei sapere quanto tempo bisogna restare in una certezza prima che diventi pregiudizio.

Esistono confini nella comprensione? Cioè, arriva un punto in cui c’è da pensare ti ho compreso fin troppo adesso vorrei essere compresa io come se si trattasse di un senso unico alternato, oppure è un qualcosa che viene dallo stesso posto dal quale viene l’amore che vive dell’esser dato soltanto? Ho perso il conto delle tempeste nelle quali sono finita insieme a persone che ho qui intorno che invece di risposte cercavano in ogni modo di togliersi le responsabilità delle proprie scelte. Chiamano incomprensione ciò che io ho imparato ad identificare come vittimismo. Allora poi nel bel mezzo di una tempesta ci sono finita da sola, questa volta non in senso metaforico, il mio spavento è finito prima di lei e mi sono resa conto che ogni cosa che accade al di fuori di noi, dietro ai nostri occhi può diventare tutt’altro.

Quindi è vero che le persone possono fare delle scelte e che queste in qualche modo possono far male agli altri. E’ anche vero però che il ferirsi o meno quando arrivano troppo vicine dipende molto da se stessi. Allora se il tutto si riduce ad una dimensione così personale, così compresa nei confini della propria testa, io credo che la questione diventi com’è che io vorrei essere. E’ ovvio che qui io rifletto soltanto e non è detto che sia tutto così facile, anzi. Si reagisce d’istinto il più delle volte. So che non voglio diventare diversa da ciò che sono per colpa di altri che hanno deciso di andare avanti per la propria strada armati fino ai denti pronti a prendersela perfino con chi non potrebbe mai fargli del male, come me. E se occorre difendersi, come si può capire? E così ogni cosa va in frantumi. Le tempeste distruggono.

Intanto che aspetto risposte, immagino. Io immagino che esista una specie di equilibrio nel quale certe cose come l’amore e la comprensione trovino essenza e vita nell’esser date mentre si rinnovano per ripartire con più forza quando vengono accolte e ricevute. Niente di platonico o a senso unico. Non si pretendono, non si chiedono e meno ancora, si elemosinano. Piuttosto, se tutto ciò nasce spontaneamente allora le persone intorno a sé sono quelle giuste, per una chiacchierata sotto ad una pensilina o perfino, magari, per viaggiare un po’ insieme. E cavolo, quanto ho da imparare ancora.

*… “Oh, Let’s Go Back To The Start..”…*

Non si calpestano le aiuole, noMa sul bordo tutto intorno certo che si può salire. Salire e camminarci su seguendo tutto il contorno mettendo un piede davanti l’altro cautamente perchè a stento c’è spazio perfino per poggiare una scarpa di un numero nella media come la mia. E soprattutto, bisogna mantenere l’equilibrio. Camminare e regolare la velocità del passo e bilanciare il corpo e ondeggiare con le braccia e anche con le mani casomai ci si sentisse particolarmente estroversi in quel momento, con lo sguardo basso e attento ad ogni piccolo movimento, e tener conto di aver sulle spalle un zaino non proprio leggero o una borsetta che ti fa pendere un po’ da un lato soltanto. E poi c’è la direzione in cui soffia il vento e l’altezza dei tacchi e l’eventualità di scivolare se ha appena piovuto, no mentre piove e con l’ombrello aperto in stile funambolo non ho ancora provato, la presenza di sconnessioni oppure ostacoli sul bordo stesso, qualche ramo che sporge o dell’erba lasciata crescere a modo suo. Poi c’è un pensiero felice che abbraccia il tuo baricentro e non lo lascia andare più e ti fa andare dritta e sicura o un gioco tra te e te, se arrivo fino alla fine senza cadere posso divorare tutta la cioccolata che trovo quando arrivo a casa, poi arrivi e te ne dimentichi ma intanto nessuno dei due piedi è finito in fallo.

Così segui il bordo, il contorno, confine tra l’aiuola sulla sinistra e la strada sulla destra. In bilico, in equilibrio, qualche passo pochi centimetri più su. E’ quello spazio che non è aiuola che non si può calpestare e non è strada che non si può cambiare. Proprio lì in mezzo che divide verde e grigio, al centro tra un non si può e il qui però mi annoio.
Hai mai preso un confine e lasciato che diventasse spazio nella testa? Che si allargasse abbastanza da poterci passeggiare comodamente su? Con lo sguardo che tiene in equilibrio i pensieri spaziando da un punto all’altro soffermandosi qualche volta su albe e bei capelli non prima di aver provato a cercarsi in uno specchio per trovarsi un po’ di spazi vuoti più avanti e troppe volte su parole sospese in aria, come nuvole che non hanno voglia di venir giù a bagnarti il viso. Trovi un non si può che di solito viene chiamato ostinazione e la linea dalla quale non potevi finir altro che cadere quasi, divideva lei dalla speranza.

Tra speranza e ostinazione. Quasi caduta perchè la linea diventava sempre più stretta ed era sempre più difficile mantenere l’equilibrio. Sei andata avanti più che potevi, tenendo duro guardando da un lato e dall’altro per essere sicura di procedere il più dritta possibile, aggrappandoti a tutti i desideri e i pensieri felici che trovavi sul percorso, ma c’è poi quel maledetto punto sul quale perfino il miglior equilibrista del mondo si rende conto che esistono spazi dai quali non può far altro che andare. In bilico sul quasi niente vorresti solo urlare che sei stanca e vuota e che non dovrebbero chiederti di fingere e sorridere ed essere allegra pronta brillante e ben truccata, ben vestita con gli occhi un po’ più aperti in modo che possano lasciar scappare via la tristezza che trattieni a tutti i costi invece, tra le palpebre.

E le urla si scontrano con l’eco del battito che risuona in una stanza in cui il cuore è rimasto solo.

Hai mai preso uno spazio nella testa e lasciato che ridiventasse confine? Io si, e ho paura che dovrò restare da un lato soltanto per sempre e non poterci salire sopra mai più.

*… Back To Life …*

Quando camminiamo fino al limite di tutta la luce che abbiamo, e facciamo un passo nell’oscurità del non conosciuto, dobbiamo credere che accada una di queste due cose. Ci sarà qualcosa di solido su cui mettere il piede, o ci verrà insegnato a volare.

[Patrick Overton]

Silenzio. Solo e soltanto silenzio. Nessuna parola, nessun suono, nessun pensiero. Niente di niente.
Doveva tacere tutto. Zitte le parole scritte sulle pagine che porto con me ovunque. Mute quelle conservate in quello spazio piccolo tra i circuiti e le cuffiette dell’mp3. Anche lui sempre con me, nella borsa. Se ci sono loro nessun posto è troppo freddo o troppo buio o troppo triste. Troppo affollato o estraneo. Da nessun angolo della testa partono proposte di azioni sovversive. E non c’è mai silenzio. Non c’è mai uno di quei cartelli con su scritto stiamo lavorando per voi a scusarsi della mancanza delle solite attività. No. Qualcuno che vaga nei corridoi lo si trova sempre. Un pensiero solo o in compagnia di qualche amica idea balorda. Certi amano passare in schieramenti, ordinati e precisi, qualcun’altro aspetta dietro l’angolo che finisca la parata per godersi un po’ di tranquillità. E per passare senza esser visto. Magari in penombra, con passo felpato. Magari non avrebbe nemmeno chissà cosa da temere, ma adora i film d’azione e non ci si può far niente, solo assecondarlo.

Stavolta però non c’era davvero nessuno. Tutti al sicuro nascosti dietro le loro porte. I corridoi erano deserti. Ampi, freddi e deserti. Lunghissimi. Provo un po’ a controllare ai vari piani. Quando si aprono le porte dell’ascensore sono più o meno tutti uguali, se non ci fosse il numerino luminoso in alto a destra nemmeno sapresti dove sei. Soltanto il ‘meno uno’ è proprio come nei film. Più buio, più desolato, con l’intonaco un po’ staccato dai muri. Nemmeno scendo e premo di nuovo un pulsante a caso dal tastierino.

Mi chiedevo quanto sarebbe durato. Avrei voluto sapere com’è che funziona. Se c’è un segno da aspettare, se c’è un tempo prestabilito o si può fare di testa propria. Perchè origliando vicino alle porte ho scoperto che tutti sapevano quale fosse la prossima mossa. Tutti sapevano cosa fare. Non sapevano quando però. Bel rompicapo.

E avrei voluto sapere com’è che accade. Come appare il mondo dopo. Che si prova in quell’attimo di onniscienza, nel quale ci si guarda dentro, da fuori. Iniziava a fare anche un po’ freddino. Sarebbe durato poco, lo so, perchè quel silenzio si faceva sempre più luminoso. E con la luce arriva il calore. Le ombre fuggono e il tepore sulla pelle sembra quasi un abbraccio. Mi guardo ancora un po’ intorno. In fondo c’è pace e non sembra poi così male, se non fosse che vorrei sapere che diavolo di fine hanno fatto tutti.

Mi scoccio di aspettare e provo a bussare. Hai visto mai che aspettassero un segno proprio da me.
Dopo tutto quel tempo le cuffiette s’erano ben attorcigliate. Premo il tasto play. Il suono fuoriesce timido come il battito di un cuore stanco. Dopo tutto quel silenzio vorrei ben dire… Sembra stonarmi le orecchie già così, ma almeno il silenzio inizia a diradarsi. Anzi, nemmeno il tempo di rendermene conto che si fa giorno. Il sole riappare tra le poche nuvole bello come un sorriso su un viso triste, tra visi amici.

Ormai sono tornati quasi tutti. Le parole dei libri hanno finalmente chi presta loro la voce. Che è perfino un ottimo rumorista. Estremamente versatile, non potrei fare a meno di lui. Tra qualche giorno le attività prenderanno anche un ritmo più serrato. Serve proprio che ci si organizzi.

Eppure qualcosa non torna ancora. Capita che, anche senza volerlo, guardo in un sorriso e in un rocabolesco salto all’indietro rivedo tutte quelle nubi, sento tutto quel silenzio. Capita che ancora mi chiedo com’è che accade. E in quanti modi diversi. Ancora mi chiedo com’è che, ecco, si torna alla vita.

*… Ti E’ Mai Successo? …*

Ti è mai successo di sentirti al centro
Al centro di ogni cosa al centro di quest’universo
E mentre il mondo gira lascialo girare
Che tanto pensi di esser l’unico a poterlo fare

Sei così al centro che se vuoi lo puoi anche fermare
Cambiarne il senso della direzione per tornare
Nei luoghi e il tempo in cui hai perso ali, sogni e cuore
A me è successo e ora so volare

Ti è mai successo di sentirti altrove
I piedi fermi a terra e l’anima leggera andare
Andare via lontano e oltre dove immaginare
Non ha più limiti hai un nuovo mondo da inventare

Sei così altrove che non riesci neanche più a tornare
Ma non ti importa perché è troppo bello da restare
Nei luoghi e il tempo in cui hai trovato ali, sogni e cuore
A me è successo e ora so viaggiare

Oltre questa stupida rabbia per niente
Oltre l’odio che sputa la gente
Sulla vita che è meno importante
Di tutto l’orgoglio che non serve a niente

Oltre i muri e i confini del mondo
Verso un cielo più alto e profondo
Delle cose che ognuno rincorre
E non se ne accorge che non sono niente
Che non sono niente

Ti è mai successo di guardare il mare
Fissare un punto all’orizzonte e dire:
”È questo il modo in cui vorrei scappare
andando avanti sempre avanti senza mai arrivare”

In fondo in fondo è questo il senso del nostro vagare
Felicità è qualcosa da cercare senza mai trovare
Gettarsi in acqua e non temere di annegare
A me è successo e ora so volare

Ti è mai successo di voler tornare
A tutto quello che credevi fosse da fuggire
E non sapere proprio come fare
Ci fosse almeno un modo, uno, per ricominciare

Pensare in fondo che non era così male
Che amore è se non hai niente più da odiare
Restare in bilico è meglio che cadere
A me è successo, amore, e ora so restare.

[Ti è mai successo – Negramaro]

* … Giro, Vivo … *

Affascinante canzone, il mondo del circo che ha tante poetiche e profonde analogie con la vita… Il profumo di un amore vissuto così brevemente, che non durerà, ma che rappresenta il destino di un cuore che non ha ancora idea di se e dove fermarsi, alla perenne ricerca di un equilibrio, rifuggendo quelle momentanee passioni che però continua a cercare, inconsapevolmente, perchè sa che è l’amore a dare un senso a tutto, nonostante sia impossibile, sconclusionato e senza un futuro…
L’amore come un fiore e quel cuore come una farfalla che si posa su di esso… Buon ascolto!

Dove mi porterà la vita…
Guarda il mangiafuoco
Tutto spettinato
Chiude la bottiglia e manda un bacio

Bacio della sorte
Bacio che promette
Che ritorna e non è mai tornato

Oggi è un nuovo giorno
Oggi si riparte
Scendono le tende cadono bulloni
Pronti a rimontare
Case naviganti
Il mare è il fango tra l’asfalto e il sole.

Rughe d’elefante
Guarda e sputa il lama
Piedi neri, scimmie, noccioline

Carovane lente
Viaggiatori persi
Sotto il trucco non c’è mai un confine

Vendo fantasia
Vendo l’allegria
In equilibrio sopra i vostri occhi

Gioco e vado via
E tutti -mamma mia!-
Vivo sopra un battito di mani.

Dove mi porterà la vita
Prometti e poi dimentica
Che questa strada è infinita
Ma è questa la mia vita.

Giru, bivu
dantzendi asusu e’ unu filu
deu seu comenti coriandulu
ca antia simbillu a un anghelu
istimamì immoi
ca crasi no app’essi innoi…

Litri di gasolio
lampade a petrolio
occhi e bocche aperte di bambini.
Tutta questa vita
Fatta a camminare
Sopra lunghe e vecchie cicatrici.

Troppi brevi amori
Per eterni cuori
Dove batte sempre poco il sole
Dove la poesia
Non la puoi toccare
Ma portarla via per ricordare.

Giru, bivu
dantzendi asusu e’ unu filu
deu seu comenti coriandulu
ca antia simbillu a un anghelu
istimamì immoica crasi no app’essi innoi…

Mille bocche aperte
Tutte a tempo fumano sorrisi
Tutti in un secondo
Sognano e si sentono più vivi
Guarda come sputa il fuoco
E che coraggio il mangiafuoco
Guarda l’elefante
Com’è grande
Dai che costa poco!

Giro, vivo,
in equilibrio su un filo
leggera come un coriandolo
sopra i tuoi occhi che danzano
e amami adesso perché all’alba ripartirò.
E andrò…

Dove mi porterà la vita
Prometti e poi dimentica.