Il Toast all’Avocado

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Noi, quelli della mia età diciamo, saremmo quelli che spendono i soldi per comprare i toast all’avocado, invece di conservarli per comprarci, in futuro, una casa.

Questa cosa l’ha detta un po’ di giorni fa il miliardario australiano Tim Gurner, trentacinquenne, parlando della vita dei giovani d’oggi durante un’intervista in tv. Lui, a diciotto anni, faceva più lavori nella stessa giornata, risparmiava ogni centesimo e si è perso un po’ delle cose che di solito si fanno alla sua età per costruirsi un futuro. Un futuro da più di quattrocento milioni di dollari, al momento.

Quando ho letto l’articolo che riportava questa notizia mi sono sentita un po’ chiamata in causa. A me l’avocado non piace granché, però penso che il tizio abbia ragione. La mia generazione, pare sia quella dei Millennials, non ha conosciuto la fame e i sacrifici che i nonni hanno fatto durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non sappiamo cosa significa non avere a disposizione i beni di prima necessità. Nemmeno quelli di seconda necessità. Siamo continuamente attratti da quelli di terza, quarta o quinta necessità. In pratica, dalle cose superflue.

Che tanto superflue non sono. No, perché senza, ci sembra di non esserci. Pare che il motto sia YOLO. You Only Live Once, si vive una volta sola. Per cui, meglio un costoso toast all’avocado oggi che un appartamento e una famiglia domani.

Oggi c’è la comitiva. C’è la pizza, ma solo se è quella di Tizio o Caio che la fa a regola d’arte con il metodo di una volta e con i prodotti bio e con il fiordilatte che se non è di Agerola allora fa schifo. C’è quel panino super calorico che però almeno una volta nella vita devi mangiare perché il tipo che ha aperto il locale è quello che ha iniziato nella cucina di casa propria a farsi i video mentre cucinava e poi li postava su Facebook. C’è l’aperitivo servito nel barattolo del sott’olio, il gelato che si mangia a partire dal cono, la fetta di torta a mille strati.

Mi sono accorta, ultimamente, che è raro uscire con i propri amici e trovarsi ad andare due volte nello stesso posto. Siamo delle trottole con gli smartphone in mano pronti a correre lì dove c’è la novità del momento.

Mi sono chiesta se sia davvero tanto sbagliato. Insomma, il settore della ristorazione ormai si basa anche su questo. I locali per aperitivi fanno a gara a chi offre la formula aperi-cena più invitante, a chi arricchisce l’ambiente con i dettagli più originali rispetto all’altro. Noi, quelli della mia età, viviamo nell’epoca in cui l’economia gira per cose così.

Mica tutti, poi, pensiamo alla casa e alla famiglia. D’accordo, alla casa forse si. Prima però ci vogliono i soldi, quindi un lavoro e prima ancora dobbiamo finire gli studi. Mentre lo facciamo, siamo bombardati di immagini di stili di vita del tipo YOLO. Per avere una famiglia, serve un partner. Per conoscerne uno che non sia né stronzo, né psicopatico abbiamo bisogno di tempo e di soldi per uscire e recarci in comitive nei suddetti locali. Insomma, è il cane che si morde la coda.

Sì perché, caro miliardario, i nostri nonni non avevano i toast all’avocado, ma all’epoca sposavano la prima persona di cui si innamoravano follemente e quello bastava. A scatola chiusa. Sempre che non si trattasse di matrimoni combinati. Non rischiavano di mollarsi dopo qualche mese di convivenza o di allontanarsi perché a letto non erano niente di che. Il lavoro? Era quello del proprio papà o zio oppure a sedici anni andavano a cercarsi già il primo perché non potevano studiare.

Allora non è che noi non pensiamo alla casa e alla famiglia. Il fatto è che non abbiamo punti fermi. In più ci dicono di vivere qui e adesso. 

E qui e adesso, caro Gurner, pare ci sia soltanto il toast all’avocado.

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Di Delusione, Disinformazione e Disabilità da Singletudine

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Ero già pronta a scagliare anatemi e ad esprimere variopinte opinioni quasi da webete quando, ad una seconda più attenta rilettura di un articolo trovato oggi in rete, ho capito che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui era stato espresso il concetto. Ovvero.

L’articolo è questo: Essere single potrebbe essere considerata una “disabilità” (ma per un’ottima ragione): etc. etc.. Già il titolo fa drizzare le orecchie. In breve, riporta la notizia riguardante una nuova definizione di “disabile” decisa dall’OMS per quanto riguarda la possibilità e il diritto, di chi ne ha bisogno, di ricorrere alla fecondazione in vitro. Nell’articolo si legge:

“Secondo l’attuale definizione elaborata dall’Oms, si considera disabile chiunque sia infertile o non sia riuscito ad avere una gravidanza dopo 12 mesi di sesso non protetto. Ma non solo: anche chi non ha o riesce a trovare un partner sessuale (e quindi non ha rapporti e, di conseguenza, non ha possibilità di concepire) può essere considerato disabile. Il dottor David Adamson, uno degli autori della nuova categorizzazione, ha spiegato che la definizione di infertilità è stata riscritta per essere più inclusiva e per dare a tutti gli individui il diritto di avere una famiglia.”

Come se non fosse bastata già la Lorenzin a farci sentire in colpa, questa sembra in tutto e per tutto un’altra mazzata sulla testa dei single che, non ci voleva un esperto per capirlo, in quanto tali risultano inabili a creare una famiglia. In particolare avrebbero un vero e proprio handicap rispetto a tutte le altre ‘persone normali’ che invece si trovano in una coppia, di qualsiasi tipo. Ad una prima lettura e secondo il punto di vista dell’articolo sembra proprio che, da oggi, tutti i single possono considerarsi disabili. 

A me sembra, però, che la questione sia stata tirata su apposta per creare la polemica. Sì perché un conto è dire che tutti i single in quanto tali sono disabili, inabili a procreare, un altro è dire che può considerarsi disabile anche chi è single e potrebbe voler ricorrere alla fecondazione in vitro per riuscire a creare una propria famiglia. Infatti, non è detto che tutti i single ne vogliano una ad ogni costo.

Porca miseria, c’è una differenza enorme tra le due frasi, no?!

La doppia implicazione, in un concetto del genere, è sbagliata. Non ci vuole un genio per capirlo e penso che l’articolo avrebbe messo molta meno rabbia e indignazione in giro per il web se semplicemente fosse stato scritto con più attenzione.
Io sono stata tra quelli che, ad una prima lettura, sono saltati dalla sedia. Non saprei dire, però, in quanti poi con buonsenso hanno pensato che l’OMS non poteva aver davvero detto una cosa del genere, con tutte le conseguenti implicazioni.

Questa cosa mi ha fatto riflettere. Quante altre volte la cattiva informazione fa leva sugli impulsi del momento per dare visibilità ad un argomento o ad un fatto accaduto scatenando reazioni che poi, abbiamo visto, causano danni irreparabili?

Tante. In realtà questa non è nemmeno più una novità.

Quel che davvero mi ha turbata, però, è un altro aspetto della questione. Quanto, ormai, ci aspettiamo, ogni giorno, di rimanere delusi, di arrabbiarci e indignarci sconvolti da una notizia qualsiasi, da una nuova scoperta, da una tendenza, dalle parole di un personaggio, insomma, dal mondo che ci circonda? In quanti aprono un social già pronti a scatenarsi contro qualcuno o qualcosa, soltanto perché ormai tutto fa schifo e ogni cosa è opinabile e attaccabile, che ormai l’umanità sta andando a rotoli e quindi meglio dire la propria, visto che si può?

Per di più questo modo di fare non appartiene nemmeno solo al virtuale. Si sta diffondendo l’idea che lasciarsi guidare dagli impulsi, in una società così frenetica e vuota, sia la cosa più saggia, l’unica possibilità che si ha per sopravvivere al suo interno. L’impulso spinge a cercare gratificazioni e se queste mancano allora si passa all’attacco per difendere quel poco di sé non ancora macchiato dalla delusione.

Ci si aspetta così tanto di esser delusi che si fa una fatica bestiale a fidarsi di chiunque, mentre magari si potrebbe cercare la verità sotto le ceneri delle parole scritte apposta per bruciare fin troppo in fretta. A questo proposito vi lascio una citazione del film Disney ‘Saving Mr. Banks’,  che racconta la storia della nascita del film su Mary Poppins e della tenacia che Walt Disney ha impiegato per convincere l’inventrice della storia della famosissima tata a fidarsi di lui, parole che da giorni mi girano per la testa e che forse un po’ hanno salvato anche me.

“Sig.ra Travers: E’ venuto per farmi cambiare idea, vero? Perché io mi sottometta…
Walt: No. No. Sono venuto… perché lei mi ha giudicato male.
– In che senso l’ho giudicata male?
– Lei guarda me, e vede una sorta di Re Mida Hollywoodiano. Crede che io abbia costruito un impero, e voglia la sua Mary Poppins per aggiungere un mattone al mio regno.
– E non è così?
– Beh, se fosse soltanto questo avrei inseguito una donna scontrosa e testarda come lei per vent’anni? No, mi sarei risparmiato un’ulcera. No, lei si aspettava che io la deludessi…e ha fatto in modo che accadesse. Beh, io credo che sia la vita a deluderla, signora Travers. Credo lo abbia fatto spesso, e credo che Mary Poppins sia l’unica persona nella sua vita a non averlo fatto.”

Palloni Di Percorso

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Una goccia di pioggia sul naso.

Fine della passeggiata. 

Avevo deciso di allungare il tragitto a piedi verso casa passando per il parco, con l’intento di rilassarmi un po’ all’ombra degli alberi e finire Narciso e Boccadoro che mi trascino dietro ovunque da settimane ormai. Nemmeno mi ero accorta che il parco era quasi vuoto in realtà, qualcuno più accorto prima di me doveva aver notato già che di chiazze chiare nel cielo ne erano rimaste ormai poche. C’erano solo dei bambini che giocavano e una madre che cercava di riacciuffarli per andar via, ignara del fatto che erano troppo occupati a trovare un altro ramo uguale a quello che avevano già in mano, per ascoltarla. Sembrava una questione davvero tanto seria e importante per loro, molto più del tornare a casa.

Mentre camminavo verso l’uscita ho visto un pallone rotolare velocemente verso di me e sovrappensiero ho allungato una gamba per fermarlo. Con la coda dell’occhio avevo notato il suo piccolo proprietario abbastanza distante da dove mi trovavo io, ma già intento a correre per riprenderlo.

Il pallone rimbalzando su di me cambia traiettoria.

Finisce nel fango.

Sbarro gli occhi e mi dileguo in fretta mentre sento il bambino che dice -Mamma! Mamma! Si è tutto sporcato di fango!- e lei che lo richiama a sé rispondendo che l’avrebbero lavato alla fontanina lì vicino.

Sono uscita dal parco riflettendo sul fatto che a volte le cose devono solo andare per il loro verso e non bisognerebbe mettersi in mezzo rischiando di fare pure più danni nel tentativo di evitare quelli già previsti. Anche se per affetto si vorrebbe poter risparmiare delle fatiche inutili a chi ci sta intorno perché come si dice la calma è la virtù di chi non è coinvolto, alla fine ognuno deve andare a riprendersi quel che ha perso da solo, non importa quanto lontano sia finito e quanto invece vorremmo con tutta l’anima che non sia così.

picture by Amanda Cass

Gioco – La Musica Del (Più o Meno) Buonumore

Grazie ad Erik che mi ha nominata per questo tag musicale ideato da Gloria (ghbmemories.wordpress.com), a cui ho deciso di partecipare perché in effetti mi sono resa conto che non ho mai parlato di musica così in generale ed è solo in questi giorni che mi ci sto riavvicinando, dopo un lungo periodo durante il quale avevo abbandonato le cuffiette del mio mp3.

Dunque, il gioco consiste nello scegliere 5 brani che rappresentino emozioni e stati d’animo positivi e spiegare le motivazioni di tali scelte.

Facendo un po’ mente locale ho notato che tutto ciò che so sulla musica è legato non solo ad emozioni e periodi della mia vita, ma anche a delle persone. Sono pochi gli artisti e i brani che ho conosciuto da sola, la maggior parte li ho scoperti grazie ad altri, che poi di solito sono (e sono state) persone importanti per me. Spesso mi è capitato anche di non ascoltare più un genere o un brano perché si erano allontanate da me e poi nel tempo li ho fatti miei di nuovo, lasciando andare il resto. Così impegnandomi a far pace con il mondo ultimamente mi sono riconciliata finalmente anche con la mia musica preferita. Ecco i cinque brani che ho selezionato…

1.  Save Tonight – Eagle Eye Cherry

Di questa canzone sono innamorata, qualunque motivo riesco a trovare per spiegarne il perché è sempre riduttivo. In particolare amo il video, in cui pian piano si scopre che è il cantante stesso l’attore di ogni personaggio il che mi ha sempre fatto pensare alla legge dell’attrazione e al modo in cui gli eventi si incatenano tra loro per far si che ci troviamo sempre esattamente dove dobbiamo essere. L’ho conosciuta, così come la maggior parte delle canzoni che conosco, grazie a mio fratello e mi ricorda i tempi in cui guardavamo MTV insieme mentre facevamo i compiti per il liceo e lui già ne sapeva molto più di me riguardo la storia del rock. Ancora non mi sono messa in pari.

2. The Best Damn Thing – Avril Lavigne

Avril è una delle poche cantanti che ho scoperto da sola e ci sono praticamente cresciuta insieme, fin da quando avevo undici o dodici anni. Ogni sua canzone è importante per me e visto che non sapevo quale scegliere, ho pensato di riportare qui quella che ha ispirato il nome di questo blog 🙂

3. Love Song – Sara Bareilles

Ho riportato questa canzone qui perché è la sua più famosa e una delle mie preferite. Ho conosciuto Sara Bareilles grazie al mio amico Zeph che si è pentito ormai di avermi passato i link con le sue canzoni giacché non smetto ancora di ringraziarlo, ma lei è davvero fantastica e tante altre sue canzoni mi hanno aiutata a superare momenti difficili…

4. Because the Night – Patti Smith, Bruce Springsteen, U2

Signori, alla quarta canzone il gioco si è fatto duro per me. Nel senso che non so davvero più scegliere. Ce ne sarebbero tante, da quelle che ascolto quando sono triste, ad altre che mi ricordano momenti vari… Poi ho pensato che ci volesse qualcosa di classico e di .. forte. Una di quelle che fanno scoppiare le vene. Because the Night è una delle mie canzoni preferite da sempre, ma non mi decido mai su quale versione cantata da chi. Allora ho trovato questa in cui ci sono i due suoi più grandi interpreti e gli U2. Beh, meglio di così! Da brividi.

5. Poison Love – Claseria

Questa l’ho scelta perché è l’ultimissima scoperta che ho fatto e la adoro. E’ la colonna sonora della scena finale del film La Teoria del Tutto, basato sulla storia dell’astrofisico Stephen Hawking. Al cinema ho dovuto mettercela tutta per non finire rovinosamente in lacrime, tanto che mi emozionai… Bellissimo film e melodia stupenda. Anche il video è interessante, una ragazza si innamora di colui che rappresenta la Morte, ma ricambiata scopre che ovviamente qualunque cosa lui tocca muore o invecchia in fretta per cui non possono amarsi. Lei pensa che l’unico modo per stare insieme è lasciarsi morire. Lui nel frattempo decide di lasciare a qualcun altro il proprio ruolo pur di raggiungerla, ma il finale della storia è lasciato all’immaginazione…

Le regole prevedono adesso che nomini altri 5 blog per far proseguire il gioco. Sono curiosa di leggervi, se vi va 🙂

pantufl90.wordpress.com

http://iansaiin.com/

https://tuttoilmondoateatro.wordpress.com/

https://venereisterica.wordpress.com/

https://dovebatteilcuore.wordpress.com/

ComeDiari#1 In Disordine

Io provo a mettermici dentro, ma mi cascano da tutti i lati. Le tue paure mi stanno grandi. Le mie, invece, ti starebbero così piccole, nemmeno le vedi e per non dovermele poi rappezzare non te le ho mai fatte notare.
Mentre mi insegnavi a dare nomi alle nuvole non mi hai mai una volta detto come si fa a proteggersi dalla pioggia. Adesso so chiamare i tramonti con i loro colori e per le lacrime occorre che ne inventi di nuovi. Abbiamo dipinto il mondo e rincorso ogni curiosità, ti ho dimostrato di saperle afferrare pure. Tu ti sei fermato, non a caso esiste un’età in cui si diventa luce attorno la quale son loro a raccogliersi per guidare, magari lì dove neanche la mente sa come andare. Io invece corro ancora, inseguo ogni direzione e poi oltre, ad ogni bivio, salita, mentre quasi non mi osservi più, come se questo davvero avesse il potere di fermare il tempo.
La sua linea, come me, non si arresta. Ci divide. In qualche punto si dirama creando grovigli così fitti che solo un bravo equilibrista saprebbe seguirli, mentre tutti gli altri cascano qua e là provandoci e chiedendosi com’è che si diventa adulti migliori. Non è più giusto comprendere del ribellarsi e se un modo c’è per arginare l’egoismo, sono certa si tratti solo del cercar di non fare del male a nessuno.
Smetterei di metterti in disordine le paure se mi lasciassi raccontare cosa mi sono inventata, per colorare anche te.

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Giuro Solennemente Di Non Avere Buone Intenzioni

A me la storia che in WordPress ci lavorino i folletti all’inizio non è che mi aveva convinta tanto, poi mi sono ricordata che il mio nick non è altro che il nome di una fata e diciamo ci ho ripensato su. Anzi, mi sono sentita quasi in famiglia. Ah proposito di famiglia, sempre WordPress dice che i due post più letti quest’anno sono stati quelli scritti l’anno scorso. No, no, lo so, non è normale, per niente. Ohana, che parla appunto di famiglia e Una Cosa Bella E’ Una Gioia Per Sempre che parla d’amore. E giusto poi per mettere il dito nella piaga suggerisce di scrivere di più su questi argomenti, hai visto mai che alla fine del 2015 i folletti troveranno che i post più letti sono quelli scritti proprio nel 2015. Divertente cari folletti, davvero divertente, ha-ha.

Famiglia e amore. Che poi non credo conti tanto ciò che scrivo io quanto ciò che cerca chi ha voglia di leggere. O chi va su google per soddisfare qualche curiosità su Keats. In ogni caso il suggerimento me lo tengo, anche perché sono temi in cui finisco spesso. Quest’anno poi si può dire ci sia più che altro inciampata, caduta e rotolata su, forse affinché capissi che ho la testa più dura di quanto pensavo, ma anche per imparare a rompermi, credo. Si perché avete presente i crash test delle auto? Si è dimostrato che più è rigida la carrozzeria, più chi è all’interno rischia di farsi male davvero. Se invece riesce ad assorbire gli urti deformandosi, distruggendosi, entro un certo limite ovvio, allora è più sicura. Forse siamo fatti anche noi così. E’ sempre una questione di equilibrio. Devi cascare per rialzarti, circondarti di buio prima di far caso anche alla luce. Il restare in bilico, il grigio non è fatto per chi ha voglia di comprendere e di vivere e soprattutto tracciare la propria personalissima strada. Non ricalcare quella di qualcun’altro, non scopiazzarla dai discorsi sentiti in metro. La propria e basta.
E così se penso alla parola famiglia adesso associo quella cambiamenti. Quelli nelle persone. Cambierà anche la casa, la città. Si aggiungerà ancora qualcuno, si sentiranno un po’ più lontani altri. Io dovrò trovare il mio spazio vitale in tutto questo. E’ una sfida che mi guarda dritta negli occhi e il mio viso non nasconde un po’ di timore non appena distolgo lo sguardo. E’ normale forse. Sono certa almeno del fatto che per star bene con gli altri devo star bene con me stessa prima.
Riguardo l’amore mi viene in mente silenzio. Credo si sia messo buono buono in un angolo, al caldo, che sta perfino nevicando qui, che se nevica qui è davvero un fatto straordinario credetemi, ha finito le parole ed è pure abbastanza confuso. Ogni tanto abbraccia un cuscino e si perde a pensare. Vorrebbe trovare la propria briciola di mondo da cui brillare liberamente e nel frattempo si accontenta delle luci natalizie. Desidera specchiarsi di nuovo negli occhi che hanno saputo guardarlo davvero o anche soltanto farsi saggio, come piacerebbe ad Hesse.

Di liste e propositi per i nuovi anni non ne ho mai fatti. Al massimo mi dico quali sono gli obiettivi da raggiungere volta per volta. Siccome l’anno scorso è cominciato male come non mai e qualche obiettivo è rimasto in coda nonostante le buone prospettive, quest’ultimo giorno di dicembre ho deciso di cambiare strategia per il nuovo anno e rifacendomi al motto che serviva nel terzo libro di Harry Potter per svelare la Mappa del Malandrino che serviva a cavarsela in circostanze spinose,  giuro solennemente di non avere buone intenzioni.  

Ecco.

Che poi è un po’ come augurarsi di avere coraggio e spirito di intraprendenza, voglia di fare e di rischiare.

Grazie bloggers che ancora mi sopportate (si, sempre i folletti me l’hanno riferito) e auguri affinché possiate avere il coraggio che vi occorre per essere semplicemente e straordinariamente voi stessi.

Ps: numeri a parte cari folletti vorrei sapere perché in tutti i blog nevica e nel mio fanno vere e proprie bufere. Bah.

Vieni In Libreria Con Me

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Appena entrata mi sono fermata, giusto un attimo prima di decidere da che parte andare. Soltanto quando sono arrivata più o meno al centro della libreria, tra tutti gli scaffali, mi sono accorta che i miei due compagni-di-passeggiata-approfittiamo-del-coupon-sconto erano spariti. Mio padre, alla mia sinistra, era già immerso nel reparto Gialli, mia madre invece era partita dritta verso Filosofia Orientale. Entrambi già presi, concentrati. Io ho cercato Bach, tanto per cambiare. Ormai è una specie di rito, una visita di cortesia al pezzo di mensola che reca il suo cognome. Puntualmente non trovo quei due-tre libri che non ho e prima o poi mi deciderò ad ordinare su internet direttamente, ma ci vado lo stesso.
Di solito non entro mai in una libreria senza avere già in mente un titolo, un libro che desidero in particolare. Finisco per perdermi. Spesso invece mi capita di cercarne una per il gusto di passeggiare tra gli scaffali, prendere qualche opera che attira la mia attenzione, leggere trame, lasciarle gironzolare nella testa. Il profumo della carta fa tepore in inverno, ma ti abbraccia dentro comunque, in qualsiasi altro momento.
Un piccolo punto di partenza l’avevo però, iniziare da uno degli ultimi autori che ho letto. Non proprio l’ultimo perché di solito non riesco a leggere due libri dello stesso autore uno dietro l’altro. E’ come se rischiassero di mischiarsi, contaminarsi. La lettura di un libro non termina mai con l’ultima pagina. Per qualche giorno ancora la storia vive nelle immagini di luoghi, nelle sensazioni provate. Ogni viaggio quando finisce pretende ancora un po’ di tempo per sé, prima di lasciarti tornare a casa.
Ho raggiunto Dostoevskij. Alla mia sinistra mio padre era già sparito, alla mia destra il Dalai Lama mi guardava di traverso. Dimmi in quale reparto della libreria ti piazzi e ti dirò chi sei. Invece di concentrarmi sulla mia ricerca, guardavo le altre persone, su quali scaffali indugiavano, quali libri sfogliavano. Come se il posto in cui si cercano risposte dicesse tutto di sé. Aleggia una strana sensazione di rispetto, cortesia, ognuno preso a specchiarsi in qualche copertina e attento a non disturbare la ricerca di altri. Ho cercato di nuovo con lo sguardo i miei compagni di serata, si erano già ritrovati. Non sono sicura di quale sia stata la reazione di Osho alla vista di Simenon, ma poco dopo s’è posto Il Giocatore in mezzo, a separarli. Che avrebbero potuto avere qualcosa da ridire sul finire insieme sullo stesso scaffale dopo una vita intera trascorsa ad osservare due mondi completamente diversi, ai lati opposti di una grande libreria.

 

What If You Fly … ?

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Ho provato a capire, e ho capito solo che avrei dovuto ancora sopportare. Ho provato a parlare, ma le mie parole si sono rese conto di andare incontro ad altre che credevano già di sapere, invece che ascoltare. Dicesi giudicare. Ho provato a difendermi e la tempesta allora ha alzato di più la voce e ho chiuso di nuovo gli occhi mentre mi bagnava il viso. Ho provato a scappare, ma mi avevano già vista. Figurarsi il tentativo di nascondermi come è andato. Poi ho capito che i sorrisi non possono che nascere da dentro se stessi. E che bisogna prendersene cura. Con calma, per conto proprio. Perché appunto, se proprio si tratta di scegliere allora preferisco volare.

*… Semplice, Ma Non Troppo …*

Ecco, tanto per cambiare, riflettevo. Troppe cose che non riesco a capire. Troppe domande. Nessun senso di pace interiore, energia cosmica e/o pensiero minimamente zen che mi tenga ferma in un solo posto, che plachi la confusione o la distragga con qualche gioco di prestigio. Che la tenga buona per un po’ per darmi modo di dedicarmi anche ad altro. Che mi faccia star bene abbastanza da far trascorrere almeno una giornata senza che controlli di continuo l’ora. Come se avessi paura di perdere qualche risposta che magari potrebbe passare proprio in quel minuto, a bordo di quel vento che le foglie trovano divertente, ma i miei pensieri no.

Mi sono ritrovata a parlare con dei perfetti sconosciuti dei dubbi che ho, presi a caso tra tutti quelli che aspettavano con me il passare di qualche parola risolutiva, che fosse convincente abbastanza da portare i passi verso un’altra fermata, quella successiva di solito. Si perchè ne vedo diversi a volte che invece scelgono di tornare indietro trascinati da curiosità che il passato tende sempre a nascondere tra i cassetti della cucina come una persona anziana spaventata dall’idea che nessuno vada più a trovarla nell’ansia di dover correre tutti in avanti, chissà dove. Che, nel dubbio, ‘avanti’ è giusto, fa tanto pensiero positivo. Ho provato a parlare con loro, a far domande, nella possibilità che qualche risposta l’avessero beccata già prima di me, ma invano. Hanno compreso e condiviso ciò che avevo da dire ma poi sembrava non ne sapessero più di me. Le ho salutate e sono andata avanti per conto mio ancora guardandomi intorno. Nel caso arrivasse un’indicazione qualsiasi. Mura di altre case raccontavano di ciò che è stato, ma non hanno saputo dirmi se quello fosse il posto giusto dove restare e se si, per quanto tempo. Così come vorrei sapere quanto tempo bisogna restare in una certezza prima che diventi pregiudizio.

Esistono confini nella comprensione? Cioè, arriva un punto in cui c’è da pensare ti ho compreso fin troppo adesso vorrei essere compresa io come se si trattasse di un senso unico alternato, oppure è un qualcosa che viene dallo stesso posto dal quale viene l’amore che vive dell’esser dato soltanto? Ho perso il conto delle tempeste nelle quali sono finita insieme a persone che ho qui intorno che invece di risposte cercavano in ogni modo di togliersi le responsabilità delle proprie scelte. Chiamano incomprensione ciò che io ho imparato ad identificare come vittimismo. Allora poi nel bel mezzo di una tempesta ci sono finita da sola, questa volta non in senso metaforico, il mio spavento è finito prima di lei e mi sono resa conto che ogni cosa che accade al di fuori di noi, dietro ai nostri occhi può diventare tutt’altro.

Quindi è vero che le persone possono fare delle scelte e che queste in qualche modo possono far male agli altri. E’ anche vero però che il ferirsi o meno quando arrivano troppo vicine dipende molto da se stessi. Allora se il tutto si riduce ad una dimensione così personale, così compresa nei confini della propria testa, io credo che la questione diventi com’è che io vorrei essere. E’ ovvio che qui io rifletto soltanto e non è detto che sia tutto così facile, anzi. Si reagisce d’istinto il più delle volte. So che non voglio diventare diversa da ciò che sono per colpa di altri che hanno deciso di andare avanti per la propria strada armati fino ai denti pronti a prendersela perfino con chi non potrebbe mai fargli del male, come me. E se occorre difendersi, come si può capire? E così ogni cosa va in frantumi. Le tempeste distruggono.

Intanto che aspetto risposte, immagino. Io immagino che esista una specie di equilibrio nel quale certe cose come l’amore e la comprensione trovino essenza e vita nell’esser date mentre si rinnovano per ripartire con più forza quando vengono accolte e ricevute. Niente di platonico o a senso unico. Non si pretendono, non si chiedono e meno ancora, si elemosinano. Piuttosto, se tutto ciò nasce spontaneamente allora le persone intorno a sé sono quelle giuste, per una chiacchierata sotto ad una pensilina o perfino, magari, per viaggiare un po’ insieme. E cavolo, quanto ho da imparare ancora.

*… 300 km/h …*

Si voltò e vide il proprio riflesso nel vetro del finestrino. Le piacquero i propri capelli poggiati in quel modo sulla spalla destra. L’intento in realtà era quello di guardare fuori. Il display lì di fronte continuava a vantarsi di quel numero così grande e lei voleva a tutti i costi capire. Voleva capire quel numero. Voleva rendersi conto di quanti fossero davvero 300 km/h. Possibile mai che stesse andando forte quanto una Ferrari e tutto ciò che riusciva a percepire fosse un dolce e sicuro dondolio? Sapeva, si, di tutti i motivi per cui non poteva che essere così, ma cavolo non potevano aver creato un sistema così perfettamente ovattato che oltre che dai sobbalzi, da spiacevoli conseguenze del moto inerziale e dal possibile perforamento dei timpani, tenesse al sicuro anche dal provare un qualche brivido. Perciò iniziò a concentrarsi su qualunque cosa fosse anche leggermente illuminata per cercar di fissare nella mente quanto poco tempo poteva passare tra il vederne una e l’altra successiva. Almeno.

Una cosa però l’aveva capita. 300 km/h erano abbastanza per lasciarsi indietro qualsiasi pensiero troppo pesante da riuscire a correre veloce così. Peccato che ne accorse soltanto quando li vide tutti lì sulla banchina organizzati in un comitato di bentornata a casa, anche se ebbe il sospetto, per un momento, che se solo il suo soggiorno fuori città fosse durato un po’ in più quelli di certo avrebbero trovato un modo per partire e raggiungerla. Pesanti proprio in tutti i sensi. La maggior parte erano domande. E poi dubbi, paure. Ovunque si girasse vedeva cose che stavano cambiando per non tornare ad essere mai più le stesse che conosceva. Quel mai lo metteva lì lei delle volte, altre spuntava fuori dal nulla, o da una lacrima. E lei? Doveva cambiare anche lei? Doveva litigare ancora o fregarsene o trovare un qualche equilibrio o essere se stessa o fare la prima cazzata che le veniva in mente o chissà cos’altro? Desiderava follemente un abbraccio, ma intorno a sé non aveva le braccia giuste. Non erano risposte ciò che cercava. Sperava solo che potesse tenerla abbastanza forte da evitare che il vento se la portasse via. Dentro di sé poi avrebbe trovato tutto il resto. A quei pensieri le batté forte il cuore.

Fece pure parecchio rumore, perché si ritrovò a riaprire gli occhi che nemmeno s’era accorta di averli chiusi. Si guardò intorno e le parve che per fortuna nessun altro avesse sentito.

Giusto in tempo.

Il display le suggerì con gentilezza di tenere una sciarpa a portata di mano e le diede l’arrivederci sperando di rivederla al prossimo viaggio. Lei sperò di poter viaggiare più spesso.

Sorrise, infine, lanciando un rapido sguardo ai bagagli per esser certa di averli tutti a portata di mano pochi istanti prima di scendere dal treno. Per non dimenticare nessuna delle poche importantissime cose che portava sempre con sé. La fece sentir bene l’idea che da quel momento in poi sarebbe stata più consapevole del fatto che, sulla soglia di qualsiasi piccolo o grande cambiamento, avrebbe potuto semplicemente fare la stessa identica cosa.

 

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