Il mistero del pastore

Stacco per l’ultima volta la spina alle lucine che infondono l’atmosfera calda nella scena e immagino i figuranti inanimati scambiarsi uno sguardo di intesa generale, è il momento, si smonta tutto.
Ammetto che quest’anno ho faticato a mettere su il presepe, forse per il significato diverso che la festa ha assunto per me e per il fatto di doverlo fare da sola, però avevo letto un articolo secondo cui quello religioso è solo uno dei motivi per cui allestirne uno. Sul piano spirituale rappresenterebbe quel che si ha dentro e il bambino appena nato non è che il Sole bambino che nasce con il solstizio d’inverno e che ci promette la vita e la primavera, mentre intorno a lui il mondo si affaccenda a combattere le difficoltà di sempre. Sul piano materiale sarebbe la riproduzione di un pezzo di Universo, un affresco della realtà. Quest’anno avevo deciso di tirar fuori dalle scatole solo i miei pastori preferiti. Ogni pastore ha la sua scatola su misura e per ricordarsi dove riporlo, alla fine delle feste, dentro ad ognuna c’è una piccola descrizione, scritta a mano dal membro della famiglia che per primo si trovava a farlo. Ne apro una e ritrovo la calligrafia morbida di mia madre pastorella con il pane. Facile, la trovo al primo piano dell’unica casetta e la ripongo nella sua custodia comoda. Con lo stampato grande di mio fratello trovo BUE, che intanto stava scommettendo con Asino su chi dei due sarebbe andato via prima dalla mangiatoia quest’anno. Il pastore nero con anfora nel cesto è quello con la descrizione più lunga e scritta in piccolo da mio padre. Ne apro un’altra e trovo con la stessa calligrafia pastore con piatto di rame. Guardo sul presepe e ho un attimo di smarrimento. Non so chi sia. Li guardo uno ad uno. Non è il Cuoco che in mano ha un mestolo. Non è il pastore con il pentolone che cucina qualche sorta di street food dell’epoca per strada. Lo zampognaro e il falegname scuotono la testa con fare ovvio. Boh. Vado avanti. Lo troverò per esclusione mi dico. La Madonna rientra prima di San Giuseppe e tiro giù dal soppalco della mangiatoia il pastore che dorme che io adoro perché si narra che il presepe sia frutto di un suo sogno e il tutto prende un’affascinante piega metafisica, tutto è reale e niente lo è. Uno alla volta inscatolo gli altri miei preferiti: il pastore ubriaco con il fiasco, per il quale allestisco una tavola di assi di legno poggiate su dei barili, quello che tira un asino piantato con le zampe a terra e il pastore con il fagotto sulle spalle e l’aria smarrita, non sa dove si trova e in quale locanda andrà a cercare un po’ di calore e tanto vino. Le pecore si riuniscono nella scatolina di plastica e il presepe ormai è quasi vuoto. Nei pressi della locanda, all’angolo della strada, è rimasto un uomo con la barba bianca e una tunica blu. In mano ha un piattino con poche monete dentro. Mi è sempre piaciuta la sua aria elegante e gentile. Sei tu il pastore con il piatto di rame, quasi gli dico divertita dal piccolo mistero che ha avvolto il momento noioso e faticoso del rimettere tutto a posto. Fosse stato per me avrei scritto pastore che chiede l’elemosina, più chiaro, non credi? Mi guarda placido e silenzioso. Insomma a me non era mai sembrato importante di cosa fosse fatto il piatto. Lo ripongo nella custodia con calma e sorrido, lui sembra quello meno affannato e smarrito di tutti e penso che stia lì davvero il mistero. Alla prossima, dico, tra me e me.

La notte della zucca

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Tolgo il coperchio alla zucca e poggio la piccola candela da thè bianca al suo interno. Prendo uno stecchino lungo e trasferisco allo stoppino il fuoco di un accendino. Chiudo il coperchio e osservo l’intaglio del volto di un Jack Skellington illuminato che spero faccia paura alle mie paure stasera. Lo sistemo sul mobile sul balcone rivolto alle strade deserte e sento di agguantare quella minima stilla di magia che ha resistito ai casini di questa settimana. Devo guardare parecchi balconi più in là della palazzina di fronte prima di trovare un bagliore arancione che sembra un’altra zucca accesa. Il mio Jack quest’anno ha un po’ di compagnia.

Avrei voluto poter prendere decisioni difficili immersa però nella massa fluida delle piccole certezze che si chiamano presenza, indipendenza, serenità e sostegno di cui in genere sono composte le famiglie. Invece qualche giorno fa il mondo mi è sembrato essere di nuovo quel castello di carte senza legami tra le cose, che può crollare nei modi più disparati ma spaventosamente semplici, tanto da non sentirsi più al sicuro nemmeno nella propria mente. Ci sono momenti in cui le mie certezze, quelle che ho costruito a fatica, mi sembra che siano bugie. Così come sembrano mentire i colori dei fiori a cui piace sbocciare proprio mentre le foglie cadono e mi viene il dubbio che siano loro ad approfittare del vento per lasciarsi andare, invece di subirlo e basta. Allora mi chiedo se il vento nella testa non serva a far cadere i pensieri ingialliti, se forse è il caso di approfittarne per buttarli giù e ricominciare daccapo.

Avrei voluto che i miei genitori mi avessero mostrato come si invecchia. Quando domattina porterò la mia zucca di nuovo in casa avrà delle rughe nei tagli che ho fatto. Avrà fatto il suo lavoro, così come ci si aspetta da qualcosa o qualcuno che vorremmo ci proteggesse a volte anche da noi stessi. Invece per una sola notte all’anno mi sento al sicuro, mentre una fiammella sfida per me il buio, il freddo e la nebbia della notte di Halloween.

Zucchero e caffé

In queste ore gira sui social una frase ironica che dice più o meno così visto che si può viaggiare solo all’estero allora ne approfitto per portare zucchero e caffé alla Regina. Si riferisce ad una usanza delle mie parti, quando c’è un lutto si fa visita alla famiglia di chi è mancato portando in dono pacchi di zucchero e caffé. Ricordo che quand’ero piccola i miei facevano questo tipo di regalo ai miei nonni anche in altre occasioni. La cosa che sempre, sempre mi faceva innervosire è che perdevano tempo ad incartarli, di solito con la classica carta bianco avorio a pallini dorati, mettevano il pacchetto in una busta e poi una volta arrivati a destinazione annunciavano ti ho portato un po’ di zucchero e caffé.
Nella mia testa avveniva un cortocircuito. Guardavo mia madre o mio padre e poi il pacchetto sul tavolo e viceversa. Non capivo perché lo incartavano se poi dovevano puntualmente svelare il contenuto del pacchetto. Mi dicevo che forse non era così entusiasmante da scartare e quindi gli evitavano la delusione, pur facendolo sembrare un regalo.

Sarà per la chiusura forzata in casa e quindi la mancanza di altri contatti umani, ma la morte del Principe Filippo insieme alle dichiarazioni della Regina è stato la mia forza me li ha fatti percepire per un momento come dei nonni e nulla più. I miei nonni sono mancati ormai molti anni fa, mia madre quasi due anni fa e a volte mi perdo ad immaginare le vite di chi ancora ha una grande famiglia, con i lunghi pranzi della domenica, le chiacchiere tra donne in cucina mentre i maschi si appisolano sul divano fino al momento del dolce, preceduto dall’arrivo del caffé. Ogni tanto sento il vociare proveniente da altri appartamenti, specie quando alcuni si riuniscono sui balconi a fumare.
Mi chiedo come riescono alcune famiglie a restare unite, mentre altre si slegano, semplicemente, anche senza chissà quali conflitti interni. Mi dico che forse è perché vengono a mancare le persone che fanno da collante con tutte le altre.

Ci svegliamo un giorno in un mondo completamente diverso da quello che conoscevamo e perdiamo l’identità che avevamo avuto fino a quel momento, per cui cambiano i ruoli, i rapporti e le dinamiche tra i membri della famiglia. Insomma, mi manca quella sensazione che qualsiasi cosa accada, andrà tutto bene. Perché si parla e non c’è nemmeno bisogno di chiedere aiuto. Le cose si fanno insieme e non ognuno per fatti propri, per poi raccontarsi solo quel che serve a mantenere il ricordo di ciò che eravamo. Sembrano esistere dei protocolli da famiglia reale perfino nelle vite di noi sconosciuti, tacite procedure se succede questa cosa o quell’altra che poi non è nemmeno apparenza, ma un non saperlo fare diversamente, risultando come affetto che viaggia distorto e gesti che non proteggono più di tanto dal freddo.

Il Principe e la Regina si sono separati dopo più di settanta anni insieme e non importa quanti protocolli reali staranno lì ad infagottare tutto o quante lacrime saranno sincere, è mancato un nonno, anche se Reale. Anche uno dei miei era del ’21, ma avrebbe già compiuto cento anni. Però non credo che alla Regina avrebbe fatto piacere il caffé.

Più semplice.

Sul gruppo Facebook della mia cittadina oggi si è scatenata una mezza rivolta, alcuni accusavano altri di esser diventati all’improvviso cristiani praticanti soltanto perché la Chiesa è l’unico posto oltre al supermercato dove si può andare in questo periodo, che così facendo non ne usciremo mai, che Dio ci ascolta pure dallo sgabuzzino di casa nostra e così via.

Sarà una Pasqua con pochi simboli. Pare non siano state distribuiti rami di ulivo benedetti, per non parlare dell’acqua. L’altro giorno volevo comprare qualche decorazione primaverile al negozio dei cinesi, come dei rami di ciliegio finti o qualcosa del genere, ma non erano considerati beni di prima necessità ed erano circondati da del nastro rosso e bianco come quello delle scene del crimine. Poco più in là una signora sulla settantina avvolta in un cardigan bianco peloso stava chiedendo al commesso senti, ce l’hai il ruoto per il tortano? Il tor-ta-no. Il commesso aggrottando la fronte le rispondeva ruoto per torta, no?
Il ruoto per il toorta-no.
Si, ruoto, no torta?
E più o meno sono andati avanti così per un tempo indefinito finché la signora non ha iniziato a chiedere del pelacarote stavolta affidandosi a dubbi gesti. Io mi sono regalata un uovo di cioccolata fondente e domani mi infilerò tra ricette, impasti, uova e mattarelli perché certi profumi ti fanno stare bene anche se hai solo, o già, trentanni.

Quando ricordo che si tratta della seconda Pasqua in lockdown non posso fare a meno di pensare che non solo questo della pandemia non è per niente quel problema che l’anno scorso credevamo passeggero, ma che sta lasciando un segno, da qualche parte, non saprei dire bene dove. Forse qualcosa che non ci sembrerà più naturale come prima. Quand’ero piccola e c’era la Via Crucis alla tv mi piaceva la parte in cui ripetevano le cose in tutte le lingue. Sembrava davvero di essere in compagnia di mezzo mondo mentre mia madre impastava il tortano e mio padre tagliava formaggi e salumi da metterci dentro. Tutto il resto della cerimonia lo ascolto ogni anno perché spero sempre di capirci qualcosa, di prendere alla sprovvista quel senso, quella sfumatura che penso dovrei saper cogliere ma mi sfugge.

Quest’anno sono andata alla ricerca delle origini precristiane della Pasqua. Il senso è sempre quello. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di celebrare questo momento in cui la Natura si risveglia, il Sole è più caldo e le giornate più lunghe. Ci sono leggende, dei e dee, uccelli feriti trasformati in conigli che regalano uova in segno di riconoscimento, uova che significano rinascita. Insomma storie semplici che per il momento mi bastano.

Delle storie complesse non ne posso più. Questa situazione di emergenza mi ha aiutata a semplificare. Persone che sono sparite perché si sono accorte di avere una famiglia, altre che erano lì per tutti i motivi fuorché quelli davvero importanti, consuetudini cancellate dalla necessità di distanziarci. Ho tolto chili, delusioni, attese, incomprensioni, abitudini e sto cercando di distanziarmi da altro ancora.

Intanto l’impasto lievita, il che non era scontato. Iuppiii.

Vuoto per pieno, Pasqua.

Picture by margherita_grasso

Una signora bionda sulla settantina si ferma sotto al balcone al primo piano del palazzo di fronte al mio. Credo sia la seconda o terza volta. Aspetta un po’, poi alza lo sguardo e sorride al suo nipotino. Come stai, hai fatto i compiti, come sei bello tesoro mio. La prima volta le sono passata accanto mentre andavo a fare la spesa, poi mi è capitato di rivedere la stessa sequenza di azioni direttamente dal mio balcone. Un signore anziano qualche piano più su invece apre le porte degli infissi con slancio e si appoggia alla ringhiera. A volte va su e giù per il balcone. Cerchiamo implicitamente di approfittare con lo sguardo di spazi di mondo diversi. In un altro balcone ancora due bambini giocano con la palla e in quello del palazzo alla mia destra ogni tanto la famiglia si riunisce chiacchierando in quello che sembra uno spazio comune, diversamente dall’interno della casa, forse, dove ognuno ha il suo da fare. Solo la donna più anziana porta la mascherina e cerca di farsi ubbidire dal cane che le gironzola intorno.

Le abitudini si adattano agli spazi ristretti e questa settimana ho capito che vale anche per me, nonostante all’inizio sentissi poco il peso delle restrizioni. C’è un altro spazio che al contrario sembra allargarsi, agguantando centimetri su centimetri ogni giorno approfittando che non ci sia quasi nessuno in giro a guardare, curiosare, giudicare. Mi chiedo se forse non sia meglio così e mi sorprendo nel pensare ogni tanto che il dopo mi fa un po’ paura. Non voglio che al via libera qualcuno apra con slancio le porte del mio mondo ficcandocisi dentro e rimettendo in disordine tutto, dopo lunghi giorni passati a rassettare, catalogare, a far prendere aria a quegli angoli dell’anima dove non si accende mai la luce per tenerli nascosti e al sicuro dagli altri. Per non parlare di tutti quei padiglioni nuovi di zecca che sto cercando di attrezzare con fonti di energia rinnovabili in maniera che vadano da sé anche quando sarò troppo occupata per curarli per bene. Non voglio che arrivi la folla, la confusione, il dubbio, l’invidia o la paura a sciuparli.

Questa sera ho visto alla TV una Basilica di San Pietro vuota, ma per esempio, per la prima volta non mi sono vista come da fuori. Insomma, quando è piena di gente per forza di cose te che la guardi da lontano sei fuori. Adesso che è vuota, mi sembra di esserci, di essere lì dentro.

Io che non sono particolarmente religiosa, che quando capito a Messa mi lascio distrarre dal cappello, dalla borsa che cade, dal colpo di tosse, dal freddo, dal caldo, dall’eco, dalle sculture, mi godo questo vuoto che è pieno, questo escludere che include.

Non eri sola. Per G.

Forse aveva bisogno di qualcuno che le dicesse non sei sola. Che tanto le persone giudicano lo stesso, se sei fidanzata, se non lo sei, se frequenti qualcuno, se è la persona sbagliata, se è quella giusta, se non caghi niente e nessuno e finisci gli esami, se non lo fai, se ti laurei con un voto basso o uno alto, se vuoi restare a vivere nel paesino in cui sei cresciuta o se vuoi andare via, se in fondo non hai chissà quali problemi gravi oppure sì. Ti giudicano se cerchi di essere felice o ti senti comunque troppo triste, se sei in anticipo o in ritardo con i loro tempi, se cerchi a tutti i costi il tuo posto nel mondo e il lavoro dei tuoi sogni o solo uno che ti fa almeno sentire indipendente. Ti giudicano se ti lasci condizionare, se vivi male la pressione o se non te ne frega un cazzo di niente, se hai il coraggio di dire sempre a tutti quello che pensi, oltre le convenzioni sociali, le immagini che si sono fatti di te e le loro aspettative su chi sarai un giorno o se non ce l’hai. ‘Non sei sola’ e soprattutto che aver voglia di perdere la ragione ogni tanto non significa, necessariamente, che per te è finita.

G. ha deciso di togliersi la vita ieri pomeriggio, lanciandosi dal tetto di una delle sedi dell’università che frequento. Aveva raccontato ai suoi parenti e al suo ragazzo di aver finito gli esami e ieri aveva invitato tutti alla sua seduta di laurea. Lei però non aveva sostenuto ancora tutti gli esami e ovviamente non era nella lista di quelli che si sarebbero laureati ieri. Prima che le sue bugie venissero inesorabilmente scoperte si è allontanata dai suoi cari e qualcosa che aveva dentro di sé, o forse qualcosa che ormai non c’era più, l’ha spinta ad andarsene via, per sempre.

Gironzolando tra gli ultimi minuti dell’anno

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E’ difficile che un anno appena trascorso mi lasci qualche insegnamento specifico. Insomma, ci sono i momenti belli e quelli brutti, le soddisfazioni e le delusioni che più o meno si bilanciano nell’arco di dodici mesi. Passano nella mente ricordi di gioie e di tristezze e qualche beh se avessi saputo, allora avrei fatto così. 

Mi fermo sotto la porta della mia stanza.

Mia madre è indaffarata a togliere i panni asciutti dai termosifoni per mettercene altri ancora umidi. Li gira, li aggiusta, qui ne mette altri due, lì tre. –Prenditi la tua roba asciutta-, dice.
Tendo l’orecchio destro. Glenn Miller. E’ sempre stata la colonna sonora del fine anno. Se mio padre mette Glenn Miller allora da qualche parte dietro a quel broncio deve essere felice, o almeno ci sta provando. Sorrido e ballo un po’.

Quest’anno invece ho imparato due cose in particolare.

Le parole hanno un peso. E un senso. Sembra banale e scontato. Invece no. Forse è perché ho litigato con quasi tutte le persone a me più vicine, una cosa che per me è ancora nuova. Le parole non sono solo dei tratti a due dimensioni e con spessore trascurabile come sembra a prima vista. Portano con sé significati ben precisi e al di là di quel che si dice a proposito di quelle scritte che restano e  le pronunciate che invece volano, tutte hanno un effetto. Imprevedibile, che si consuma in pochi istanti o si snoda attraverso giornate che formano settimane e poi mesi.

Niente è definitivo. Anche se lo sembra. Specie quando lo urliamo, lo desideriamo o lasciamo scappare dalla bocca quel mai più. Le cose si rompono, si aggiustano, fanno capriole, le perdi, le rincorri, finalmente le trovi e magari non sono nemmeno più come le avevi conosciute all’inizio. Sono migliori oppure peggiori. Tutto cambia, affinché non cambi niente. Perché in qualche modo devi ritrovarti di nuovo sulla tua strada e se hai la mente aperta capisci anche il motivo di tutte le deviazioni e il mondo sembra brillare per qualche istante in maniera che la lezione ti si imprimi nel cuore per sempre.
Niente è un dramma se non vogliamo che sia tale oppure può esserlo e poi non esserlo più. Un po’ come ci pare.

Energia è stata la parola che è rimasta al mio fianco durante questo anno, silenziosa, a volte capricciosa ma ogni volta che alzavo lo sguardo sugli spalti lei c’era a spronarmi e ammonirmi. Ho fatto un sacco di cose bellissime che non avevo mai fatto in vita mia e che però hanno occupato tutto lo spazio e il tempo che in realtà mi serviva per lavorare ad obiettivi a cui tenevo molto.

Forse è solo questione di raddrizzare il tiro. Ci vuole energia, sì, ma bisogna anche usarla nel modo giusto. Voglio parole chiare, obiettivi realizzati, voglio capire e farmi capire meglio. Pare che tutto ciò si chiami Assertività.

Mi sono innamorata di questa parola e la voglio con me, da domani, ogni giorno.

E c’è il telefono che suona, i panni che asciugano, Miller che vaga libero per casa attenuandosi di stanza in stanza, i dolci in bella vista, le candele in attesa, le lenticchie in acqua e io che gironzolo tra i minuti di questo ultimo giorno per assicurarmi di esser pronta al nuovo anno.

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Il Toast all’Avocado

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Noi, quelli della mia età diciamo, saremmo quelli che spendono i soldi per comprare i toast all’avocado, invece di conservarli per comprarci, in futuro, una casa.

Questa cosa l’ha detta un po’ di giorni fa il miliardario australiano Tim Gurner, trentacinquenne, parlando della vita dei giovani d’oggi durante un’intervista in tv. Lui, a diciotto anni, faceva più lavori nella stessa giornata, risparmiava ogni centesimo e si è perso un po’ delle cose che di solito si fanno alla sua età per costruirsi un futuro. Un futuro da più di quattrocento milioni di dollari, al momento.

Quando ho letto l’articolo che riportava questa notizia mi sono sentita un po’ chiamata in causa. A me l’avocado non piace granché, però penso che il tizio abbia ragione. La mia generazione, pare sia quella dei Millennials, non ha conosciuto la fame e i sacrifici che i nonni hanno fatto durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non sappiamo cosa significa non avere a disposizione i beni di prima necessità. Nemmeno quelli di seconda necessità. Siamo continuamente attratti da quelli di terza, quarta o quinta necessità. In pratica, dalle cose superflue.

Che tanto superflue non sono. No, perché senza, ci sembra di non esserci. Pare che il motto sia YOLO. You Only Live Once, si vive una volta sola. Per cui, meglio un costoso toast all’avocado oggi che un appartamento e una famiglia domani.

Oggi c’è la comitiva. C’è la pizza, ma solo se è quella di Tizio o Caio che la fa a regola d’arte con il metodo di una volta e con i prodotti bio e con il fiordilatte che se non è di Agerola allora fa schifo. C’è quel panino super calorico che però almeno una volta nella vita devi mangiare perché il tipo che ha aperto il locale è quello che ha iniziato nella cucina di casa propria a farsi i video mentre cucinava e poi li postava su Facebook. C’è l’aperitivo servito nel barattolo del sott’olio, il gelato che si mangia a partire dal cono, la fetta di torta a mille strati.

Mi sono accorta, ultimamente, che è raro uscire con i propri amici e trovarsi ad andare due volte nello stesso posto. Siamo delle trottole con gli smartphone in mano pronti a correre lì dove c’è la novità del momento.

Mi sono chiesta se sia davvero tanto sbagliato. Insomma, il settore della ristorazione ormai si basa anche su questo. I locali per aperitivi fanno a gara a chi offre la formula aperi-cena più invitante, a chi arricchisce l’ambiente con i dettagli più originali rispetto all’altro. Noi, quelli della mia età, viviamo nell’epoca in cui l’economia gira per cose così.

Mica tutti, poi, pensiamo alla casa e alla famiglia. D’accordo, alla casa forse si. Prima però ci vogliono i soldi, quindi un lavoro e prima ancora dobbiamo finire gli studi. Mentre lo facciamo, siamo bombardati di immagini di stili di vita del tipo YOLO. Per avere una famiglia, serve un partner. Per conoscerne uno che non sia né stronzo, né psicopatico abbiamo bisogno di tempo e di soldi per uscire e recarci in comitive nei suddetti locali. Insomma, è il cane che si morde la coda.

Sì perché, caro miliardario, i nostri nonni non avevano i toast all’avocado, ma all’epoca sposavano la prima persona di cui si innamoravano follemente e quello bastava. A scatola chiusa. Sempre che non si trattasse di matrimoni combinati. Non rischiavano di mollarsi dopo qualche mese di convivenza o di allontanarsi perché a letto non erano niente di che. Il lavoro? Era quello del proprio papà o zio oppure a sedici anni andavano a cercarsi già il primo perché non potevano studiare.

Allora non è che noi non pensiamo alla casa e alla famiglia. Il fatto è che non abbiamo punti fermi. In più ci dicono di vivere qui e adesso. 

E qui e adesso, caro Gurner, pare ci sia soltanto il toast all’avocado.

Di Delusione, Disinformazione e Disabilità da Singletudine

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Ero già pronta a scagliare anatemi e ad esprimere variopinte opinioni quasi da webete quando, ad una seconda più attenta rilettura di un articolo trovato oggi in rete, ho capito che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui era stato espresso il concetto. Ovvero.

L’articolo è questo: Essere single potrebbe essere considerata una “disabilità” (ma per un’ottima ragione): etc. etc.. Già il titolo fa drizzare le orecchie. In breve, riporta la notizia riguardante una nuova definizione di “disabile” decisa dall’OMS per quanto riguarda la possibilità e il diritto, di chi ne ha bisogno, di ricorrere alla fecondazione in vitro. Nell’articolo si legge:

“Secondo l’attuale definizione elaborata dall’Oms, si considera disabile chiunque sia infertile o non sia riuscito ad avere una gravidanza dopo 12 mesi di sesso non protetto. Ma non solo: anche chi non ha o riesce a trovare un partner sessuale (e quindi non ha rapporti e, di conseguenza, non ha possibilità di concepire) può essere considerato disabile. Il dottor David Adamson, uno degli autori della nuova categorizzazione, ha spiegato che la definizione di infertilità è stata riscritta per essere più inclusiva e per dare a tutti gli individui il diritto di avere una famiglia.”

Come se non fosse bastata già la Lorenzin a farci sentire in colpa, questa sembra in tutto e per tutto un’altra mazzata sulla testa dei single che, non ci voleva un esperto per capirlo, in quanto tali risultano inabili a creare una famiglia. In particolare avrebbero un vero e proprio handicap rispetto a tutte le altre ‘persone normali’ che invece si trovano in una coppia, di qualsiasi tipo. Ad una prima lettura e secondo il punto di vista dell’articolo sembra proprio che, da oggi, tutti i single possono considerarsi disabili. 

A me sembra, però, che la questione sia stata tirata su apposta per creare la polemica. Sì perché un conto è dire che tutti i single in quanto tali sono disabili, inabili a procreare, un altro è dire che può considerarsi disabile anche chi è single e potrebbe voler ricorrere alla fecondazione in vitro per riuscire a creare una propria famiglia. Infatti, non è detto che tutti i single ne vogliano una ad ogni costo.

Porca miseria, c’è una differenza enorme tra le due frasi, no?!

La doppia implicazione, in un concetto del genere, è sbagliata. Non ci vuole un genio per capirlo e penso che l’articolo avrebbe messo molta meno rabbia e indignazione in giro per il web se semplicemente fosse stato scritto con più attenzione.
Io sono stata tra quelli che, ad una prima lettura, sono saltati dalla sedia. Non saprei dire, però, in quanti poi con buonsenso hanno pensato che l’OMS non poteva aver davvero detto una cosa del genere, con tutte le conseguenti implicazioni.

Questa cosa mi ha fatto riflettere. Quante altre volte la cattiva informazione fa leva sugli impulsi del momento per dare visibilità ad un argomento o ad un fatto accaduto scatenando reazioni che poi, abbiamo visto, causano danni irreparabili?

Tante. In realtà questa non è nemmeno più una novità.

Quel che davvero mi ha turbata, però, è un altro aspetto della questione. Quanto, ormai, ci aspettiamo, ogni giorno, di rimanere delusi, di arrabbiarci e indignarci sconvolti da una notizia qualsiasi, da una nuova scoperta, da una tendenza, dalle parole di un personaggio, insomma, dal mondo che ci circonda? In quanti aprono un social già pronti a scatenarsi contro qualcuno o qualcosa, soltanto perché ormai tutto fa schifo e ogni cosa è opinabile e attaccabile, che ormai l’umanità sta andando a rotoli e quindi meglio dire la propria, visto che si può?

Per di più questo modo di fare non appartiene nemmeno solo al virtuale. Si sta diffondendo l’idea che lasciarsi guidare dagli impulsi, in una società così frenetica e vuota, sia la cosa più saggia, l’unica possibilità che si ha per sopravvivere al suo interno. L’impulso spinge a cercare gratificazioni e se queste mancano allora si passa all’attacco per difendere quel poco di sé non ancora macchiato dalla delusione.

Ci si aspetta così tanto di esser delusi che si fa una fatica bestiale a fidarsi di chiunque, mentre magari si potrebbe cercare la verità sotto le ceneri delle parole scritte apposta per bruciare fin troppo in fretta. A questo proposito vi lascio una citazione del film Disney ‘Saving Mr. Banks’,  che racconta la storia della nascita del film su Mary Poppins e della tenacia che Walt Disney ha impiegato per convincere l’inventrice della storia della famosissima tata a fidarsi di lui, parole che da giorni mi girano per la testa e che forse un po’ hanno salvato anche me.

“Sig.ra Travers: E’ venuto per farmi cambiare idea, vero? Perché io mi sottometta…
Walt: No. No. Sono venuto… perché lei mi ha giudicato male.
– In che senso l’ho giudicata male?
– Lei guarda me, e vede una sorta di Re Mida Hollywoodiano. Crede che io abbia costruito un impero, e voglia la sua Mary Poppins per aggiungere un mattone al mio regno.
– E non è così?
– Beh, se fosse soltanto questo avrei inseguito una donna scontrosa e testarda come lei per vent’anni? No, mi sarei risparmiato un’ulcera. No, lei si aspettava che io la deludessi…e ha fatto in modo che accadesse. Beh, io credo che sia la vita a deluderla, signora Travers. Credo lo abbia fatto spesso, e credo che Mary Poppins sia l’unica persona nella sua vita a non averlo fatto.”

Palloni Di Percorso

Amanda Cass&カイ -8

Una goccia di pioggia sul naso.

Fine della passeggiata. 

Avevo deciso di allungare il tragitto a piedi verso casa passando per il parco, con l’intento di rilassarmi un po’ all’ombra degli alberi e finire Narciso e Boccadoro che mi trascino dietro ovunque da settimane ormai. Nemmeno mi ero accorta che il parco era quasi vuoto in realtà, qualcuno più accorto prima di me doveva aver notato già che di chiazze chiare nel cielo ne erano rimaste ormai poche. C’erano solo dei bambini che giocavano e una madre che cercava di riacciuffarli per andar via, ignara del fatto che erano troppo occupati a trovare un altro ramo uguale a quello che avevano già in mano, per ascoltarla. Sembrava una questione davvero tanto seria e importante per loro, molto più del tornare a casa.

Mentre camminavo verso l’uscita ho visto un pallone rotolare velocemente verso di me e sovrappensiero ho allungato una gamba per fermarlo. Con la coda dell’occhio avevo notato il suo piccolo proprietario abbastanza distante da dove mi trovavo io, ma già intento a correre per riprenderlo.

Il pallone rimbalzando su di me cambia traiettoria.

Finisce nel fango.

Sbarro gli occhi e mi dileguo in fretta mentre sento il bambino che dice -Mamma! Mamma! Si è tutto sporcato di fango!- e lei che lo richiama a sé rispondendo che l’avrebbero lavato alla fontanina lì vicino.

Sono uscita dal parco riflettendo sul fatto che a volte le cose devono solo andare per il loro verso e non bisognerebbe mettersi in mezzo rischiando di fare pure più danni nel tentativo di evitare quelli già previsti. Anche se per affetto si vorrebbe poter risparmiare delle fatiche inutili a chi ci sta intorno perché come si dice la calma è la virtù di chi non è coinvolto, alla fine ognuno deve andare a riprendersi quel che ha perso da solo, non importa quanto lontano sia finito e quanto invece vorremmo con tutta l’anima che non sia così.

picture by Amanda Cass