Guestpost di Marzo per Principesse Colorate

Qua non ci si ferma un attimo e…

Breve post per dire che è online il mio guestpost di Marzo per Principesse Colorate, in cui parlo di una cosa che per la me ‘bambina’ era letteralmente magica: disegnare. Da grande ho dedicato poi più tempo alla grafica che al disegno, ma il fascino che ha un foglio bianco, che sia virtuale o no, è sempre lo stesso.

I grandi, poi, spesso non si fanno gli affari loro. Qualcuno ti dice che bisogna colorare nei bordi, un altro che il disegno è bello ma se lo rifai è pure meglio. E allora? Il momento del disegno è quello in cui un bambino può dare libero sfogo alla fantasia o no?

Mi sono chiesta questa cosa. Se vi va di dare un’occhiata, l’articolo è: Fogli bianchi e colori. Tutta la creatività dei bambini non deve avere regole

C’era una volta, forse domani, oggi no.

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La verità è che uno ci spera sempre.

Ho provato a non augurarmelo, a non immaginarne uno. Impossibile. Il lieto fine è già lì. Alla fine di ogni lunga e contorta successione di vorrei. Aspetta e non gli importa quanto puoi metterci ad arrivare.

Era vicino. Ad un tocco. L’energia aveva riempito la distanza e mi sentivo un tutt’uno con essa, solida, vera. Reale. Avrebbe dovuto portarmi via con sé in un abbraccio.

Le fiabe di una volta non avevano il lieto fine. Più che altro si trattava di una lezione. Ti veniva raccontata quella storia affinché potessi imparare a conoscere e riconoscere pericoli di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. La gente non se ne faceva nulla del e vissero tutti felici e contenti. Meglio un insegnamento, un’opportunità per aprire gli occhi e non cadere negli errori costati cari a qualcun’altro.

Un finale, quello, davvero più utile a tutti. Migliore. Senza fronzoli, aspettative, delusioni.

Un finale così non ti chiede se sei d’accordo. Quel che conta è la lezione di vita e non hai modo di ribellarti. Decide per te il quando e il perché è finita. Intorno a te tutti applaudono e si congratulano, ti stringono la mano e ti dicono ancora un’altra dannatissima volta che è meglio così. 

Ti restano l’immaginazione e la speranza per renderti presentabile a qualche nuovo giorno che non smetterà di guardarti di traverso finché paradossalmente non avrai iniziato a raccontargli un altro lieto fine, ancora un’altra volta.

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Walt Disney in Saving Mr. Banks

(Guestpost di Novembre su Principesse Colorate, sul lieto fine, tra illusione e speranza, tra il Medioevo e l’era Disney che per fortuna ci ha salvati un po’.)

Passività Strategica

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S. Ziche

Mia cugina cinquenne ha già capito diverse cose della vita molto meglio di me.

In realtà anche a me, alla sua età, sembrava di sapere molto di più su come vanno le cose, come fronteggiare le difficoltà e trovare un senso al frastuono assordante del mondo. Crescendo poi tutte quelle bianche certezze vanno disperse, man mano che gli ostacoli si presentano davanti a noi, feroci e ingombranti. E’ come se ad ognuno di essi dovessimo pagar pegno con una di loro, affinché ci lasci passare in pace verso un ostacolo nuovo e se possibile ancora più esigente. La cosa paradossale è che tutto questo percorso lo facciamo, in fondo, per ritrovare il punto da cui siamo partiti e ci auguriamo di arrivarci con quante più certezze possibili, tra superstiti e nuove di zecca.

L’ultima volta che è venuta da me credo che dal mio sguardo si potessero leggere ancora i resti dell’ultima lunga battaglia, durante la quale avevo cercato di conservare le mie certezze migliori dandone in pasto al nemico qualcuna più debole ma dalla faccia tosta, in modo da poterlo ingannare. I bambini ovviamente, però, non fanno troppo caso al tuo umore, specie quando hanno in testa l’ultimo infallibile piano che hanno elaborato per conquistare il mondo.

O la tua stanza.

Già.

Lei mi adora, ma ancora di più adora la mia stanza, che diventa puntualmente il suo personalissimo Paese delle Meraviglie da esplorare e mettere in disordine. I nostri vent’anni di differenza non fanno assolutamente testo.
Anche se non ci sono giochi, qualsiasi cosa lo diventa all’occorrenza nonostante i miei tentativi di salvare il salvabile, ma soprattutto di mantenere un certo contegno da cugina grande, perché si sa, tutti adorano tornare bambini quando ce n’è l’occasione.

Forse aveva notato che ero poco in vena di giocare o si sentiva particolarmente clemente, non so. Fatto sta che la volta scorsa decise di limitare le sue velleità da piccola conquistatrice alla mia scrivania, prendendo posto alla mia sedia e dedicandosi all’unica attività alla quale mi sentivo in grado di partecipare, ovvero, disegnare.

Mi dai un foglio? 

Non uno qualunque eh. Uno bianco. Grande. Io nel frattempo mi ero sistemata affianco a lei sulla sedia per gli ospiti. Iniziò a prendere tutto ciò che le occorreva dai miei portapenne in maniera ordinata. Una matita, le forbici (con la punta arrotondata, che stanno lì per lei), dei pastelli un po’ provati dal tempo, una penna, un righello, una graffetta (che non si sa mai). Dispose tutto intorno al foglio in maniera tanto precisa che iniziai a guardarla con una certa preoccupazione. Senza curarsi di me cominciò a disegnare con l’aria di chi, di lì a poco, era certa avrebbe fatto impallidire Van Gogh in persona.

Ripeto, non so. Forse è stato tutto un caso. Eppure in quel momento qualche vecchia certezza deve essersi liberata dalla prigionia e aver preso a correre all’impazzata sulla mia scrivania tanto che non potei non notarla e allungare la mano per riprenderla con me. Quando tutto sembra confuso e a pezzi, infatti, si può sempre ricominciare daccapo. Azzerare tutto, smetterla di forzare le cose e lasciare che spontaneamente tutto segua il proprio corso perché alla fine abbiamo tutti, dentro di noi, gli strumenti e le doti che servono per cavarsela in ogni situazione. Nel taoismo viene chiamata passività strategica. 

E così, ripartire dall’essenziale.

Tipo, da un grande foglio bianco.

– I’M – A Barbie Girl

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Premesso che non s’è capito ancora bene qual è la definizione di donna curvy -ma si sa benissimo invece cosa si intende per modella d’alta moda- e che mia cugina cinquenne già sa distinguere perfettamente tra ciò che è favola e ciò che è reale, nel senso che fate, draghi e principi esistono ma per finta, ci tenevo a riflettere sulla questione nata sulla nuova linea di Barbie in cui, per la prima volta, le differenze tra una bambola e l’altra non sono soltanto estetiche, in termini di capelli, trucco e abiti, ma fisiche.

C’è già chi si è schierato a favore o contro l’iniziativa della Mattel di rivoluzionare la classica Barbie dalle forme perfette e canoniche creando bambole dalla fisicità più simile a quella delle donne vere, fatta di proporzioni non statuarie -che non si ottengono nemmeno in palestra- ma belle perché uniche e armoniose comunque. Inutile ricordare che Barbie ha fatto sognare milioni di bambine, è stata sia simbolo della rivalsa delle donne sul sesso forte vestendo i panni di mestieri e professioni tradizionalmente maschili che stereotipo della bionda scema ma ugualmente imitata e ammirata da tutti. In questi che sono i tempi dei pari diritti per ogni tipo e forma di diversità, in America hanno pensato bene di aggiornarsi dando la possibilità alle bambine di poter scegliere tra una bambola più in carne, più alta o più bassa rispetto allo storico standard.

Ora, non è detto che questo sia sufficiente a far si che le bambine -e le ragazzine poi- facciano meno fatica ad accettare il proprio fisico, ad amare l’immagine di loro che appare allo specchio, perché in fondo il confronto non nasce con la bambola ma con le coetanee più o meno cattive, con i media e la moda. Per cui la critica che va per la maggiore è quella riguardo il diritto di sognare, in qualche modo così la fantasia va a farsi benedire, la realtà entra prepotente in un mondo fatto di immaginazione e semplicità e per di più nemmeno si risolve il problema. Già perché oltre a questo il punto resta quello della bellezza interiore e del fascino di uno sguardo o un gesto che nessuna bambola potrà mai insegnare. Insomma sarebbe stata una mossa inutile specie oggi che le bambine -ne ho la prova- sono molto più consapevoli della distinzione tra finzione e verità.

Eppure secondo me non è tanto male come idea, specie pensando al fatto che nei decenni tanti stilisti hanno vestito Barbie con delle vere opere d’arte contribuendo a renderla un’icona della moda influenzando non tanto i giochi delle bambine quanto i canoni di bellezza delle donne adulte. Per cui questa piccola rivoluzione potrebbe trasferirsi sulle passerelle, sostare sui cartelloni pubblicitari per poi arrivare finalmente nei negozi e nella vita di donne che, come me, non hanno una taglia 38 ma si sentono belle -a giorni alterni- e lavorano su quei due tre chili di troppo che non sono una colpa ma energia inutilizzata e che ogni giorno di più riescono a somigliare alla donna che desiderano tanto essere. Nella speranza che facciano qualcosa anche per Ken -che nemmeno in versione standard è mai somigliato all’ideale di uomo di nessuna- apprezzo la Mattel per esser stata ancora un passo avanti a tutti e questa volta al fianco di chi si augura che la società riesca a liberarsi di modelli e schemi mentali che ormai non le stanno più bene addosso da tempo.

ComeDiari #7: Le Storie Che Nessuno Racconterà Più

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Sai quand’è che una storia non la racconti più?

Penso sia nel momento in cui ti accorgi che ne hai perso l’essenza, il fulcro intorno al quale ruotavano i ricordi e i fatti, rattoppati in qualche punto da scene immaginate e qualche opinione. Allora non ne vale nemmeno più la pena sprecare la fantasia, ce ne vorrebbe tanta, troppa, per combattere i grigiori mattutini di certi cieli che vogliono solo esser lasciati in pace così come sono, nella loro ignavia.

Una storia non si racconta più quando i personaggi si sbiadiscono a tal punto che non sai nemmeno più chi sono, o meglio quel che sai basta giusto a definirne lo scheletro per farli restare in piedi. Ti accorgi che l’indifferenza ha divorato la voglia di scoprire e il tempo ha assegnato loro, d’ufficio, un modo d’essere pur di liberare la scrivania da scartoffie impolverate. Sono rimasti nello scatolo frammenti dei loro pensieri che a fatica riesci a rimettere insieme. Del cuore ricordi il battito ma ti manca il petto su cui poggiare l’orecchio ancora una volta. Non c’è più il maglione, non c’è più la pelle e il suono è solo quello registrato dalla tua mente. Nemmeno io sono più la stessa e sto cercando di ricordare com’ero mentre dovrei invece impegnarmi a capire chi sono. Io che mi ritrovo a raccontare storie più grandi di me e poi mi ci perdo dentro. Ho smarrito i desideri lì dove i confini del raggiungibile sono sottili e si possono ancora modellare. Che sia un fine o una necessità non lo so più, ma li spingo sempre oltre.

La società non lascia più in eredità un posto, o almeno uno soltanto, per ognuno di noi cosicché finiamo per avere poche radici e tantissimi rami, lunghi e ricchi di foglie. Che tipo di albero è questo, penserai. Non lo so e l’identità ha a che fare un po’ anche con questo. Sulle teste abbiamo tutti lo stesso cielo grigio e tra le mani un mucchio di fantasia. Qualcuno, spaventato, va a barattarla con deserti di regole e l’illusione di appartenere a qualcosa. L’odio diventa una soluzione allo smarrimento e alla paura, assegna un nome, un fucile e uno scopo che, chissà, appare più giusto e gratificante del sentire di essere un nessuno qualunque, a casa propria. Quando è morto dicono l’abbiano ritrovato con le radici ormai avvizzite circondato da più foglie di quelle che i suoi rami potevano sostenere. Porca miseria dico io, davvero valevano tanto quelle maledette foglie? Non diventeranno medaglie al valore, ma marciranno come i loro nomi nella memoria di una storia che nessuno racconterà più. 

Penso avessero la mia età più o meno e oggi io sono ancora qui a chiedermi chi sono. Loro, ormai, non possono farlo più.

 

I(n)spirare

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Sicuramente esistono tanti altri modi di vivere. Spesso mi perdo ad osservarli nei gesti, nelle parole e nelle decisioni degli altri. Mi chiedo cos’è che li anima, cosa li spinge verso l’attimo successivo, cosa li fa sentire vivi.

Cosa li ispira.

In questo periodo mi sento come se volassi a vista, i comandi automatici dell’aereo sono tutti scassati e mi tocca regolare i parametri a mano, il che sarebbe pure divertente se non fosse per il fatto che avrei bisogno di concentrarmi su altro e posso solo immaginare come si possa star bene a qualche centinaia di metri più su, potendo osservare il mondo dall’alto, ma per davvero, con il cuore che sussulta ad ogni vuoto d’aria, come se fosse innamorato. Diciamo che non è tanto male in fondo, rispetto all’evenienza di dover affrontare un’altra avaria, però manca qualcosa.

L’ispirazione, appunto.

Uno spunto, un’idea folle, un amore, una scia di polvere luminosa che ti passa accanto chiedendoti di saltare a bordo senza pensarci troppo e senza osservarla con troppa attenzione perché finirebbe per spegnersi e depositarsi al suolo come tanta altra comunissima polvere. Mi son guardata indietro e mi sono resa conto che ho sempre viaggiato in avanti nel tempo così. Credo di non saperlo fare diversamente. Cerco un guizzo, un’idea sfuggita ad un incubo, una nuvola che attutisce i passi.

No, non la si può cercare, non consciamente. L’ispirazione capita. Si mette di traverso sulla tua strada all’improvviso e hai solo pochi istanti per decidere se seguirla o no e il punto non è tanto il come e il quando questo accade, ma è proprio la mancanza di voglia e di spirito da parte delle persone di prendere quello spunto e farlo proprio, metterlo negli ingranaggi della propria giornata e farlo funzionare. All’ispirazione non è che si può dire aspetta che c’ho da fare, magari più tardi. Quella s’offende. Se ne va. Torna a vagabondare tra i cuori persi, alla ricerca di quello giusto che possa accoglierla. Alla lunga finisce per sbiadirsi, come una passione pallida per l’insoddisfazione.

Così da un lato c’erano persone troppo impegnate a vivere, dall’altro osservavo quei fantasmi di creatività stanchi e davvero non sono riuscita a capire. Si fa più caso alle ispirazioni?

Io per il momento mi tengo stretta l’ultima che ho trovato, sperando che non si esaurisca troppo in fretta.

 

ComeDiari #4 Prendendo Appunti

-Appunti per evitare altri disastri sentimentali (si spera)-

Dunque: quando un uomo, tra cose varie, ti dice che sei la sua donna ideale, ecco, bisogna prenderlo alla lettera. Sisi, alla lettera proprio. Non sei la donna che sperava di incontrare, non è che stava cercando una come te.
Ideale significa proprio… ideale: che sei un’idea e che resterai tale per sempre. Sei una teoria, una fantasia, una storia non scritta, un film mai girato. Sei eterna nuvola grigia, che non diventerà mai pioggia. Sei inconsistente ed evanescente, quasi non esisti, come non esiste uno stupido piccolo spazio della sua vita nel quale puoi restare. Non ti ha scelta, ma soltanto messo un bel bollo in fronte con su scritto “Attenzione, fragile, maneggiare con cura, anzi se possibile, non maneggiare affatto”. Non sei reale e questo ti fa soffrire e sperare che un giorno al posto di quel bollo ti stampi un bel bacio, passandoti una mano nei capelli e stringendoti poi forte a sé. Invece sei elio racchiuso da un involucro di plastica colorata che si libra nel cielo, ma legato ad un’intenzione che non sarà mai realtà, a parte sporadici momenti.
Io però
 esisto davvero. Non sono né ideale, né perfetta, io sono vera. 

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Per Il Caffè Letterario – La Settimana Dell’Amore: Le Notti Bianche

Ancora una volta grazie a Chiara (pantufl90.wordpress.com) per gli spunti interessanti e i temi proposti nel suo Caffè Letterario, a causa del quale sto diventando tisana-addicted, ma guarirò! Per chi non conoscesse il suo blog vi invito a darci un’occhiata e magari partecipare 🙂

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“Nella camera si è fatto scuro; nella sua anima c’è vuoto e tristezza; l’intero regno dei sogni si è sgretolato intorno a lui, si è sgretolato senza traccia, senza rumore né chiasso, è svanito come una visione, e lui stesso non ricorda cosa abbia fantasticato. Ma una oscura sensazione per la quale il petto gli duole e si agita leggermente, un nuovo desiderio stuzzica ed eccita alettante la sua fantasia e impercettibilmente invita un intero sciame di nuovi fantasmi. Nella cameretta regna il silenzio; la solitudine e l’indolenza carezzano l’immaginazione; essa si infiamma leggermente, leggermente inizia a bollire, come l’acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna, che si affaccenda quietamente nella cucina lì accanto, preparando il suo caffè. Ecco che essa è già interrotta da leggeri bagliori, ecco che già anche il libro preso senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore, arrivato nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è nuovamente eccitata, risvegliata, e all’improvviso ancora un nuovo mondo, una nuova e incantevole vita è balenata davanti a lui nella sua splendida prospettiva. Un nuovo sogno – una nuova felicità!” 
[tratto da Le notti bianche – F. Dostoevskij]

Nasten’ka è una dolce e giovane donna, in lacrime per la fine di un amore. In una tipica notte pietroburghese mentre passeggia sul lungofiume un uomo ubriaco tenta di aggredirla e in suo soccorso accorre un tipo singolare, intento fino ad un attimo prima a godersi l’aria notturna, cristallina come suo solito. I due si intrattengono a chiacchierare, lui si presenta subito come un sognatore parlandole di sé, del proprio modo di vedere il mondo quale tessuto delle proprie fantasie, che nascono dall’aver notato un dettaglio o ascoltato una sola parola; di come rappresenti sia la sua gioia quando l’eccitazione invade ogni angolo della sua realtà, sia la sua croce, nel rendersi conto quanto è lontano dalla realtà vera, che tutti gli uomini vivono, fatta di esperienze e relazioni, rammaricandosi in fondo di non aver ancora vissuto davvero.
I due si danno appuntamento per quattro notti di seguito, raccontandosi e aprendo i propri cuori come mai prima d’ora era capitato ad entrambi di fare, perché mai in effetti si erano trovati a sentire quel senso di fratellanza e assoluta confidenza nei confronti di qualcun’altro. Nasce un interesse reciproco, il sogno si fa desiderio di potersi vedere e rivedere ancora e incanto di un amore possibile, da poter vivere davvero. All’indomani della quarta notte i loro destini si delineano, non vi svelo come, in un finale che sigilla l’intera storia e ne rende forte il senso al cuore del lettore.

Se poi si tratta di un cuore simile a quello del protagonista le emozioni raddoppiano perché si ritrova anche un po’ di se stessi in quei racconti, in quelle notti, nelle fantasie, nel modo di estraniarsi da una realtà che rispetto a ciò che possono la fantasia e l’immaginazione risulta mediocre e povera… Per parlare di amore classico ho scelto questa storia perché sul serio mi ha emozionata. Quel sognatore un po’ mi somiglia, il tema della fuga dalla realtà, del cercare di vedere il mondo con occhi un po’ diversi appassionandosi a dettagli e inventandone di nuovi lì dove non ce ne sono affatto è quasi quello secondo cui porto avanti questo blog.

La cosa più straordinaria è che l’amore vien fuori nella sua forma più autentica: nasce direttamente dal sogno e si fa collegamento con la realtà. Non si tratta di una storia d’amore di quelle vissute, stravissute, fatte di intrecci, intrighi, tradimenti e riconciliazioni, di passioni e di baci. Si parla di innamoramento, magari destinato anche a non essere nient’altro di più, di quell’eccitazione ed emozione, della voglia di cercarsi e darsi appuntamento perfino nei sogni, del ritrovarsi nelle parole dell’altro, del riconoscere nei suoi occhi il naturale prosieguo del proprio cammino. Forse è lontano da quel che la realtà ci propone oggi, ma in fondo lo era anche all’epoca. E’ l’amore dei sognatori che da sempre, sempre si è trovato costretto a ritagliarsi spazi al di fuori di una società fatta di apparenze e relazioni sterili. Si nutre di fantasie, rende l’animo nobile ed è strazio e vita al tempo stesso. Ripiega su di sé quando si accorge di aver fondamenta che non son altro che illusioni. Muore per poi rinascere nei cuori che non sanno nutrirsi d’altro.

Forse le relazioni non si basano su sentimenti del genere o non solo e i sognatori sono e saranno ancora per propria natura lontani dalle dinamiche che prevalgono nelle società di tutti i tempi, ma il messaggio di questo libro va oltre secondo me, mostra l’amore come sentimento che ricongiunge l’anima e il mondo, la fantasia e la realtà, rendendosi vita, in ogni sua forma.

Raccontami Una Storia

Prese un pastello tra quelli sparpagliati sul tavolo. Uno giallo.

-No giallo no, vedi? Sul bianco non si nota bene-

Ok, blu allora-

-D’accordo. Cosa disegno?-

-Mmm… Una fontana. Con i pesciolini. Però quella mattina i pesciolini non c’erano-

-Allora con o senza pesciolini?-

-Ehm… senza-

-Ok. Ma forse vedi, ecco, il fatto è che la bimba quella mattina non aveva molliche di pane con sé, per questo si nascondevano- 

Mi tolse il pastello blu da mano, ne prese uno rosso. Per la gonna della bimba. Poi da lì aggiungemmo gli alberi, il sole, le nuvole, altri bimbi, un paio di draghi, un castello, quattro farfalle e la casa delle fate. Il foglio diventava affollato, la storia pure. Così, senza una logica, senza che ne fosse necessaria una. Non c’era un senso. Che se una storia ha un senso allora la ricordi. Io non la ricordo più. E credo nemmeno lei. Ogni storia che inventiamo dura giusto il tempo di raccontarla. Poi svanisce. Restano solo un mucchio di personaggi più o meno fantastici rubati al bianco dei fogli e che stanno lì a guardarsi per quel poco che riescono a girar la testa così spiaccicati su sole due dimensioni.

Soltanto dopo un po’ di tempo mi accorsi che mancava lui. Il lui per eccellenza, signore e signori. Il lui in calzamaglia. Non era stato per niente preso in considerazione. Alla mia baby-cugina non era venuto proprio in mente. I draghi balzellavano felicemente intorno al castello liberi di asciugare perfino le nuvole sopra di loro e io immaginavo quel poveretto solo come un cane seduto nel suo studio da qualche parte nel mondo con una mano sotto al mento e il cellulare che non dava notizie né di principesse né di borghi da salvare. Io poi sono sensibile e a certe cose faccio caso. Per cui dispiaciuta le dico:

E il principe azzurro? Il principe non c’è?-

Lei cambiò espressione nemmeno le avessi nominato il diavolo. -Naaaa!- rispose. Feci qualche tentativo di dimostrarle la necessità della presenza di un qualsivoglia principe dal momento che i draghi ci stavano bruciacchiando la storia finché non mi accorsi che lei teneva proprio per i draghi e che avrebbe acconsentito all’arrivo di un principe soltanto se quest’ultimo fosse stato  poi catturato e rinchiuso nel castello. Visto che sono sempre sensibile ho pensato che a quel punto sarebbe stato meglio per lui continuare ad annoiarsi per fatti suoi piuttosto che fare quella brutta fine.

Diciamo che poi la cosa mi ha lasciata abbastanza perplessa. Capisco pure che l’idea del principe azzurro che una bimba può avere poi nel corso della propria vita cambi, si modifichi, se va bene viene riciclata, se va male distrutta. Ma che così fin dal principio già contasse meno di un ramo spezzato nel bosco non me l’aspettavo proprio. E dire che proprio pensando a lei qualche anno fa decisi che nelle persone avrei continuato a credere. Che nessuno dopo quel lui avrebbe meritato meno attenzioni, meno entusiasmo. Non avrei mai potuto raccontarle una storia in cui un giorno qualcuno sarebbe arrivato e l’avrebbe amata meno di quanto meritasse solo perché un’altra donna l’aveva deluso troppo. Quel qualcuno non sarei mai potuta esserlo io, per un altro lui. Una storia così è pure più triste di una storia senza principe. Per cui se ciò che conta ormai non è né lui, né che ci si affezioni ad un drago più che ad una fata, ai buoni o ai cattivi, allora cos’è che importa?

Ho provato a darmi una risposta. Forse conta proprio la storia. Conta la voglia di raccontarla, di aggiungerci pezzi, di tenersi per mano e vedere fin dove si è capaci di arrivare.

E appena il mondo giungerà a una fine
Io sarò lì a stringerti la mano
Perché tu sei il mio re e io sono il tuo cuor di leone.

Ooops …!

Avevo più o meno otto anni e mi innamorai dei suoi disegni e della suo senso dell’umorismo grazie alle vignette sul Topolino e diventai poi praticamente matta per la storia a puntate Topokolossal dopo la quale nessuna baguette francese è stata per me del semplice pane, anzi ancora oggi quando sono al supermercato la tentazione di prenderne una e agitarla a mo’ di spada urlando “La baguette catalitica è con te, Tiè!” è decisamente troppo forte. In quel periodo cambiavo idea su cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande almeno una volta a settimana, ma per un bel po’ pensai che sarei diventata anch’io una disegnatrice come Silvia Ziche. Da qualche tempo ho scoperto il sito sul quale pubblica le vignette dedicate ai suoi personaggi, in particolare Lucrezia, alle prese con dilemmi tutti femminili e con la ricerca del suo uomo ideale (che poi basterebbe anche solo che fosse uomo davvero) facendo ironia sui loro difetti, su quelli delle donne e del mondo in generale. Riesce sempre a farmi sorridere e a rimettere sul giusto piano certe questioni regalandole un po’ della leggerezza che a me qualche volta capita di dimenticare prendendo con troppa serietà ciò che invece non ne merita affatto. Ho riportato qui sotto l’ultima vignetta che ha pubblicato che secondo me è geniale e vi invito a visitare il suo sito per trovarne tante altre davvero originali (:

www.silviaziche.com

 

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[tratto da Due, Lizard 2006 – Silvia Ziche]