Il principe azzurro è svenuto

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Ero sulla bacheca di WordPress in procinto di cliccare su Scrivi e far comparire questo foglio bianco che suo malgrado finisce ogni volta per raccogliere in forma più o meno ordinata le mille cose che ho per la testa, quando l’occhio è caduto sullo spazio sotto alle statistiche nel quale ci sono le frasi digitate nei motori di ricerca che hanno condotto eventuali avventori del web nel mio blog.

Di cose strane se ne leggono spesso e altrettanto spesso mi chiedo quali attinenze Google possa aver trovato tra quelle parole e i miei articoli.

Questa volta però, insomma, è stato diverso.

Uno legge una cosa del genere e non può certo restare indifferente. No?

Qualcuno è arrivato nel mio blog dopo aver digitato questa frase: il principe azzurro è svenuto.

Capirete che quel che avevo in mente di scrivere prima di leggere questa frase è passato immediatamente in secondo piano e ho iniziato a pormi un mucchio di domande.

Mi sono anche un po’ preoccupata, ecco.

Prima di tutto, quale principe azzurro? Il pretendente di Biancaneve o quello di Cenerentola? Forse si intende invece quello che ha risvegliato la Bella Addormentata nel Bosco? Qualcuno dei principi delle storie più moderne? Chissà.

E poi mi chiedo, dove? Dove è successo? Lottava contro un drago? Si è impressionato per qualcosa? Un calo di pressione? Magari non aveva mangiato abbastanza. Può capitare. Io stavo per svenire qualche settimana fa dopo aver fatto un prelievo di sangue. Non che mi sia impressionata – ok, forse un poco sì -, ma è stato per la fame. Ero a digiuno dalla sera prima. Quindi potrei capire.

Insomma signori, qui un principe azzurro è svenuto. E’ un fatto decisamente strano e cavolo, non riesco a non pensarci.

Non è stato ucciso in un duello. Non si è perso nel bosco. Non ha rischiato la vita attraversando il regno sul suo cavallo affrontando mille pericoli.

E’ svenuto.

Così.

Chissà dove.

E chissà perché.

Nemmeno si tratta della parodia in cui oggi spesso ci si imbatte a proposito degli uomini. In quel caso sarebbe stato non esiste più il principe azzurro. Non esiste, capite? Non “è svenuto”.

Mi chiedo se forse c’è qualche fiaba degli ultimi tempi nella quale si narra di un principe che sviene e di cui non so nulla. Ho provato a mia volta a cercare il principe azzurro è svenuto su Google e non ho trovato notizie interessanti. Nemmeno tra le Immagini c’è nulla che raffiguri un principe svenuto.

Insomma, non so più cosa pensare. Non riesco ad immaginare cosa stesse cercando la persona che ha digitato quella frase. Di sicuro qui nel mio blog non ci sono tracce di principi svenuti. Ho scritto di principi azzurri incapaci, inesistenti, sopravvalutati, ma svenuti no.

Per favore, chi sa qualcosa, parli. Devo risolvere questo mistero.

E tu che sei arrivato qui cercando principi svenuti, casomai dovessi ripassare, fammi sapere come è andata.

Grazie.

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Sogni Troppo Grandi e Persone Troppo Piccole

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Al ristorante seduti al proprio tavolo Phil e Claire si divertono a fare un gioco: guardano le altre coppie sedute intorno a loro impegnate a chiacchierare aspettando o consumando la propria cena e cercano di indovinare cosa dicono fingendo una sorta di doppiaggio ironico. Ne escono fuori dialoghi surreali ed esilaranti, ma soprattutto il gioco mostra quanto Phil e Claire siano affiatati e complici. Insomma, una bella coppia.

Mi sono ricordata di questa scena del film Notte folle a Manhattan mentre, in questi giorni, pensavo a tutte le coppie che conosco e a tutte le volte che mi sono fermata ad osservarle curiosa di capire cosa le legasse, cercando indizi tra le righe dei loro discorsi e gli intrecci dei loro sguardi.

Quello che vedo non sempre mi piace. Forse sono solo io che un giorno mi sono svegliata e mi son ritrovata arruolata tra le file -quelle più indietro- dei cinici. Eppure nei discorsi non vedo affiatamento e negli sguardi c’è più ansia che complicità. Il ‘gioco’ finisce quando la mia curiosità si arena in quella che spesso sembra una triste verità.

La questione non è tanto quella classica delle persone che cercano un partner solo per non stare da sole. Più che altro si tratta del fatto che guardando troppo in fondo alle cose se ne trovano tutti i giunti più arrugginiti e gli spifferi da cui fuoriesce tutta la magia. Mi chiedo se quelle persone stiano davvero bene o facciano finta, a loro volta, di indovinare i discorsi più giusti doppiando se stessi in un film di cui nessuno può conoscere la sceneggiatura in anticipo.

Mi chiedo se forse in realtà esistano sogni d’amore troppo grandi e persone invece troppo piccole per riempirli del tutto.

Meglio ritrovarsi in un sogno disabitato, come è successo a me, o in uno tutto sformato a furia di adattarlo alle persone e alle circostanze che ci sono capitate?

Chissà.

Quanto sarebbe bello, però, essere come Phil e Claire.

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pictures by Bernulia

Inside Out: Tu Di Che ‘Emozione’ Sei?

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In molti ne hanno già scritto, il nuovo film della Disney Pixar Inside Out ha fatto fiorire decine e decine di opinioni e riflessioni, critiche e osservazioni, credo perché in fondo parla di noi e di come siamo fatti dentro e ci sono riusciti attraverso delle idee secondo me geniali, trasformando in immagini quel mondo complesso che c’è nella nostra testa.

Così anch’io, reduce dalla febbre da Minions, mi sono lasciata coinvolgere. L’altro giorno i miei amici ed io abbiamo provato ad identificarci in una delle cinque emozioni base, Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto in base a quella che in qualche modo prevale nel nostro modo di rapportarci con il mondo.

A me è toccata… Tristezza 😀

No, non vi spaventate, non sono davvero una palla di quelle proporzioni (ok, a volte si) però diciamo che un po’ mi somiglia. Più che altro si tratta di un modo d’essere, di percepire le situazioni e le persone, è un qualcosa che ha a che fare con il cercare di capire cosa c’è oltre la superficie, con il fissarsi sui dettagli e sulle parole non dette, sugli angoli evitati dagli sguardi e sui segreti che cela la pioggia osservata dietro a un vetro, in silenzio. La tristezza è quell’emozione di cui pare ci si debba vergognare perché sinonimo di fragilità, la tristezza mette a disagio e peggio ancora è il piangere. Ci insegnano che chi è forte non lo fa, così quelle lacrime clandestine di solito escono fuori di notte, al buio, lontano da altri occhi che potrebbero giudicare, non capire, nel mondo del ‘va tutto bene, grazie’, che a nessuno interessa davvero sapere cos’hai dentro.
Quello che accade nel film è proprio questo poi: le altre emozioni fanno in modo che Tristezza sia sempre il più lontano possibile dai ricordi e dalla vita di Riley, la allontanano. Così accade una cosa che è capitata anche a me qualche tempo fa. Quando Riley ne ha davvero troppo del trasloco e dei cambiamenti accade che la Rabbia non fa che peggiorare la situazione, l’effetto di Disgusto dura poco. La Gioia si da’ proprio alla macchia, perché ovviamente non riesce a trovare nemmeno un motivo, un buon ricordo, per farla sorridere. Accade che Railey non prova più niente. Diventa apatica. Non reagisce. A me capitava di sentire l’eco di quella tristezza che voleva uscir fuori e più lo reprimevo, più faceva male, ma davvero, fisicamente.

Come ho letto in qualche recensione più critica, la Tristezza diventa solo un mezzo per liberarsi, sfogarsi al fine di star meglio e non viene mostrato come la si può accettare, ma usare. Da un lato è vero, dall’altro penso che nessuno riuscirebbe a scoppiare in lacrime se prima dentro di sé non accettasse quello stato d’animo, smettendo di reprimerlo.

Comunque, ecco, vorrei proporvi un sondaggio. Il nostro personalissimo Inside Out. Di seguito troverete le cinque emozioni di base di cui sopra. Di certo ce n’è una ‘predominante’ dentro di voi o che sentite affine al vostro modo di essere. Indicatela, poi potete confermare la vostra scelta con un commento o con un post (racconto, poesia, riflessione) a tema. Poi…

Poi non so. Vediamo cosa ne esce 😀

La Realtà Delle Fiabe

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Una Cenerentola russa

Qualche giorno fa ho visto al cinema il film Il racconto dei racconti adattamento cinematografico di tre delle fiabe raccolte ne Lo cunto de li cunti di Basile scritto nei primi decenni del 1600: la regina, la pulce e le due vecchie.

Credo di non aver mai visto film più disgustoso in vita mia.

Non vi racconto le fiabe, che sono facilmente reperibili in rete, voglio parlare del modo, piuttosto, in cui sono state raccontate. Sarà stata anche colpa mia, non ho guardato trailers prima di andare a vedere il film, però ecco tutto mi aspettavo fuorché una pellicola dall’impronta decisamente splatter, roba che non tollero affatto. Ad un certo punto, infatti, ho capito che le scene violente non erano collaterali, ma proprio ricercate. Un conto per me è il thriller in cui vedi la pallottola penetrare nel corpo della vittima con il relativo spargimento di sangue, un altro è mostrare come una vecchia si lascia scorticare viva con un coltello per poi andarsene in giro per le strade del villaggio senza più un briciolo di pelle attaccato al corpo. Non sono facilmente impressionabile, ma credo sia stata la prima volta che ho chiuso gli occhi al cinema dinanzi ad una scena orribile. Come me in sala qualcun altro ha provato le stesse cose, dalla signora che alla comparsa dell’ennesimo mostro, dopo che lo stomaco era stato già messo abbondantemente alla prova in precedenza, urla -E adesso questo che cos’è?!-, alla mia amica si è ri-fiondata nel mio braccio e un altro paio di spettatori due poltrone più avanti che hanno cominciato a muoversi nervosamente sul posto, come se combattuti dal restare o andare via. Sembrava non ci fosse limite al peggio, scena dopo scena.

Il giorno dopo ho fatto qualche ricerca, ho chiesto in giro e mi sono resa conto effettivamente che una volta le fiabe erano così, crude e dalle scene forti proprio perché dovevano impressionare e lasciare moniti ai bambini, pillole di saggezza e di moralità al popolo. I finali non erano esattamente lieti ma somigliavano più ad una specie di karma nel quale a tutti veniva restituito il male fatto mentre le vittime di quest’ultimo, sempre se sopravvissute, potevano ritrovarsi in una situazione migliore della precedente, si, ma con i segni dei torti subiti che solo il tempo avrebbe curato poi davvero.

Per noi oggi, invece, la parola fiaba non significa affatto questo. Le storie che conosco io sono meno violente e più edulcorate. Proprio qualche settimana fa, ad esempio, sono andata a vedere la Cenerentola Disney, che nonostante tutte le cattiverie subite insegna che il coraggio e la gentilezza possono aver la meglio su ogni difficoltà. Se avessero messo in scena la versione di Basile, avrei visto una Cenerentola uccidere la propria matrigna, presa dalla disperazione, macchiandosi per sempre di un omicidio. Giuro che non l’ho inventato, La gatta Cenerentola è un altra delle fiabe presenti in quella raccolta.

Quale delle due storie preferireste mostrare ad un bambino voi?

Poi penso che orrori e violenza ci vengono mostrati ogni giorno da quando i criminali islamici ne hanno fatto la propria bandiera, che le ingiustizie sociali stanno dividendo le opinioni della gente e inizio a temere l’eterofobia piuttosto, che un conto sono i pari diritti, un altro è il sentirsi migliori, portatori sani di amore universale, a questo ci arrivo anche io da etero, grazie. La rabbia, l’invidia e lo stress stanno scavalcando l’umiltà e il rispetto per il diverso in nome di un aforisma figo condiviso su facebook o whatsapp.

A questo punto mi chiedo se, casomai, non viviamo proprio nel mondo delle fiabe.

picture by paroledautore.net

Non Mi Uccido Per Amore … Mi Uccido Per Impazienza

E’ sembrata una banalità sia prima che dopo. Nel mezzo ci son passati fogli di diari, musi lunghi e canzoni fatte apposta per descrivere quello che sentivi dentro. Poi rivedi il tipo che quasi una decina d’anni fa ti piaceva tanto, uno che rispetto agli invertebrati che ti circondavano a scuola sembrava arrivasse davvero da un altro pianeta salvo assistere al suo trasformarsi da persona interessante e intelligente ad una interessante, intelligente maquelchecontaèlapopolarità e ti accorgi che è pure peggiorato, che è arrivato a sacrificare qualità che ti avevano tanto colpita e attratta pur di apparire e distinguersi -a modo suo- dalla massa nella quale in realtà per te è ritornato, visto che più niente ormai lo fa brillare tra tutti gli altri come quando lo avevi conosciuto.

Ho provato delusione ma anche sollievo, perché mi sono accorta, incontrandolo, che non provo più le stesse cose per lui, al massimo affetto che credo non gli sia proprio arrivato perché troppo debole per riuscire a risalire il lungo piedistallo su cui è andato ad appollaiarsi nel tempo.

Così ho pensato alla banalità più banale che si dice sia all’inizio, quando capisci che tu e quella persona non condividerete mai nulla, sia alla fine, quando non ti tocca più neanche il ricordo più bello che hai, di lui: il tempo risolve tutto. E’ talmente scontato che liquidi la frase sempre con un’occhiataccia verso chi te l’ha propinata mentre dentro speri che sia vero anche se ti sembra assurdo, surreale e provi ad immaginare una te stessa che dal futuro ti saluta con la mano, felice e ti fa l’occhiolino come a dire -guarda qui come sei sopravvissuta bene-.

Quel che accade tra una banalità e l’altra, invece, è tutt’altro che semplice da definire.

Ogni volta, che accade.

Eppure lo vivi e aspetti…

Aspetti…

Aspetti…

Di Canzoni, Incubi E Riflessioni Da Ora Tarda

Credi che sia così coi nostri sogni e i nostri incubi, Martin?
Dobbiamo continuare ad alimentarli perché restino in vita?

[John Nash – A Beautiful Mind]

 

Da piccola avevo paura di una canzone. Strano, assurdo, ridicolo, si, ma vero. Avevo otto anni circa e più o meno a metà della seconda o terza traccia del cd, un cantautore italiano, niente di strano, scoppiai a piangere. Ne avevo una paura irrazionale, inspiegabile. Smuoveva qualcosa in me che mi faceva profondamente orrore. Non avevo associato alcun brutto ricordo o sensazione, niente di niente, non ricordavo nemmeno più le parole, solo la musica, e la trovavo terrificante. La cosa ancor peggiore, poi, è stata che per anni non ho avuto la minima intenzione di affrontare la cosa. Stava lì, semplicemente. Era diventata una paura da compagnia. Come se un bambino si affezionasse al mostro chiuso nell’armadio di fronte al proprio letto, a patto che se ne stia lì buono senza fiatare e soprattutto non se ne vada via lasciando al proprio posto un vuoto ancora più estraneo.

Un bel giorno può accadere che qualcuno o qualcosa sfondi la porta dietro la quale abbiamo nascosto ogni nostra fragilità e fermi davanti ad essa le vediamo vorticare, come foglie che danzano con l’autunno, ma cadute chissà quanto tempo prima. Increduli di fronte all’evidenza che forti non siamo vorremmo soltanto che quel qualcuno o qualcosa tornasse immediatamente indietro ad aiutarci a fissare qualche asse di legno perché se la loro assenza fa male sembra sia ancora più dolorosa l’idea di farcela ugualmente da soli, come se bastarsi avesse un po’ il sapore di una condanna. Per tanto tempo mi sono chiesta se questo fosse un desiderio ovvio o solo un’idea irrazionale, una di quelle a cui soltanto la testa che l’ha generata da’ credito e pure più del dovuto. Ho visto porte sfondate in cuori che credevo più tosti del mio, trasformati in buchi neri che attiravano ogni negatività, soffrendo tanto, troppo, di parole e comportamenti che pensavano e pensano ancora di non meritare affatto.

Per quanto effettivamente sia un desiderio ovvio quello di voler avere accanto qualcuno che ci passi chiodi e martello per far quello che da soli ci siamo stufati di fare, è anche vero che la maggior parte delle idee irrazionali son tutte figlie di una sola dannatissima cosa. Non accettarsi. Non accettare di essere più complessi, più sensibili, di avere delle debolezze che si sono aggiunte in corsa e che non avevamo portato con noi fin dall’inizio del viaggio. Non avevo mai detto a me stessa prima io sono anche questo. Io sono anche ciò che ho paura di affrontare. Pensavo che il lasciar vivere quieto il mostro nell’armadio avrebbe preservato ciò che sono e mi piace essere. Invece, al contrario, chi mi vuole bene (o spero) mi stava facendo notare che proprio così stavo diventando tutt’altro.

La storia della canzone è finita un pomeriggio di qualche anno fa sgombro di pensieri superflui con me armata di cuffiette e si, diciamo, un po’ di coraggio. Qualche secondo dopo aver premuto play scoprii che alla rassegnazione si stava sostituendo la curiosità. La rimandai almeno altre tre o quattro volte. Capii cosa mi spaventava. Mi ci misurai come un pugile fa con l’avversario che teme di più. Adesso, ecco, non è diventata esattamente parte di qualche mia playlist. Io però avevo vinto una sfida e sentii di apprezzarmi.

E d’accordo si, che non si sappia troppo in giro, apprezzai un pochino, ma proprio un po’, anche lei.

Scent Of A Woman

E’ ovvio che se ad invitarti a ballare è Al Pacino e non Banderas la differenza c’è, eccome. E a parte il fatto che io e il ballo siamo su due pianeti diversi e che in confronto potrei perfino dire di saper cantare e che di questo film avrei potuto riportare tante altre scene, monologhi e citazioni perché è stupendo, questa scena qui ha qualcosa di speciale.
Sarà lui che si muove all’inizio così come quando si passeggia in un ricordo per poi ritrovarsi un po’ alla volta nella nostalgia, la musica che ad un certo punto gli ricorda che quel profumo ce l’ha lì tra le braccia ed è davvero vicino e reale, che una donna è anche questo, nonostante il buio; la dolcezza di un uomo che si presenta così com’è, compreso di passato e futuro, porgendo a lei le proprie mani senza camuffare nessuno dei due.
Sarà l’emozione, immaginata, di essere portata così o il fatto che una volta mi sono innamorata di un profumo da uomo che non ricordo più nemmeno qual’era eppure conservai il fogliettino sul quale l’avevo provato per mesi, su cui c’era scritto be a gentleman, always nemmeno avessi dovuto ricordarlo io.
Lui dice che il tango non è come la vita, nessun errore è irreparabile, basta solo che si continui a ballare e per quanto a me metta molta più ansia l’idea di sbagliare i passi credo di non essermi mai sentita più felice ogni volta che il profumo di qualcuno o qualcosa li ha guidati, oltre il ricordo, gli errori, la strada che non sapevo fare e gli abbracci che mi mancano ancora.

*… Play It, Sam …*

You must remember this
A kiss is still a kiss
A sigh is still (just) a sigh
The fundamental things apply
As time goes by

And when two lovers woo
They still say: I love you
On that you can rely
No matter what the future brings
As time goes by

Moonlight and love songs
 never out of date
Hearts full of passion
 jealousy and hate
Woman needs man
and man must have his mate
That no one can deny

It’s still the same old story
A fight for love and glory
A case of do or die
The world will always welcome lovers
As time goes by …

[As Time Goes By – dal film Casablanca]

*… Bufera …*

Era una domenica pomeriggio e cambiavo stancamente i canali della tv in cerca di qualcosa di minimamente interessante che mi impedisse di spegnerla senza pietà. Alla fine un film di cui non conosco né il nome e né la trama, attirò la mia attenzione. Era ambientato in America, al tempo in cui gli uomini indossavano cappelli con ampie falde e le donne vestiti lunghi e ricamati. Delle volte capita di vedere film interi e non conservare alcun ricordo particolare di loro. Altre, di arrivare al momento giusto del film, quello che per qualche strano motivo resterai a guardare e non dimenticherai più. Non so cosa è accaduto prima e dopo e ricordo soltanto questa scena che, estrapolata dalla storia, è diventata davvero importante per me.

Un uomo agitatissimo si rivolge alla bambina che vive con lui in una casa di legno, in piena campagna, spiegandole che deve fare una cosa importantissima, anche se pericolosa e che lei non può assolutamente seguirlo. C’è una bufera di neve, davvero troppo forte e lei deve restare a casa. Lui deve uscire là fuori e cercare una persona che si è persa. La bambina lo guarda con occhi spaventati. Quella bufera mette davvero paura, dalle finestre non si distingue più nulla di ciò che c’è intorno alla casa, è solo tutto bianco e terribilmente uguale. L’uomo prima di andare da’ una pistola alla bambina dicendole che se non fosse tornato entro un certo tempo (che non ricordo), avrebbe dovuto aprire la porta e iniziare a sparare dei colpi in aria. Il rumore degli spari, infatti, sarebbe stato l’unica cosa che lui avrebbe potuto distinguere in quell’inferno di neve per poter ritrovare la direzione giusta, verso casa. La bambina fa cenno di aver capito, e l’uomo esce di casa e dopo pochi passi scompare alla vista. Lei, impaurita, si tiene istintivamente alla pistola, tenendo il conto dei minuti che passano. Si accorge che il tempo prestabilito è quasi scaduto. Aspetta ancora un po’, ma non vede nessun’ombra avvicinarsi. Allora si fa coraggio e apre la porta. Si mette appena un po’ fuori la casa e inizia a sparare. Uno, due, quattro, cinque colpi. Niente. Non vede arrivare nessuno. I colpi finiscono. L’uomo si è perso nella bufera. Presa dal panico, torna subito in casa e cerca una pentola e un utensile di ferro. Ha un’idea. Corre fuori e fa l’unica cosa che le sembra possibile: continuare a fare più baccano possibile per far si che l’uomo possa sentire un qualche suono, anche flebile, scandito con un certo ritmo e ritrovare la strada. Batte l’utensile sulla pentola con tutta la forza che ha. Come se non ci fosse nulla di più importante al mondo. Senza sentire il freddo e la fatica e il braccio che inizia a farle male. Dopo un po’, finalmente, inizia a scorgere qualcosa. Un’ombra più scura in tutto quel dannatissimo e vorticoso bianco. L’ombra si avvicina e prende sempre più la forma di un uomo, con una donna in braccio. La bambina scoppia in un sorriso stupendo e ancor di più mentre velocemente rientrano nella casa di legno, al caldo.

Magari a questo punto qualcuno si starà chiedendo se il film intero non fosse effettivamente di gran lunga più interessante, ecco. Io restai incantata e sul punto di finire in lacrime, tanto che mi emozionai. Credo perchè in quel momento, come a volte capita con una canzone o con un libro, quella scena stava interpretando un qualcosa che facevo ancora fatica a capire ma che era nella mia testa già da un po’.

Mi sono sempre chiesta cosa fare quando una persona che ami, per utilizzare ancora le immagini del film, finisce suo malgrado in una bufera di neve o ci si butta dentro in maniera consapevole perchè sa che è lì che deve cercare le sue risposte e da nessun’altra parte, nonostante tu stia lì a ripetergli che potrebbero esserci altri mille modi per trovarle. Cosa fare quando il cuore ti si spezza nel vederla perdersi e soffrire e non poter far nulla per aiutarla. Perchè il tuo aiuto effettivamente non serve. Ha bisogno di stare lì da sola, di farsi domande, di incontrare altre persone nella sua stessa bufera, imparare e dare consigli che poi magari servono anche a lei. E capire. Crescere dentro. Mentre tu resti lì come un’idiota, incapace di decidere cosa fare. Perchè l’istinto ti direbbe di seguirla. Di non lasciarla da sola. Con il risultato grandioso di perderti a tua volta in una bufera che per quanto brutta possa essere, per te lo è ancora di più perchè ti è totalmente estranea. In qualche modo non è la tua bufera. E’ la sua, e vi siete persi entrambi. Non riuscite nemmeno più a vedervi. Un disastro. E ne farai tesoro, certo, ma ti porta di nuovo punto e a capo. Ti ritroverai di nuovo sull’uscio della porta senza sapere cosa diavolo fare.

Poi magari ti ricordi di tutte le volte in cui sei stata tu quell’uomo pregando chiunque provasse a tenerti per la giacca di lasciarti andare perchè non era altro che una questione che avevi da risolvere con te stessa e nessun altro.

E così nel momento in cui mi sentii così solidale sia all’uomo che alla bambina del film, si è come accesa una lampadina. Che, vabè, nel mezzo della bufera è come accendere i fari nella nebbia, lo so. Sembra una soluzione, ma non è che risolva granchè. E’ più un’indicazione, un aiuto, un’alternativa. Io direi, un gesto d’amore.

Dire a quella persona vai tranquilla, che qui resto io. Finisci dritta tra le tue paure e le tue domande. C’è una sola cosa che devi ricordarti di fare, nel caso non riuscissi a tornare più. Nel caso fosse tutto sfocato per poter distinguere un albero o una casa o un punto di riferimento qualsiasi. Ricorda di tenere ben aperte le orecchie. Io sarò qui a fare più casino che posso, proverò ad urlare più della tempesta e tu potrai ritrovare l’orientamento quando lo vorrai.

Mi allontanai dalla tv con gli occhi lucidi. Non era solo una cosa davvero intelligente, ma davvero piena d’amore. E adesso l’ho pure scritta qui, nel caso la mente dovesse tradirmi, so almeno dove cercarla. Dovessi mai perdermi..

*… Una Cosa Bella E’ Una Gioia Per Sempre …*

E’ sera. Lei si prepara per andare a dormire. Lui dorme nella stanza affianco, un muro li divide. Si rende conto sempre più di amarla, è il 1800 e certe dinamiche non sono assolutamente quelle di oggi. Se il giovane John avesse avuto un cellulare, ad esempio, avrebbe potuto scorrere i nomi nella rubrica, trovare ‘Fanny’ e mandarle uno squillo. Lei avrebbe sorriso e risposto allo stesso modo. Invece John, separato dal suo amore, per farle sapere che lui è lì e sta pensando a lei si avvicina al muro, e con il pugno chiuso, ma non troppo stretto, bussa. Una sola volta, delicatamente. La reazione è la stessa. Lei sorride e indugia un momento. Ha capito, è lui. Le sta dicendo ehi sono qui, ci sono, sono qua, addormentati pensando a me. Stringe il pugno anche lei. Un leggero tocco al muro. John era certo che lei avrebbe capito, senza parole, senza troppo clamore. Allora avvicina la testa al muro, quasi sapesse che lo sta facendo anche Fanny. E restano così, appoggiati entrambi, nello stesso punto su due lati diversi, lontani per toccarsi ma vicini abbastanza per permettere alle loro anime di abbracciarsi.

Questa è una scena di Bright Star, film sulla vita del poeta John Keats. Visto poco fa. E mi ha colpito così tanto che non volevo dimenticarla. Il film ha un ritmo lento, perfetto per raccontare gli avvenimenti dell’epoca, ma quasi esasperante dati quelli a cui si è abituati adesso. E’ in un ritmo così però che si apprezza il valore di una poesia. Poesie e lettere attorno le quali ruota tutto il film. Particolarmente importanti quando, costretti a star lontani, John prega Fanny di rispondere alla sua lettera usando parole dolci, per consolarlo e di baciarle affinchè lui potesse posare le sue labbra dove erano state le sue. Decisamente un romanticismo d’altri tempi, ma bello da scoprire e ricordare.

Una cosa bella è una gioia per sempre:
cresce di grazia; mai passerà
nel nulla; ma sempre terrà
una silente pergola per noi, e un sonno
pieno di dolci sogni, e salute, e quieto fiato.
Perciò, ogni mattino, intrecciamo
una catena di fiori per legarci alla terra,
malgrado lo sconforto, il disumano vuoto
d’animi nobili, i giorni tristi,
le perniciose e ottenebrate vie
della nostra ricerca: si, malgrado tutto,
una forma bella il drappo toglie
allo spirito triste. Così sole, luna,
alberi antichi, e nuovi, germoglianti felicità d’ombre
per l’umile gregge; e narcisi
col verde mondo in cui abitano; e chiari ruscelli
che cercano un fresco tetto
contro la torrida stagione; il cespuglio nel bosco,
colla spruzzata di boccioli della bella rosa muscata:
e così anche la magnificenza del destino
che immaginiamo per i morti illustri;
tutti i racconti belli uditi o letti –
una fonte infinita di bevanda immortale,
cola per noi dall’orlo del cielo.

Né queste essenze sentiamo solo
per brev’ora; no, come anche gli alberi
che sussurrano attorno al tempio presto diventano
cari quanto il tempio stesso, così fa la luna,
la poesia passione, le glorie immense,
ossessioni per noi finché non siano lietificante luce
all’anima nostra, e a noi si legano sì forte,
che, sia splendore, o tenebra tetra,
sempre con noi dimorano, o moriamo.

[tratto dal poema Endimione – John Keats]