La fata che intervistò l’unicorno: l’Intervista, parte 2

[continua da La fata che intervistò l’unicorno  ,  L’Incontro e L’intervista-parte 1]

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-Beh adesso allora capisco che tipo di spasimanti hai! Senti un po’… Tu sei un unicorno social. In particolare utilizzi Instagram. Perché? Insomma, perché la gente dovrebbe seguire un unicorno?

-Non ti passi neanche un secondo per la testa, mia dolce bipede, che possa fare la fine di quegli stramaledetti fenicotteri rosa di questa estate. Io non sono una moda!
Sono social solo perché i tempi lo richiedono. Non dimentichiamoci che sono portatore di verità e non conta il mezzo quanto il messaggio. Ma quanti riescono ad accedere a quest’ultimo? Potrei sembrare schivo , saccente, permaloso, superbo, presuntuoso…
Ma così disse anche la volpe che non era riuscita a raggiungere l’uva.

Gaetano accavalla –si può dire, sì? Anche se è un unicorno?– le gambe e posa il suo bicchiere vuoto sul tavolino. Io mi alzo e a grandi passi giro per il grande salone poco ammobiliato guardandomi intorno.

-Senti Gaetano, secondo me qualcuno lì fuori scuote ancora la testa. Facciamo così. Io di solito quando devo convincere qualcuno che credo davvero in una cosa, ne parlo male. Eh si. Parlo dei suoi difetti. Niente di più reale. Chi ti vende la perfezione di solito vuole imbrogliarti. Dicci il tuo difetto più grande e un motivo per cui le persone non dovrebbero seguirti affatto. 

-Non dovrebbero seguirmi e non lo fanno perché hanno paura di guardarsi dentro. Di abbandonare la grotta delle loro illusioni… Difetti? Che significa?

-Giustamente. Dai, proponimi un viaggio. Qui su due piedi, adesso.

-Penso lei non sappia volare signorina… Oppure si? Perché in tal caso le proporrei un viaggio sul lato oscuro della Luna…

-Mmh ho capito che ti piacciono le citazioni. Vin Diesel in The Fast and the Furious dice che vive la sua vita un quarto di miglia alla volta. E tu? Quanto vai veloce?

-Spazio e tempo sono assiomi creati dall’uomo. Io non ho vincoli. Non dico di essere immortale, non fraintenda… Semplicemente non sento scorrere su di me il tempo…saprebbe dirmi quanti anni ho?

-A occhio e croce diciamo…  Beh, no. No. Effettivamente non saprei.

La smetto di gironzolare e mi siedo di nuovo sul pouf. Con la coda dell’occhio vedo che il bicchiere di Gaetano è di nuovo pieno. M.. Ma come ha fatto? Se io sono sempre stata qui e lui.. Vabé. Osservo i suoi occhi. Ad un tratto è come se fossi anni luce lontana da lui e allo stesso tempo praticamente tra le sue braccia. E’ questo l’effetto che fa il mito infuso nella realtà? Sprigiona un profumo familiare ed estraneo insieme e mi accorgo solo ora che quello di bagnoschiuma ormai è svanito. Come il Bourbon dal mio bicchiere. Ops.

-Quand’è che invece rallenti, ti fermi..? 

-Mi fermo quando vedo violenza. Violenza gratuita. L’uomo è capace di troppo male. Non è come gli altri animali che se attaccano lo fanno per necessità o autodifesa…
Tutto assume dei contorni troppo sanguinolenti. Lì mi fermo e piango. Si dice che le nostre lacrime bevute dalla terra abbiano il potere di far rinascere a vita nuova.

-Sono d’accordo. Ti è mai capitato che fosse la vita a fermarti? E come hai reagito quella volta? 

-Quando ho perso mio padre. Centinaia di anni fa… Provi a fare un salto al Metropolitan di New York. Mia madre ha tessuto col suo crine gli arazzi che voi umani definite “La caccia dell’unicorno”. Beh… Quello era mio padre… E mia madre è morta di crepacuore…Serve aggiunga altro?

Rivolgo di nuovo lo sguardo all’arazzo alla sua sinistra. Allora l’unicorno raffigurato è… Cavolo. Avverto un brivido che mi ricorda la sensazione di spavento e incanto che l’immagine mi aveva suscitato all’inizio.

-Cos’è che ti ispira? 

-L’amore. L’amore è l’unica cosa che può donare vita eterna…

-Scopriti, Gaetano. Qual.. No! No, insomma… Oh! Dicevo… Mostraci come sei.. Dentro. Una paura, un incubo. Cosa turba i sogni di un unicorno?

-I miei sogni in realtà sono salti nel tempo. Rivivo le gesta dei miei antenati. Faccio mie le loro passioni e la mia paura è quella di morire della loro morte ad ogni risveglio.

-E invece qual è il tuo sogno?

-L’età avanza e sento la necessità di dover lasciare un segno del mio passaggio nel vostro mondo. Forse è il caso che inizi a cercare la mia futura ex moglie, madre dei miei… Dodici cuccioli? Pare che come numero abbia portato bene in passato…

-Gaetano e questo invece cos’è? E’ un sogno o è la realtà? 

Mi guarda negli occhi per un tempo che non so definire. Lo osservo anch’io. Ad un tratto mi accorgo che non sto aspettando una sua risposta, ma solo che quest’ultima pian piano affiori da me, stavolta.

Finiamo per ridere. Poi si congeda portando con sé il bicchiere di nuovo vuoto e sparisce alla destra del salone, nella penombra.

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Arazzo medioevale appartenente al ciclo “Caccia all’unicorno” – Metropolitan Museum of Art, New York

Se volete sapere di più su Gaetano, insomma conoscerlo meglio, lui è su Instagram come gaetanounicornonapoletano, OPPURE lo trovate QUI –> Gaetano Unicorno Napoletano
Per info e curiosità scrivete nei commenti 🙂 

 

La fata che intervistò l’unicorno: l’Intervista, parte 1

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno  e  La fata che intervistò l’unicorno: L’Incontro]

Con la coda dell’occhio noto un altro arazzo alla sinistra della finta libreria. E’ in stile medioevale e raffigura un unicorno circondato da persone armate. Un tempo antico. La paura dell’uomo davanti a ciò che è diverso. Quell’immagine è spaventosa e attraente. Insomma fa un certo effetto. Come se non fosse già tutto abbastanza misterioso, oltre che fuori le righe. La voce di Gaetano riporta la mia attenzione su di lui.

-Bourbon anche per te.

Poggia un altro bicchiere di liquore ambrato sul tavolino. Ma che c’ha i bicchieri già pronti? 

-Io in realtà preferirei un caffè, ma pure l’acqua va ben..

-Solo liquore pregiato nel mio tempio. Sapori di paradiso. Profumo di… donna.

-Quella è di Al Pacino.

-No tesoro. Parlavo del tuo…

-GAETANO, dunque.

-Dai su, presentati come si deve. I miei lettori a questo punto o mi hanno presa per pazza o sono lì in attesa, curiosi di sapere chi sei.

-Io sono Gaetano, Unicorno Napoletano. Sono sempre esistito. Erano i vostri occhi non pronti ad accettarmi. Sono sempre stato al fianco dei miei bipedi preferiti.

Punta lo sguardo nel vuoto.

-Iscrizioni rupestri … Animali strani. Il nostro rapporto con la comunità umana è sempre stato molto.. stretto. In molti sensi. Purtroppo.

-Da dove vieni? Ti prego non dirmi seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino che ti mollo qua e…

-Non sei andata poi così tanto lontana…
In origine galoppavo nell’infinito spazio-tempo. Poi è nata la luce e il mio corpo ha preso forma. E’ nato il fuoco e mi è stata insufflata l’anima. E il suono …  mmh. Non era che il rumore dei miei zoccoli.
Sono la nota stonata dell’armonia originaria del cosmo, quella suonata dalle stelle quando collidono. Poi è stata la volta del corno… Su per giù quando si è formata la Terra.

-Facci capire. Sei un po’ come Tarzan al contrario? Sei finito nella giungla urbana mentre eri ancora in fasce e poi sei stato allevato da esseri decisamente diversi da te?

-Io sono un umano, ma con qualcosa in più. Tradizionale ed emblematico simbolo di saggezza, l’unicorno nell’immaginario cristiano poteva essere addomesticato solo da una vergine, simbolo di purezza … ma oggi non ci sono più le vergini di una volta!

-Beh ma un unicorno cos’è che fa tutto il santo giorno?

-Io divoro cultura e cammino spesso tra la gente. Mi avvicino alle anime in pena. Cerco di riportarle in vita prima che sia troppo tardi…

-E sei sicuro sicuro di essere l’ultimo unicorno sulla Terra? E se ce ne fossero altri oltre a te? Nemmeno una.. femmina?

-Sono l’ultimo esemplare di unicorno maschio italiano. Sono in contatto con alcune comunità di unicorni in giro per il mondo. Più volte mi hanno chiesto di raggiungerli ma il mio posto è qui…
Ahimé femmine no. Non in Italia. Al momento grazie ai social sono entrato in contatto con una unicorno inglese. Niente male, ma il suo british humor, credimi, fa appassire ogni mia velleità.

Ti è mai capitato di perdere la testa -di unicorno, ndr- per femmine di altre, ecco, diciamo così… Specie? 

Mediamente mi innamoro dalle quindici alle venticinque volte al giorno. La leggenda narra che i miei antenati, per quanto focosi e passionali, usavano addormentarsi sul grembo di una vergine.
Ecco, il problema è che io non riesco a prendere sonno… E non perché soffra di insonnia quanto piuttosto per il mio amore per la.. patata. In sincerità penso che sia quanto di peggio inventato dal vostro Dio. Mi spiego. Non è possibile starle lontano. Per quanto paffuta, barbuta essa sia, non si può fare a meno di venerare tanta perfezione.
Da lì nasciamo e… lì vogliamo far ritorno ogni qualvolta ci sentiamo soli. E indifesi…

-E al contrario? Mai avuto spasimanti? Del tipo tu sei l’ultimo unicorno italiano e io mi prenderò cura di te?

-Le femmine della razza umana sono una cosa incredibile. L’unica cosa al mondo che ancora non sono riuscito a decifrare. E’ capitato spesso che si proponessero di donarsi a me per la sopravvivenza della mia specie… Ma così, per spirito di sacrificio? Continuo a chiedermelo.

-Sinceramente anch’io. Parliamo di cose serie, Gaetano. Viviamo in un’epoca in cui gli uomini hanno paura delle donne e le donne hanno paura degli uomini. Emancipazione male interpretata da un lato, residui di maschilismo bieco ed ignorante dall’altro. Tu cosa ne pensi?

Le donne urlano all’emancipazione e quando ce l’hanno tutto quello che di meglio riescono a fare è risultare una copia sbiadita dei difetti degli uomini. Ma dico… Dove sono finite la dolcezza e l’amor cortese?
Dove è finito il maschio italiano? MI SI RIZZA IL PELO QUANDO li vedo più depilati di una lolita e poi si affannano a  mostrarsi violenti per farsi rispettare. Non concepisco l’idea di gelosia e possesso. Sembra una lotta alla sopravvivenza della loro specie ma non considerano che per riuscirci devono appunto smettere di lottare. Insomma, di cercare un modo per prevaricare sull’altro.

-Mi sembra interessante. Sai l’anno scorso la parola più cercata e di cui si è più discusso è stata “resilienza”. Quest’anno invece sembra sia “empatia”. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, cosa significano queste parole per te.

-Resilienza? Sono un essere superiore… La mia testa e il mio cuore sono di unicorno, il mio corpo, la mia carne, di umano. Ad ogni battito per me si accende una sfida di sopravvivenza tra le due specie. La lotta genera dolore…
Empatia… Deriva da ‘emo-pathos’ e per me è una maledizione. Gli uomini ci hanno sempre dato la caccia per i nostri corni, per il nostro latte e il nostro sangue, spingendoci ben oltre le soglie di estinzione. Mi sono sempre sempre sentito ospite. La mia diversità ha fortemente attratto ed altrettante volte allontanato. Le persone si avvicinano per curiosità senza mai fermarsi a chiedere cosa ho da raccontare…

-Sei un personaggio mitologico, epico. Con quale dio greco organizzeresti un party sul monte Olimpo?

-Ancora credi a queste cazzate? Gli dei dell’Olimpo non esistono… Tutti sono potenzialmente esseri divini. Solo che pochi lo sanno.

-Ah beh mi hai stupita! Non mi aspettavo una risposta del genere. Una cosa che proprio ti fa girare i.., ehm, gli arcobaleni?

Le puttanelle sapientone. Loro mi fanno davvero girare gli arcobaleni.

-Allora adesso mi odierai… – mi viene da ridere, ma mi sforzo di rimaner seria. -Per dire che qualcosa è impossibile dico sempre una cosa tipo “Si guarda, sta passando un unicorno!”. Per un unicorno invece cosa è impossibile?!

-“Uh guarda. Una donna che dice una cosa sensata…”

-Adesso si spiega che spasimanti hai! Sei forte. Senti un po’… Tu sei un unicorno social. In particolare utilizzi Instagram. Perché? Insomma, perché la gente dovrebbe seguire un unicorno?

Continua …

 

Se vi va di seguirlo, Gaetano è su Instagram come gaetanounicornonapoletano, OPPURE lo trovate QUI –> Gaetano Unicorno Napoletano
Per info e curiosità scrivete nei commenti 🙂 

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La fata che intervistò l’unicorno: l’Incontro.

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[continua da La fata che intervistò l’unicorno]

Quasi quasi me ne vado.

Sarà pure l’ultimo unicorno maschio rimasto sulla faccia della Terra, ma non si fa aspettare così una donna. Tamburello con la penna sul ginocchio destro. Nella mano sinistra ho il foglio con le domande. Ci sono molti scarabocchi. In fondo cosa cavolo gli chiedi ad un unicorno? Che tempo fa tra gli arcobaleni? Se davvero iniziano in corrispondenza di una pentolaccia piena di monete d’oro lasciata lì da uno gnomo di passaggio? Bah.

So cosa state pensando. Cosa cavolo ci fai tu lì, Bloom. Tu hai messo su questa storia. Tu hai parlato di cose divertenti, un po’ folli, forse verosimili. Tra realtà e illusione, fantasia e verità. Adesso sta’ lì e non lamentarti. Lo so. E’ che sono curiosa e la curiosità mi ha portata fin qui. Insieme a voi.

Davanti a me c’è un tavolino basso di legno scuro e dietro un divano di pelle bordeaux. Io sono seduta su un pouf color crema. Scomodo. Appeso al muro, sopra al divano, c’è un arazzo che raffigura una libreria. Insomma, è una libreria finta, disegnata. Per carità, i gusti son gusti. Mi aspettavo profumi esotici. Incenso, vetiver, legno antico. Invece mi arriva al naso giusto una scia di note dolci. Sembra bagnoschiuma da donna. Seguita da una risata femminile. Leggermente stridula, pure. Da quel lato l’ambiente è illuminato ancora meno.

Un fruscio. Uno svolazzo di tessuto liscio, tipo seta. Mi ricompongo.

Eccolo qui! Alla buon’ora. Si siede sul divano bordeaux. Indossa un kimono blu scuro con dei draghi stampati all’altezza del petto. Nella mano sinistra stringe un bicchiere di un liquore ambrato. Scuoto la testa. Quasi quasi la cosa dello gnomo gliela chiedo davvero.

-Carissima Bloom!

-Gaetano…

Ci stringiamo la mano.

-Allora, cominciamo?

La fata che intervistò l’unicorno

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Ogni tanto qualcuno mi chiede il significato di Bloom, il mio nickname.

No, non sono fan dell’omonimo Orlando. Carino, per carità, ma non c’entra.

Al momento di pensare ad un nome che dovesse rappresentarmi qui sul web, mi venne in mente quello di un personaggio di un cartone animato che avevo amato molto, Winx. Un po’ Sailor Moon, un po’ Harry Potter. Insomma, alla fine la mia scelta cadde su Bloom, la protagonista della storia. L’ultima fata proveniente dal pianeta Terra.

Così, una cosa modesta.

Bloom era quella che sapeva governare il fuoco, risolvere i problemi di tutti, avere a che fare con chi sulla Terra ormai non credeva più alla magia. Mi piaceva un sacco. Pensai che fosse perfetta come ispirazione. Sarebbe riuscita a ricordarmi di non restare mai troppo con i piedi per terra.

A ventotto anni appena compiuti credo di aver ottenuto l’effetto che speravo.

Solo che poi, ecco, succedono cose strane.

Cose surreali. Però verosimili.

Forse direte di no e non vi si potrà dare torto. Diciamo che dipende dal punto di vista e forse alla fine sarete d’accordo con me. Un pochino. Se no, almeno sarà stato divertente. E un po’ folle. Folle, come può esserlo per una con un nickname così.

Parlavamo appunto di non restare mai troppo con i piedi per terra. Dunque?

Ah, no. La domanda è un’altra. Cosa?

Cos’è che sarà divertente, folle, assurdo, misterioso e forse anche un po’ vero?

Un po’ di suspense. Okay.

Incontrare e, ahimè conoscere, l’ultimo esemplare di unicorno maschio rimasto sulla Terra.

… ?

Eh no però. Non mi dovete ridere proprio adesso.

Nel prossimo post ve lo presento. Un’intervista. Così, da fata ad unicorno.

Ah! State ridendo!

Lo sapevo.

Abbiate fede, poi mi direte.

Aah, non posso dir di più.

Sul serio, sul serio.

Poi mi direte.

Le Vie Del Signore Erano Infinite, Ma Non Arancioni

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Prima di tutto ci terrei a chiarire un concetto, anche se banale: Christo non ha fatto nessun miracolo.

Eh no. Le Floating Piers secondo me non sono quel che tecnicamente si può chiamare “camminare sull’acqua”. Se mi trovo su un’imbarcazione abbastanza grande e ci cammino su mentre la suddetta naviga da un punto A ad un punto B, praticamente, è la stessa cosa. L’unica differenza con la Passerella di Christo è che questa stabilisce un collegamento continuo rispetto all’imbarcazione. Mi sembra, però, che una cosa simile sia stata già inventata. Il molo. Così, per sentito dire. La Passerella non è che un molo che non si interrompe in mezzo al lago. Si tratta di una piattaforma galleggiante.  Di un colore orrendo pure.

Sono troppo critica?

Troppo poco, forse.

Qualcuno ha considerato l’esperienza quasi religiosa, mistica. Molti sono stati attirati per curiosità, altri per l’opportunità di scattare il selfie più figo dell’anno. Chi è corso al lago d’Iseo, comunque, l’ha fatto perché ha considerato l’evento imperdibile. Come ha detto Christo stesso, irripetibile. Le Floating Piers infatti sono un’opera d’arte. Landing art. Mi sono informata. Questo capriccio d’artista, in realtà, è pieno di significati, anche abbastanza suggestivi. La passerella è un percorso, un racconto della vita e lo ha dedicato a sua moglie scomparsa qualche anno fa. E’ un’opera d’arte “reale” in quanto ha a che fare con gli elementi della natura: sole, vento, acqua. Sotto questo punto di vista è anche emozionante.

Le Floating Piers, però, resteranno in allestimento solo per due settimane.

Per quel che ne capisco, l’arte non dovrebbe avere una scadenza. Soprattutto se si tratta di un investimento di denaro e risorse. L’arte è ciò che da secoli tramanda da una generazione all’altra quella scintilla di divino e di perfezione, grazie a persone dotate del talento necessario a forgiarla in opere materiali, e non. Mi direte che adesso esistono anche le “performance”. Tipo quelle di Marina Abramovic. Lei, nel The artist is present non ha speso però 12 milioni di dollari per emozionare e creare un’opera d’arte vivente, che coinvolge un pubblico e che dura un limitato periodo di tempo.

subDunque, non è propriamente una performance. Non è un’opera d’arte di cui nei prossimi decenni il mondo potrà fruire. E’ … un’esperienza. Un esperienza costosa. Un’esperienza che era stata in precedenza rifiutata dal porto di Tokyo e di Rio della Plata in Argentina. Chissà perché. Christo arriva in Italia e puff, viene accolto nell’entusiasmo delle istituzioni del posto che vedono nel suo folle progetto un’incredibile opportunità di creare turismo in un territorio che già da tempo viene protetto dall’inquinamento di imbarcazioni a motore e pericoli vari per l’equilibrio di un ambiente delicato e da tutelare. Poi menano 200 mila blocchi di conglomerato nei fondali di un lago che non ha bisogno di alcuna “esperienza mistica” per essere considerato una meraviglia di suo. L’esperienza costerà molto al fondale. Si sta discutendo sul rimuovere o no i blocchi. Qualcuno dice di lasciarli lì, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Altri dicono che possono essere rimossi e riciclati, con il minuscolo rischio di distruggere ancor di più i fondali e alterare l’equilibrio biochimico che tiene in vita la flora e la fauna presenti.

A me questa faccenda innervosisce un sacco.

Non solo le Floating Piers sono costate tantissimi soldi, deturpano l’ambiente, verranno distrutte tra dieci giorni, e sono state pure evacuate a causa di un temporale (ma va?), ma stanno creando un mare di disagi ai cittadini di Sulzano e problemi alla circolazione dei mezzi di trasporto pubblico e privato di tutta la zona. E’ questo il punto: le follie di un’artista non si possono considerare “sostenibili”, come i promotori dell’iniziativa si fregiano di dire. Si doveva pensare ad un piano straordinario di mobilità, garantire linee e corse, prevedere che l’arrivo di migliaia di persone avrebbe congestionato il sistema di trasporto locale.

E niente, a questo Christo non c’ha pensato. Così la gente aspetta sotto al sole file chilometriche per “vivere l’esperienza”, sempre che siano riuscite a non snervarsi nell’arrivare e sperando che il ritorno non sia un inferno. Ah, sempre che non arrivi un altro temporale. imageQual è la probabilità che se ne verifichino quattro o cinque nel giro di quindici giorni? Alta, caro Christo. Alta. Siamo a giugno. Per la verità solo poche settimane prima dell’apertura si sono ricordati di fare degli studi sulle correnti d’acqua che potrebbero dare fastidio ai tiranti e alle piattaforme galleggianti. Cosa di niente. Figuriamoci se sospettavano di creare disagi nelle stazioni.

A fronte di tutto questo l’artista Christo avrebbe dichiarato: “L’attesa è parte della mia opera, o avete pazienza o non venite”. Capriccioso e spocchioso. Il prefetto Valenti dice: “L’opera è un’opportunità, non un diritto”. Con buona pace di ogni significato della parola arte. Adesso, non voglio fare la spocchiosa anch’io. Visto però che s’è servito dell’ingegneria per costruire il suo personalissimo ponte sull’eternità e hanno impiegato 23 mesi, uno studio serio di fattibilità dell’opera poteva farlo fare a qualcuno. Invece no. Arriva l’artista, l’artista ha i soldi, l’artista fa quel che cazzo gli pare.

Bene così. Caro Christo, riguardo una cosa che dovrebbe esser bella non si può sentir parlare di “emergenze”. L’unica cosa che aspetto io è solo quella di non leggere più sui giornali dei ridicoli disagi che stai causando, in nome del tuo sedicente miracolo.

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I(n)spirare

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Sicuramente esistono tanti altri modi di vivere. Spesso mi perdo ad osservarli nei gesti, nelle parole e nelle decisioni degli altri. Mi chiedo cos’è che li anima, cosa li spinge verso l’attimo successivo, cosa li fa sentire vivi.

Cosa li ispira.

In questo periodo mi sento come se volassi a vista, i comandi automatici dell’aereo sono tutti scassati e mi tocca regolare i parametri a mano, il che sarebbe pure divertente se non fosse per il fatto che avrei bisogno di concentrarmi su altro e posso solo immaginare come si possa star bene a qualche centinaia di metri più su, potendo osservare il mondo dall’alto, ma per davvero, con il cuore che sussulta ad ogni vuoto d’aria, come se fosse innamorato. Diciamo che non è tanto male in fondo, rispetto all’evenienza di dover affrontare un’altra avaria, però manca qualcosa.

L’ispirazione, appunto.

Uno spunto, un’idea folle, un amore, una scia di polvere luminosa che ti passa accanto chiedendoti di saltare a bordo senza pensarci troppo e senza osservarla con troppa attenzione perché finirebbe per spegnersi e depositarsi al suolo come tanta altra comunissima polvere. Mi son guardata indietro e mi sono resa conto che ho sempre viaggiato in avanti nel tempo così. Credo di non saperlo fare diversamente. Cerco un guizzo, un’idea sfuggita ad un incubo, una nuvola che attutisce i passi.

No, non la si può cercare, non consciamente. L’ispirazione capita. Si mette di traverso sulla tua strada all’improvviso e hai solo pochi istanti per decidere se seguirla o no e il punto non è tanto il come e il quando questo accade, ma è proprio la mancanza di voglia e di spirito da parte delle persone di prendere quello spunto e farlo proprio, metterlo negli ingranaggi della propria giornata e farlo funzionare. All’ispirazione non è che si può dire aspetta che c’ho da fare, magari più tardi. Quella s’offende. Se ne va. Torna a vagabondare tra i cuori persi, alla ricerca di quello giusto che possa accoglierla. Alla lunga finisce per sbiadirsi, come una passione pallida per l’insoddisfazione.

Così da un lato c’erano persone troppo impegnate a vivere, dall’altro osservavo quei fantasmi di creatività stanchi e davvero non sono riuscita a capire. Si fa più caso alle ispirazioni?

Io per il momento mi tengo stretta l’ultima che ho trovato, sperando che non si esaurisca troppo in fretta.

 

Semaforo Rosso

Sessanta secondi. L’ultima volta ho notato i suoi guanti di lana neri e la maglia a maniche lunghe blu che porta nonostante il caldo, o forse per quello. Corre, salta, conta le auto, i secondi, i centesimi. Alle otto del mattino lui sorride, tu sbadigli, lui lancia i fazzoletti sul parabrezza e se non li vuoi torna a riprenderli, qualcuno impreca, qualcuno compra, qualcuno, come me, ogni volta salta dal sedile dell’auto perché sovrappensiero. Una mattina ero nervosa e lo guardai distrattamente, lui imitò il mio broncio e io risi. Poi puntualmente il tempo scade e il mondo torna a muoversi, il gioco finisce.

Un-due-tre-stella! La città si diverte a giocare, specie quando vai di fretta. Alcuni si mettono in posa davvero, a fissare chissà cosa. I restanti si scambiano occhiate, sperando di non esser sorpresi a muoversi da chi stava tenendo il conto, senza mani davanti agli occhi e il viso rivolto al sole. Immobilità eterea, tempo che si tocca con pensieri increduli -Perché stiamo fermi, non passa nessuno!-. I più caotici sarebbero tutti bloccati e sospesi a mezz’aria se non fosse per quello di far tardi, già cento metri più avanti che aspetta impaziente battendo il piede a terra.

Ancora uno. Altri secondi di quiete, irreali, persi a notare dettagli dei palazzi e della gente sui quali mai ti saresti soffermata altrimenti e ad incrociare occhi che nascondono occhiaie e sguardi dietro lenti colorate, prima di riprendere a fissare la strada. Tieni il piede pronto sulla frizione, che lo sai, tutto tornerà come prima, si ripartirà scorrendo via tra tutti gli altri ognuno verso la propria giornata, così com’è normale che sia, anche se in quei pochi secondi non sembra così scontato, specie se un’idea diversa attraversa elegantemente sulle strisce proprio lì dinanzi a te e ti stai sporgendo per vedere da che parte sta andando. Sussulto. Da dietro stanno già bussando.

Riapro gli occhi, qualcuno ci osserva stranito. Penso che quando siamo perfettamente liberi di disporre del nostro tempo finiamo per perderlo e con lui perdiamo anche occasioni e possibilità, invece poi costretti in un brevissimo spazio di istanti contati, elemosinati, cerchiamo di vivere davvero, come se non avessimo alternativa alcuna. Lascio le tue labbra, tu corri, io spero, di nuovo il tempo scade. Semaforo rosso.

*… Sorridi Che La Vita (Se Le Gira) Ti Sorride …*

Quando si dice che anche una giornata apparentemente insignificante riesce a regalare piccole soddisfazioni qualche volta.
Cose di non troppa importanza che però appena riesci a fermarti un secondo, ci ripensi e sai che non appena metterai la testa sul cuscino ti verrà da sorridere, giusto pochi secondi, prima che la tua mente,  mentre si appresta a chiudere baracca, se ne va rimbalzando tra un pensiero e un altro come una di quelle biglie di gomma che se lanci senza troppo riguardo va sbattendo da muro a muro fino ad incastrarsi da qualche parte dietro ad un mobile, sempre che non la perdi di vista e sbuffi, perchè ti tocca cercarla dapertutto.

Ieri ancora non ho capito bene com’è che è toccato a me fare il taxi per andare a recuperare mezza famiglia in giro per la città vittima di scioperi dell’ultimo minuto. Non che mi sia dispiaciuto troppo, perchè poche cose mi piacciono come guidare, però ho trascorso praticamente la giornata in auto tra traffico, statali, motorini che a poterlo fare ti passerebbero anche sulla testa e attese più o meno lunghe senza poter fare molto altro che tirar fuori un libro (che a furia di aprirlo solo di notte lo finirò nel duemilaemai) e ascoltare qualche canzone alla radio. Senza parlare del fatto che come “special guest” di fianco a me avevo mio padre. Una di quelle rarissime volte che posso guidare io e non lui. Ahh. Fa sempre un po’ preferisco-ripetere-l’-esame-di-scuola-guida. Roba che magari sulla rampa d’accesso lui qualche volta dimentica di mettere la freccia. Tu no. Tu non puoi dimenticarlo. Sta lì pronto che ti ripiglia. Per non parlare dello stai al centro corsia, non t’azzeccare a quello davanti e allegerisci il piede. Hai la patente da 5 anni e a tratti ti senti un’idiota. Però poi lo stupisci. Il parcheggio da manuale. Ti concentri nemmeno che la tua vita stia dipendendo da quello. E sai che quando ti ci metti non sbagli di un millimetro.
Abbozzi un sorrisetto da carogna e lui ti fa “Però, complimenti!”. Esci dall’auto trionfante. Con un padre, tu figlia, certe cose te le devi guadagnare, non c’è niente da fare. E so’ soddisfazioni.

La seconda della giornata, invece sta su tutt’altro piano. Ed è idiota. Davvero idiota. Ogni tanto mi vengono idee strampalate, stupide, che hanno un loro perchè magari e trovano pure realizzazione, come oggi, ma solo perchè il mondo ogni tanto decide di assecondarmi e darmela vinta.
Qualche tempo fa mi chiesi se esistessero al mondo altri uomini che hanno il taglio d’occhi come quello di Antonio Banderas. Si perchè io sono una di quelle che pensano che lui sia sexy anche accarezzando un plum-cake. Anche se è passato da Angelina Jolie a Rosita. Non uomini che gli assomiglino o altro. Il taglio d’occhi, lo sguardo. Lo so, avete appena portato una mano alla fronte  (il famoso facepalm) e state ridendo. Però è vero. Mi è sempre sembrato troppo particolare, occhi profondi, scuri, uno sguardo sia duro, deciso che dolce, all’occasione. Mi ripromisi di farci caso, guardandomi in giro, hai visto mai. Era un po’ che non mi veniva in mente questa cosa. E poi ho scoperto che Zorro in realtà lavora al Servizio Clienti dell’Auchan a pochi km da qui. Ieri sera mi stava prendendo un colpo. Ero andata già qualche giorno prima per passare la mia scheda Tim a Vodafone approfittando di una di quelle mega-offerte scontatissime. Ovviamente mi sbagliarono il numero di telefono e la scheda non si attivava mai. Così sono tornata e dopo un paio di tentativi falliti ai box informazione sbagliati, approdai al box giusto.

-Buonasera!- dissi, tentando di attirare l’attenzione di qualcuno.

E arrivò Zorro. Camicia bianca, pantaloni neri, capelli neri tirati indietro con il gel (ma chi li porta più così?!), braccio destro poggiato sul bancone, busto a tre quarti. La mia espressione era indecifrabile.

-Buonasera signorina, dica pure-.

Pffft. Pffffft. Stai seria stai seria staaaai seria. Non scoppiargli a ridere in faccia. Resisti.

-Salve, ho un problema con l’attivazione della scheda Vodafone, però un attimo che ho lasciato delle persone fuori al negozio, vado a chiamarle-.

-Si, si, però poi torni qui che vediamo-.

E certo che torno, se me lo dici così dove vuoi che me ne vada?

Tornai prendendo dalla borsa la sim incriminata.

-Allora, mi dica pure-.

Lo guardai. Non potevo crederci. Era esattamente quel taglio d’occhi. L’aria meno intelligente. Però era quello. Avevo davanti una folle idea fatta persona.

Si dunque, h-ho passato la sim Vodafone a Tim… oh, no, no… Tim a Vodafone. O no? La Wind non c’entra di sicuro….Aaa machissene…!

-Dunque, in pratica è stato sbagliato il numero della Tim da passare in Vodafone, perchè non risulta alcun passaggio-

Senti Don Diego, smettila di guardarmi così. Lo so che non hai capito niente, ma non mi freghi sbattendo le ciglia…

-Aspetti un momento che chiamo la collega-

…come volevasi dimostrare, addio mio eroe.

Alla fine mi son dovuta pure tenere il numero che dicevano loro. Però metti la soddisfazione di aver avuto quel paio d’occhi dritti dritti davanti ai tuoi!

La terza invece è piuttosto una piccola grande conquista. Al ritorno dall’Aushan deviazione in pizzeria. Il pizzaiolo di fiducia di famiglia è davvero un personaggio. Lavora bene, ma guai a rivolgergli la parola. Non risponde e se lo fa è a grugniti, se va bene, altrimenti è un leggero cenno con la testa. All’inizio si pensava fosse muto, invece una sera lo sentii parlare con un altro signore in maniera anche abbastanza agitata. Peccato che non riuscii a capire nemmeno una parola. Parlavano in una lingua incomprensibile, non era nè italiano (figuriamoci) nè dialetto stretto. E so che non è nemmeno straniero. Boh. Il problema è che spesso nemmeno coglie l’ordinazione e tu stai li a ripetere nel minor numero di parole possibili com’è che vuoi la pizza, soprattutto se a metro e alla tua famiglia vengono in mente i gusti più strani. Perso l’attimo, è finita. Ieri invece ci sono riuscita. Il cenno con la testa è arrivato subito, seguito però da una smorfia. Mi sa che il metro metà margherita bianca e metà ortolana al pomodoro doveva essergli sembrato un abominio. E infatti ha messo pomodoro ad entrambe le parti.
A quanto pare non si può ottenere sempre proprio tutto tutto, però in cambio qualche volta torni a casa, stanca, ma con un sorriso e una storia buffa, da ricordare…