Più semplice di quanto pensassi

P_20180831_144716

La signora dai capelli ricci e castani sdraiata a due passi da me sta raccontando alla sua nuova amica, minacciata dai gavettoni di acqua gelata dei propri figli più abbronzati di quanto io possa diventarlo mai, che quando ha divorziato si chiedeva come avrebbe fatto a fare le cose da sola, andare in giro da sola, andare al mare, da sola.

Lascio il mio lettino per andare in avanscoperta alla ricerca di immagini della mia città che ho desiderato e cercato e che finalmente posso far mie. Mentre mi allontano la voce della signora si affievolisce. Parla ancora di come in fondo è stato più semplice di quanto pensasse.

Alla mia destra il fazzoletto di spiaggia si arrende ad un palazzo antico che si affaccia sul mare. Mi sento come se fossi altrove, da qualche parte oltre le mie cellule e le vecchie delusioni. Il punto di vista speciale sul golfo della mia città alla mia sinistra mi rimaterializza in un qui e ora meno appannato e più brillante. A volte uno si concentra e si sforza di sentirsi intero anche senza i propri timori ma è totalmente inutile. E poi accade, mentre il mare ti sfiora le punte dei piedi.

Mi dico che in fondo è stato più semplice di quanto pensassi, nonostante tra il volere davvero una cosa e il dimostrare a se stessi di poterla ottenere sembra ci passi una differenza che si piazza davanti alla porta della tua stanza come una Sfinge malvagia affamata di risposte ad indovinelli esistenziali che hanno come unico scopo quello di immobilizzarti e non, come erroneamente pensavi, aiutarti a conoscere meglio te stessa.

Per poco non la calpesto.

Ariel.

Mi guardo intorno. Nessuna bambina nei paraggi. La spiaggia è mediamente affollata ma proprio lì non sta passando nessuno. Prendo lo smartphone e la fotografo. La bambola di Ariel è poggiata su una dunetta di sabbia bagnata decorata con delle conchiglie prevalentemente bianche. E’ rivolta verso il mare. Sorrido e passo oltre.

____________________________________________________________________________________________

Quando sono tornata a casa ho aperto la galleria delle foto, tra tutte ho aperto la foto della sirena in riva al mare e l’ho osservata a lungo. Quella che doveva essere soltanto un fatto curioso da raccontare in giro diventa qualcosa di più. Mi sono incantata. Perché lì c’è tutto. C’è vero e inventato, realtà e fiaba, plastica e sabbia, natura e uomo. C’è una sottile poesia che lega la sirena al cuore e poi il cuore al mare e racconta di sogni che scambiano sguardi con la realtà e lontano dagli occhi del mondo si intendono perfettamente, mentre noi cerchiamo di distruggere con tutte le nostre forze ostacoli fatti di aria.

 

Elogio del selfie

Oggi, scorrendo le bacheche di alcuni social, mi chiedevo se davvero stiamo vivendo uno dei periodi più vanesi della storia dell’umanità, dal momento che vengono pubblicati con una continuità impressionante selfie di ogni tipo e da ogni parte del mondo.

Noi utilizzatori della fotocamera interna dei nostri cellulari siamo davvero così tanto vanitosi? E’ giusto bollare la questione in questi termini e basta? Creare nostri autoritratti è davvero qualcosa di così superficiale, così da millennial ed egoriferito?

Siamo diventati semplicemente dei cultori dell’io o c’è dell’altro?

Ecco, io credo di si. Sento ci sia da spezzare qualche lancia a favore di questi selfie.

Parlo a chi almeno una volta nella vita ha provato quella sensazione di completo smarrimento e terrore che nasce dal trovarsi l’obiettivo di una macchina fotografica puntato addosso. Sensazione che si trasfigura attraverso il processo di acquisizione dell’immagine dell’apparecchio fotografico in smorfie terribili, sorrisi tirati, espressioni spaurite o totalmente inespressive.

Nel tempo ho capito che molto dipende da chi ci sta fotografando. In qualche modo finiamo per apparire nel modo in cui quella persona ci vede davvero. E non sempre quel che ne viene fuori è un feedback positivo.

Un’altra buona parte della fotografia dipende da cosa noi pensiamo di noi stessi. Una percezione che può cambiare nel corso della vita ma anche della giornata. Su questa parte qui si può lavorare, certo, nel corso della vita ma spesso della giornata.

Ma sull’altra? Non abbiamo gran margine di decisione. Non tutti abbiamo tra parenti e amici dei fotografi professionisti, di quelli che flirtano con le modelle attraverso la loro Reflex e le decine di obiettivi costosissimi ad essa anessi. Al massimo ci è capitato uno zio che ci ha inquadrate dal basso verso l’alto, un’amica che ha chirurgicamente scovato un rotolino sul fianco che non ti eri mai vista in vita tua, per non parlare delle foto in cui abbiamo gli occhi chiusi, le luci a sfavore o il trucco sbavato.

Allora, se la fotografia in fondo è un’arte, un modo di esprimere sentimenti, emozioni e il proprio modo di vedere il mondo, in un quadro di questo genere, abbastanza deprimente, credo che il selfie ci abbia salvati. Siamo finalmente riusciti ad eliminare il terzo incomodo tra noi e l’obiettivo.

Non dobbiamo pregar nessuno di fotografarci a raffica finché non viene la foto giusta. Dipende solo dalla nostra pazienza e testardaggine. Nessun imbarazzo per le foto in cui siamo orribili, tanto basta cancellarle subito e nessuno le guarderà mai. Possiamo scegliere luci, posa, luogo preferito senza dover spiegare nulla a nessuno. Possiamo osservarci nello schermo senza alcun tipo di condizionamento e imparare a piacere a noi stessi prima che a chiunque altro. A guardarci bene dopo un po’ riusciamo perfino a scovare i nostri stessi pensieri in una ruga di espressione, nel lato verso il quale incliniamo la testa e nell’angolo che assumono i nostri occhi che tuttavia continuano ad essere lo specchio della nostra anima.

E sapete, c’è qualcosa di molto intimo e personale in questo. Quella piccola finestra sul nostro mondo interiore, nel momento dello scatto, resta a nostra disposizione soltanto e non alla mercé di qualcuno che nemmeno ci conosce poi così bene.

Così mentre ci osserviamo ben bene prima di scattare la foto, possiamo perfino scegliere.

Scegliere di mostrare quella tristezza o trasformarla in allegria, di lanciare una corda ad un qualsiasi altro sentimento che può così risalire dai punti più nascosti e profondi di quell’abisso interiore, protetto da sguardi indiscreti e quindi libero di essere se stesso. Il selfie in qualche modo ci ha restituito la libertà di esprimerci e mostrarci al meglio di noi stessi -o al peggio, ma consapevolmente, forse- purché, ecco, non si trasformi sul serio in una sorta di culto della propria immagine fine a se stesso.

Che io credo che la vanità non sia un difetto, anzi. Quest’epoca è piena di spunti e sproni a rimettere noi stessi al centro della nostra vita. Tutti i vari qui e ora, l’attenzione a ciò che mangiamo, il fitness, i divorzi brevi. Possiamo davvero costruire la nostra vita praticamente su noi stessi e basta. E in un attimo la vanità diventa narcisismo.
Quindi, attenzione.

E’ tutto uguale, ma diverso.

 

 

Silenziosa ed elegante la neve si posa ovunque. Sulle cose brutte e su quelle belle.

E’ la prima volta che vedo nevicare così. Sono saltata giù dal letto e per tutta la mattinata non ho fatto che ammirare e fotografare ciò che vedo già praticamente tutti i giorni e che ad un tratto è sembrato così diverso.

Nemmeno immaginate cosa significa per Napoli un inizio di giornata con la neve. Disagi a parte, che ovviamente non mancano essendo quasi completamente sprovvisti di misure adeguate a fronteggiare eventi meteorologici del genere, è praticamente una festa.
Infatti si dice che a Napoli fa caldo anche quando fa freddo.

Perché poi tutto si è sciolto appena il sole si è fatto largo tra le nuvole ormai vuote.

Per qualche ora mi sono incantata, come di fronte ad un trucco di magia.

E cosa importa alla fine?

Che è tutto così semplice. C’è bianco oppure ombra.

Come nel cuore.

E se perfino la natura cambia, si adatta, sorprende e poi torna come prima, perché non possiamo farlo anche noi?

 

“Dovremmo imparare dalla neve a entrare nella vita degli altri con quella grazia e quella capacità di stendere un velo di bellezza sulle cose.”
[Don Cristiano Mauri]

Il passato nel posto sbagliato

passato futuro media

Credo che sia meglio agire e sbagliare, piuttosto che restare immobili a guardare o peggio subire.

Pertanto sono una che sbaglia. Commetto degli errori e l’ho sempre ammesso.

Qualche tempo fa lessi una cosa sconvolgente. A causa della fotografia digitale e di tutti i sistemi per archiviare e condividere foto e immagini, ci stiamo lasciando dietro un deserto digitale. Non stampiamo quasi più le fotografie e i ricordi, per non parlare di documenti di qualsiasi genere. La tecnologia avanza, i software si aggiornano di continuo e anche i formati in cui vengono salvati tutti questi files, quindi è possibile che tra decenni non si potrà più accedere a ciò che oggi pensiamo sia al sicuro nella nostra pen drive o cloud. E sarà il vuoto perché non ci saranno più testimonianze storiche ‘cartacee’ di questo periodo. Secondo gli esperti infatti alla lunga il cartaceo sarebbe comunque più affidabile del digitale. Insomma, una foto per quanto sbiadita, stropicciata e strappata qua e là è sempre meglio di un file che non si apre più.

Per contro, si verifica un altro fenomeno abbastanza strano. Il virtuale ci nega il diritto di dimenticare. O almeno lo rende alquanto difficile.

Dicevo, anch’io faccio errori. Non mi mai capitato però di non mettere il cuore in qualsiasi tipo di frase io abbia mai pronunciato. Non ci riesco. Se il più piccolo livello di apprezzamento nei riguardi di una persona si può definire stima, beh io non riesco a separarla dall’affetto. Questo forse fa di me una persona del tutto normale o forse è più probabile che sia vero il contrario. Fatto sta che se non provo almeno stima, e quindi affetto, non mi applico nel pronunciare nessun tipo di frase.

Tutti quelli con cui ho condiviso momenti della mia vita, per me, hanno un valore che sono disposta a proteggere in tutti i modi che riesco a concepire. Niente effetti speciali. E’ solo la verità.

Due o tre volte è mi capitato di trovarmi di fronte invece persone che non hanno la più pallida idea di cosa intendo. Persone rancorose che non sono disposte a mettersi in discussione e che creano intorno a sé un mondo finto fatto di false amicizie e di rapporti superficiali pur di svegliarsi al mattino, guardarsi allo specchio e sentirsi convinte di non aver mai sbagliato.

E’ difficile, ma proprio difficile, ma alla fine rinuncio. Perché c’è un limite a tutto. Non si può subire il rancore di qualcuno per sempre.

E il valore? Un momento, quello resta. Anzi, è l’unica cosa che resta e che ho il diritto di conservare e proteggere. Per conto mio. Nella mia testa. Nei miei ricordi.

E’ a questo punto che il virtuale non aiuta. Gli algoritmi del volemose bene fanno sì che nella timeline ti ritrovi sempre e ancora quelle persone o qualcuno che le conosce e granelli finissimi delle loro vite continuano a finire nella tua perché purtroppo i social network sono materiali permeabili a meno che non si adottino misure forse anche troppo drastiche.

Invece io non voglio sapere. Non voglio guardare, ascoltare, leggere niente. Non mi riguarda. Ho il diritto di dimenticare e di liberarmi di quei granelli che tolgono spazio al nuovo, a chi nella mia vita c’è davvero e mi capisce e mi vuole bene e condivide i miei stessi valori, la mia idea di amicizia, di amore, di tempo condiviso. Chi da’ valore alle mie parole, alle mie intenzioni, al mio affetto e alle mie attenzioni.

Rischiamo di avere un presente pieno di passato e un futuro che ne sarà praticamente privo. Un deserto digitale lo vorrei, sì, ma alle mie spalle e a proposito delle vite che non riguardano più la mia.

La foto non pubblicata

IMG_20170907_223148_797

foto personale

Qualche giorno fa sono rientrata dalle mie vacanze settembrine, rilassata e anche un po’ infreddolita visto che se da un lato a Settembre è possibile abbronzarsi senza rischiare troppo di prendere scottature, dall’altro c’è che le giornate, dopo il tramonto, diventano più fresche e ventilate. In più al ritorno a casa mi sono goduta finalmente un po’ di pioggia, che spesso mi rilassa anche di più.

Insieme a cinque conchiglie e una pigna, ho portato con me dalla vacanza anche un sacco di foto. Tante. Alcune le ho pubblicate qua e là. Poi mi sono persa a riflettere. Guardandole tutte sullo smartphone, mi sono chiesta che senso ha mostrarle e qual è invece il significato di tenerne alcune lì, al sicuro nella galleria.

Di certo nel mostrare si prova il piacere di condividere.

E nel non farlo invece?

Effettivamente possiamo mica condividere proprio tutte tutte le foto. Rischiamo di annoiare, ma anche di far perdere bellezza a quelle che invece davvero meritano di essere mostrate.

In più, pensavo, alcune bisogna proprio tenersele per sé. Non perché siano meno belle. Non è detto che ci riprendano in momenti troppo intimi o che siano compromettenti. E’ che semplicemente nelle foto non pubblicate si conserva una specie di magia. Un’energia segreta che poi va ad abitare in qualche angolo nascosto dentro di noi.

A quell’angolo ho pensato spesso durante quei giorni. Con una certa tristezza.

Credo di averlo trascurato. Non l’ho protetto abbastanza, non me ne sono curata. Forse semplicemente non ne avevo bisogno eppure, però, mi sono accorta che dentro c’erano finiti troppi occhi e parole che non erano le mie. Di mio c’era rimasto ben poco.

Mi sono fermata a pensare a cosa ci si dovrebbe mettere lì dentro.

Le foto da non mostrare a nessuno. Okay. E poi?

I sentimenti. Quelli che non si possono spiegare.

I ricordi. Quelli che non si possono raccontare.

Le paure. Quelle a cui non possiamo rinunciare, perché sono un po’ anche le nostre sfide personali.

L’amore. Forse questo rientrava già nei sentimenti, però credo meriti un senso più ampio. Amore come energia, come rete di fili intrecciati che sorregge tutta la realtà così come noi la percepiamo e viviamo.

In quell’angolo ci va ogni senso più profondo, sincero e intimo che noi diamo alle persone che conosciamo, alle nostre esperienze, a quel che immaginiamo per il nostro futuro e ad ogni passo che facciamo in qualsiasi direzione e per qualsiasi motivo.

Quell’angolo non va mostrato. Non va barattato con nessun altro senso di sicurezza proveniente da chissà chi o dove. Deve essere tenuto al di fuori del commercio delle parole e dello scambio dei pensieri.

E’ come quella foto che non pubblichi perché è solo tua.

Di nessun’altro.

A proposito di foto, ho deciso di aprire un profilo Flickr nel quale pubblicare quelle che voglio conservare come se fossero dei racconti fatti di immagini e non di parole. Chi vuole può venire a curiosare cliccando sul link 🙂 

P_20170908_161922

foto personale

 

Tutto Ciò Che Volevo Farti Capire

DSCF5226

Foto personale 8 agosto 2015

Quel che volevo farti capire ho provato mille e mille volte a scriverlo e a dirlo a parole e a silenzi, com’era più opportuno.

Quel che volevo farti capire non l’hai capito perché non mi hai mai ascoltata davvero.

Quel che volevo farti capire era che per una buona volta avresti dovuto aprire le orecchie e chiudere la mente, cosicché le parole prendessero la strada giusta, finalmente.

Quel che volevo farti capire era che non avevo bisogno di nulla se non di te, così com’eri.

Quel che volevo farti capire era che non avrei mai tollerato mi trattassi così. Per paura di rovinare tutto alla fine tutto si è rovinato, ecco.

Quel che volevo farti capire è che non c’era alcun fottutissimo bisogno di tirar fuori tutte quelle spine e pungermi, per costringermi ad allontanarmi.

Quel che volevo farti capire è che non ti avrei mai odiato soltanto perché tu me l’avevi chiesto.

Quel che volevo farti capire era che, dove meno te l’aspetti, poi nasce un fiore.

Quel che volevo farti capire era che non c’è niente, niente al mondo di più bello e che somiglia all’amore e alla fiducia e all’amicizia e all’esserci l’un per l’altra, alla meraviglia del trovarsi e del tenersi nelle reciproche vite, niente di più vero, reale, autentico e che io andrò sempre e comunque alla ricerca di quel fiore, non importa quanto impegno tu ci abbia messo per cacciarmi via da te. Questa sono io: ma tu non hai voluto capirlo.

‘ArtisticaMente’ Nell’Obiettivo

Ne parlavo proprio qualche giorno fa sulla pagina Grafica di questo blog che, effettivamente, era da un po’ che non lavoravo più a niente, complice la mancanza di tempo, di voglia e di ispirazione. Poi un amico mi ha parlato di un evento dalle mie parti e c’era bisogno di una mano e possibilmente di una macchina fotografica, magari poi di occhi e di un po’ di tempo pure e io avevo tutte queste cose e ho pensato perché no. 

Il mio amico, Giuseppe Mastroianni, è il direttore di EUnity, una ONG che attraverso il sostegno dell’Unione Europea si occupa di promuovere realtà locali, eventi culturali e risorse ed è un bel progetto, ci sono persone appassionate di arte, cultura e musica, piene di voglia di fare e di sentirsi parte di qualcosa, che non siamo soltanto la generazione europea-si-che-poi-non-serve-a-niente ma si prova ad esserci davvero, anche attraverso occasioni come questa.

Il contest “Artisticamente” è stata una sfida tra band, solisti e gruppi di ballo che poi è finita in festa, per il caldo, l’entusiasmo e l’adrenalina che ancora teneva tutti all’erta prima della proclamazione dei vincitori. Per me è stato emozionante stare sotto al palco, vivere le vibrazioni della musica e cogliere le espressioni divertite, pensierose e attente dei vari finalisti. Guardavo la gente, chi era lì per sostenere qualche amico o parente, chi si avvicinava per curiosità e altri che per un puro caso si sono ritrovati sotto ai riflettori di luce bianca mentre si baciavano sulle note di Every Teardrop Is A Waterfall lontani dalla folla e pure dal resto del mondo, mi sa.

Per la prima volta mi sono ritrovata ad occuparmi sia degli scatti che dell’editing, fino alla realizzazione di qualche artwork e mi sono divertita tantissimo.

Le Macchie” è la band che si è aggiudicata il terzo posto di cui vi consiglio di ascoltare il singolo “Bianca” (che mi son dedicato per ovvi motivi 😀 ), eccoli:
terzo posto 02

Il secondo posto è andato alla band “A Day After Hurricane“:

secondo posto02

e il primo posto è stato del gruppo di ballo “Dietro le quinte“:

primo posto

Per le foto di tutti gli altri artisti vi lascio il link alla pagina facebook di EUnity.

As Long As You Love Me So, Let It Snow, Let It Snow, Let It Snow

L’armonia è fatta di una serie di logiche che più non comprendi e meglio si intrecciano e sopravvivono perfino a ciò che le ha create. Per rendere l’idea, secondo me, è un po’ come accade per l’amore.

L’altra sera sono rimasta immobile, in contemplazione davanti tutte quelle piccolissime lucine colorate, i loro riflessi, il loro accendersi e spegnersi apparentemente a casaccio, come orchestranti che prendono a suonare in una sequenza ignota a chi ascolta, ma che loro conoscono alla perfezione. Da unica spettatrice pensai di fermarmi ancora qualche minuto, che in fondo l’albero lo si addobba anche un po’ per se stessi.

Se ti resta dentro è difficile che niente o nessuno prima o poi non arrivi a risvegliarla mai. Si lega a quella parte di te che può restare in astinenza per un po’di tempo ma non riuscirebbe mai a viverne senza. Così la ricerca ovunque. Come quando di un discorso ricordi un dettaglio insignificante o fotografi una foglia tra le altre cadute in terra. Come quando ti innamori o sorridi per altri motivi, come quando ti dici posso crederci ancora.

Si, si anche lì ogni casa, albero, piazza era addobbato a festa. Sarà che fa più freddo così a nord o che Babbo Natale qui è quasi a casa, ma l’atmosfera natalizia è davvero coinvolgente. Mi è rimasta dentro e l’ho portata a casa con me. Come un regalo.

Cosa accade poi? Che i ricordi si facciano sensazioni. Lo strano fenomeno per cui quando ti ritrovi vicino qualcosa che ti ricorda l’altra che ha generato il ricordo, riesci a star bene. O comunque riprovi quella sensazione. Pensavo allora a quanto sia importante collezionare un buon numero di belle sensazioni. È possibile che così il mondo sembri un po’ meno buio, e brutto.

Non me l’aspettavo, le strade profumavano di dolce. Dovevano essere le chocolaterie o i waffles venduti per strada. Ho trovato città calde, accoglienti come non avrei creduto che fossero. Mi sarebbe piaciuto puntare il dito verso decine e decine di cose perché qualcuno, una persona speciale che immaginavo al mio fianco, potesse notarle. 

Che poi per star bene in fondo il segreto è avere la possibilità di dare, più che ricevere. Fare un regalo, offrire ascolto o comprensione. Dare amore. Una grande grandissima fortuna credo sia trovare una persona che riesca a lasciarsi amare da te. Che non respinga le tue attenzioni, che non ti escluda per un motivo o un altro dalla propria vita. Qualcuno che non veda l’ora di incontrarti di nuovo, che ti chieda di restare o di tornare. Qualcuno che abbia voglia di conoscerti, che ti chieda di trascorrere del tempo insieme o di chiacchierare un po’. Cose semplici. Invece ultimamente mi è toccato solo correr dietro le persone a cui tengo mentre andavano a rintanarsi chissà dove. Non che non voglia star loro vicino, ma sono stufa. Ve la immaginate Alice che continua a cadere nel pozzo a furia di lasciarsi trascinare da chi non si degna di fermarsi a dirle dove diavolo sta andando? Io no. Perfino lei sono certa che un bel giorno si fermerebbe in un posto e direbbe che quello è il suo paese delle meraviglie e chi c’è bene, chi no fatti suoi.

Qualche giorno dopo ho visto le luminarie nella mia città. Non avevo ancora avuto occasione di farlo. Sono stata felice di vederla vivere e coccolarsi nello spirito natalizio. Era tutto un dare e ricevere tra lei e la gente che passeggiava tra le sue strade. Io ho incontrato degli amici speciali. Persone che conoscevo ma di cui mi mancavano gli sguardi, i sorrisi. Anche in Belgio ne ho trovata una. Dal sito web del nostro scrittore preferito alle strade di Bruxelles. Tremo ancora dall’emozione a pensarci. Anche loro sono state un regalo per me, senza che lo sapessero. 

Diciamo che adesso più che Alice sembro Scrooge. Lo so. Il fatto è che adoro pure lui, è un personaggio affascinante, come lo è l’atmosfera che sa creare quel racconto. Non è Natale per me senza pensare mai una volta a A Christmas Carol.

Guardavo le vetrine dei negozi alla stazione della metro. Mi piacciono da morire i giorni prima di Natale. Sono carichi di atmosfera. Sono tesi, quasi scoppiano per i milioni di cose che le persone hanno da fare e da dire o che hanno per la testa e non credono di realizzare ancora, ma si perdono a fantasticarci su. Sperano e maledicono, si emozionano, si concentrano nei preparativi o brontolano soltanto. Nessuno, proprio nessuno resta indifferente dinanzi al Natale. Nel bene e nel male. 

L’atmosfera è una forma di armonia. Allo stesso modo, esiste e non riesci a spiegarla. C’è e basta. Prima parlavo del fatto che quando manca la si finisce per ricercare ovunque. Io l’ho fatto in quest’ultimo periodo e qualcosa l’ho trovato. Qualcosina. Forse le parole per esprimere quello che ho dentro, che ho vissuto. Magari per parlare anche di ciò che vorrei fare. La cosa più importante è che tra tutto, mi pare di aver trovato anche la voglia di cercare ancora. Quella è fondamentale davvero. Come ho sentito distrattamente dire da Benigni qualche sera fa è il desiderio che muove il mondo. Il desiderio è energia potenziale, e mi piace pensare sia futura entropia. E se il segreto fosse andare, sempre e comunque, verso tutto ciò che ci attrae di più, pur senza una ragione e tante spiegazioni? Finiremmo per diventare noi stessi parte di un’armonia?

E così osservando l’albero la mente è volata a tutto questo. Semplicemente, per associazione di idee, di emozioni. Chissà cos’è che hanno davvero in comune. Pare siano intrecciate, tipo da una logica nascosta. Boh. Credo che ci penserò su. 

When we finally say good night, how I’ll hate going out in the storm; but if you really hold me tight, all the way home I’ll be warm. The fire is slowly dying, and, my dear, we’re still good-bye-ing, but as long as you love me so, let it snow, let it snow, let it snow.

foto personale, Brugge, Belgio

foto personale, Brugge, Belgio

Non C’è 2 (Novembre) Senza Jack

Che importa dove abitano i santi
dove fanno i loro bei cerchi
guarda che gran firmamento
accompagna una stella.

[Emily Dickinson]

 

1546199_10204421271883270_8090674384768826188_n

foto personale 31 ottobre 2014

Indovinate chi si è divertita come una bambina ad intagliar zucche, la sera di Halloween 😀

Ne ho lette come ogni anno di tutti i colori su questa ricorrenza che non è nostra, mentre mi chiedevo nostra cosa significa, se ci si riferisce al fatto che nei decenni che ci hanno preceduti non si è mai festeggiato alcunché il 31 ottobre o a quello che per i cristiani le vere ricorrenze sono quelle dei due giorni successivi e non questa. Tralasciando poi la questione pretesto per divertirsi che in fondo non toglie e non mette nulla al senso della ricorrenza in sé per sé perché è di consumismo che si parla, non di altro, del quale si può esser vittime in tanti altri modi pur avendo declinato l’invito al più cool degli Halloween-party, io non riesco a non farmi affascinare da leggende e credenze che possono anche non esser parte della mia cultura ma nelle quali trovo il tentativo di altri uomini e tempi di dare un senso a cose che tutti più o meno percepiamo ancora come misteriose e che spaventano come la morte e tutto ciò che la riguarda.

Ad esempio, come si fa a restare impassibili leggendo la storia di Jack O’ Lantern? Uno un po’ fuori dal perbenismo, pure falso, della società, che in vita s’era diviso tra osterie e lavoretti poco onesti ma scaltro da fregare per ben due volte il diavolo finito poi ad esser rifiutato sia dal Paradiso che dall’Inferno e condannato a vagare eternamente alla ricerca di un posto dove stare alla flebile luce di un carbone ardente donatogli pure con stizza e pietà. Fuori da questo mondo, fuori dall’aldilà, intrappolato in un non luogo che si estende ben poco oltre la sua stessa anima.

Ditemi se davvero sentite così lontana da voi una storia come questa.

Di altri esempi me ne vengono in mente diversi, che con la religione c’entrano poco, eppure hanno radici che affondano in paure che accompagnano gli uomini da sempre e che questa festa che di base ha a che fare con la fine, la morte, la chiusura di cicli naturali, con il buio e il sonno momentaneo della vita sta qui a ricordare.

Ciò che vorrei sottolineare è che perfino restando fedeli a tradizioni  e credenze cristiane, spesso noto che le persone, tra cui mi ci metto anch’io, pur di fronte a delle spiegazioni o comunque indicazioni provenienti direttamente da lassù, fanno lo stesso un po’ come gli pare. Davvero. Si creano credenze nelle credenze, abitudini, interpretazioni che hanno un fascino tutto loro e che esorcizzano in qualche modo il timore, la mancanza dei propri cari, la voglia di sentirsi vicini a loro nonostante tutto.

A me piace osservare. E’ quello che faccio praticamente sempre quando qualcuno della famiglia mi trascina al cimitero. Da piccola mi annoiavo abbastanza, che la maggior parte delle tombe che si andavano a visitare (e ancora oggi, eh) appartenevano a persone che nemmeno avevo mai visto, come i bisnonni, o a stento sentito nominare. Così mi perdevo a guardare quelle degli altri, a leggere epitaffi Tizio qui depose gli avanzi di sua suocera, che “avanzi” forse nel 1800 aveva un’accezione meno offensiva (forse), a guardare foto, immaginare vite, a cercare di ricordare con tutte le mie forze qual’era la preghiera che al catechismo avevano detto avesse a che fare con i defunti e a chiedermi se dinanzi ai loro resti ci fosse qualcosa da dover dire o pensare di più giusto delle mie riflessioni strambe.

Oggi guardo mia madre affannarsi a cambiare fiori, pulire, mettere ordine, badare a dettagli come fossero sfumature del più ampio concetto di prendersi cura, anche di chi non c’è più. Allo stesso modo vedo come si adoperano gli altri. Ognuno a modo proprio. Non credo ci sia scritto da qualche parte come si fa a voler bene. Come si supera il gap che inevitabilmente si crea quando qualcuno va via. Come si riempie il vuoto. Credo però nel rispetto e nella responsabilità che ognuno ha nei confronti dei propri sentimenti e bisogni come fosse una continua ricerca delle risposte ancora non scritte da nessuno, men che meno dentro di noi, alla luce di una candela che può alimentarsi di qualsiasi cosa secondo me, purché sia bella.

Il Mio Demian

wpid-img_20140731_114522.jpg

 

  La dj alla radio porse una domanda all’ascoltatrice al telefono, cogliendo la mia attenzione che fino a quel momento doveva essere stata altrove. Non ricordo a cosa pensavo prima, a parte il tizio che da dietro lampeggiava, ma ricordo abbastanza bene tutta la serie di riflessioni che presero a ronzarmi per la testa, finché non giunsi a destinazione.

E allora quand’è iniziato il vostro amore? 

  Sono certa che la tipa rispose qualcosa riguardo l’inizio della relazione con il suo uomo, ma non l’ascoltai per niente perché mi arenai sulle parole “iniziato” e “amore” convinta che fossero accostate in modo strano, che nella stessa frase facessero un po’ a botte, che non suonassero bene insieme. Adesso scrivendolo mi rendo conto di quanto questa sia solo una pignoleria, che tante volte si usano le parole in maniera che insieme rendano un concetto più generico e intuitivo, eppure quella stranezza mi attraeva e mi portava lontana dalle loro voci.
L’amore è davvero qualcosa che inizia? Esiste un giorno, un istante specifico in cui ci si sente innamorati? Direi che si, esiste ed è più o meno quando gli occhi si aprono un po’ di più e il cuore aggiunge battiti a quelli già schierati, ma è più una consapevolezza che un inizio. Non è che un momento prima non ne avessimo affatto dentro e quello dopo lo si sente guidare i passi, le parole.
  Sono i rapporti ad iniziare, come i viaggi, ma l’amore sa dedicarsi anche a giornate di sole, onde di un mare. Se non inizia, dunque, non finisce. Non si lascia uccidere, tormentare, smontare o ingannare. Sa proteggersi. Avrei potuto sbottonare mille corazze e spogliarti di altrettante paure e ancora non baciare la tua pelle davvero. Si lascerebbe accarezzare appena, un giorno e poi cercarsi un’altra casa, quello dopo. Vagherebbe per giorni in completa solitudine pur di trovare un nuovo arcobaleno dal quale tuffarsi. Anche sapendo di questa sua proverbiale costanza, mi son dovuta ripetere più di una volta che non si parte per scappare. Che scappando non esiste posto in cui poi si possa dire di arrivare. Credo di aver barato chiudendo questa convinzione in valigia pochi minuti prima di andare, per portarla con me, si, ma senza averla in continuazione tra i piedi. Avevo camminato sul fondo sconnesso di un fiume in secca e non avevo più idea di cosa significasse essere trasportati dall’acqua, galleggiare senza opporsi alla corrente, non ferirsi ad ogni passo. Mi sono chiesta come avrei potuto sentire ancora quella sensazione di libertà, di vita. In che modo quel fiume che non ha né inizio né fine avrebbe potuto investirmi ancora, anche soltanto per sentire il profumo del cielo e chiamare amica ogni nuvola che coprendo il sole bisbiglia tenerezze di un autunno anticipato, piuttosto che tristezza. Allora ho aperto un libro. Ho osservato a lungo persone che avevo intorno, l’affetto nelle mani, l’amore negli occhi, la solitudine nei passi e i sorrisi rivolti al sole. Non so come tutto ciò si legava al libro che leggevo o come quest’ultimo tirasse fuori da ogni immagine proprio ciò di cui avevo bisogno. E’ come se qualche volta dei libri non capitino tra le mani per caso. Hanno con sé risposte, spunti, idee nuove, idee che si collegano alle tue e le ampliano, le abbelliscono. Mi sono trovata in un turbinio di parole e sogni notturni, strette di mano e sguardi che superavano distanze di gran lunga maggiori di quanto sembrasse. Come quelle che per tanto tempo ho guardato, analizzato e combattuto per niente. E’ stato diverso e meno coinvolgente, ma affascinante come pochissime altre cose di cui sono stata circondata negli ultimi mesi.
  Sono i viaggi a finire, come i rapporti, ma l’amore siede accanto a te al ritorno e saltella tra foto e cartoline memorizzando dettagli, luci e proiettandosi a sua volta su cose ancora non dette, ancora non viste. Sento la testa piena di un mucchio di cose nuove adesso, frasi iniziate e da finire, pezzi di idee che aspettano di essere seguite. E’ un nuovo punto di partenza questo, un fermento, uno slancio in cui spero di trasformarmi, per viaggiare ancora.