La notte della zucca

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Tolgo il coperchio alla zucca e poggio la piccola candela da thè bianca al suo interno. Prendo uno stecchino lungo e trasferisco allo stoppino il fuoco di un accendino. Chiudo il coperchio e osservo l’intaglio del volto di un Jack Skellington illuminato che spero faccia paura alle mie paure stasera. Lo sistemo sul mobile sul balcone rivolto alle strade deserte e sento di agguantare quella minima stilla di magia che ha resistito ai casini di questa settimana. Devo guardare parecchi balconi più in là della palazzina di fronte prima di trovare un bagliore arancione che sembra un’altra zucca accesa. Il mio Jack quest’anno ha un po’ di compagnia.

Avrei voluto poter prendere decisioni difficili immersa però nella massa fluida delle piccole certezze che si chiamano presenza, indipendenza, serenità e sostegno di cui in genere sono composte le famiglie. Invece qualche giorno fa il mondo mi è sembrato essere di nuovo quel castello di carte senza legami tra le cose, che può crollare nei modi più disparati ma spaventosamente semplici, tanto da non sentirsi più al sicuro nemmeno nella propria mente. Ci sono momenti in cui le mie certezze, quelle che ho costruito a fatica, mi sembra che siano bugie. Così come sembrano mentire i colori dei fiori a cui piace sbocciare proprio mentre le foglie cadono e mi viene il dubbio che siano loro ad approfittare del vento per lasciarsi andare, invece di subirlo e basta. Allora mi chiedo se il vento nella testa non serva a far cadere i pensieri ingialliti, se forse è il caso di approfittarne per buttarli giù e ricominciare daccapo.

Avrei voluto che i miei genitori mi avessero mostrato come si invecchia. Quando domattina porterò la mia zucca di nuovo in casa avrà delle rughe nei tagli che ho fatto. Avrà fatto il suo lavoro, così come ci si aspetta da qualcosa o qualcuno che vorremmo ci proteggesse a volte anche da noi stessi. Invece per una sola notte all’anno mi sento al sicuro, mentre una fiammella sfida per me il buio, il freddo e la nebbia della notte di Halloween.

La Notte di Halloween

“E dai lo sai che ti amo”
Stavolta digito in fretta.
“Dici davvero?”
Il telefono resta muto in un tempo sospeso che ormai mi è familiare. Un giorno di questi farò finire tutto questo, penso. La fiamma della candela che abita nella zucca ha un guizzo. Hai ragione. Lo dico e non lo faccio. Tanto s’è capito, spetta a me uccidere questa speranza. Ogni volta questo pensiero abbassa di un tono tutti i colori del mondo, anche se adesso il Sole sta lanciando l’ultimo raggio, il più rosso di tutti prima di sparire nella notte. Ne approfitto per posizionare la zucca sul balcone, cerco un punto che la renda visibile dalla strada. Butto uno sguardo sugli altri balconi e sembra che neanche quest’anno ce ne siano altre. Insomma perché nessuno sente questa magia? La fine dell’estate, la Natura che si addormenta e quel confine che si assottiglia tra questo mondo e l’altro. Come ogni anno mi chiedo come sia festeggiare davvero Halloween, ma alla fine mi limito a lanciare uno sguardo implorante alla mia zucca. Per una volta vorrei davvero provare la magia. Mi stringo nel cardigan, l’umidità diventa troppa per me. Rientro in casa e vado in camera mia. Ho lasciato il PC acceso. Mi siedo alla scrivania per spegnerlo, ma mi fermo a valutare se magari può servirmi per mettere su qualche film di Tim Burton. Percorro con lo sguardo la sagoma nera delle montagne che si staglia su un cielo notturno pieno di stelle d’argento che occupa la maggior parte dello schermo. Il telefono vibra.
“Cercami al confine”.
Il numero non lo conosco. Leggo il messaggio più volte. Cercami… al confine. Confine? Quale confine? E poi chi dovrei cercare? Lui è in linea. Sarà una di quelle frasi che butta lì senza un prima e soprattutto senza un dopo solo allo scopo di suscitare in me una reazione qualsiasi. Si ma perché avrebbe dovuto scrivermi da un altro numero? Ma no, sarebbe troppo un rebus. Di sicuro qualcuno ha sbagliato numero. Torno sulla linea netta che definisce la morfologia delle montagne sul mio PC. Mentre lavoro alle volte provo ad immaginare cosa ci sia oltre. L’idea che ha sempre la meglio sulle altre è che proteggano un paesino, totalmente nascosto dalla loro maestosità. Sento di nuovo vibrare.
“L’hai toccato con gli occhi, sfiorato con la mente. Adesso sono qui, ti aspetto”
Io ho toccato… Cosa? Adesso basta però.
“Scusa, hai sbagliato numero.” Invio. Ecco qua. Lascio di nuovo il PC ad aspettarmi e vado a dare uno sguardo alla zucca. Quante volte mi è capitato di trovarla spenta per una folata di vento improvvisa. Ormai si è fatto buio e caspita, l’umidità è diventata una nebbiolina bassa che offusca la luce dei lampioni in strada. Da queste parti se ne vede solo in inverno già inoltrato. Sorrido, in fondo la nebbia ad Halloween è come la neve alla Vigilia di Natale. La zucca è ben illuminata. Il cielo oltre i palazzi di fronte è sereno e ci sono un mucchio di stelle, più del solito.
“Dai che lo sai chi sono. Smettila di far finta di nulla. Hai fatto una domanda e io qui ho la risposta”
Mi passo tra le mani il telefono come se scottasse. Lui è offline. Ha deciso di farmi definitivamente impazzire? Può essere? L’unica domanda che ho fatto… Insomma, si, ma… Non ha senso. Perché non mi scrive dal suo numero? Ha il telefono scarico? Rileggo i messaggi precedenti. Un confine… Che avrei toccato, immaginato. Beh, nella nostra storia c’è molto di immaginato, su questo non c’è dubbio. Suona il campanello. Sussulto. Arrivo alla porta in punta di piedi e guardo nello spioncino. Ci sono una strega e un vampiro in miniatura. Che stupida, ma dai sono i soliti bambini. Qui nessuno festeggia però i cioccolatini gratis vengono a prenderseli.
-Che belli i vostri costumi! Da dove venite bimbi?
-Da un paesino, lì più avanti dopo le montagne.- Metto un po’ di cioccolatini nelle loro bustine.
-Ah ah. Si… Le montagne. Forse intendet… – non finisco la frase che sono giù di corsa per le scale verso altri appartamenti. Chiudo la porta e faccio un respiro profondo. Che stavo facendo? Ah si, i messaggi. Anche volendo stare al gioco non capisco di che parla. Sono finiti i tempi delle mille congetture, del rimurginare. Basta. Decido che non farò proprio niente a riguardo. Torno al PC, vada per il film. Clicco subito sull’icona di Netflix, non so perché ma voglio coprire in fretta quelle montagne. Inizio ad inserire qualche parola chiave nella barra di ricerca e scorro i risultati. Il telefono vibra ancora.
“Mi ignori, ma sei tu che hai iniziato. C’era qualcosa che volevi stasera. Se ti sbrighi sei ancora in tempo. La notte è appena iniziata”
Fisso quelle parole per qualche minuto. Le domande smettono di affollare la mia mente. Se desideri una cosa poi devi anche riconoscerla quando ce l’hai davanti. E non sempre ci riusciamo. Il cielo, le stelle. I bambini. Devono essere ancora in giro. Forse se mi sbrigo… Infilo gli stivaletti e mi avvolgo in una sciarpa. Metto il telefono in tasca e scendo. La nebbia confonde i dintorni del mio palazzo già dopo il portico appena fuori il portone di ingresso. Distinguo delle figure che corrono dall’altro lato della strada, il movimento accompagnato da risate di bambini. Non ci vedo molto ma cerco di seguirli.
“Eccoti finalmente”.

Il mio Halloween (e che fine ha fatto l’unicorno)

Ieri pomeriggio mi sono chiesta seriamente perché.

Perché stavo intagliando una zucca? Facile, era il giorno di Halloween. Sì, ma, il motivo?

L’avevo svuotata al mattino e poi mi ero presa il pomeriggio per disegnarne le fattezze da intagliare con un coltello da cucina più sottile possibile. Quest’anno ho avuto l’idea di creare una zucca di Halloween un po’ superstiziosa, che somigliasse ad una civetta. Sciò Sciò ciucciué. 

Mentre lavoravo ho cercato di ricordare il significato di questa ricorrenza che per la maggior parte delle persone è estranea alle nostre tradizioni, nonostante la storia dimostri effettivamente il contrario. E’ solo che la Chiesa un giorno ha deciso di far coincidere le proprie ricorrenze religiose con quelle pagane. Giustamente.

Immaginate secoli fa contadini riuniti per festeggiare la fine del raccolto, la fine dell’estate e l’inizio del periodo invernale freddo e buio che però sarebbe trascorso in maniera più confortevole grazie al lavoro che aveva fruttato scorte di cibo e risorse in abbondanza, anche se faceva paura. Le foglie cadevano, la natura si addormentava e a tutto ciò non poteva che venir associata la morte e il mistero che si porta dietro da sempre. E la notte di Halloween diventa il simbolo di tutto questo. Un giorno per ricordare chi non c’è più. Un momento in cui l’aldilà e la realtà terrena comunicano e si confondono l’uno nell’altra.

Se la Chiesa avesse spostato la commemorazione dei santi e dei morti in un altro periodo dell’anno -non so quale poi sarebbe stato più adatto di questo qui- ecco, non se la sarebbe cacata nessuno. Sorry. 

Sapete una cosa? Ho capito perché Halloween mi affascina così tanto.

Mi ci sento legata perché ha origini profonde e vere. Non ci sono obblighi, regole da rispettare. Credenze imposte, cerimonie con un protocollo ben preciso da seguire.

Quando si osserva una foglia arrossita sull’asfalto grigio fuori al portone di casa la connessione con il mistero che ci fa perdere la testa dalla notte dei tempi è semplice e immediata.

Allora mi sento vicina a tutto questo forse anche semplicemente intagliando una zucca, come si faceva in tempi lontani e antichissimi. Rispetto con tutto il cuore la cultura religiosa che mi è stata insegnata e nella quale sono cresciuta, ma a volte mi sembra troppo. A volte credo basti molto molto meno per rimettersi in equilibrio con il mondo e questo meno penso abbia un sacco a che fare con il poter essere semplicemente se stessi.

 

E Gaetano? Come chi. Gaetano, l’unicorno. Un po’ di pazienza, c’è stato qualche problema tecnico, ma arriva. L’intervista arriva. Stay tuned 🙂 

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Ecco, appunto, i problemi tecnici. 

 

 

Paure, Zucche e Riflessioni di uno Strano Halloween

Ieri mattina il terremoto mi ha svegliata. Nonostante io abiti molto lontano dai paesi che si trovano intorno all’epicentro sono saltata giù dal letto e ho acceso il televisore in preda all’ansia di sapere da dove arrivasse la scossa e cosa stesse accadendo lì. Ogni tanto mi gira ancora la testa e dico tra me e me figuriamoci le persone di lì.

 In qualche strano modo il nostro corpo registra le paure, come per tenerti pronto a reagire nel caso dovesse succedere ancora quella cosa che ti ha spaventato tanto. Me ne sono capitate di diversi tipi in questi anni e alle volte quelle sensazioni tornano tutte insieme e ci resto incastrata dentro, incapace di liberarmi. Si dice che la paura -e non l’odio, come di norma si pensa- sia il contrario dell’amore. Dove c’è paura non c’è amore e questo spiega quella sensazione di gelo nella testa.

Oggi è Halloween.

Halloween non è altro che la vigilia di Ognissanti e del due Novembre. E’ il momento dell’anno in cui si saluta l’estate, le foglie si addormentano sull’asfalto bagnato dalla pioggia, iniziano le giornate più corte e fredde, ci si interroga sulla morte, qualsiasi cosa essa sia e sul buio. Si esorcizza la paura usando dei simboli, come quelle candele finte che facciamo accendere sulle tombe dei nostri cari, i fiori che appassiranno in fretta. Ci si riscalda le mani con le noccioline e le castagne calde all’uscita dei cimiteri. Si compra il torrone e altri dolci tradizionali di questo periodo. Si preparano caramelle da regalare ai bimbi che bussano alle porte, si accende qualche candela anche in casa. Ci si riscalda l’anima un po’ come si può.

Questo è Halloween. O Samhain. O Ricorrenze dei Morti.

Sono i giorni in cui ci si ricorda che con la luce si può cacciar via qualche ombra dal cuore.

Luce che è amore.

Amore che è il contrario della paura.

Avevo pensato di scrivere questo post con tutt’altro mood. Questa mattina ero sulla mia pagina Facebook ad iniziare a condividere quel mood quando mi sono resa conto che senza pagare una qualche inserzione nessuno mai si sarebbe accorto della sua esistenza e m’è presa una certa tristezza. Cercare di sopravvivere su Facebook con il solo spirito di condivisione è come partire per una guerra con in borsa soltanto un libro di poesie. T’ammazzano. Allora sono tornata qua. Ho iniziato a scrivere. ‘Che uno deve anche chiedersi per quale motivo fa le cose.

A me piace raccontare. Condividere. Conoscere le storie delle persone. Filtrare la realtà con l’immaginazione. Io sono fatta per stare sui blog. Per bisbigliare deliri, esultare per quella goccia di pioggia scesa giù dal finestrino prima di tutte le altre, per coccolarmi in un treno con le idee che, magari, poi diventano articoli.

Ne ho scritto uno riguardo Halloween e una delle sue tradizioni più antiche e affascinanti, quella di ricordare la leggenda di Jack O’ Lantern, intagliando zucche da illuminare al calar del sole, per il GuestPost di Ottobre su Principesse Colorate che vi invito a leggere.

Quest’anno la mia zucca non è ancora pronta ma più o meno avrà questo aspetto qui.

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Paura, eh?

La Notte Della Zucca

Scese la sera e il vento prese ad insinuarsi nei vuoti della sua anima dannata. 

Soltanto la sua ombra sembrava davvero viva, danzante sul pavimento di pietra, freddo, come lo era il vento e il suo cuore.

Cuore di fiamma fredda.

Sentì il nulla invaderla, le fischiava tra gli intagli come il doloroso suono della sua condanna.

Festeggiava la dipartita della luce, tenendo lontano il calore imputridito di chi una volta fu, per accogliere il buio assordante della notte.

 

 

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Foto personale 31 ottobre 2015 – Lo so, il minion non è poi così terrificante.

Non C’è 2 (Novembre) Senza Jack

Che importa dove abitano i santi
dove fanno i loro bei cerchi
guarda che gran firmamento
accompagna una stella.

[Emily Dickinson]

 

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foto personale 31 ottobre 2014

Indovinate chi si è divertita come una bambina ad intagliar zucche, la sera di Halloween 😀

Ne ho lette come ogni anno di tutti i colori su questa ricorrenza che non è nostra, mentre mi chiedevo nostra cosa significa, se ci si riferisce al fatto che nei decenni che ci hanno preceduti non si è mai festeggiato alcunché il 31 ottobre o a quello che per i cristiani le vere ricorrenze sono quelle dei due giorni successivi e non questa. Tralasciando poi la questione pretesto per divertirsi che in fondo non toglie e non mette nulla al senso della ricorrenza in sé per sé perché è di consumismo che si parla, non di altro, del quale si può esser vittime in tanti altri modi pur avendo declinato l’invito al più cool degli Halloween-party, io non riesco a non farmi affascinare da leggende e credenze che possono anche non esser parte della mia cultura ma nelle quali trovo il tentativo di altri uomini e tempi di dare un senso a cose che tutti più o meno percepiamo ancora come misteriose e che spaventano come la morte e tutto ciò che la riguarda.

Ad esempio, come si fa a restare impassibili leggendo la storia di Jack O’ Lantern? Uno un po’ fuori dal perbenismo, pure falso, della società, che in vita s’era diviso tra osterie e lavoretti poco onesti ma scaltro da fregare per ben due volte il diavolo finito poi ad esser rifiutato sia dal Paradiso che dall’Inferno e condannato a vagare eternamente alla ricerca di un posto dove stare alla flebile luce di un carbone ardente donatogli pure con stizza e pietà. Fuori da questo mondo, fuori dall’aldilà, intrappolato in un non luogo che si estende ben poco oltre la sua stessa anima.

Ditemi se davvero sentite così lontana da voi una storia come questa.

Di altri esempi me ne vengono in mente diversi, che con la religione c’entrano poco, eppure hanno radici che affondano in paure che accompagnano gli uomini da sempre e che questa festa che di base ha a che fare con la fine, la morte, la chiusura di cicli naturali, con il buio e il sonno momentaneo della vita sta qui a ricordare.

Ciò che vorrei sottolineare è che perfino restando fedeli a tradizioni  e credenze cristiane, spesso noto che le persone, tra cui mi ci metto anch’io, pur di fronte a delle spiegazioni o comunque indicazioni provenienti direttamente da lassù, fanno lo stesso un po’ come gli pare. Davvero. Si creano credenze nelle credenze, abitudini, interpretazioni che hanno un fascino tutto loro e che esorcizzano in qualche modo il timore, la mancanza dei propri cari, la voglia di sentirsi vicini a loro nonostante tutto.

A me piace osservare. E’ quello che faccio praticamente sempre quando qualcuno della famiglia mi trascina al cimitero. Da piccola mi annoiavo abbastanza, che la maggior parte delle tombe che si andavano a visitare (e ancora oggi, eh) appartenevano a persone che nemmeno avevo mai visto, come i bisnonni, o a stento sentito nominare. Così mi perdevo a guardare quelle degli altri, a leggere epitaffi Tizio qui depose gli avanzi di sua suocera, che “avanzi” forse nel 1800 aveva un’accezione meno offensiva (forse), a guardare foto, immaginare vite, a cercare di ricordare con tutte le mie forze qual’era la preghiera che al catechismo avevano detto avesse a che fare con i defunti e a chiedermi se dinanzi ai loro resti ci fosse qualcosa da dover dire o pensare di più giusto delle mie riflessioni strambe.

Oggi guardo mia madre affannarsi a cambiare fiori, pulire, mettere ordine, badare a dettagli come fossero sfumature del più ampio concetto di prendersi cura, anche di chi non c’è più. Allo stesso modo vedo come si adoperano gli altri. Ognuno a modo proprio. Non credo ci sia scritto da qualche parte come si fa a voler bene. Come si supera il gap che inevitabilmente si crea quando qualcuno va via. Come si riempie il vuoto. Credo però nel rispetto e nella responsabilità che ognuno ha nei confronti dei propri sentimenti e bisogni come fosse una continua ricerca delle risposte ancora non scritte da nessuno, men che meno dentro di noi, alla luce di una candela che può alimentarsi di qualsiasi cosa secondo me, purché sia bella.

*… Ma Perchè Sono Io Delle Zucche Il Re?!? …*

Quando si dice a mali estremi, estremi rimedi.

E’ che il tempo di cercarne una adatta proprio non l’ho avuto, quest’anno. E per strappar(si) un sorriso ogni tanto c’è bisogno anche di inventare. E a portata di mano avevo solo, beh ecco, arance.

Che pure “arancia di Halloween” non suona poi tanto male.

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Ed è talmente più semplice del classico pumpkin carving che quasi quasi l’anno prossimo organizzo un esercito di arance piuttosto che tornare alla zucca, anche se c’è da dire che più c’è spazio, più ci si diverte. E ormai, nonostante le solite discussioni su quanto sia più o meno giusto festeggiare Halloween dalle nostre parti e mia madre che ancora prova a dissuadermi dal metterle sottosopra casa ogni anno, io mi diverto un mondo.

Ci sono i colori più belli dell’autunno, quell’atmosfera calda come un abbraccio e non come l’estate, quella voglia stupida di guardar fuori e far prendere vita a storie abbastanza inventate da poter essere reali davanti ad occhi che non sempre sanno vivere solo di ciò che appare ed esorcizzare tutto ciò di cui il mondo, il tuo più che altro, si occuperà nei prossimi due, tre giorni. E le leggende e le origini di una ricorrenza che sono quasi più affascinanti del Natale. E poi magari c’è Tim Burton che ha capito tutto e crea dei capolavori come La Sposa Cadavere e Nightmare Before Christmas. Che un po’ m’ha ispirato, un paio di anni fa, ecco.

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E poi sono certa che un po’ di Jack in ognuno da qualche parte, c’è. E’ un gran personaggio secondo me perchè oltre alla simpatia e alla malvagità più nascosta che altro, è vero. Ci si ritrova nella sua angoscia e malinconia, nella sua voglia di capire e di scoprire il mistero che rende possibile l’armonia e la magia.
E poi questa, un pezzo per volta riuscirò ad impararla tutta, cara A., giuro! 😛

Chi mai capirà quanto io mi sento giù? 
Che un regno così non mi basta più? 

Ho dentro me che cosa non so 
un vuoto che non capirò 
Lontano da quel mondo che ho, 
c’è un sogno che 
spiegarmi non so!