Anime Troppo Gemelle

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Avete presente quella strana sensazione di pace e familiarità quando osservate una persona e vi accorgete che … vi somiglia?

Tanto.

Troppo.

L’ho provata. Sul serio. Una sera, mentre tornavo a casa in metro. Ascoltavo la meravigliosa Bareilles, abbracciando come al solito il mio zaino e fantasticavo sulle note che risuonavano solo nelle mie orecchie, come non facevo da tempo. Sto pian piano facendo pace con la musica, finalmente. Osservavo persone e ombre notturne fuori al finestrino. A metà del viaggio un tipo prende posto di fronte a me. Carino, semplice. Sistema la sua borsa nera, semplice, sulle gambe. Prende delle cuffiette, le porta alle orecchie, come avevo fatto io poco prima. Collega l’estremità del filo al cellulare. Il mio stesso cellulare. Prende dei fogli dalla borsa, legge, scuote la testa, annuisce. Li posa e inizia a guardarsi intorno, come stavo facendo io. Intreccia le dita. Di riflesso guardo le mie dita, le tenevo già intrecciate da un po’. Io di qua, lui di là. Immersi in due mondi diversi, isolati e adiacenti.

Ho letto uno di quegli articoli che vanno tanto di moda sul web perché riportano le informazioni in elenchi numerati, per attirare l’attenzione ed essere di facile lettura, e tu apri quando non hai voglia di far niente e le 5 proprietà benefiche del rosmarino di cui nessuno ti aveva mai parlato sembrano più interessanti di qualsiasi altra cosa al mondo in quel momento. Questo qui parlava dell’anima gemella e dei 10 infallibili modi per riconoscerne una. Tra queste c’era “l’impressione di conoscervi da sempre”. Ci sta, effettivamente ed è importante, nonostante abbia più volte dovuto capire che si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente, anzi, rende solo più difficile e doloroso dimenticare qualcuno quando ormai è tutto finito, proprio perché quell’impressione nasce dal profondo e vuol dire che quella persona era già lì da tempo e l’incontro l’ha solo materializzata lì davanti a te.

Cosa accade però se si incontra qualcuno che non solo da’ quell’impressione, ma sembra proprio te? Te, al maschile. Un’anima troppo gemella. Cercavo di immaginare a cosa stesse pensando, quale musica costruisse la bolla che lo circondava, mi chiedevo cosa ci fosse scritto di così importante su quei fogli, dove stesse andando. I miei pensieri però morivano non appena toccavano l’invisibile barriera che ci separava, come se fosse una linea di simmetria in corrispondenza della quale le immagini che si trovano ai suoi lati si annullano a vicenda.

Tra quei dieci punti nessuno spiega che per essere anime gemelle bisogna avere qualcosa di profondamente diverso e opposto che fa vibrare le bolle che ci portiamo intorno fino a creare delle crepe attraverso cui scorrere e toccarsi, per indagare e capire cos’ha l’altro che ci attira in maniera così forte, per risolvere il mistero che ci attrae e affascina come mai nient’altro prima. Insomma, ci si interessa a qualcuno quando si intravede in lui un qualcosa, una sfumatura, un lato che ci appartiene e non si conosce ancora e pur di raggiungerlo ci si avventura spesso, necessariamente, anche oltre i propri limiti. E’ un lavoro che fanno le anime -appunto- ancor prima che le bolle vadano in frantumi, le mani si stringano, i pensieri si intreccino in parole di cortesia. Che sia giusto chiamarle gemelle per quel di più che spinge a cercarsi vestito da desiderio, curiosità, tensione che di notte non fa prendere sonno poi non lo so, perché le anime che a primo impatto ci appaiono tali, in realtà, di gemelle hanno soltanto le domande che portano dentro sé.

Meglio Lovoo Oggi . . . ?

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Partendo dal presupposto che la maggior parte degli incontri tra le persone che finiscono per piacersi e poi stare insieme avvengano per caso o durante serate nei locali più in vista, cerimonie e via dicendo, è vero che Lovoo in fondo è semplicemente la trasposizione di questo meccanismo nel virtuale, gli sguardi e la chimica sono sostituiti da algoritmi e al posto dei tacchi si possono comodamente indossare le proprie pantofole, specie ora che inizia a far freddo.

Un’altra cosa vera è che non dovrei più star a sentire A.

Mi ha convinta ad iscrivermi sostenendo che ogni tanto bisogna pur uscire dagli schemi e che tra i migliaia di single iscritti potrebbero nascondersi delle persone interessanti a loro volta soltanto curiose di capire come funziona il famoso (?) sito d’incontri, come lei e me.

Giuro che c’ho provato. Sul serio. Mi sono inserita nel meccanismo dei match e dei likes, a cercare persone come me come recita lo slogan del sito, attraverso tags sui miei interessi, definendo città ed età del mio uomo ideale e altre cose così. Ho conosciuto delle persone, affrontato gli approcci più cafoni che possano esistere al motto di non essere la solita palla diamogli una possibilità. Di un paio di persone ho anche avuto impressioni positive. Ad un certo punto però, non ho più retto.

Forse questo vale solo per me o per poche altre, non so. Il fatto è che non capisco come ci si possa conoscere così. Dopo aver iniziato tre-quattro conversazioni in chat mi sono sentita come se stessi sostenendo dei colloqui di lavoro. Chi sei, cosa fai, quali sono i tuoi interessi. A parte un paio di ‘sono appena uscito dall’ufficio, vediamoci’ (?!), lo schema si ripeteva e la mia pazienza finiva. Credo, piuttosto, stesse finendo la curiosità di capire come funzionava mentre iniziavo a chiedermi seriamente che ci facevo lì. Cosa speravo di trovare. Le persone, infatti, lì dentro non perdono tempo ad indicare i propri interessi nei profili, a meno che non si tratti di beauty e fitness, così inserendo parole come fotografia cinema (e vi ho risparmiato interessi seriamente nocivi per l’ignoranza quali lettura e scrittura) non usciva nulla. Nessuna persona con quegli interessi lì.

Strano, no? E’ l’epoca in cui siamo tutti fotografi e cinefili (viva lo streaming) e non risultava neanche una persona tra i risultati ponendo quel filtro di ricerca. Dunque, come trovo persone come me se, cavoli, a nessuno importa di farsi conoscere per quel che ama fare nella vita?

So cosa state pensando. I bicipiti riflessi negli specchi dei bagni invitano a tutt’altro che a farsi conoscere per quel che si è dentro per cui, a meno che non si è interessati a distrarre i propri istinti solo per un paio di notti c’è poco da starci a discutere su. Nemmeno c’è da giudicare i gusti delle persone in termini di relazioni, anzi, basta che ci si senta a proprio agio e si incontri qualcuno che abbia i propri stessi bisogni, senza però voler sembrare a tutti i costi quel che non si è. Non sono di quelli che credono le persone vanno conosciute solo dal vivo. Gli incontri con persone che all’inizio erano solo dei nickname sono stati alcuni tra i momenti più belli che ricordo. Dal vivo, infatti, l’impressione era quella di conoscersi da sempre perché in effetti quel che mancava era giusto il suono della risata o il modo di gesticolare. Prima ancora di vederci sapevo del loro modo di pensare e di osservare il mondo.

Di siti come Lovoo ce ne sono tanti, ci metti la faccia e poco altro sperando ad ogni giro di pescare la tua carta fortunata.

Poi, che l’amore non sia così tanto un gioco, va da sé.

Semaforo Rosso

Sessanta secondi. L’ultima volta ho notato i suoi guanti di lana neri e la maglia a maniche lunghe blu che porta nonostante il caldo, o forse per quello. Corre, salta, conta le auto, i secondi, i centesimi. Alle otto del mattino lui sorride, tu sbadigli, lui lancia i fazzoletti sul parabrezza e se non li vuoi torna a riprenderli, qualcuno impreca, qualcuno compra, qualcuno, come me, ogni volta salta dal sedile dell’auto perché sovrappensiero. Una mattina ero nervosa e lo guardai distrattamente, lui imitò il mio broncio e io risi. Poi puntualmente il tempo scade e il mondo torna a muoversi, il gioco finisce.

Un-due-tre-stella! La città si diverte a giocare, specie quando vai di fretta. Alcuni si mettono in posa davvero, a fissare chissà cosa. I restanti si scambiano occhiate, sperando di non esser sorpresi a muoversi da chi stava tenendo il conto, senza mani davanti agli occhi e il viso rivolto al sole. Immobilità eterea, tempo che si tocca con pensieri increduli -Perché stiamo fermi, non passa nessuno!-. I più caotici sarebbero tutti bloccati e sospesi a mezz’aria se non fosse per quello di far tardi, già cento metri più avanti che aspetta impaziente battendo il piede a terra.

Ancora uno. Altri secondi di quiete, irreali, persi a notare dettagli dei palazzi e della gente sui quali mai ti saresti soffermata altrimenti e ad incrociare occhi che nascondono occhiaie e sguardi dietro lenti colorate, prima di riprendere a fissare la strada. Tieni il piede pronto sulla frizione, che lo sai, tutto tornerà come prima, si ripartirà scorrendo via tra tutti gli altri ognuno verso la propria giornata, così com’è normale che sia, anche se in quei pochi secondi non sembra così scontato, specie se un’idea diversa attraversa elegantemente sulle strisce proprio lì dinanzi a te e ti stai sporgendo per vedere da che parte sta andando. Sussulto. Da dietro stanno già bussando.

Riapro gli occhi, qualcuno ci osserva stranito. Penso che quando siamo perfettamente liberi di disporre del nostro tempo finiamo per perderlo e con lui perdiamo anche occasioni e possibilità, invece poi costretti in un brevissimo spazio di istanti contati, elemosinati, cerchiamo di vivere davvero, come se non avessimo alternativa alcuna. Lascio le tue labbra, tu corri, io spero, di nuovo il tempo scade. Semaforo rosso.

ComeDiari #5 Il Non-Inizio E La Non-Fine

In realtà il vero ComeDiari #5 è un altro e lo avevo scritto un po’ di tempo fa. E’ stato tra le Bozze da allora, in silenzio, in attesa che arrivasse il suo momento fino ad oggi, quando ha preso a protestare una volta capito che da lì non sarebbe più uscito. 

Il vero ComeDiari #5 parlava ancora di mancanze. Parlava ancora delle sue mani e della sua voce, dei sentimenti, delle idee, del suo sguardo e delle mille parole -solo parole- e delle intenzioni, dei non-fatti, dei -ci sarò- e dei fantasmi che avevo minacciato a gran voce quando mi sentivo forte in quelle promesse e che poi mi hanno assalita e sconfitta quando nell’agguato a lungo pianificato mi hanno trovata sola, che non servivo nemmeno a me stessa. Raccontava di sintonie e freddezze, di attrazioni e buchi neri, di follie e possibilità. Descriveva il tramonto triste di un giorno che non era iniziato. Parlava di tutto questo e della mia incapacità di lasciar andare il sole, che tenevo ben stretto per i raggi ormai rossi pur bruciandomi le mani. Ero accecata e tuttavia non riuscivo a distogliere lo sguardo.

Ad un certo punto però si interrompeva. Non aveva una fine. Non ricordo nemmeno come volevo che finisse. E’ rimasto lì e basta. 

Oggi rileggendolo mi sono detta che se può finire un non-inizio, si può anche ricominciare da una non-fine. 

Si può ricominciare scrivendo di come poi ho capito che esiste una distinzione tra una mancanza creativa e una distruttiva. La prima è propulsiva e … non c’è bisogno di spiegare altro. La seconda invece la chiamano anche delusione, ma di solito soltanto dopo averci sbattuto la testa più e più volte. Si può partire dalla voglia appena rinata di star bene ed essere finalmente consapevoli: niente più rabbia, tristezza e dolore. Basta struggimenti e lacrime, basta trappole emotive. Le distanze sono fittizie e in fondo nessuno lotta per ciò che non sente valga la pena farlo. Inutile girarci intorno. Si può risalire sul confine delle cose e riprendere il racconto passeggiando in bilico con una penna in una mano e della carta nell’altra, saltando giù di tanto in tanto per guardarne alcune più da vicino, se ce n’è bisogno. I sentimenti sono legati a tutto ciò che è potenziale: ho scoperto di aver paura che le cose finiscano e non della fine stessa. Così quando il sole se ne è andato davvero si è fatto buio, ma a quel punto, banalmente, era già cominciato un nuovo giorno.

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picture by weheartit.com

Non Mi Uccido Per Amore … Mi Uccido Per Impazienza

E’ sembrata una banalità sia prima che dopo. Nel mezzo ci son passati fogli di diari, musi lunghi e canzoni fatte apposta per descrivere quello che sentivi dentro. Poi rivedi il tipo che quasi una decina d’anni fa ti piaceva tanto, uno che rispetto agli invertebrati che ti circondavano a scuola sembrava arrivasse davvero da un altro pianeta salvo assistere al suo trasformarsi da persona interessante e intelligente ad una interessante, intelligente maquelchecontaèlapopolarità e ti accorgi che è pure peggiorato, che è arrivato a sacrificare qualità che ti avevano tanto colpita e attratta pur di apparire e distinguersi -a modo suo- dalla massa nella quale in realtà per te è ritornato, visto che più niente ormai lo fa brillare tra tutti gli altri come quando lo avevi conosciuto.

Ho provato delusione ma anche sollievo, perché mi sono accorta, incontrandolo, che non provo più le stesse cose per lui, al massimo affetto che credo non gli sia proprio arrivato perché troppo debole per riuscire a risalire il lungo piedistallo su cui è andato ad appollaiarsi nel tempo.

Così ho pensato alla banalità più banale che si dice sia all’inizio, quando capisci che tu e quella persona non condividerete mai nulla, sia alla fine, quando non ti tocca più neanche il ricordo più bello che hai, di lui: il tempo risolve tutto. E’ talmente scontato che liquidi la frase sempre con un’occhiataccia verso chi te l’ha propinata mentre dentro speri che sia vero anche se ti sembra assurdo, surreale e provi ad immaginare una te stessa che dal futuro ti saluta con la mano, felice e ti fa l’occhiolino come a dire -guarda qui come sei sopravvissuta bene-.

Quel che accade tra una banalità e l’altra, invece, è tutt’altro che semplice da definire.

Ogni volta, che accade.

Eppure lo vivi e aspetti…

Aspetti…

Aspetti…

Post … Post Incontro! E Post Caffé. E Post … Oh Insomma, Post!

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-No dai però adesso dobbiamo scriverci un post!- dico.

Ridacchiamo. In effetti il passare da virtuale a reale e da reale a virtuale di nuovo fa un po’ l’effetto di un capogiro. E mentre per qualche istante la testa vortica ci si rende conto che non sono solo i sorrisi a confondersi tra la gente che quella sensazione è possibile non la capirà mai, ma anche e soprattutto i confini tra due mondi che spesso rivendicano una qualche indipendenza l’uno dall’altro, non proprio a ragione.

E pare facile poi. Scriverci un post.

Ci ho pensato e ripensato su. E sarà perché l’emozione è di quelle uniche che la presa dal cuore non la lasciano più, non importa quante volte può capitare di viverne, o che le parole non vengono fuori facilmente, che la stanchezza da ritmi universitari si fa sentire, ma a me sembra davvero difficile parlare di un incontro tra bloggers.

Davvero, mi son detta, qui io scrivo delle mie emozioni, dei miei pensieri e riflessioni, fissazioni, di cose immaginate e desiderate, cose vissute e ancora non. Di risate, però, come se ne scrive? Del guardarsi negli occhi, del muovere le mani o la testa, del sistemarsi i capelli o scontrarsi con le persone distratte per strada, del riconoscersi, della voce, come si descrive tutto questo?

C’è un modo esauriente per farlo? Esistono le parole giuste?

Nei passaggi da un mondo all’altro, non è che ci si perde qualche dettaglio come fosse calore disperso nell’aria e che puoi raccogliere con le braccia soltanto e poco, pochissimo con le parole?

Penso a questo e al fatto che non posso che ringraziare la mia amica L. per avermi ricordato quanto in più c’è da vivere e da condividere, più del leggersi, più del provare le stesse emozioni, un più che ti arricchisce e ti migliora come a dire che le belle persone non si incontrano per caso e che scegliendo di sfumarli un po’ quei confini ci si può prendere davvero un po’ di tempo da trascorrere insieme e scoprire cos’altro di straordinario hanno ancora da raccontare…

*… Semplice, Ma Non Troppo …*

Ecco, tanto per cambiare, riflettevo. Troppe cose che non riesco a capire. Troppe domande. Nessun senso di pace interiore, energia cosmica e/o pensiero minimamente zen che mi tenga ferma in un solo posto, che plachi la confusione o la distragga con qualche gioco di prestigio. Che la tenga buona per un po’ per darmi modo di dedicarmi anche ad altro. Che mi faccia star bene abbastanza da far trascorrere almeno una giornata senza che controlli di continuo l’ora. Come se avessi paura di perdere qualche risposta che magari potrebbe passare proprio in quel minuto, a bordo di quel vento che le foglie trovano divertente, ma i miei pensieri no.

Mi sono ritrovata a parlare con dei perfetti sconosciuti dei dubbi che ho, presi a caso tra tutti quelli che aspettavano con me il passare di qualche parola risolutiva, che fosse convincente abbastanza da portare i passi verso un’altra fermata, quella successiva di solito. Si perchè ne vedo diversi a volte che invece scelgono di tornare indietro trascinati da curiosità che il passato tende sempre a nascondere tra i cassetti della cucina come una persona anziana spaventata dall’idea che nessuno vada più a trovarla nell’ansia di dover correre tutti in avanti, chissà dove. Che, nel dubbio, ‘avanti’ è giusto, fa tanto pensiero positivo. Ho provato a parlare con loro, a far domande, nella possibilità che qualche risposta l’avessero beccata già prima di me, ma invano. Hanno compreso e condiviso ciò che avevo da dire ma poi sembrava non ne sapessero più di me. Le ho salutate e sono andata avanti per conto mio ancora guardandomi intorno. Nel caso arrivasse un’indicazione qualsiasi. Mura di altre case raccontavano di ciò che è stato, ma non hanno saputo dirmi se quello fosse il posto giusto dove restare e se si, per quanto tempo. Così come vorrei sapere quanto tempo bisogna restare in una certezza prima che diventi pregiudizio.

Esistono confini nella comprensione? Cioè, arriva un punto in cui c’è da pensare ti ho compreso fin troppo adesso vorrei essere compresa io come se si trattasse di un senso unico alternato, oppure è un qualcosa che viene dallo stesso posto dal quale viene l’amore che vive dell’esser dato soltanto? Ho perso il conto delle tempeste nelle quali sono finita insieme a persone che ho qui intorno che invece di risposte cercavano in ogni modo di togliersi le responsabilità delle proprie scelte. Chiamano incomprensione ciò che io ho imparato ad identificare come vittimismo. Allora poi nel bel mezzo di una tempesta ci sono finita da sola, questa volta non in senso metaforico, il mio spavento è finito prima di lei e mi sono resa conto che ogni cosa che accade al di fuori di noi, dietro ai nostri occhi può diventare tutt’altro.

Quindi è vero che le persone possono fare delle scelte e che queste in qualche modo possono far male agli altri. E’ anche vero però che il ferirsi o meno quando arrivano troppo vicine dipende molto da se stessi. Allora se il tutto si riduce ad una dimensione così personale, così compresa nei confini della propria testa, io credo che la questione diventi com’è che io vorrei essere. E’ ovvio che qui io rifletto soltanto e non è detto che sia tutto così facile, anzi. Si reagisce d’istinto il più delle volte. So che non voglio diventare diversa da ciò che sono per colpa di altri che hanno deciso di andare avanti per la propria strada armati fino ai denti pronti a prendersela perfino con chi non potrebbe mai fargli del male, come me. E se occorre difendersi, come si può capire? E così ogni cosa va in frantumi. Le tempeste distruggono.

Intanto che aspetto risposte, immagino. Io immagino che esista una specie di equilibrio nel quale certe cose come l’amore e la comprensione trovino essenza e vita nell’esser date mentre si rinnovano per ripartire con più forza quando vengono accolte e ricevute. Niente di platonico o a senso unico. Non si pretendono, non si chiedono e meno ancora, si elemosinano. Piuttosto, se tutto ciò nasce spontaneamente allora le persone intorno a sé sono quelle giuste, per una chiacchierata sotto ad una pensilina o perfino, magari, per viaggiare un po’ insieme. E cavolo, quanto ho da imparare ancora.

Love is in the air …

[Originally posted on A Più Mani]

Era da un po’ che la osservavo con la coda dell’occhio. Con passo lento e misurato aveva iniziato a camminare per la stanza facendo dei giri più o meno larghi intorno al divano sul quale io e M. stavamo chiacchierando prendendo un caffè. M. mi stava raccontando di quegli occhi nocciola che le avevano fatto vibrare un punto indefinito tra il cuore e lo stomaco qualche giorno prima, come non credeva fosse possibile, non in quel momento almeno. L’avevano seguita apparentemente distratti per tutto il cortile mentre lei si spostava da una parte all’altra per salutare un po’ di amici. E poi di quella sensazione, come una specie di tensione nelle risate, sulla pelle, nell’aria. Non dava a vederlo, mi disse, eppure le sue intenzioni non sembravano più così tanto celate.

Ne ebbi la certezza quando saltò sul bracciolo del divano. Mi guardò con la testa un po’ inclinata. Io misi su la faccia più rassicurante che poteva riuscirmi in quel momento. Non se l’era bevuta però. L’istinto le suggeriva non a torto che la mia diffidenza superava di gran lunga le mie migliori intenzioni di farla sentire a proprio agio. Passò dietro le mie spalle andandosi a prendere un po’ di coccole da M. che conosceva bene. Doveva aver pensato che temporeggiare delle volte è l’unica soluzione che permette di studiare in maniera più lucida la prossima mossa. Avrebbe trovato prima o poi un modo per raggiungere il suo scopo.

Per questo non si era mosso dal gruppo di amici che avevano appena finito di darsi di gomito per un paio di jeans attillati passati lì vicino e a loro indifferenti. Ricordai di averlo notato anch’io. Lui stava guardando qualche metro più in là delle labbra non truccate che sorridevano belle così come bella immaginava fosse la sua testa, la sua anima. E nello stesso momento percepiva però anche quella strana sensazione che si, se avesse mai dovuto darle un nome l’avrebbe chiamata diffidenza. Le aleggiava intorno come per proteggerla, faceva si che uno sguardo durasse un attimo in meno, sentendo il bisogno improvviso di nascondersi altrove.

La vidi divincolarsi dall’abbraccio di M. pronta a riprovarci. Sapeva bene, era parte anche della sua natura in fondo, che quel velo che avvolge un po’ tutti, chi più chi meno, non resiste mai troppo a lungo. Provò prima con una zampa, poi con i  baffi contro il mio braccio. Probabilmente le sembrai tranquilla perchè un momento dopo si sistemò soddisfatta sulle mie gambe.

M. alzò gli occhi al cielo e con fare risolutivo disse che non faceva così con tutte. C’era qualcosa nell’aria forse, chissà. Ridemmo insieme.

 

*…”Per Esempio Non E’ Vero Che Poi Mi Dilungo Spesso Su Un Solo Argomento”…*

Lo vidi salire sulla metro circondato da alcune persone, in maggioranza ragazze poco più piccole di me. Alto, magro, sui sessanta un po’ trasandato ma con l’aria spigliata e gli occhi vivaci, occhiali e berretto verde militare, intento a parlare, raccontare qualcosa che non riuscivo a sentire bene perchè ero un po’ più lontana. Mi avvicinai insieme ad altre persone, che di mattina presto un po’ per il sonno un po’ per tristezze varie che di solito ti accompagnano a quell’ora fino al primo sorriso della giornata, avevamo dei musi lunghissimi e quella persona così sveglia e vivace ci attirava molto. Capii presto il perchè. Era un vulcano di idee. Parlava di qualunque cosa gli venisse in mente, prendendo spunto guardandosi intorno, guardando quel piccolo gruppo che si era formato intorno a lui e alternandosi in abili complimenti alle ragazze che sorridevano illuminandosi visto che certe cose ormai nessuno le dice più, o almeno non più sinceramente. Sembrava che in quel momento stesse su un altro pianeta. Era spiazzante il modo in cui riusciva a catturare menti assopite e consumate sempre dagli stessi inutili e dannosi giri di pensieri. La sua era viva. Quando arrivai stava rassicurando tutti che non era stato pagato dal comune della città per intrattenere i viaggiatori stufi dei soliti ritardi, quel giorno particolarmente pesanti, ma che gli faceva solo piacere condividere e trasmettere ciò che gli passava per la testa. Poi iniziò a parlare della Grande Bellezza collegandosi alla bruttezza del dipinto del Cristo Morto passando per Dostoevskij che non ho afferrato cosa c’entrasse, si soffermò su quanto fossero belle le donne quando sorridono, sorriso generale, e sul fatto che le persone delle loro vite si fossero innamorate di loro quando per la prima volta le hanno viste con gli occhi tutti attaccati dal sonno, appena sveglie, e non grazie al trucco che sfoggiano ogni giorno. Continuò ancora un po’ nel suo monologo finchè non disse una cosa alla quale continuo a pensare non tanto per il concetto in sè, ma per l’effetto che fece su di me in quel momento.

Più o meno con queste parole disse: Ma io vi vedo preoccupati, avete delle facce così tristi… Ma è perchè siamo in ritardo? State pensando che arrivate tutti tardi, che il capo si arrabbia, che vorreste essere già arrivati. E invece secondo me è perfettamente normale. Non c’è alcun bisogno di preoccuparsi. Non mi credete ma è così.  Arriveremo esattamente quando dovremmo arrivare. 

A quelle parole io sbarrai gli occhi. Mi scosse. Tutti sorrisero scettici scambiandosi occhiate. Io continuai a guardarlo non sicura che stesse dicendo sul serio. Era una stupidaggine in fondo. Eravamo in ritardo, io sarei arrivata tardi alla lezione, qualcuno tardi ad un esame, ad un appuntamento, a lavoro… Come poteva essere così tranquillo lui? Continuai a guardarlo incredula, mentre sorrideva sereno, come se fosse a conoscenza di qualcosa che nessuno intorno a lui poteva immaginare, qualcosa che lo faceva star bene e in pace con il mondo. Poi ho smesso di rifletterci, lui è sceso dalla metro nel mezzo di un altro aneddoto promettendo al suo piccolo pubblico che avrebbe finito di raccontarlo l’indomani.

Dopo questo episodio mi venne in mente una risposta di Richard Bach ad un mio commento sul suo sito, prima dell’incidente, sito che ora ha riaperto e ne sono felicissima. Il post parlava di quando insieme al suo biplano Puff si trovò ad affrontare per la prima volta una tempesta, di quanto in loro ci fosse sia spavento, sia coraggio nei confronti di ciò che non potevano cambiare. Le nuvole all’orizzonte erano nere e cariche di pioggia e si stavano avvicinando sempre più. Io chiesi se la consapevolezza degli ostacoli che ci si pongono di fronte, dei problemi, di ciò che accade e che non possiamo governare, fosse il segreto per vincere e per uscirne fuori. Lui rispose che quanto più siamo lenti nel capire e intuire ciò che sta accadendo, quanto meno siamo consapevoli delle prove che ci troviamo ad affrontare, più sembra che sia la vita a pescare ostacoli e test generici dalla sua ‘scatola delle infinite possibilità’. E disse poi, non otterremmo più punti se definissimo noi stessi il campo da gioco invece?

Ci ho sempre pensato tanto a queste parole e ogni volta che nel capirle davvero mi sono sentita forte mi sono resa conto di quanto non sia così, o almeno, di quanto sia estremamente difficile che sia così. Perchè è all’improvviso che ti casca il terreno da sotto ai piedi, è in pochi istanti che le situazioni possono cambiare in peggio irrimediabilmente, è da un giorno all’altro che le persone vanno via dalle vite di altre, così velocemente da creare vuoti che distruggono ogni vecchio e nuovo sorriso. Com’è possibile allora che ci sia un modo per essere così saggi e forti da non lasciarsi colpire da ciò che cambia e non possiamo fermare? Come si può essere tanto consapevoli di sé da vivere senza ansia e paura ogni difficoltà? E’ come se davanti ad ognuno di esse ci presentassimo con l’aria corrucciata, l’espressione più feroce che possiamo disegnarci in viso per poi farle un occhiolino di nascosto in segno di intesa, nel momento in cui tutti si distraggono a guardare altre cose.

Come per dire ti ho cercata fin dall’inizio per affrontarti. Come un San Giorgio che non vede l’ora di guardare negli occhi il proprio drago. Coraggio nei confronti di ciò che non si può cambiare.

Eh si, in fondo ero in ritardo, ritardissimo. Ma all’improvviso non me ne importò più nulla. Non affrettai il passo scendendo dalla metro, camminai con la mia solita andatura. Quelle parole, pur non capite fino in fondo, mi avevano anestetizzata. Mi lasciai riscaldare dal sole, dopo il buio delle stazioni. Sorrisi alla solita piazza piena di gente e di auto che ogni giorno come faccio anch’io, corrono da un posto all’altro rispettando orari, sequenze di cose da fare, liste della spesa, il succedersi di giorni e stagioni. Avevo la sensazione che importasse altro, non sapevo e ancora adesso non so cosa. So solo che arrivai in aula, il prof aveva già iniziato, tolsi la giacca e trovai un ultimo posto in fondo e sedetti. Sorrisi al pensiero che ero lì proprio nel momento in cui dovevo arrivarci, non un momento prima, non un momento dopo.

La lettera che non ti ho mai scritto …

[Originally posted on A Più Mani]

Grazie per l’invito a partecipare ad una cosa così bella, non mi era mai capitato di scrivere in un blog diverso dal mio ed è stato emozionante ed assolutamente nuovo per me.. Per chiunque ancora non è venuto a curiosare sul blog A PIU’ MANI consiglio di farlo perchè secondo me è fortissimo (:


Caro chissà-chi,

sono certa ti stia chiedendo perchè mai ti scrivo se è da tempo che nella mia testa continuo a parlarti, intraprendiamo conversazioni infinite, ti tempesto di domande alle quali provvedo pure a dare una risposta ma facendo finta che sia tu a darle. E’ un po’ come quando in un sogno condividi una panchina al tramonto con qualcuno che però stai interpretando tu perchè in fondo è pur sempre nella tua testa che ti trovi e quella persona non è che l’hai incontrata davvero a metà strada mentre andavi a cercare un po’ di cuori che ti sei persa. Il fatto è che pur rompendoti le scatole tutto il giorno raccontandoti di mattini, progetti e fermate della metro, le cose che mi emozionano davvero restano sempre incastrate nella buonanotte che ti sussurro ogni sera. Allora sono qui a scriverti una lettera per dirti che, ecco, nel caso riuscissimo ad incontrarci le ritroveresti tutte nei miei occhi mentre imbarazzati proveranno a capire di quanti colori sono i tuoi. Perchè quelli no, non li conosco. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma questa cosa ho paura che funzioni in un senso soltanto. A me sembra di conoscere la tua anima ma non riesco in nessun modo ad indovinare, nonostante tutti i miei sforzi, a quali occhi possa mai corrispondere. Non ci riesco proprio. Mi guardo spesso intorno, cerco di sorprenderne alcuni all’improvviso nel caso stessero provando a nascondersi da me, ne incontro tanti per strada e in ogni luogo che frequento eppure non mi sembra mai di riconoscerli. Sai che secondo me sei davvero un bel tipo? C’è una cosa che ho capito ed è che tu vedi certe questioni un po’ come lo vedo io. Lo sai che è tutta questione di prospettive. Come quando pensi che il mondo ti vorrebbe diverso e poi ti ricordi che il mondo è l’immagine di ciò che hai nella testa e quindi sei solo tu che credi di esser sbagliato e di dover cambiare e sai che le possibilità sono soltanto due a quel punto, o è il momento di migliorarsi o è quello di tirarsi un ceffone. Sai anche che disilludersi non significa altro che passare da un’illusione all’altra perchè la vittoria dei cattivi non è necessariamente più verosimile di quella dei buoni e che questo è uno tra i segreti più belli che può custodire un cuore. Un altro di quei segreti ad esempio è che ci si innamora di qualcuno per nessuna delle qualità che lui stesso sa di avere, per cui è inutile qualsiasi tentativo di provare ad essere la persona giusta mentre magari lo sarai si, ma per tutt’altri motivi. Mi sono di nuovo persa tra le mie chiacchiere, lo so. Stavo dimenticando di dirti un’altra cosa importante. Mi stavo preoccupando di come riconoscerti e non mi sono chiesta ancora com’è che tu potresti riconoscere me. Beh ma sarà facile credo. Mi troverai tra tutte le parole che non ti ho né detto e né scritto mai, ovviamente. Tra le parole che di sera un po’ per gioco, un po’ per distrarre un silenzio assurdo proverai a scrivere alla tua chissà-chi. La lettera che non mi hai mai scritto…

A presto, almeno spero

Tua, B.