Il termostato empatico

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Insomma, è arrivato il fatidico momento di accendere i riscaldamenti. Molti condomìni della mia cittadina li hanno centralizzati, quindi i termosifoni di tutti gli appartamenti si accendono e spengono insieme agli stessi orari. Nel mio parco ognuno fa da sé e qualche anno fa l’elettricista della squadra che si occupò dei lavori di ristrutturazione montò il termostato per comandare la caldaia dall’interno della casa.
Ma a modo suo.
Ogni anno devo tornare per qualche istante al momento in cui mi spiegò come l’aveva impostato.
Ogni anno resto qualche istante davanti al termostato come un’ebete a ripetere mentalmente il suo breve e personale ragionamento. Lo sportellino del termostato ha un bottoncino che se si trova al centro significa spento. Poi ci sono due disegnini. Un sole e un fiocco di neve.
Adesso.
In genere il sole sta per l’estate, quindi dovrebbero accendersi i condizionatori spostando il bottoncino lì. Il fiocco di neve rappresenterebbe l’inverno, quindi comanderebbe i termosifoni.
Invece no.
Il mio elettricista la pensava diversamente. Giusto a sottolineare che niente è mai scritto per sempre, tutto si può guardare sempre da un altro punto di vista. Ricordo che con una semplicità disarmante, come fosse la cosa più ovvia del mondo, mi disse che spostando il bottoncino sul sole che lui associava al caldo si sarebbero accesi i termosifoni. Il fiocco di neve avrebbe azionato ciò che crea il freddo, i condizionatori. Facile. Da allora non so quante volte ho dovuto ripetere questa storia perché chiunque si accingeva ad accendere i termosifoni dieci volte su dieci avrebbe spinto il bottoncino verso il fiocco di neve.
Ammetto che mi piace questa piccola rivoluzione di pensiero. Insomma, ho qualche difficoltà con le convenzioni. Quando in palestra seguivo il corso di aerobica ciò che per l’istruttrice era destra per me era sinistra e viceversa. Ho scoperto che mi diverto molto di più in sala pesi, dove posso fare come mi pare purché i movimenti siano corretti. L’ordine però posso deciderlo io. Non riesco ad andar dritta nemmeno sul tapis roulant. Ogni tanto sbando perché mi distraggo e disegno curiose curve sul rullo mobile.
L’elettricista invece veniva da un piccolo paesino, di quelli dove regnano le tradizioni e il motto se nasci tondo non muori quadrato e lui aveva tutta l’aria di essere un suddito di quel regno. La sua non era una ribellione alle convenzioni. Lui semplicemente associava l’immagine alla sensazione e quindi alla funzione. Un po’ come facciamo noi che scriviamo guardando il mondo attraverso la pelle. Magari senza farlo apposta regoliamo anche noi un qualche termostato quando ci affacciamo dal balcone o dalla finestra o quando mettiamo il naso fuori alla porta e la realtà ci sembra più fredda un giorno, più calda un altro, di pochi o molti gradi, a prescindere dal meteo e dalle stagioni, che ci sia il sole o la neve è come se fuori da noi sentissimo sempre e comunque la temperatura dell’anima.

Avanzi di pensieri della domenica sera

la mia primula

Per quanto io possa interrogarmi sulla questione, ormai sono certa che una risposta univoca non esiste.
La domenica è quel giorno della settimana che mangi. Punto. Senza se e senza ma. Mangi. Qualsiasi cosa ti capiti a tiro.
A colazione c’era la torta alle arance del weekend, che a stamattina era arrivata per miracolo. Pranzo, vabé quello è un delitto premeditato. Il radicchio in frigo aspettava il suo turno da qualche giorno. Una cottura al vapore, una frullata con noci, pistacchi, olio, aglio e formaggio spalmabile, un’unione con pancetta e cipolla che nel frattempo sfrigolavano in padella. Un lancio di fusilli integrali e dadini di mozzarella. E la dieta l’abbiamo uccisa. Prima, tra un’aggiustatina di sale qua e di olio là, ho preso un po’ di pizza avanzata che avevo fatto ieri sera per inaugurare il ruoto che ho preso per cuocere al microonde. Chiamiamolo aperitivo.
Alle 17 sembrava l’ora di uno spuntino e quel che era rimasto della pizza è andato. Alle 17:30 si decide per una tisana alla melissa che si è tirata dietro tra le sue fila un biscottino al cioccolato. A cena di solito si fanno fuori gli avanzi. Se non ci sono quelli, il fatto diventa pericoloso: la domenica sera non si cucina nulla di canonico, al massimo ci si infila in qualche esperimento culinario. Tipo, la settimana scorsa, son venute fuori delle crepes di farina di castagne che hanno dato il meglio di sé con i wurstel e non con la marmellata.

Ha aspettato il primo giorno di sole di tutto l’inverno per sbocciare.

Quando l’ho portata a casa aveva un solo fiore sciupato. Gli altri boccioli erano tutti a testa in giù. Non mi sembrava un buon segno. Poi sono venute piogge fortissime e una decina di giorni di freddo gelido.
La vera questione che avevo per la testa oggi riguardava la libertà. Spesso si pensa che quando quella o quell’altra situazione finirà, allora finalmente ci si sentirà liberi. Allora mi ci sono proiettata mentalmente, a quel momento. Mi sono seduta a terra vicino alla primula. Ho sentito il sole sul viso e il vento leggero e ancora freddo sulle braccia. Non ho visto nulla di diverso. Nel senso, non c’era quel che mi aspettavo. Non c’era nulla. Perché le cose non accadono quando smette di fare freddo. La libertà non è un interruttore. A volte si confonde la mancanza di libertà con la mancanza di un progetto. Insomma, siamo sicuri di sapere cos’è che è bloccato, cos’è che vorremmo realizzare mentre quel qualcuno o qualcosa ce lo impedisce? Oggi mi sono accorta che stavo aspettando niente. Quelli che avevo in testa erano avanzi di qualcosa che non esiste più o che pensavo esistesse, perché viveva in un’idea di mancanza. E invece quel che ci sarà è quel che c’è già adesso. Perché nessuna pioggia di solito inaridisce un desiderio.

Voglia di.

Vicino casa mia da un po’ di tempo ha aperto un negozio cinese, di quelli che vendono un po’ di tutto, non tanto per la gioia degli altri negozianti ma sicuramente per la mia dal momento che ci vado spesso, trovo ogni diavoleria che mi serve visto che mi piace fare qualche lavoro a mano e ho un debole per addobbi natalizi, decorazioni e arredamento in genere. La ragazza cinese che sta alla cassa parla abbastanza bene l’italiano, è gentile, ma ha una qualità che apprezzo in particolare: è estremamente seria. Qualsiasi sia la cavolata con cui mi presento al bancone, lei non mi guarda, non commenta, non cambia espressione del viso. In genere non sopporto commesse e negozianti che a tutti i costi cercano di rivolgermi la parola e chiedermi come sto, come sta la mia famiglia, di parlare del tempo, del lavoro e degli studi o di aiutarmi o peggio ancora di seguirmi per tutto il negozio in attesa che mi decida a comprare qualcosa.

Eppure, l’altra sera, devo averla sconvolta davvero.

Avevo voglia di sushi. Giacché avevo in casa riso, salmone e avocado ho deciso di improvvisare un sushi fatto in casa. Qualche giorno prima avevo già visto lì nel reparto degli utensili da cucina la stuoia in bambù che serve ad arrotolare il riso, così quella sera ho fatto un salto lì per prenderla. Mi sono recata alla cassa come ho fatto decine di altre volte. Stavolta però la cinese alza lo sguardo. Allarga la bocca in un sorriso che non le avevo praticamente mai visto mostrando dei denti bianchissimi e mi fa:

Devi fare sushi?

Mi imbarazzo e le balbetto prima un no, poi un forse, quasi, una specie di sushi, non proprio ecco. Un ci provo. Lei tutta sorridente imbusta il pacchetto e me lo porge mentre la mia mente lavora a mille, insomma chi, come, cosa. Perché?

Ecco. Insomma, guardo le calze dell’Epifania ormai vuote dormire sul mobile di fronte a me mezze penzoloni, credo di esser stata l’unica nel quartiere ad aver acceso le luci natalizie anche oggi, mi guardo intorno e appunto mentalmente le cose che penso non toglierò via perché in fondo simboleggiano l’inverno e non il Natale in senso stretto, così per tenere ancora con me il calore di qualche luce, di una candela e delle decorazioni in legno che pendono dai pomelli dei mobili. Decido che voglio godermi ancora un po’ tutto questo, trascorrere un’altra serata in compagnia dell’Albero e dei pastori incastrati nelle loro posizioni lì sul Presepe, come se fosse una fotografia di un momento e allo stesso tempo anche un pullulare di attività, un vociare che si fa più sottile e si perde tra le note suonate dai zampognari ai lati della capanna.

Ho vicina a me l’agenda del 2020 su cui ancora non ho trasferito le cose appuntate sull’ultima pagina di quella del 2019, lo farò domattina, penso, voglio risvegliarmi dolcemente, a modo mio, da questo incanto. Ripenso alle parole di qualcuno che mi ha suggerito di non dimenticare che si può non smettere di creare e di crearsi e sento che mi sono affezionata a questa parola. Ho davvero voglia di creare, che poi secondo l’etimologia significa produrre dal nulla. Senza dimenticare che se non si ha un piano si finisce per rientrare nei piani di qualcun altro. E allora decido di creare il mio tempo, il mio spazio, le mie relazioni, le mie attività e con un po’ di esercizio, le mie emozioni. Al momento creo l’atmosfera che mi accompagnerà verso un Gennaio che non ho mai amato come mese ma con cui voglio almeno provare ad andare d’accordo, o almeno a farlo passare più in fretta possibile.

Intanto mi esercito con la stuoia per il sushi. Sembrava più semplice porcamiseria.

As Long As You Love Me So, Let It Snow, Let It Snow, Let It Snow

L’armonia è fatta di una serie di logiche che più non comprendi e meglio si intrecciano e sopravvivono perfino a ciò che le ha create. Per rendere l’idea, secondo me, è un po’ come accade per l’amore.

L’altra sera sono rimasta immobile, in contemplazione davanti tutte quelle piccolissime lucine colorate, i loro riflessi, il loro accendersi e spegnersi apparentemente a casaccio, come orchestranti che prendono a suonare in una sequenza ignota a chi ascolta, ma che loro conoscono alla perfezione. Da unica spettatrice pensai di fermarmi ancora qualche minuto, che in fondo l’albero lo si addobba anche un po’ per se stessi.

Se ti resta dentro è difficile che niente o nessuno prima o poi non arrivi a risvegliarla mai. Si lega a quella parte di te che può restare in astinenza per un po’di tempo ma non riuscirebbe mai a viverne senza. Così la ricerca ovunque. Come quando di un discorso ricordi un dettaglio insignificante o fotografi una foglia tra le altre cadute in terra. Come quando ti innamori o sorridi per altri motivi, come quando ti dici posso crederci ancora.

Si, si anche lì ogni casa, albero, piazza era addobbato a festa. Sarà che fa più freddo così a nord o che Babbo Natale qui è quasi a casa, ma l’atmosfera natalizia è davvero coinvolgente. Mi è rimasta dentro e l’ho portata a casa con me. Come un regalo.

Cosa accade poi? Che i ricordi si facciano sensazioni. Lo strano fenomeno per cui quando ti ritrovi vicino qualcosa che ti ricorda l’altra che ha generato il ricordo, riesci a star bene. O comunque riprovi quella sensazione. Pensavo allora a quanto sia importante collezionare un buon numero di belle sensazioni. È possibile che così il mondo sembri un po’ meno buio, e brutto.

Non me l’aspettavo, le strade profumavano di dolce. Dovevano essere le chocolaterie o i waffles venduti per strada. Ho trovato città calde, accoglienti come non avrei creduto che fossero. Mi sarebbe piaciuto puntare il dito verso decine e decine di cose perché qualcuno, una persona speciale che immaginavo al mio fianco, potesse notarle. 

Che poi per star bene in fondo il segreto è avere la possibilità di dare, più che ricevere. Fare un regalo, offrire ascolto o comprensione. Dare amore. Una grande grandissima fortuna credo sia trovare una persona che riesca a lasciarsi amare da te. Che non respinga le tue attenzioni, che non ti escluda per un motivo o un altro dalla propria vita. Qualcuno che non veda l’ora di incontrarti di nuovo, che ti chieda di restare o di tornare. Qualcuno che abbia voglia di conoscerti, che ti chieda di trascorrere del tempo insieme o di chiacchierare un po’. Cose semplici. Invece ultimamente mi è toccato solo correr dietro le persone a cui tengo mentre andavano a rintanarsi chissà dove. Non che non voglia star loro vicino, ma sono stufa. Ve la immaginate Alice che continua a cadere nel pozzo a furia di lasciarsi trascinare da chi non si degna di fermarsi a dirle dove diavolo sta andando? Io no. Perfino lei sono certa che un bel giorno si fermerebbe in un posto e direbbe che quello è il suo paese delle meraviglie e chi c’è bene, chi no fatti suoi.

Qualche giorno dopo ho visto le luminarie nella mia città. Non avevo ancora avuto occasione di farlo. Sono stata felice di vederla vivere e coccolarsi nello spirito natalizio. Era tutto un dare e ricevere tra lei e la gente che passeggiava tra le sue strade. Io ho incontrato degli amici speciali. Persone che conoscevo ma di cui mi mancavano gli sguardi, i sorrisi. Anche in Belgio ne ho trovata una. Dal sito web del nostro scrittore preferito alle strade di Bruxelles. Tremo ancora dall’emozione a pensarci. Anche loro sono state un regalo per me, senza che lo sapessero. 

Diciamo che adesso più che Alice sembro Scrooge. Lo so. Il fatto è che adoro pure lui, è un personaggio affascinante, come lo è l’atmosfera che sa creare quel racconto. Non è Natale per me senza pensare mai una volta a A Christmas Carol.

Guardavo le vetrine dei negozi alla stazione della metro. Mi piacciono da morire i giorni prima di Natale. Sono carichi di atmosfera. Sono tesi, quasi scoppiano per i milioni di cose che le persone hanno da fare e da dire o che hanno per la testa e non credono di realizzare ancora, ma si perdono a fantasticarci su. Sperano e maledicono, si emozionano, si concentrano nei preparativi o brontolano soltanto. Nessuno, proprio nessuno resta indifferente dinanzi al Natale. Nel bene e nel male. 

L’atmosfera è una forma di armonia. Allo stesso modo, esiste e non riesci a spiegarla. C’è e basta. Prima parlavo del fatto che quando manca la si finisce per ricercare ovunque. Io l’ho fatto in quest’ultimo periodo e qualcosa l’ho trovato. Qualcosina. Forse le parole per esprimere quello che ho dentro, che ho vissuto. Magari per parlare anche di ciò che vorrei fare. La cosa più importante è che tra tutto, mi pare di aver trovato anche la voglia di cercare ancora. Quella è fondamentale davvero. Come ho sentito distrattamente dire da Benigni qualche sera fa è il desiderio che muove il mondo. Il desiderio è energia potenziale, e mi piace pensare sia futura entropia. E se il segreto fosse andare, sempre e comunque, verso tutto ciò che ci attrae di più, pur senza una ragione e tante spiegazioni? Finiremmo per diventare noi stessi parte di un’armonia?

E così osservando l’albero la mente è volata a tutto questo. Semplicemente, per associazione di idee, di emozioni. Chissà cos’è che hanno davvero in comune. Pare siano intrecciate, tipo da una logica nascosta. Boh. Credo che ci penserò su. 

When we finally say good night, how I’ll hate going out in the storm; but if you really hold me tight, all the way home I’ll be warm. The fire is slowly dying, and, my dear, we’re still good-bye-ing, but as long as you love me so, let it snow, let it snow, let it snow.

foto personale, Brugge, Belgio

foto personale, Brugge, Belgio