La seconda volta siamo ovunque.

Ogni tanto mi avvicino al balcone, scosto la tenda e butto un occhio al mondo per vedere che fa.
Insomma, ci risiamo. Quando chiudono gli alimentari e la farmacia quel po’ di movimento finisce del tutto. Passa solo qualche auto, ma adesso sono le nove e mezza di sera e le strade sono deserte.
Quasi avevo dimenticato le difficoltà di Marzo e Aprile. Pur confinata in scelte poco azzardate, l’estate aveva agito come una camomilla sulla mente. Quando si è ripresentata l’ipotesi del lockdown, perfino io che in fondo avevo accolto bene la prima volta lo stare in casa, il non uscire, non vedere nessuno, ho percepito che adesso sarebbe stato diverso. Perché il contagio è più diffuso e perché la gente su Facebook cerca bombole di ossigeno invece che arcobaleni. Perché in primavera in fondo è stato un po’ come quando da bambini si giocava al campeggio con le coperte sul pavimento di casa, facendosi bastare la propria stanza come mondo e vedendo cose incredibili negli oggetti più banali. Io forse non ho mai smesso di farlo e perciò sono stata bene. Ho recuperato un po’ di gap che avevo accumulato con quel tempo che ha preso l’abitudine a muoversi come il nastro trasportatore della cassa del supermercato, fregandosene della tua capacità di mettere la spesa nelle buste al ritmo giusto.
Diciamo che ci si può risolvere da soli fino ad un certo punto però.
Perché poi delle coperte impari a conoscere ogni centimetro quadrato e i demoni li rimetti a posto con una pacca sulle spalle, ma certe cose di te stessa non le conoscerai mai se non ti capita, una sera, una tempesta di lacrime e una pioggia di frasi sconnesse che ti bagna le orecchie e se qualcuno, pure a suo discapito, non ti dice che va bene se esageri, va bene se deludi, va bene se non sei perfetta e se rischi di non piacere e ti restituisce qualcosa che a quanto pare l’Universo aveva dato a lui invece che a te direttamente, te lo metti nel cuore e non importa più dove sei, a casa, fuori, ovunque, sei tu. E sei felice.

Giù dalla giostra.

Ci voleva una pandemia affinché scoprissi diverse verità.

Tipo, nelle circostanze in cui ci ha costretti il lockdown ho scoperto che l’uomo che ho amato per diversi anni non è solo e disperato come raccontava a tutti, ma ha una moglie o compagna o comunque una donna molto importante nella sua vita che lo sostiene nei suoi progetti. Ho capito che per lui ero solo una fonte di rifornimento narcisistico, esistevo per pochi minuti o poche ore, giusto il tempo di assicurarsi che ancora provavo dei sentimenti e non me ne ero andata. Poi lasciava i miei messaggi senza risposte e io finivo puntualmente in un vortice di tristezza che diventava rabbia che diventava senso di colpa che diventava di nuovo comprensione, attenzione e amore. Finché così da un giorno all’altro ho deciso di scendere dalla giostra senza nemmeno salutare. Ci avevo già provato altre volte ma passato poco tempo l’idea di non risentirlo più mi distruggeva. Non potevo immaginarmi senza nemmeno quel poco che avevamo. Non mi aveva mai promesso niente ma diceva di avere dei sentimenti per me e io ne avevo bisogno, ma non mi accorgevo di quanto sacrificassi di me stessa ogni volta.

E’ stato come osservare un animale nel suo habitat naturale e allo stesso tempo chiuso in una gabbia e adesso non so più chi è la persona che riuscivo a sentire sulla pelle e nella mente attraverso una connessione unica, antica e solo nostra.

In compenso so meglio chi sono io. Perché finalmente sento di avere della terra sotto ai piedi, di essere più salda, di riuscire a ribellarmi senza pentirmi, di avere diritti e desideri. Dio solo sa quanto avrei voluto vivere con lui tutto questo. Quanto mi sarebbe piaciuto ancora essergli vicina, trascorrere ore a pensare a nuovi modi di parlare del mondo, che ancora non avevo finito di svolgere l’orizzonte che avevo scoperto con lui.

Dunque ci voleva una pandemia per ricevere le risposte che potevano liberarmi dalle domande che si erano intrecciate nella rete sotto la quale ero finita per tutto questo tempo.

Mostro e adesso cosa faccio?

Ho trovato in rete questo piccolo fumetto e dice tanto, davvero tanto, anche con le immagini. È una conversazione assurda, ma vera e intima e delicata. Mi ha colpita molto. Buona lettura.

Andrà tutto, beh.

Le volte che mi capita di vedere una gara di corsa con ostacoli non riesco a trattenermi dal provare una serie di sensazioni miste tra ansia, brividi e stupore. Un po’ come se nel mondo così come se lo aspetta il mio cervello non esistesse la possibilità di saltare così in alto, così tante volte, senza che l’atleta non incappi anche per un micrometro nell’ostacolo e non finisca per rotolarcisi insieme sulla pista in un susseguirsi di capriole scomposte che potrebbero coinvolgere anche gli altri partecipanti.

Spesso invece, quando chiudo gli occhi e provo ad immaginare qualcuno scendere una rampa di scale non riesco a non immaginarlo mentre mette un piede in fallo dopo il terzo o quarto gradino.

C’è invece quella cosa bellissima, di una bellezza unica, quella per cui le azioni e i pensieri, i sorrisi e le pause, il giorno e la notte si infilano uno dietro l’altro come perline ordinate nella linea del tempo. Nessuna ansia che accelera il meccanismo, nessuna paura che lo rallenta. Nessuno spargimento di perline qua e là che richiederà tempo extra per rimettere tutto a posto.Ripensare, capire, riunire frammenti di ricordi, catalogare, ordinare per data, riassegnare emozioni, motivazioni, scelte. Un casino.

Forse esiste una parola per descrivere questo, ma la stanchezza mi sta prendendo e non mi viene proprio in mente. In realtà ci sto pensando da giorni. Sapete, lo sforzo che porta al risultato, le pagine di un libro che si accumulano sul lato sinistro. I piccoli passi, i piedi messi bene uno avanti l’altro, senza fretta, senza perdere l’equilibrio e soprattutto, senza allontanarsi da sé.

Spero non siano state tutte le canzoncine e le pubblicità andrà tutto bene a fregarmi – non credo, la mia immaginazione continua beatamente ad incepparsi – però ecco, riscoprire che le cose possono corrispondersi, come i gradini e i piedi, i salti e gli ostacoli, l’impegno e i risultati sssth, senza urlarlo troppo in giro, mi ha fatto sentire bene, un bene semplice, fresco. Normale.