Più semplice.

Sul gruppo Facebook della mia cittadina oggi si è scatenata una mezza rivolta, alcuni accusavano altri di esser diventati all’improvviso cristiani praticanti soltanto perché la Chiesa è l’unico posto oltre al supermercato dove si può andare in questo periodo, che così facendo non ne usciremo mai, che Dio ci ascolta pure dallo sgabuzzino di casa nostra e così via.

Sarà una Pasqua con pochi simboli. Pare non siano state distribuiti rami di ulivo benedetti, per non parlare dell’acqua. L’altro giorno volevo comprare qualche decorazione primaverile al negozio dei cinesi, come dei rami di ciliegio finti o qualcosa del genere, ma non erano considerati beni di prima necessità ed erano circondati da del nastro rosso e bianco come quello delle scene del crimine. Poco più in là una signora sulla settantina avvolta in un cardigan bianco peloso stava chiedendo al commesso senti, ce l’hai il ruoto per il tortano? Il tor-ta-no. Il commesso aggrottando la fronte le rispondeva ruoto per torta, no?
Il ruoto per il toorta-no.
Si, ruoto, no torta?
E più o meno sono andati avanti così per un tempo indefinito finché la signora non ha iniziato a chiedere del pelacarote stavolta affidandosi a dubbi gesti. Io mi sono regalata un uovo di cioccolata fondente e domani mi infilerò tra ricette, impasti, uova e mattarelli perché certi profumi ti fanno stare bene anche se hai solo, o già, trentanni.

Quando ricordo che si tratta della seconda Pasqua in lockdown non posso fare a meno di pensare che non solo questo della pandemia non è per niente quel problema che l’anno scorso credevamo passeggero, ma che sta lasciando un segno, da qualche parte, non saprei dire bene dove. Forse qualcosa che non ci sembrerà più naturale come prima. Quand’ero piccola e c’era la Via Crucis alla tv mi piaceva la parte in cui ripetevano le cose in tutte le lingue. Sembrava davvero di essere in compagnia di mezzo mondo mentre mia madre impastava il tortano e mio padre tagliava formaggi e salumi da metterci dentro. Tutto il resto della cerimonia lo ascolto ogni anno perché spero sempre di capirci qualcosa, di prendere alla sprovvista quel senso, quella sfumatura che penso dovrei saper cogliere ma mi sfugge.

Quest’anno sono andata alla ricerca delle origini precristiane della Pasqua. Il senso è sempre quello. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di celebrare questo momento in cui la Natura si risveglia, il Sole è più caldo e le giornate più lunghe. Ci sono leggende, dei e dee, uccelli feriti trasformati in conigli che regalano uova in segno di riconoscimento, uova che significano rinascita. Insomma storie semplici che per il momento mi bastano.

Delle storie complesse non ne posso più. Questa situazione di emergenza mi ha aiutata a semplificare. Persone che sono sparite perché si sono accorte di avere una famiglia, altre che erano lì per tutti i motivi fuorché quelli davvero importanti, consuetudini cancellate dalla necessità di distanziarci. Ho tolto chili, delusioni, attese, incomprensioni, abitudini e sto cercando di distanziarmi da altro ancora.

Intanto l’impasto lievita, il che non era scontato. Iuppiii.

Vuoto per pieno, Pasqua.

Picture by margherita_grasso

Una signora bionda sulla settantina si ferma sotto al balcone al primo piano del palazzo di fronte al mio. Credo sia la seconda o terza volta. Aspetta un po’, poi alza lo sguardo e sorride al suo nipotino. Come stai, hai fatto i compiti, come sei bello tesoro mio. La prima volta le sono passata accanto mentre andavo a fare la spesa, poi mi è capitato di rivedere la stessa sequenza di azioni direttamente dal mio balcone. Un signore anziano qualche piano più su invece apre le porte degli infissi con slancio e si appoggia alla ringhiera. A volte va su e giù per il balcone. Cerchiamo implicitamente di approfittare con lo sguardo di spazi di mondo diversi. In un altro balcone ancora due bambini giocano con la palla e in quello del palazzo alla mia destra ogni tanto la famiglia si riunisce chiacchierando in quello che sembra uno spazio comune, diversamente dall’interno della casa, forse, dove ognuno ha il suo da fare. Solo la donna più anziana porta la mascherina e cerca di farsi ubbidire dal cane che le gironzola intorno.

Le abitudini si adattano agli spazi ristretti e questa settimana ho capito che vale anche per me, nonostante all’inizio sentissi poco il peso delle restrizioni. C’è un altro spazio che al contrario sembra allargarsi, agguantando centimetri su centimetri ogni giorno approfittando che non ci sia quasi nessuno in giro a guardare, curiosare, giudicare. Mi chiedo se forse non sia meglio così e mi sorprendo nel pensare ogni tanto che il dopo mi fa un po’ paura. Non voglio che al via libera qualcuno apra con slancio le porte del mio mondo ficcandocisi dentro e rimettendo in disordine tutto, dopo lunghi giorni passati a rassettare, catalogare, a far prendere aria a quegli angoli dell’anima dove non si accende mai la luce per tenerli nascosti e al sicuro dagli altri. Per non parlare di tutti quei padiglioni nuovi di zecca che sto cercando di attrezzare con fonti di energia rinnovabili in maniera che vadano da sé anche quando sarò troppo occupata per curarli per bene. Non voglio che arrivi la folla, la confusione, il dubbio, l’invidia o la paura a sciuparli.

Questa sera ho visto alla TV una Basilica di San Pietro vuota, ma per esempio, per la prima volta non mi sono vista come da fuori. Insomma, quando è piena di gente per forza di cose te che la guardi da lontano sei fuori. Adesso che è vuota, mi sembra di esserci, di essere lì dentro.

Io che non sono particolarmente religiosa, che quando capito a Messa mi lascio distrarre dal cappello, dalla borsa che cade, dal colpo di tosse, dal freddo, dal caldo, dall’eco, dalle sculture, mi godo questo vuoto che è pieno, questo escludere che include.

La sorpresa è rinascere adesso

rinascere amore donna vita

Alzo lo sguardo sui palazzi che formano il parco in cui abito, dal cortile interno. Mi fermo prima di rientrare, il sacchetto dell’umido l’ho già lasciato tra gli altri fuori al cancello. Dovrebbe essere primavera, ma con felpa e cappotto ancora non sento troppo caldo. L’aria è rilassata. In ogni casa i festeggiamenti pasquali si saranno ormai conclusi. Qualche persiana è chiusa, da qualche altro balcone invece si intravedono ancora luci accese. Soltanto dall’appartamento con terrazzo alla mia destra si sentono ancora degli auguri seguiti da vociare e tintinnii. I bambini staranno inventando giochi con le sorprese più o meno utili trovate nelle uova di cioccolata. Mi chiedo cosa stiano facendo tutti gli altri. Gli adulti. Qualcuno forse chiacchiera con ospiti che ancora non sono andati via, qualcun altro sonnecchia sul divano facendo finta di guardare la tv.

E mi chiedo, chissà come è andata. Se questa Pasqua è stata quella che volevano, sempre che se la aspettassero in un modo in particolare. Sempre che abbiano ancora qualche aspettativa e non vivino nella nostalgia di ciò che non sarà più. Chissà se invece qualcuno si è lasciato una vita alle spalle e quest’anno ha festeggiato in un modo diverso ma speciale lo stesso.

Mi vengono le vertigini se penso a tutte quelle cartoline virtuali, le emoticon di pulcini, fiori e baci  fluite a velocità inimmaginabili da uno smartphone all’altro questa mattina, rispetto all’aria così immobile che c’è adesso. Il virtuale dava forma e colore a pensieri astratti, mentre qualcuno si sistemava la cravatta allo specchio prima di scendere per recarsi in chiesa, altri seguivano la messa alla tv approfittando delle preghiere recitate in latino per distrarsi e andare a controllare il ragù che pippiava sul fuoco.

Mi sono chiesta quanti gesti ripetiamo uguali, ogni anno, solo per fingere che non sia cambiato niente. Quanti ne ho fatti, io stessa, che mi sono accorta che era quasi Pasqua soltanto tre giorni fa.

Tutta questa storia della morte e della Resurrezione che senso ha oggi che tutti ormai sappiamo che chi resta soffre più di chi va via? Quante volte la vita fa più male della morte? Chi se ne frega di ciò che sarà dopo se già adesso abbiamo paura anche solo delle nostre stesse tradizioni che hanno sapori diversi perchè il tempo è cambiato e le persone pure e rischiamo di soffrire da un momento all’altro per un ricordo ribelle che sfugge al controllo e va ad infastidire le emozioni che stanno per mettersi a tavola con noi?

Ho alzato ancora di più lo sguardo, fino al cielo e ho raccontato alle nuvole che ho molta più paura di morire da viva che della morte stessa.

Mi sono avvicinata al portoncino che da sull’ingresso. Come si cambia qualcosa che si fa finta non sia cambiato già? Forse è ciò che sta facendo chi stasera sonnecchia, chiacchiera o brinda ed io che ormai sono rientrata a casa ho una piccola idea di rivoluzione qui con me. L’aria calma ha fermato i pensieri e così quella è riuscita a farsi largo nella mia testa.

Domani, domani voglio rinascere io.

Cronache Dal Condominio #6: La conversazione da ascensore

ascensore donna elevator

Da quando vivo in un condominio ho dovuto imparare in fretta a fronteggiare situazioni che nella palazzina bifamiliare di paese in cui abitavo prima non avevano assolutamente modo di delinearsi per mancanza di elementi che propriamente ne sono le cause.

Non c’era, ad esempio, l’ascensore. Soprattutto, però, non c’erano possibili interlocutori. Di conseguenza, nessun pericolo di rientrare dopo aver portato fuori la spazzatura e trovare davanti all’ascensore qualcun altro in attesa dello stesso. Decisamente, non potevano crearsi imbarazzanti momenti del tipo entro-prima-io-no-meglio-prima-tu dovuti al fatto che non sempre si riesce a riconoscere all’istante la persona che ci è di fronte e ad associare in due nanosecondi il relativo piano d’appartenenza. Che si sa, l’ordine di entrata nell’ascensore deve essere contrario a quello di uscita, per evitare di incastrarsi nel tentativo di scambiarsi il posto o, peggio, di dover uscire fuori tutti per consentire al condomino giunto al proprio piano di raggiungere la porta di casa.

Sembra una cosa stupida, ma trovatevici e poi me lo raccontate.

In fondo pure Einstein l’aveva già detto. Parlando della relatività del tempo una volta affermò: “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora“. Si immagini quanto può sembrare lungo il tempo chiusi in ascensore con un estraneo durante il viaggio che porta dal piano terra al quarto piano.

A questo punto, confesso.

Devo dire che ho tentato, a costo di sembrare fuori di testa, ma l’ho fatto.

Eh si perché per evitare di trovarsi in situazioni del genere, specie quando l’umore non è dei migliori, i modi ci sono.

ascensore piano pulsanteUna volta vidi con la coda dell’occhio qualcuno che stava per varcare la soglia del portoncino d’entrata. Per evitare di condividere la corsa col suddetto ho accelerato il passo verso l’ascensore, ho aperto in fretta le porte e mi ci sono infilata dentro senza troppi complimenti. Mi sono sentita in colpa per aver costretto l’altro ad aspettare che io liberassi l’ascensore, ma un po’ anche soddisfatta, ecco.

Qualche altra volta mi è andata peggio. Alla domanda “Deve salire?” ho risposto che no, non avevo bisogno dell’ascensore e che io e le mie due buste della spesa avremmo potuto senza problemi prendere le scale. Aehm.

Poi ci sono quei momenti in cui proprio non puoi defilarti in nessun modo. E ti tocca.

La conversazione da ascensore.

Cosa, ditemi, di cosa si può parlare mai in una manciata di secondi? Di niente. Ecco. Fosse per me starei zitta. Il silenzio però è poco amico del tempo e lo fa sembrare ancora più lungo e imbarazzante. Allora bisogna inventare.

Se ci si trova in periodi di feste, l’argomento è facile da trovare. Pasqua e Natale offrono diversi spunti per considerazioni di pochi secondi, così come se c’è Ferragosto o qualche lungo weekend alle porte. In maniera simile, si può parlare del meteo. L’altro giorno, ad esempio, ho annunciato all’inquilino del secondo piano dell’arrivo di Burian, la perturbazione di origini russe che ha portato la neve OVUNQUE tranne che nella mia città. Il tempo di traumatizzarlo e ci siamo congedati.

Spesso si può prendere spunto dal look, da qualche gossip da condominio, dalla lampadina al terzo piano che è fulminata da due giorni e nessuno è andato ancora a cambiarla e cose così.

Insomma, si sopravvive.

Una volta, però, ne ho proprio approfittato.

Ho condiviso la corsa in ascensore con la vicina di casa. Lì, chiuse nella scatola elevatrice, condividendo poco più di un metro quadrato di spazio e pochi secondi di tempo, senza che potesse fuggire da nessuna parte o avesse la possibilità di cambiare argomento o trovare un qualsiasi motivo per evitarmi, gliel’ho detto.

La scala che ha nel balcone adiacente a quello della mia camera da letto sbatte tutta la notte contro il muro quando c’è vento e non mi fa chiudere occhio.

E che cavolo.

ascensore piani

CronacheDalCondominio #5: La Pasqua per le scale

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Tutto è cominciato ieri al supermercato.

La sensazione che questa sia una Pasqua timida, semplice, sussurrata sottovoce mi è venuta mentre cercavo le fialette di fiori d’arancio che servono per la pastiera napoletana. Mi sono avvicinata alla cassa, perché è lì che le tengono di solito, e ho guardato tra quelle esposte. Vaniglia, rum, mandorla. Niente fiori d’arancio. Al che chiedo alla cassiera e quella mi fa:

“Fiori d’arancio?” sguardo sospetto “Le fialette le tengo io qua. Quante ne vuoi?”

Nemmeno le stesse spacciando. Sinceramente non ho capito perché tanto mistero, ma vabbé. L’importante è che le ho trovate, penso.

Poi. La dico così, di getto. Sono tornata a casa e ho acceso il televisore. Con l’Isis in giro festeggiare la principale ricorrenza cristiana mica è una cosa da niente. Non è più come quando da piccola mi scocciavo di seguire i miei in Chiesa ad ascoltare la Messa e prendere l’acqua santa nella bottiglina per poi benedirci la tavola. Festeggiare la Pasqua in molti posti del mondo non è una cosa tanto scontata. Forse non lo era nemmeno prima, ma qui ce ne rendiamo conto soltanto adesso. Forse è maturità o è un qualche effetto del terrorismo sulle nostre menti, però oggi sentiamo davvero che il mondo è molto più eterogeneo di quanto sembrasse e il recarsi in Chiesa è diventato un gesto un pochino, credo, più consapevole.

Non c’è grandiosità. Forse una vastissima scelta di uova di cioccolata sì, ma giusto perché il mercato asseconda l’altrettanta vasta offerta di cartoni animati e personaggi per bambini che è esploso in questi anni. Quand’ero piccola io c’era il Kinder. Punto. Al massimo il Bauli per femmine e quello per maschi, se proprio si voleva cambiare. Poche grandi riunioni di famiglia. Quando uno è vegetariano, l’altro mangia carne ma guai a mettergli davanti l’agnello, qualcuno è a dieta, un’altro ancora si è riscoperto ateo, beh, ognuno sta per fatti suoi e si fa prima. Allo stesso tempo sulle tavole sono tornate le cose semplici. La gallina in brodo, cosa che nemmeno più a Natale ormai. In palestra ho sentito una signora dire che non vedeva l’ora di mangiare le fave crude con il formaggio e i carciofi bolliti. Poi c’è l’evergreen del “le feste sono stancanti e basta non vedo l’ora che passino in fretta, che i soldi per la via Crucis del Papa li potevano usare per sistemare le buche a Roma”, ma non fa testo, viene riciclato per tutte le ricorrenze.

Il giorno della settimana santa che amo di più però è il sabato. Il sabato dei profumi. Passando fuori alle porte degli altri condomini oppure uscendo sui balconi arrivano profumi dolci e golosi di tutti i tipi. Il sabato è il giorno in cui si sta in casa a cucinare. In silenzio. Si cucina in meditazione. Un po’ in bilico tra tradizioni nuove e vecchie.

Oggi però una cosa mi ha colpita molto. Stavo scendendo di corsa le scale del palazzo e ho incrociato un padre e suo figlio che invece salivano lentamente. Il padre stava spiegando a suo figlio com’è che i discepoli di Gesù erano andati alla sua tomba, la domenica, e non ci avevano trovato più nessuno. Il bambino ascoltava assorto, come se fosse un recente fatto di cronaca. Strano perché mi è sembrato avesse l’età per il catechismo o almeno avrebbe dovuto sapere già quelle cose magari dette a scuola. Chissà. In ogni caso quelle poche parole, dette un po’ a bassa voce, così semplici, mi hanno stupita e hanno completato quella mia sensazione.

Quest’anno è così e non mi dispiace più di tanto. Una Pasqua di riflessioni delicate, di cose buone. Una pausa prima di affrontare il resto dell’anno.

Qualsiasi cosa sia per voi questo giorno, auguri di cuore.

Deliri Post-Pasquali

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“[…] Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”
[E. Hemingway]

Il fatto che il recarsi in chiesa ogni domenica per essere un buon cristiano fosse un obbligo non mi è mai piaciuto. Ho sempre creduto che servisse qualcosa di più per farlo, come un bisogno, una necessità di qualsiasi tipo. L’idea che ho della religione è abbastanza complicata, ma un po’ si basa su questa idea qui, semplice e logica e negli anni ho cercato di esserle fedele. Le ricorrenze sono alcune di quelle occasioni in cui ci vado, magari per l’atmosfera di festa o anche soltanto per ricordare certi principi che al di là di ogni credo sono sempre validi e coincidenti con quelli delle festività pagane che un tempo erano al posto di quelle religiose che conosciamo di più. La Pasqua, ad esempio, dovrebbe ricordarci che alla fine la luce vince sul buio. Anche questa un’idea semplice, confortante, attorno la quale si possono costruire dei discorsi immensi, usando giri di parole sempre nuovi e diversi.

Questa cosa non valeva per il prete del paese in cui vivevo prima. No. Lui, al momento dell’omelia, ripeteva sempre, ogni benedetto anno, lo stesso discorso. Non credo mancasse di fantasia, anzi, ero arrivata a credere che lo facesse apposta per far si che quei pochi e necessari concetti potessero davvero restare nelle teste distratte di chi, a detta sua, si trovava lì trascinato più dalla coscienza collettiva del paese che dalla propria volontà. Per cui quando la scorsa Pasqua mi sono ritrovata in un’altra chiesa, con un nuovo prete e l’occasione di ascoltare un discorso diverso, sono stata tutta orecchie, in cerca di una sfumatura, un guizzo geniale da portare via con me.

Adesso, ripeto, ci sono tanti modi diversi di spiegare un’idea e altrettanti di recepirla. Quella che non mi aspettavo e su cui spesso sono tornata a riflettere in questi giorni è stata la sensazione di perplessità e disagio che ho provato nonostante il messaggio in generale fosse positivo e rassicurante. In pratica, il cuore del discorso riguardava il dolore fisico e quello dell’anima. Di quanto fossero diversi. Quello fisico ha un limite in quanto il corpo stesso, ad un certo punto sviene, per difendersi. Il dolore dell’anima invece sarebbe infinito, non esiste un limite, un fondo, un meccanismo di sicurezza che interviene al nostro posto per salvarci, no. Ci si deve salvare da soli prendendo coscienza del fatto che essere felici è un diritto. Punto. Tutto qui. Ciò equivale a dire che si possono trascorrere le giornate a pensare che nulla va come dovrebbe o, al contrario, che tutto è esattamente al suo posto o che comunque lo sarà nei tempi e nei modi più giusti. Tutto dipende dal nostro atteggiamento mentale che condiziona tantissimo il modo in cui osserviamo la realtà. Un evento positivo può diventare ai nostri occhi negativo così come può accadere il contrario, per cui se stiamo male, in fondo, è un po’ colpa nostra.

Tutte queste belle cose non sono una novità, spesso se ne perde consapevolezza, ma tutti almeno una volta nella vita ne abbiamo già sentito parlare. Ricordare che la felicità è un diritto lì per lì mi ha fatta sentir meglio. Poi, si sa, quando viene spinta da un impulso diverso la mente parte, va senza freni tra pensieri impervi e disastrati ed è impossibile fermarla. Mi sono sentita in colpa. Terribilmente. Per tutte le volte che non mi sono salvata e ho preferito pensare a me stessa come la persona che non sono e a quel che non stavo facendo, soffrendo inutilmente.

Non so, forse ci sta anche questo. Rientra nella normalità dell’eterno scontro tra bene e male che avviene dentro di noi ogni giorno prima che in qualsiasi altra parte del mondo, nell’ovvietà del fatto che le vittorie vanno all’uno o all’altro alternandosi e che nonostante tutto la vita va presa con le giuste dosi di responsabilità e leggerezza, sempre. Chissà allora se non esiste da qualche parte anche un certo diritto al dolore, perché come mi disse una persona qualche tempo fa, è inutile crucciarsi quando non si è pronti, per una cosa qualsiasi, fosse pure semplicemente la felicità.

*…La Più Grande Speranza Tra Tutte…*

Al quinto anno di liceo la prof di religione ebbe la brillante idea di farci vedere il film di Mel Gibson “La passione di Cristo”. Probabilmente credeva che con un film di forte impatto come quello sarebbe riuscita a tenere buoni quei scapestrati dei miei compagni di classe e in un certo senso ci riuscì. Il risultato fu che per quelle poche ore conquistò la loro attenzione e la loro simpatia, mentre io iniziai ad odiarla sul serio. Odiavo la sua espressione di godimento di fronte alle nostre facce terrorizzate. Lei si sentiva forte  perchè a quanto pare ai film horror doveva esserci abituata, chissà, e stava decisamente spiazzando la sua piccola platea. Delle mie amiche ed io non riuscivamo a sopportare l’imposizione di dover vedere un film così violento e infatti qualcuna chiedeva di tanto in tanto di andare in bagno (che doveva trovarsi da qualche parte tra la Terra di Mezzo e L’Isola Che Non C’è, giacchè non tornavano mai). Io resistevo, perchè se c’è una cosa che odio più di un’imposizione, è il sottrarmi ad una sfida con me stessa in quanto decisi che, caspita, dovevo vederlo fino alla fine e non mostrarmi debole, anche se a qualche frustrata di troppo mi veniva per forza di guardare altrove. Capisco che bisogna conoscere le sofferenze vissute da Gesù per comprendere davvero cosa accadde, ma se il capo dei soldati ordina di infliggere 30 frustrate e tu che giri il film le mostri tutte e 30 è evidente che un certo gusto per il macabro ce l’hai e la violenza “gratuita” nei film io non riesco ad accettarla, soprattutto per una storia come questa. Vedere quelle scene quasi mi distoglieva dal reale significato della vicenda che speravo di cogliere, significato che ogni anno cerco di arricchire facendo attenzione a spunti di riflessione che prendo un po’ ovunque.

Mi faceva solo rabbia. Tanta rabbia. In aggiunta a quella che provo ripensando a come quell’uomo innocente fu trattato. Quanto sono stati malvagi e come in pochi giorni è stato commesso tutto il male che degli uomini possono a stento concepire. Gesù subì di tutto, ingiustamente, una morte orribile alla quale spesso non si pensa quando distrattamente si volge lo sguardo alla croce.
Mentre riflettevo su questa cosa, mi sono venute in mente tutte le volte in cui ho sentito dire cose tipo” Dio non esiste, Dio non è giusto, altrimenti non permetterebbe che ci sia il male nel mondo, che accadano cose terribili, guerre, malattie, ingiustizie”.  Ogni volta che sento cose del genere mi innervosisco, anche se poi non trovo mai le parole adatte per dire che non è giusto che parlino così.

E poi mi è venuta in mente una cosa. Ho ricordato ciò che i soldati romani dicevano a Gesù agonizzante, come “Sei il Figlio di Dio, perchè non ti salvi e scendi dalla croce?”. Gli atteggiamenti sono equivalenti. Il concetto è Dio è onnipotente, bene, quindi se la sbriga lui. E sarebbe facile così… Tutti i problemi risolti con uno schiocco di dita e poi potremo riscrivere i libri di geografia cambiando il nome del nostro pianeta da “Terra” a “Disneyland”. Credo proprio che prima o poi inizieremmo a chiederci cosa cavolo siamo venuti a farci e a pro di che.

Poi ho sentito il Papa alla Via Crucis dire che la croce (e quindi la sofferenza, le incomprensioni, il dolore) è la risposta che i cristiani devono dare al male del mondo. La risposta. Di fronte a alle peggior cose che possono capitare nelle nostre vite c’è da ricordarsi di quell’uomo che è morto senza nessuno sconto di pena e che poi è resuscitato dimostrando una cosa tanto semplice da dire quanto difficile da tenere sempre a mente:  il dolore e le sofferenze non sono mai fini a se stessi. Non stiamo qui a star male tanto per passare il tempo. Dopo c’è la Pasqua. La rinascita, la felicità. E’ la più grande speranza tra tutte. E’ il motivo per cui oggi festeggiamo. E’ il motivo per cui nonostante tutto c’è da stare allegri. Io non sono per niente una perfetta cristiana, non sempre mi piace tutto quello che la chiesa (e nemmeno il prete del mio paese) dice e fa, ma certe cose provo a capirle e qualche idea pian piano diventa più chiara.

Questa sera fuori al supermercato c’era un nero che spesso si mette lì a dare una mano con borse e carrelli in cambio di qualche moneta. Nemmeno ci conoscessimo da sempre ha dato gli auguri di buona Pasqua alla mia famiglia e a me con una sincerità e una semplicità che contrastavano così tanto con quelli scambiati frettolosamente con chi lì dentro ci lavora da lasciarmi spiazzata. Altro che fretta e superficialità, cavolo. Ci stiamo augurando di essere felici. Facciamolo per bene. Anche se non è il “per bene” che il mio prete predica di continuo (il confessionale mi inquieta, non so cosa farci…). Auguri a tutti, allora, di una bella, serena Pasqua.  🙂