Soltanto, grazie.

“Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contradetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l’affetto tra esseri completamente diversi.”

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volareLuis Sepulveda

Hell.O

La mente crea. Voi siete gli artefici della vostra condizione: passata, presente e futura. La felicità o la sofferenza, dipendono dalla mente, dalla vostra interpretazione, non dipendono dagli altri, da cause esteriori o da esseri superiori. Ogni problema e ogni soddisfazione è creato da voi, dalla vostra mente.
[Buddha]

Tenevo gli occhi chiusi. Dopo un po’ sono diventati anche umidi. Ci sono cose che lì, dietro le mie palpebre, fluttuano in forme instabili finché non finiscono per somigliare a fobie. Cose che per tante persone sono normali. Semplici e pure preferibili. Per me no e mi chiedo se e quando lo saranno. Magari fanno somigliare anche me ad una forma fluttuante ed instabile.

Ho riaperto gli occhi, ho letto quella citazione. Mi sono guardata le mani e, no, i contorni erano ben definiti. Nessuna sfocatura, nessun segno di evanescenza. Ci sono cose che vanno bene così come sono anche se sono a modo mio.

Tutti Dicono Sempre Che Nessuno Mai …

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Posi la giacca, prendi la penna, ti siedi e per qualche minuto sembra che la tua vita sia tutta lì. Lasci fuori la porta tutte le cazzate che ti hanno fatto perdere tempo e buonumore, le paure e il buio che non sei riuscita ad asciugare ancora, nemmeno con le mani. Che poi cazzate in presenza di una donna non si dice, secondo il prof. Vecchi savoir-faire che andranno in pensione con lui. Inizi a parlare e, porca miseria, è tutto così logico. Razionale. Pensi razionale. Pensi a cose che hanno un senso. La matematica è una signora elegante che nessuno può fraintendere, mentre certe volte tu a stento credi in te stessa. Invece sarebbe così semplice. Logico. Razionale.

Dovremmo essere sempre lucidi e concentrati come lo siamo prima di fare qualcosa che per noi è molto importante, invece di perderci in quei labirinti di pensieri negativi per i quali sprechiamo fatica per costruirli, prima, e per scappare via, dopo.

Devo aver sentito parlare dei discorsi irrazionali di sfuggita alla tv. Sono quelli che, appunto, si articolano in parole scritte o dette prima che qualche filtro possa intervenire in soccorso al buonsenso del non dire cazzate. Portano di solito a generalizzare su qualsiasi tipo di argomento in maniera negativa e hanno l’incredibile capacità di far salire i nervi in pochissimi istanti, si inizia a maledire tutto e tutti perché tanto il mondo sta andando a rotoli e nessuno farà niente per cambiare le cose.

E’ sempre così.

Tutti mentono, ingannano, feriscono.

Mai nessuno che possa capirci davvero.

Ultimamente ci sono cascata anch’io, ma soprattutto ne ho sentiti tanti di discorsi irrazionali. Il carburante che più di tutti li fa andare veloci come il vento è il dubbio, l’incertezza. Quanto più ci sentiamo persi, più allora siamo in diritto di non credere in niente. Vittime di informazioni incomplete riguardo tutto ciò che ci circonda, compensiamo erroneamente attraverso essi, facendo di tutta l’erba un fascio.

Però, insomma, che male c’è a perdersi? Quando si arriva in un punto in cui non si riconosce niente e nessuno si può sempre ricominciare daccapo, anche senza riferimenti, indicazioni, mappe e pacche sulla spalla.

Perché nel bel mezzo del niente magari c’è qualcosa che può fare al caso nostro.

Non tutti sono sinceri, ma ci sarà qualcuno di cui potersi fidare.

Qualche volta le cose non vanno per il verso giusto.

Anche se…

Anche se poi tutti dicono sempre che nessuno mai…

*… Jonathan Va In Città …*

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“Era di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato.

A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata. Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per conto suo: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava a una trentina di metri d’altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscio lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù. I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
Ma il gabbiano Jonathan Livingston – che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo – no, non era un uccello come tanti.”

[incipit-Il Gabbiano Jonathan Livingston-Richard Bach; foto personale, Napoli-giugno 2014]

 

*… Things That Stop You Dreaming (?) …*

Lo sguardo s’era perso nel seguire quelle poche particelle di cenere che di cadere giù come tutte le altre proprio non vogliono saperne e salgono su, spinte da un piccolo scoppiettio e sostenute dall’aria calda, portando con sè ancora un po’ di luce, che le rende appena visibili ad occhi distratti da pensieri troppo confusi. Ricordiamo un nostro prof che una volta le battezzò ‘pampuglie’ e da allora ancora ci ridiamo su.

Cazzo di domande fai, Bianca. 

In realtà mi risponde -Beh, si, è così che dovrebbe essere- ma la conosco abbastanza da capire che distoglie lo sguardo apposta per guardare me e comunicarmi la primissima cosa che le è venuta in mente. Abbozzando un sorriso, anche, perchè tanto ormai ci ha fatto l’abitudine.

-Ecco, appunto.- le dico, mentre continuo a guardare il fuoco davanti a me. -Ti faccio un esempio, hai presente quando dici che in fondo sposarsi non è davvero necessario?-

-Certo. E tu ricordi di tutte le volte che dici che andresti via di qui se non avessi altre scelte?-

-Si.-

-E lo faresti davvero?-

-E tu davvero non ti sposeresti?-

Ci voltiamo di nuovo, e senza rispondere. Penso che dovrebbe essere più semplice e invece non lo è per niente. Non lo è per il semplice fatto che nessuna delle due riesce a risalire dal buio del proprio viso spento con su un gran sorriso e quella sensazione che in fondo tutto andrà bene. Sarà che nemmeno la tv ti mette esattamente di buon umore, quando al mattino ti ricorda che vivi nella terra dei fuochi e che per raggiungere le città più vicine qualche volta usi la superstrada della morte o il viadotto delle disgrazie, o come diavolo l’hanno chiamato. E penso che non sia possibile. Che non sia tutto qui. Tutto banale, tutto già deciso, tutto già così fortemente condizionato dalla paura di sbagliare che le scelte, volta per volta, si faranno avanti da sole perchè semplicemente tutte le altre saranno andate già a nascondersi da qualche altra parte, tremanti. Una sorta di gara in cui la vittoria va all’unico concorrente che ancora non ha pensato di ritirarsi.

Abbiamo davvero la possibilità di tracciare un percorso unico? Di fare scelte diverse, soltanto nostre?

Sentire la tremenda sensazione che il piccolo mondo che ti circonda può condizionarti a tal punto da renderti simile a lui, anche se diventa meno sicuro, anche se il tuo cuore ci si sente meno al sicuro. Sentire poi allo stesso tempo la responsabilità enorme che da ogni decisione presa non è più possibile tornare indietro. Che ogni passo ti allontana inesorabilmente da tutte le altre possibilità, da tutto ciò che non hai scelto.

Le pampuglie intanto vanno ancora per i fatti loro. Come i pensieri.

Sempre in silenzio conveniamo sul fatto che se per una sera la prospettiva è quella sbagliata non importa. Perchè guardiamo la strada alle nostre spalle e ne vediamo di scelte, così diverse da quelle degli altri, già fatte. A posteriori e in cuor nostro, sappiamo ben rispondere a quelle domande.

Per una sera lascio che il fuoco illumini tutto dal suo lato peggiore. Per una sera mi illudo che la vita non sia né unica né fantastica. Tanto non è così grave in fondo, c’è ancora della strada da percorrere per saperlo davvero, a partire da qui.

“And our eyes shine bright like a sky full of comets that shoot like silver trains…”