Deliri Post-Pasquali

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“[…] Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”
[E. Hemingway]

Il fatto che il recarsi in chiesa ogni domenica per essere un buon cristiano fosse un obbligo non mi è mai piaciuto. Ho sempre creduto che servisse qualcosa di più per farlo, come un bisogno, una necessità di qualsiasi tipo. L’idea che ho della religione è abbastanza complicata, ma un po’ si basa su questa idea qui, semplice e logica e negli anni ho cercato di esserle fedele. Le ricorrenze sono alcune di quelle occasioni in cui ci vado, magari per l’atmosfera di festa o anche soltanto per ricordare certi principi che al di là di ogni credo sono sempre validi e coincidenti con quelli delle festività pagane che un tempo erano al posto di quelle religiose che conosciamo di più. La Pasqua, ad esempio, dovrebbe ricordarci che alla fine la luce vince sul buio. Anche questa un’idea semplice, confortante, attorno la quale si possono costruire dei discorsi immensi, usando giri di parole sempre nuovi e diversi.

Questa cosa non valeva per il prete del paese in cui vivevo prima. No. Lui, al momento dell’omelia, ripeteva sempre, ogni benedetto anno, lo stesso discorso. Non credo mancasse di fantasia, anzi, ero arrivata a credere che lo facesse apposta per far si che quei pochi e necessari concetti potessero davvero restare nelle teste distratte di chi, a detta sua, si trovava lì trascinato più dalla coscienza collettiva del paese che dalla propria volontà. Per cui quando la scorsa Pasqua mi sono ritrovata in un’altra chiesa, con un nuovo prete e l’occasione di ascoltare un discorso diverso, sono stata tutta orecchie, in cerca di una sfumatura, un guizzo geniale da portare via con me.

Adesso, ripeto, ci sono tanti modi diversi di spiegare un’idea e altrettanti di recepirla. Quella che non mi aspettavo e su cui spesso sono tornata a riflettere in questi giorni è stata la sensazione di perplessità e disagio che ho provato nonostante il messaggio in generale fosse positivo e rassicurante. In pratica, il cuore del discorso riguardava il dolore fisico e quello dell’anima. Di quanto fossero diversi. Quello fisico ha un limite in quanto il corpo stesso, ad un certo punto sviene, per difendersi. Il dolore dell’anima invece sarebbe infinito, non esiste un limite, un fondo, un meccanismo di sicurezza che interviene al nostro posto per salvarci, no. Ci si deve salvare da soli prendendo coscienza del fatto che essere felici è un diritto. Punto. Tutto qui. Ciò equivale a dire che si possono trascorrere le giornate a pensare che nulla va come dovrebbe o, al contrario, che tutto è esattamente al suo posto o che comunque lo sarà nei tempi e nei modi più giusti. Tutto dipende dal nostro atteggiamento mentale che condiziona tantissimo il modo in cui osserviamo la realtà. Un evento positivo può diventare ai nostri occhi negativo così come può accadere il contrario, per cui se stiamo male, in fondo, è un po’ colpa nostra.

Tutte queste belle cose non sono una novità, spesso se ne perde consapevolezza, ma tutti almeno una volta nella vita ne abbiamo già sentito parlare. Ricordare che la felicità è un diritto lì per lì mi ha fatta sentir meglio. Poi, si sa, quando viene spinta da un impulso diverso la mente parte, va senza freni tra pensieri impervi e disastrati ed è impossibile fermarla. Mi sono sentita in colpa. Terribilmente. Per tutte le volte che non mi sono salvata e ho preferito pensare a me stessa come la persona che non sono e a quel che non stavo facendo, soffrendo inutilmente.

Non so, forse ci sta anche questo. Rientra nella normalità dell’eterno scontro tra bene e male che avviene dentro di noi ogni giorno prima che in qualsiasi altra parte del mondo, nell’ovvietà del fatto che le vittorie vanno all’uno o all’altro alternandosi e che nonostante tutto la vita va presa con le giuste dosi di responsabilità e leggerezza, sempre. Chissà allora se non esiste da qualche parte anche un certo diritto al dolore, perché come mi disse una persona qualche tempo fa, è inutile crucciarsi quando non si è pronti, per una cosa qualsiasi, fosse pure semplicemente la felicità.

CronacheDalCondominio #1: Il portiere

Avevo pensato di chiamare questa rubrica Bloom va in città, ma ho pensato che fosse troppo mainstream. Quindi ho optato per Cronache dal condominio. Cosa avrà di eccezionale il mio condominio rispetto a tanti altri, penserete. Il punto è che, a tre mesi dal trasloco, passata la stanchezza fisica e mentale, guardandomi intorno mi sono resa conto che sto così bene in questa città che mi sembra di averci vissuto da sempre. Finora non avevo avuto ancora modo di fermarmi e appuntare impressioni e spunti a riguardo, sarà l’aria più primaverile che invernale o che da qualche giorno al cambiamento in senso fisico si è aggiunto quello in senso emotivo.

Quel che è eccezionale in effetti è la sensazione di ‘nuovo’ e non si tratta solo del posto o della casa o della vista o della mia stanza. Qui sono diventata più io. Sto aggiungendo pezzi alla me che mi piace essere. La cosa buffa è che ci si innamora di se stessi quando qualcuno da un giorno all’altro ci mostra la visione che ha di noi, limitata e limitante. Pensiamo: questo o questa non sono io. Io sono più di così. Vuoi dimostrarlo a tutti e al diavolo chi non capirà mai.

Tutti… tranne il portiere.

Il portiere, sì.

Il portiere è la prima persona che incontri nel condominio e che devi, in un modo o nell’altro, imparare a conoscere. E’ una sorta di figura mitologica metà uomo, metà giardiniere, elettricista, antennista, contabile, guardiano, postino, moderatore, all’occorrenza. Un giorno ti sorriderà e saluterà con la mano, quello dopo ti guarderà come se non ti avesse mai vista in vita sua. Giuro che, essendo vissuta da sempre in una casa di una palazzina con sole altre due famiglie con cui ci si beccava nel cortile si e no due o tre volte a settimana, abituarsi a trovare una persona in sede stabile all’ingresso del palazzo ogni giorno non è facile. Specie quando capita che un pomeriggio torni con una torta in equilibrio sul palmo di una mano e con una busta nell’altra, arrivi vicino all’ascensore e ti maledici per non aver preparato prima una moneta da 5 cent nella tasca per avviarlo, allora piombi in portineria per poggiare la torta sulla scrivania scusandoti immensamente e iniziando a cercare il portamonete nella borsa. Il portiere impietosito ti porgerà una moneta guardandoti negli occhi con una certa insistenza e un discreto affetto e soprattutto con la forte speranza che tu sparisca in un nanosecondo dalla sua vista.

Insomma, c’è tanto da osservare. Persone, posti, atmosfere, vita. C’è da osservarsi, qua e là, quando un riflesso ci restituisce un’immagine che ci somiglia un po’ e ci fermiamo a cogliere difetti, paure ma anche sorrisi e luci più fresche negli occhi.

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ComeDiari #5 Il Non-Inizio E La Non-Fine

In realtà il vero ComeDiari #5 è un altro e lo avevo scritto un po’ di tempo fa. E’ stato tra le Bozze da allora, in silenzio, in attesa che arrivasse il suo momento fino ad oggi, quando ha preso a protestare una volta capito che da lì non sarebbe più uscito. 

Il vero ComeDiari #5 parlava ancora di mancanze. Parlava ancora delle sue mani e della sua voce, dei sentimenti, delle idee, del suo sguardo e delle mille parole -solo parole- e delle intenzioni, dei non-fatti, dei -ci sarò- e dei fantasmi che avevo minacciato a gran voce quando mi sentivo forte in quelle promesse e che poi mi hanno assalita e sconfitta quando nell’agguato a lungo pianificato mi hanno trovata sola, che non servivo nemmeno a me stessa. Raccontava di sintonie e freddezze, di attrazioni e buchi neri, di follie e possibilità. Descriveva il tramonto triste di un giorno che non era iniziato. Parlava di tutto questo e della mia incapacità di lasciar andare il sole, che tenevo ben stretto per i raggi ormai rossi pur bruciandomi le mani. Ero accecata e tuttavia non riuscivo a distogliere lo sguardo.

Ad un certo punto però si interrompeva. Non aveva una fine. Non ricordo nemmeno come volevo che finisse. E’ rimasto lì e basta. 

Oggi rileggendolo mi sono detta che se può finire un non-inizio, si può anche ricominciare da una non-fine. 

Si può ricominciare scrivendo di come poi ho capito che esiste una distinzione tra una mancanza creativa e una distruttiva. La prima è propulsiva e … non c’è bisogno di spiegare altro. La seconda invece la chiamano anche delusione, ma di solito soltanto dopo averci sbattuto la testa più e più volte. Si può partire dalla voglia appena rinata di star bene ed essere finalmente consapevoli: niente più rabbia, tristezza e dolore. Basta struggimenti e lacrime, basta trappole emotive. Le distanze sono fittizie e in fondo nessuno lotta per ciò che non sente valga la pena farlo. Inutile girarci intorno. Si può risalire sul confine delle cose e riprendere il racconto passeggiando in bilico con una penna in una mano e della carta nell’altra, saltando giù di tanto in tanto per guardarne alcune più da vicino, se ce n’è bisogno. I sentimenti sono legati a tutto ciò che è potenziale: ho scoperto di aver paura che le cose finiscano e non della fine stessa. Così quando il sole se ne è andato davvero si è fatto buio, ma a quel punto, banalmente, era già cominciato un nuovo giorno.

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A Cercar La Differenza

Dopo la firma e la stretta di mano sono tornata al mio posto, raggiante. Ce l’ho fatta mi sono detta e nella mia mente l’ho ripetuto più volte per trattenere quel momento il più a lungo possibile. Tutti i gesti che seguono la fine di un esame, infatti, si susseguono in fretta, sempre. Allo stesso modo vanno di corsa una dopo l’altra le varie sensazioni di sollievo, gioia, soddisfazione. L’altra mattina, invece, ho provato qualcosa di diverso, che non ho voluto assolutamente dimenticare.

Quest’ultimo anno è stato pesante. Ripenso spesso a tutti gli avvenimenti, problemi e preoccupazioni che lo hanno reso tale. Ogni volta ho la sensazione sempre più netta che la vera difficoltà non riguardava davvero tutte quelle cose lì, ma il mio stato d’animo, come se ad un tratto si fosse spalancata la porta dietro la quale avevo chiuso tutte le mie paure, pure quelle che non conoscevo ancora. Quell’abisso si era impossessato delle mie risate, della mia leggerezza, del mio ottimismo e del mio alla fine andrà tutto bene.

Come ero potuta arrivare fin lì, traguardi e soddisfazioni incluse, soltanto pensando questo? Come avevo potuto ritenere il preoccuparsi un’occupazione del tutto inutile al fine di andare avanti? Quell’abisso mi attirava e mi teneva prigioniera, per di più iniziavo a pensare che fosse giusto così. Perché affannarsi tanto se poi alla fine va tutto storto? Perché sprecare il tempo a dipingere istanti ed emozioni se poi bastava distrarsi ed ogni cosa diventava di nuovo nera o al massimo grigia, spenta, senza vita, senza entusiasmo, banale e priva di senso? Volevo liberarmi dei miei sogni, sperando che così il mondo sarebbe sembrato meno brutto e proprio questo esame era diventato il simbolo di tutto ciò. Così accantonai quelle pagine.

In questi ultimi mesi ho pensato e pianto davvero troppo. Ho scoperto un po’ alla volta che l’abisso è una grandissima fregatura. E’ ammaliante e ad un primo sguardo sembra profondo e interessante. Si pensa di arrivare chissà dove riuscendo ad attraversarlo, mentre invece non si fa altro che girare in tondo tutto il tempo. Il buio inganna nascondendo i passi e mi sono resa conto, con rabbia, che mi stavo prendendo in giro da sola.

Seduta, mi rigiravo la penna tra le mani. Ero lì e ci ero arrivata da sola. Senza appoggi emotivi, senza riferimenti, senza spensieratezza e con quella porta sempre lì aperta, ma decisamente meno spaventosa. Mi sono sentita indistruttibile. Ho capito cosa si prova a restar fermi sempre nello stesso posto lasciandosi bloccare dalle paure e dall’incertezza. Può darsi che loro il mondo da sotto i piedi me lo tireranno ancora, senza che io possa impedirlo. Adesso però so quanto può essere inebriante riuscire a rialzarsi e questo fa la differenza, eccome.

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Di Canzoni, Incubi E Riflessioni Da Ora Tarda

Credi che sia così coi nostri sogni e i nostri incubi, Martin?
Dobbiamo continuare ad alimentarli perché restino in vita?

[John Nash – A Beautiful Mind]

 

Da piccola avevo paura di una canzone. Strano, assurdo, ridicolo, si, ma vero. Avevo otto anni circa e più o meno a metà della seconda o terza traccia del cd, un cantautore italiano, niente di strano, scoppiai a piangere. Ne avevo una paura irrazionale, inspiegabile. Smuoveva qualcosa in me che mi faceva profondamente orrore. Non avevo associato alcun brutto ricordo o sensazione, niente di niente, non ricordavo nemmeno più le parole, solo la musica, e la trovavo terrificante. La cosa ancor peggiore, poi, è stata che per anni non ho avuto la minima intenzione di affrontare la cosa. Stava lì, semplicemente. Era diventata una paura da compagnia. Come se un bambino si affezionasse al mostro chiuso nell’armadio di fronte al proprio letto, a patto che se ne stia lì buono senza fiatare e soprattutto non se ne vada via lasciando al proprio posto un vuoto ancora più estraneo.

Un bel giorno può accadere che qualcuno o qualcosa sfondi la porta dietro la quale abbiamo nascosto ogni nostra fragilità e fermi davanti ad essa le vediamo vorticare, come foglie che danzano con l’autunno, ma cadute chissà quanto tempo prima. Increduli di fronte all’evidenza che forti non siamo vorremmo soltanto che quel qualcuno o qualcosa tornasse immediatamente indietro ad aiutarci a fissare qualche asse di legno perché se la loro assenza fa male sembra sia ancora più dolorosa l’idea di farcela ugualmente da soli, come se bastarsi avesse un po’ il sapore di una condanna. Per tanto tempo mi sono chiesta se questo fosse un desiderio ovvio o solo un’idea irrazionale, una di quelle a cui soltanto la testa che l’ha generata da’ credito e pure più del dovuto. Ho visto porte sfondate in cuori che credevo più tosti del mio, trasformati in buchi neri che attiravano ogni negatività, soffrendo tanto, troppo, di parole e comportamenti che pensavano e pensano ancora di non meritare affatto.

Per quanto effettivamente sia un desiderio ovvio quello di voler avere accanto qualcuno che ci passi chiodi e martello per far quello che da soli ci siamo stufati di fare, è anche vero che la maggior parte delle idee irrazionali son tutte figlie di una sola dannatissima cosa. Non accettarsi. Non accettare di essere più complessi, più sensibili, di avere delle debolezze che si sono aggiunte in corsa e che non avevamo portato con noi fin dall’inizio del viaggio. Non avevo mai detto a me stessa prima io sono anche questo. Io sono anche ciò che ho paura di affrontare. Pensavo che il lasciar vivere quieto il mostro nell’armadio avrebbe preservato ciò che sono e mi piace essere. Invece, al contrario, chi mi vuole bene (o spero) mi stava facendo notare che proprio così stavo diventando tutt’altro.

La storia della canzone è finita un pomeriggio di qualche anno fa sgombro di pensieri superflui con me armata di cuffiette e si, diciamo, un po’ di coraggio. Qualche secondo dopo aver premuto play scoprii che alla rassegnazione si stava sostituendo la curiosità. La rimandai almeno altre tre o quattro volte. Capii cosa mi spaventava. Mi ci misurai come un pugile fa con l’avversario che teme di più. Adesso, ecco, non è diventata esattamente parte di qualche mia playlist. Io però avevo vinto una sfida e sentii di apprezzarmi.

E d’accordo si, che non si sappia troppo in giro, apprezzai un pochino, ma proprio un po’, anche lei.

Dimmi Di ‘Nuovo’

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Il treno si congedava da essa e io pensavo, come al solito, a chissà com’era stata da nuova. La stazione del mio paese è ormai un po’ lasciata a se stessa ed io ogni volta che il treno si allontana abbastanza da permettere di vederla quasi per intero mi domando che sensazione dava un tempo, con i muri bianchi e le finiture rosse, l’orologio che non segnava l’ora giusta solo due volte al giorno e senza erbacce, con entrambi i binari in funzione e il cartello con il proprio nome pulito e blu. Hanno anche dipinto qualche anno fa, ma un non si scrive sui muri è comparso poco dopo, insieme a numeri di telefono, dichiarazioni d’amore, i ti amo seguiti da ma io no, date di giorni importanti, litigi, insulti e riappacificazioni. Ci si potrebbe perdere a ricostruire intere storie da quei muri.

Mi sarebbe piaciuto esserci quando tante cose erano nuove. Stazioni, fabbriche della mia città prima che fossero abbandonate, vite prima che andassero in giro con delle barbe incolte, cuori che amo prima che si riempissero di ferite e sorrisi che ancora brillavano anche attraverso la nebbia. E’ vero che c’è della bellezza in tutto, a guardare quando l’ora del giorno è quella giusta, ma osservo cosa ho intorno e di nuovo vedo ben poco. Di ciò una gran parte appartiene pure al virtuale o comunque alla tecnologia.

Nuovo significa costruire. Un’automobile con i lego, un origami con la carta, un’idea con piccoli pezzi di altre caduti a terra mentre qualcuno frugava nella borsa cercando le chiavi di casa. Nuovo significa progettare. Proiettarsi. Riuscire a vedersi al di fuori di quel muro in cui ci si è rinchiusi per fuggire, pardon, proteggersi. Che certe volte si costruisce in modo sbagliato o non proprio adeguato. Pur riuscendo a demolire quell’orrore il problema comunque è che all’occorrenza si tira fuori dal cassetto di nuovo lo stesso progetto e lo si rimette in piedi uguale, identico a com’era prima. Tutta una storia poi per distruggerlo di nuovo. Nuovo significa inventare. Inventarsi una strada alla quale non ha pensato ancora nessuno. Inventare una storia. Inventare parole, similitudini. Ditemi se non c’è più vita nell’invenzione che in qualsiasi altra cosa al mondo. Nuovo significa futuro.

Poi non ci riesci a guardare attraverso tutto quel nero. Riprovi sfregandoti gli occhi ripetendoti che non può essere sparito tutto all’improvviso, che il futuro, l’invenzione devono essersi nascosti da qualche parte, ti stanno solo giocando uno scherzo. Mi sono arresa piangendo, una sera di mesi fa, raccontando alla luna che avrei mollato tutto e fatto poi un po’ quel che capitava, perché quel nero mi impediva di guardarmi le punte dei piedi, figurarsi il futuro. I motivi erano tanti, e non dipendevano, o non più, da me. Credevo davvero che fosse tutto finito. Finita la tranquillità, quella necessaria, quella che deve esserci se vuoi almeno tentare di ascoltare cos’ha da sussurrarti un raggio di sole. Nemmeno un briciolo di egoismo a sostituirla. Non sono capace di mollare e rendermi conto delle cose com’è che stanno. Preferisco la sconfitta, piuttosto che arrendermi. Che poi la vita ti passi sopra con un rullo compressore invece di stringerti elegantemente al muro minacciandoti di fioretto è solo perché manca totalmente di stile.

 Il treno rallentava entrando in un’altra stazione. Un po’ alla volta, fino a fermarsi. Mi stavo chiedendo com’è che ci si sente quando intorno a sé si respira aria di ‘nuovo’ non soltanto per curiosità, ma per ritrovare a naso quel che sentivo perso anch’io.

Il nuovo richiama il nuovo, quello che dentro di sé soccombe ogni volta che uno schema mentale o un edificio grigio e decadente invade gli occhi e la mente. Questo oggi per me sa di piccola rivoluzione. Se qualcuno ti dice che è lecito sognare e con una certa convinzione pure, allora sai che non è davvero tutto perduto, finito. Cambiato si, ma non finito. E non mi fate i cinici, sognare è un conto e avere la testa tra le nuvole è un altro. Io lo so perché l’ho fatto.

E porca miseria, non c’è scritto proprio da nessuna parte che non si possa provare ancora.

Essere E Apparire

E’ una domanda che in verità non ho mai sopportato e ricordo che, soprattutto da piccola, a scuola, chi veniva a fartela arrivava sempre con aria saccente e chi era lì per ascoltare la risposta ti scrutava come se dalla tua risposta ne dipendessero le sorti del mondo.

Tu preferisci essere, o apparire?

Ogni tanto la tirano fuori anche nelle radio, quando esauriscono tutte le varianti di è meglio mollare o essere mollati oppure se la pasta è meglio mangiarla a pranzo o a cena. Ovviamente la risposta data dal 90% dei ragazzini, allora, e anche la mia perché poi era come buttarsi in un porto più sicuro, era essere. Giusto per fare bella figura. Il resto, composto da quelli un po’ più popolari, vip, che se la tiravano insomma, si buttava sull’alternativa, come se abbracciasse tutt’altra filosofia di vita.

Con il passare del tempo ho continuato a chiedermi se avessero poi così torto. Se preferire l’apparenza alla sostanza, dare importanza alla forma più che al contenuto fosse così sbagliato, sacrilego come sembrava. Allora mi sono concentrata su cosa significasse non tanto essere, quanto il non apparire.

Pur scegliendo di essere, dando importanza a ciò che si è senza curare troppo l’aspetto, l’impressione, l’estetica, ma più l’interiorità, mostrandosi spogliati di qualunque maschera o artificio che serve a piacere e forse a piacersi, anche, si è sicuri di non apparire mai? Esiste un modo per annullare l’apparenza?

La prima cosa che mi viene in mente sono proprio i blog. Per quanto sembri che espressione migliore dell’essere non esista perché ci si racconta, si esprime in qualche forma ciò che si ha dentro, neanche qui io penso si annulli completamente la componente apparenza, pur non essendoci fisicità. Allora ho pensato che forse il non apparire sia legato alla sobrietà, alla mancanza di vanità, ma allo stesso tempo qualunque tentativo di non apparire costituisce pur sempre un’apparenza che qualcuno comunque noterà.

Allora forse non è importante scoprire se sia giusto o sbagliato tenersi o no nella maggioranza, quanto chiedersi se non è la domanda stessa a trarre in inganno perché in effetti la scelta non esiste, non esistono due verità che si escludono a vicenda. Sono connesse, invece, in tanti di quei modi che non se ne potrebbe finir mai di parlare. Semplicemente ho iniziato a vedere l’apparire più come un tenersi nei binari del come si vuol essere, cosa per la quale si potrebbe lavorare anche una vita intera, prima di riuscirci.

The Blue Umbrella - Disney Pixar

The Blue Umbrella – Disney Pixar

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Appena entrata mi sono fermata, giusto un attimo prima di decidere da che parte andare. Soltanto quando sono arrivata più o meno al centro della libreria, tra tutti gli scaffali, mi sono accorta che i miei due compagni-di-passeggiata-approfittiamo-del-coupon-sconto erano spariti. Mio padre, alla mia sinistra, era già immerso nel reparto Gialli, mia madre invece era partita dritta verso Filosofia Orientale. Entrambi già presi, concentrati. Io ho cercato Bach, tanto per cambiare. Ormai è una specie di rito, una visita di cortesia al pezzo di mensola che reca il suo cognome. Puntualmente non trovo quei due-tre libri che non ho e prima o poi mi deciderò ad ordinare su internet direttamente, ma ci vado lo stesso.
Di solito non entro mai in una libreria senza avere già in mente un titolo, un libro che desidero in particolare. Finisco per perdermi. Spesso invece mi capita di cercarne una per il gusto di passeggiare tra gli scaffali, prendere qualche opera che attira la mia attenzione, leggere trame, lasciarle gironzolare nella testa. Il profumo della carta fa tepore in inverno, ma ti abbraccia dentro comunque, in qualsiasi altro momento.
Un piccolo punto di partenza l’avevo però, iniziare da uno degli ultimi autori che ho letto. Non proprio l’ultimo perché di solito non riesco a leggere due libri dello stesso autore uno dietro l’altro. E’ come se rischiassero di mischiarsi, contaminarsi. La lettura di un libro non termina mai con l’ultima pagina. Per qualche giorno ancora la storia vive nelle immagini di luoghi, nelle sensazioni provate. Ogni viaggio quando finisce pretende ancora un po’ di tempo per sé, prima di lasciarti tornare a casa.
Ho raggiunto Dostoevskij. Alla mia sinistra mio padre era già sparito, alla mia destra il Dalai Lama mi guardava di traverso. Dimmi in quale reparto della libreria ti piazzi e ti dirò chi sei. Invece di concentrarmi sulla mia ricerca, guardavo le altre persone, su quali scaffali indugiavano, quali libri sfogliavano. Come se il posto in cui si cercano risposte dicesse tutto di sé. Aleggia una strana sensazione di rispetto, cortesia, ognuno preso a specchiarsi in qualche copertina e attento a non disturbare la ricerca di altri. Ho cercato di nuovo con lo sguardo i miei compagni di serata, si erano già ritrovati. Non sono sicura di quale sia stata la reazione di Osho alla vista di Simenon, ma poco dopo s’è posto Il Giocatore in mezzo, a separarli. Che avrebbero potuto avere qualcosa da ridire sul finire insieme sullo stesso scaffale dopo una vita intera trascorsa ad osservare due mondi completamente diversi, ai lati opposti di una grande libreria.