CronacheDalCondominio #3: La Tifoseria Che Non T’Aspetti

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Ad Euro2016 alla fine le abbiamo prese dalla Germania, che a sua volta le ha prese dalla Francia, cosa che qualcuno considera una magrissima consolazione, e vabbé.

Non sono un’appassionata di calcio e mi limito a seguire la squadra della mia città e l’Italia nelle competizioni internazionali. In fondo come non si può non amare l’atmosfera dei grandi eventi, quella che avvolge i soliti impegni quotidiani e fa tirare la lancetta dei minuti indietro per uscire prima dagli uffici o chiudere i libri della sessione di esami estiva e correre ad accendere la tv, armati di pop corn e bibite fresche? Coinvolge tutti, perfino i più insospettabili e una alla volta spuntano sui balconi delle case bandiere e striscioni ed è bello vedere le persone partecipare a qualcosa, oggi che ci si vergogna pure di condividere una corsa in ascensore con dei perfetti sconosciuti.

Dove abitavo prima, in paese, la febbre da Europei o da Mondiali colpiva un po’ tutti, si, ma per le bandiere funzionava un po’ come per i babbinatale e gli addobbi appesi alle ringhiere durante le festività natalizie che sparivano già nel primo pomeriggio del sei gennaio. Così, a caldo. Mentre i bambini avevano ancora le teste infilate nelle calze dell’Epifania alla ricerca dell’ultimo cioccolatino incastrato nelle cuciture e i più grandi come me non avevano ancora iniziato a bestemmiare per l’inizio delle lezioni e della routine universitaria. Allo stesso modo, al primo segno di debolezza della nazionale italiana, venivano tirate dentro le bandiere tricolore. Nemmeno il tempo delle interviste stupide nel dopo partita, durante le quali cerchi di capire se c’è da prendersela più con gli avversari o con l’allenatore dell’Italia.

Qui nel condominio, invece, ho assistito a ben altro. Fin dall’inizio di Euro2016 avevo già notato i vari balconi decorati per l’occasione, altri soltanto dalla seconda partita in poi, ma giusto così, per scaramanzia. Ho sentito trombette festeggiare i goal segnati -qualcuno sembrava avesse noleggiato direttamente un elefante- e odore di pizza all’ingresso del palazzo alle 19:30, decisamente in anticipo per l’orario di cena da queste parti e non poteva non esser dovuto a qualche tifoso particolarmente bisognoso di avere mani libere per esultare e imprecare un’oretta e mezza più tardi. In più sabato mattina, al ritorno da alcune commissioni, ho visto che sul tetto del palazzo svettava una bandiera così grande che più che un condominio all’improvviso sembravamo l’ambasciata italiana di qualche paese sperduto nel deserto del Sahara. La cosa mi ha fatta ridere, ma resa anche un po’ orgogliosa. Su tutto, però, aleggiava lo spettro della sconfitta. Così come la speranza e la gioia, anche l’ansia finisce per essere condivisa, specie se si finisce per giocarsi tutto ai rigori, come quelli che abbiamo visto.

Domenica mattina la sensazione di esser fuori era palese e scottava ormai come il sole. Eppure, nonostante questo, il panorama nel quartiere non era cambiato di una virgola. Le bandiere erano ancora lì. Erano sopravvissute allo scoramento e alla delusione. Sono rimasta a bocca aperta. Non me l’aspettavo. Nemmeno una era stata riportata sull’armadio in attesa del prossimo campionato.

Stavano ancora tutti dormendo, penserete voi. Invece no. A distanza di una settimana quasi, giocano ancora con il vento, indisturbate. So che qualsiasi considerazione sarebbe retorica, ma io qualche domanda me la farei. Tipo, chissà se qualcuno ha sentito di tenerla lì ancora un po’ per i fatti di Dacca o per quelli di Brexit. Magari per la consapevolezza che nemmeno lecinquestelle in fondo ci rappresentano davvero, visto che qualche altra competizione, ad esempio a Roma, è stata vinta per mancanza di avversari e non perché qualcuno si è battuto veramente, sudando, per conquistare il gradino più alto del podio. Forse si è solo riconosciuto che i nostri giocatori ci hanno provato davvero e che abbiamo perso con onore e quindi le bandiere stanno lì a dimostrare ancora un po’ di orgoglio che lo sport, in qualche caso, ci fa provare ancora. Tutte sensazioni inconfessabili, a parole, ma per fortuna i gesti contano ancora molto di più.

L’Uomo Dei Sogni (Non Miei)

Out in the fields - crilleb50 deviantart

Out in the fields – crilleb50 deviantart

Qualche notte fa ho sognato Brad Pitt.

Lo so, niente di eccezionale, specie se si pensa a quante donne capita di incontrare nei propri sogni l’uomo perfetto e che nella realtà non esiste o perlomeno è irraggiungibile. Non è niente di eccezionale in riferimento al fatto che in genere nei sogni vanno a realizzarsi cose altamente improbabili, che desideriamo o temiamo segretamente e che durante la notte si mettono in tiro, ripetono il copione e si mettono in scena, come se da qualche parte dietro ai nostri occhi ci fosse una casa cinematografica in crisi, in cui si riciclano battute da momenti vissuti davvero e gli attori si presentano in outfit dal dubbio gusto, risultanti da una mescolanza di stili e capi provenienti dagli armadi di tutta la gente che hai incontrato nella tua vita, mentre a te fanno indossare quella camicia orribile che avevi comprato a 13 anni e il cielo soltanto sa dove si trova adesso. Inside Out docet

Quindi il fatto non sarebbe eccezionale, se non fosse per un piccolo particolare: a me Brad Pitt non è mai piaciuto.

Eh no.

Per di più nel mio sogno si è presentato in versione piacione con almeno venticinque anni in meno, capelli tirati indietro con la gelatina a parte un ciuffo che gli ricadeva sulla fronte, sottogiacca con scollo a v e collana stile Marines. Insomma, un Brad Pitt anni ’90: potrei perfino ammettere che sia più attraente adesso. Per puro caso si trovava in vacanza in Italia nello stesso posto in cui da poco ero arrivata anch’io. Lui non conosceva bene l’italiano per cui mi aveva chiesto di accompagnarlo a fare delle commissioni, tra cui comprare dei fiori (!) per decorare il suo bungalow che gli sembrava un po’ triste e io, evidentemente, non avevo granché di meglio da fare. Immagino che a questo punto siate delusi perché dalle premesse sembrava si trattasse di ben altro tipo di sogno, ma credo che se non fosse stato proprio assurdo al mattino non lo avrei nemmeno ricordato.

Più delle immagini e delle parole, quel che resta di un sogno è la sensazione. Quella che nel frastuono creato da tutte le altre durante il giorno finisce per perdersi perché non è abbastanza limpida e forte da invaderti e costringerti a porti delle domande anche abbastanza serie. Sapersi fare le domande giuste è fondamentale. Condiziona fortemente quella che poi diventa la nostra personalissima ricerca delle relative risposte e la questione oggi è più delicata di quanto sembra. Intorno abbiamo mucchi di risposte. Centinaia di aforismi, perle di saggezza che ci scorrono dinanzi agli occhi ogni giorno aprendo facebook o qualsiasi altro social. Nei supermercati ci sono decine di risposte a bisogni che non sapevamo nemmeno di avere. Distinguere quelle che davvero ci servono dalle altre è difficile, la maggior parte delle risposte a nostra disposizione sta lì perché l’abbiamo trovata, ma non cercata.

Così il mio subconscio ha dovuto tirar fuori un personaggio di cui non mi è mai importato decisamente nulla e creare una situazione davvero assurda per attirare la mia attenzione nel caos emotivo in cui mi sono ritrovata ultimamente. Si perché la sensazione che ho provato, al mattino, è stata quella di aver trascorso del ‘tempo’ con una specie di amico, una persona piacevole e familiare, per cui, al di là di tutte le possibili interpretazioni che avrei potuto dare a questo sogno, la sua assurdità l’ho sentita forte come uno schiaffo in faccia. Un sogno mi ha riportata alla realtà, quella degli esami di coscienza e del silenzio, dell’ascoltarsi e del capire profondamente le proprie sensazioni e sentimenti, delle vere motivazioni che ci sono dietro a gesti e parole. Mi sono resa conto di quanto avessi bisogno di revisionare la mia rotta, perché il vento sembra a favore e le acque sono tranquille, eppure, per diverso tempo mi sono comportata soltanto come se mi trovassi in mezzo ad una terribile tempesta.

* . . . Come Sei Veramente . . . *

A me non è stato perdonato di essere un sognatore perchè ho fatto un sogno irreverente troppo grande: ho sognato che la musica classica dovesse essere aggiornata, e pur mantenendo le stesse forme, dovesse tornare a parlare per raccontare il presente.
Per inseguire questo sogno ho studiato tutta la vita e mi sono imbarcato nella composizione con una passione da non dormirci la notte. Quando quella musica era pronta e l’ho eseguita, ero emozionato e curioso di sapere cosa ne pensassero.

E sapete cosa mi hanno detto?

“Come ti sei permesso di metterti al livello degli dei? Non puoi neanche dire di essere un compositore…”.

Ma io ho dovuto farlo, ho dovuto inseguire il mio sogno. Allora ho dovuto volare alto e sfidare quegli dei e poco importa che mi sia bruciato le ali come Icaro.

Insomma è stata dura, attaccato, ridicolizzato dai miei stessi colleghi; ho avuto due anni di depressione. Certo, avrei potuto sparare a zero su tutti alimentando così il circolo di negatività, ma non è la mia indole e sono caduto nel buio della mia fragilità. Ma dentro quel buio, dopo due anni ho elaborato la mia reazione inconscia. Ho composto un concerto per violino e orchestra che penso sia molto più eloquente di mille parole messe insieme.

Se le cose stanno così, allora noi dobbiamo amarlo quel buio, dobbiamo amarla la nostra fragilità, perchè è nel buio della crisi che scocca la scintilla del cambiamento e la nostra fragilità potrebbe trasformarsi nella nostra forza.
In altre parole dobbiamo accettare noi stessi con tutti i nostri difetti, le nostre imperfezioni, ma anche i nostri slanci verso i sogni impossibili. E solo se riusciremo ad essere totalmente noi stessi e non ciò che gli altri hanno deciso e si aspettano da noi, la nostra vita sarà un’opera d’arte!

[Giovanni Allevi]

Questo è il discorso che Giovanni Allevi ha fatto all’apertura della scorsa puntata di Amici. Visto che non lo seguo, appena ho saputo della sua partecipazione ho cercato un po’ e ho trovato il video della puntata. Ho fatto caso alle facce di alcuni che lo stavano ascoltando. Stupite dalla sua gestualità confusa e spontanea, quasi imbarazzate da quelle parole che sembrano banali e ingenue e da quella personalità così fuori dall’ordinario, che chi è magari abituato ad apprezzare invece self-control, falsità e look impeccabili spesso pensa questo non ci sta con la testa. Sempre che non pensino invece che è tutto un personaggio montato, falso e che lava il cervello delle persone e in particolare dei giovani (intesi come povere vittime attirate loro malgrado verso forme impure di musica classica) con melodie che pretendono chissà quale importanza, mentre invece non si tratta altro che di musica da quattro soldi. La superficialità e l’ignoranza uccidono questo mondo, altrochè. Per non parlare della petizione che stavano facendo girare nei conservatori italiani contro di lui. Quasi fosse la peste in persona o stesse rubando la sedia da sotto al sedere di quell’Ughi che ha avuto parole per lui che un altro po’ nemmeno un terrorista se le è mai sentite dire. Lui poi gliel’ha messo a quel servizio, perchè ha composto uno straordinario concerto per violino e orchestra.

Una musica può piacere o no, come anche una persona e i suoi modi di fare, è ovvio. E’ anche vero però che nessuno costringe nessuno ad averci a che fare. Le critiche gratuite in stile gente annoiata nelle sale d’aspetto mi danno un fastidio tremendo. Se a me una cosa non piace non spreco le mie energie a parlarne male, soprattutto se non so di cosa parlo. In certe cose c’entrano le emozioni, i sentimenti, energie che senti sulla pelle.

Nel 2009 riuscii ad andare ad un suo concerto di piano-solo, organizzato dal teatro San Carlo, con prezzi dei biglietti ridotti di almeno un terzo rispetto al solito. Piazza del Plebiscito non poteva essere più bella, e la fresca aria estiva contribuì a rendere indimenticabile quella serata. Arrivai quasi due ore prima dell’inizio del concerto, con i miei genitori, approfittandone per una passeggiata. La piazza era quasi vuota ed eravamo fermi a notare il palco e gli ultimi ritocchi agli allestimenti, quando mi girai e vidi da lontano una testa riccia, nera, che si avvicinava. Un’allucinazione, pensai. I miei genitori erano ancora di spalle e non se ne erano accorti. Io guardavo lui e guardavo loro, con occhi sgranati, girando la testa di continuo gesticolando in maniera scoordinata, incapace di proferire parola. Dovevano essersi bloccate tutte da qualche parte nella gola. Non poteva essere vero. I metri di distanza tra me e lui seguito da un paio di cameramen e fotografi diminuivano più in fretta di quanto sperassi. Fossi stata lì un minuto prima o dopo non sarebbe mai accaduto. Finalmente dopo qualche istante che mi è sembrato eterno i miei l’hanno visto. Lui ci vide. Ormai era sulla nostra traiettoria e nn ci volle molto fiato in gola per chiamarlo ed avvicinarci a lui. Emozionato ed incredulo, esattamente come me e non si capiva bene chi ringraziava chi. Nella foto quasi mi abbraccia e sorride sincero, felice. Gli piacqua tantissimo il mio ciondolo raffigurante un drago. Da vicino le persone le senti davvero. La senti la vibrazione di un corpo emozionato, la semplicità negli occhi che ti guardano e in quelle Converse di parecchi numeri più grandi delle tue.
Sentirlo suonare dal vivo fu un qualcosa di indescrivibile. La sua musica creava un’armonia nella quale erano racchiusi tutti i nostri cuori. Compreso il suo. Da un lato l’energia sprigionata dalle sue mani, dall’altro, quella delle anime che lo ascoltavano che culminava negli applausi finali, ad ogni brano (e a tutti i biis…!) che lui abbracciava, simbolicamente, quasi ad accoglierli dentro di sè, per non dimenticarli più.

Un anno dopo venne alla Fnac a presentare un nuovo album. Decine e decine di persone incastrate tra gli scaffali del negozio ad aspettare di incontrarlo. Lui disse che voleva salutare tutti. Tutti. 3 ore di fila….Abbastanza tranquilla però, perchè di lì non sarebbe scappato. Scherzò con mio fratello, sul loro comune bellissimo nome (si sta ancora chiedendo com’è che lo trascinai a quel tour de force visto che lui non lo ascolta), poi baci, autografi, foto… Si dedicò ai suoi fans.
Ecco perchè non mi sono meravigliata alla sua reazione di fronte agli applausi del pubblico in tv. Lui è davvero fatto così. Non finge, non gioca. E’ tutto vero.

Quando sono immersa nei voli pindarici nella mia testa immagino che se davvero viaggiando alla velocità della luce non saremmo altro che energia sottoforma di onde, ognuno di noi potrebbe riconoscersi in un brano musicale, che sta lì, sulla stessa lunghezza d’onda, viaggiando di fianco a noi. Visto però che esistiamo sottoforma di carne, ossa e milioni di bit la musica viaggia, si, come onde sonore e noi stiamo fermi lì ad ascoltare, lasciando che racconti anche qualcosa di noi.
Siamo fermi, già,  ma potrebbe andar bene anche chiudere gli occhi di tanto in tanto, per volare via con lei….

* . . . Il Sole Sul Cavalletto . . . *

 

 

« Io entro in una stanza, vedo un uomo seduto sopra una seggiola, dal soffitto vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri, tutto ciò non mi colpisce, non mi stupisce, poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’uno all’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili e indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore, e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena.

La scena però non sarebbe cambiata, sono io che la vedrei sott’un altro angolo.

Eccoci all’aspetto metafisico delle cose.


Deducendo si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero i raggi X, per esempio.
»

[Giorgio De Chirico – dalla rivista “Valori Plastici” aprile-maggio 1919]

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* . . . Tra Il Dire (a ruota libera) E Il Fare (esami) C’è Di Mezzo…Il Lungomare! . . .*

In attesa delle nuove puntate delle serie tv che mi piacciono (Castle, Castle!!!) le cose che seguo ultimamente sono davvero poche. Per cominciare i GP di Formula 1, in particolare quelli che la Rai per gentile intercessione divina manda ancora in diretta, perchè tanto oramai quelli in differita li guardo, si, ma sapendo già come è andata, che non è esattamente la stessa cosa. Già perchè l’esperimento cerco-di-star-lontana-da-ogni-tipo-di-media per evitare di sapere il risultato delle gare è miseramente fallito. Per un paio di domeniche ho provato a farlo ma la prima volta mi ha fregata il telegiornale, che innocentemente stavo guardando ignara del fatto che stesse per annunciare il vincitore del primo GP e la seconda volta invece vittima di un post di facebook che fugacemente avevo aperto per altre cose. Ieri mi son fatta coraggio e mi sono affidata direttamente al sito BlogF1 dove scrivono in diretta tutti gli avvenimenti giro per giro. In pratica la gara l’ho letta e non vista, sempre meglio di niente. Che poi pare che ieri la sfortuna abbia invaso i box della Ferrari peggio della peste… Uff.

Un’altra cosa che seguo volentieri è The Voice. Non tanto per il programma in sè, anche se diverso dal solito, e tantomeno mi piacciono i talent e cose così. Mi piace perchè “sembra” che stia portando un po’ di rock in tv, grazie a Piero Pelù. Non sono mai stata una sua fan, anche se lo apprezzo, però adesso mi sta facendo divertire un mondo… Nonostante i tentativi di frenarsi un po’, esplode spesso tutta la sua carica rock e la verve da toscano e poi, cavolo, è sexy, roba che si potrebbe perdere la testa (!) anche se un’amica che concordava con me, l’altro giorno, ha accennato ad espressioni … più spinte, ecco. E non esiste alcun deterrente, quando uno merita, merita e basta.

Inoltre questo programma ha fatto tornare sulle scene anche Riccardo Cocciante, che ogni volta che lo vedo mi ricorda una cosa che accadde all’università. A pensarci ancora rido. Chiacchieravo con una compagna di corsi riguardo alla musica. Ad un certo punto mi chiese cosa ascolto e iniziai dai vari tipi di rock, tra cui i Bon Jovi, Springsteen, Nickelback, Train, Green Day e non sto a dirli tutti che non la finisco più, a qualcosa di pop, jazz, blues, country e musica classica. Un mare di cose in pratica. Lei che mi ascoltava attenta, fece:

“Sai, non so, ma ti facevo una fan di Riccardo Cocciante!”.

….

Il gelo sulle spalle e l’espressione perplessa in viso.

Io ora non so che faccia abbia una fan di Cocciante e per carità non è una cosa offensiva… L’unica cosa che riuscivo a pensare era….. Perchè?? Come aveva fatto ad immaginare me a cantare Margherita sotto alla doccia? Incredibile. Rimasi sconcertata, non per lui, ma per la facilità con cui la gente potrebbe allo stesso modo andare in giro dicendo che hai l’aria da serial killer. Così, giusto per una sensazione. Le risposi che apprezzavo Cocciante per il musical Notre Dame De Paris, musiche da brividi, ma che da qui ad essere una fan ci passava una galassia intera. Ebbi la certezza che non doveva essere una persona particolarmente perspicace.

Aspettando di sapere del giro successivo, sistemavo un po’ le foto scattate sabato sul lungomare, in visita al villaggio dell’America’s Cup. Ci sono stata non tanto per l’evento sportivo in sè che non seguo, ma per godere un po’ della città attraverso i percorsi pedonali (almeno questo, dopo mesi trascorsi a maledire la ZTL che hanno fatto con i piedi), del profumo del mare, delle luci sulla baia, della brezza fresca e dei taralli alle mandorle caldi… Le foto non sono di grande qualità perchè ancora devo capire come convincere la mia digitale a fare foto decenti all’imbrunire, si accettano suggerimenti!!!

 

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Adesso devo pensare a cosa c’è da fare… Il prossimo esame è finalmente l’ultimo, però ho una strana sensazione dentro. Quando le cose non si riescono a spiegare direttamente si prova dicendo esattamente l’opposto: ero molto più tranquilla quando di esami me ne mancavano tipo 18. E’ assurdo e non so spiegarmelo. Ho sentito al tg che Napolitano vuole dare un governo all’Italia entro la settimana. Io entro la settimana dovrei imparare a svolgere tutte le tipologie di verifiche di resistenza e di strutture iperstatiche. Ridendo, mi sono chiesta chi dei due ha più probabilità di successo… (:  E comunque, se non doveste vedermi più sappiate che potrei essere svenuta da qualche parte tra gli appunti e il librone di Scienza delle Costruzioni 2 (perchè a farlo tutto in una sola volta no, non andava bene, aaahh)….!

Buona settimana, bloggers e non! (;

*…”Come Se Leggesse Nei Tuoi Sentimenti”…*

Sarà la musica, che travolge con la delicatezza di tintinnii e corde pizzicate e la sua voce, che riesce a modulare in una serie di alti e bassi, a tratti così dolce da cullar la mente e poi rauca e decisa come per scuoterla non appena si adagia sulle sue parole mentre si svuota, anche, da ogni altro pensiero che con forza viene cacciato via perchè è lei, la canzone che ti invade, si espande nella tua testa nonostante tu stessi facendo tutt’altro. E ti ferma, lasci la penna sul foglio mentre stavi scrivendo o la borsa che tenevi sulle gambe, seduta in auto, zittisce chi ti sta intorno e magari anche te, che ti innervosisci perchè ti sembra scritta apposta e poi invece ti ipnotizza che nemmeno riesci a chiudere gli occhi, che ti trovi a fissare nel vuoto… Provi almeno ad immaginarlo, cavolo, chissà come potrebbe essere un uomo così, nel caso dovessi incontrarlo almeno lo riconosci, ma poi pensi anche che magari non è reale perchè lo stesso Finardi ha detto, forse con una punta d’amarezza, che “è un uomo che esiste soltanto quando una donna decide di vederlo tale”. Per cui non puoi far altro che ascoltare e lasciare che la canzone faccia un po’ come le pare…