Buone ragioni.

Crisis gives India the chance to clean up its shadow banking sector |  Financial Times

G. passa le mani tra i capelli corti castani con disperazione. Dietro di lui le auto ferme oltre il marciapiede ripartono agli ordini del semaforo. Non c’è nulla peggio di un flusso di cose, persone, che scorre come se nulla fosse mentre sei incagliato in una decisione difficile. I colleghi intorno a lui sorridono e scuotono la testa. Sei fregato G. gli ripetono. Lui rilancia. Siete sicuri? Questa cosa del galateo… Dice tre mensilità? M. annuisce, Si, ho sentito così. Almeno tre. G. prende il cellulare e mostra a tutti immagini di anelli con brillanti su tutta la circonferenza. Ha detto che lo vuole così. Gli altri ridono e rilanciano, gli dicono che non è fregato, ma di più. Pare che lei abbia dato suggerimenti molto precisi anche sul modello. Non ha scelta. Io sorrido guardando tutti. C’è F. che è sposato da qualche anno, lui se la ride sotto ai baffi. Racconta che lui per l’anello di fidanzamento non ha speso più di trecento euro. E questo è niente G. E’ solo l’inizio. La tua vita è finita, lo sai?
G. sta sudando. R. è al telefono con la sua ragazza per un resoconto dettagliato della sua giornata fino al caffé dopo pranzo, lì fuori al bar. M. ride ma ha lo sguardo basso, F. se ne accorge e lo pungola. E tu quando ti decidi? M. alza le mani, scuote la testa, non è assolutamente in programma alcuna proposta di alcunché.
Poi ad un tratto tutti mi guardano e mi rendo conto di essere l’unica donna del gruppetto. F. è il più rapido a chiedermi cosa ne penso. A braccia conserte alzo le spalle e dico che secondo me ci sono modi migliori di spendere tremila euro. Ricevo plausi e sguardi di approvazione. Ma si ragazzi, che so, un viaggio, una cosa così. G. mi guarda con la coda dell’occhio. Cerco di aggirare la questione ma non credo di riuscirci. A lei piacciono i gioielli in genere, ne capisce? Immagino, ti ha fatto una richiesta così specifica…
G. risponde che no, non è così. Lei è solo tradizionalista. Quella parola piomba come un macigno sui sorrisi e noto tutta la disapprovazione con cui lui stesso lo afferma. Tradizione significa che se lui spende moltissimi soldi allora dimostra di tenerci davvero. Come se facesse un investimento che in qualche modo garantirebbe a lei la sua fedeltà. Io non riesco ad aggiungere nulla. Vorrei tanto chiedergli perché vuole sposarla. Perché vuole una donna che si fiderà di lui soltanto dopo aver visto brillare le sue promesse intorno al dito, pur sapendo che non può permetterselo o forse proprio sapendo che per lui sarà un bel sacrificio spendere tanti soldi. F. chiede se la porterà fuori un weekend per farle la proposta. G. sbarra gli occhi tu sei pazzo, una cena andrà più che bene. Mi inserisco di nuovo nel discorso, proponendo che potrebbe risparmiare sull’anello ma organizzare una proposta fuori porta e far rientrare tutto nel budget. G. scuote la testa. Il dove non è una buona ragione per investire di meno nel gioiello. Mi sbilancio e dico che secondo me non esistono buone ragioni nemmeno per sposarsi, ecco. Quelli sposati annuiscono e io rabbrividisco. Avrei preferito mi contrastassero in qualche modo esponendo motivazioni a favore delle loro scelte. Invece no. Le ombre apparse sui visi di tutti mi spaventano. Il gruppetto si scioglie pian piano sulla strada per tornare in ufficio e ripenso alle parole di Galimberti in cui mi sono imbattuta qualche tempo fa. Diceva una cosa dissacrante e intelligente riguardo al fatto che non dovrebbero rendere semplice divorziare, ma fare in modo che sposarsi sia estremamente difficile. A livello economico sarebbe un danno, ne soffrirebbero interi settori che si occupano di tutto ciò che occorre a celebrare un matrimonio. E anche a scioglierli. Non riuscirei nemmeno a pensare a dei criteri oggettivi per “ammettere” una coppia al matrimonio oppure no. Eppure quante persone lo fanno per il motivo sbagliato? Quanti si condannano ad essere infelici, a vivere una vita diversa da quella che desiderano davvero? Mi sfiora l’idea che in qualche modo alcuni non saprebbero sentirsi soddisfatti nemmeno a star da soli, vivendo passivamente quelle che sembrano tappe obbligate della vita e senza mai essersi posti una vera domanda riguardo i propri desideri. Il sole dei primi giorni di Ottobre è ancora abbastanza caldo a quest’ora negli spazi aperti tra un grattacielo e l’altro. G. parla più fitto con M. che aveva tirato fuori la storia del galateo. Io rifletto tra me e me, forse le buone ragioni si riducono a quelle legali di tutela e assistenza. Quelle che hanno portato all’istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Mi osservo con la coda dell’occhio in una porta a specchio e mi metto a fantasticare su cosa ci farei io con tre mensilità come regalo.

Short #7

Gli uomini confusi ti fanno impazzire. Un giorno è sì, un altro è no, quello dopo è forse. Poi per il tuo bene ti allontanano. Gli uomini rassicuranti ti abbracciano. Senza dubbi. Poi per il tuo bene ti feriscono.

Più semplice.

Sul gruppo Facebook della mia cittadina oggi si è scatenata una mezza rivolta, alcuni accusavano altri di esser diventati all’improvviso cristiani praticanti soltanto perché la Chiesa è l’unico posto oltre al supermercato dove si può andare in questo periodo, che così facendo non ne usciremo mai, che Dio ci ascolta pure dallo sgabuzzino di casa nostra e così via.

Sarà una Pasqua con pochi simboli. Pare non siano state distribuiti rami di ulivo benedetti, per non parlare dell’acqua. L’altro giorno volevo comprare qualche decorazione primaverile al negozio dei cinesi, come dei rami di ciliegio finti o qualcosa del genere, ma non erano considerati beni di prima necessità ed erano circondati da del nastro rosso e bianco come quello delle scene del crimine. Poco più in là una signora sulla settantina avvolta in un cardigan bianco peloso stava chiedendo al commesso senti, ce l’hai il ruoto per il tortano? Il tor-ta-no. Il commesso aggrottando la fronte le rispondeva ruoto per torta, no?
Il ruoto per il toorta-no.
Si, ruoto, no torta?
E più o meno sono andati avanti così per un tempo indefinito finché la signora non ha iniziato a chiedere del pelacarote stavolta affidandosi a dubbi gesti. Io mi sono regalata un uovo di cioccolata fondente e domani mi infilerò tra ricette, impasti, uova e mattarelli perché certi profumi ti fanno stare bene anche se hai solo, o già, trentanni.

Quando ricordo che si tratta della seconda Pasqua in lockdown non posso fare a meno di pensare che non solo questo della pandemia non è per niente quel problema che l’anno scorso credevamo passeggero, ma che sta lasciando un segno, da qualche parte, non saprei dire bene dove. Forse qualcosa che non ci sembrerà più naturale come prima. Quand’ero piccola e c’era la Via Crucis alla tv mi piaceva la parte in cui ripetevano le cose in tutte le lingue. Sembrava davvero di essere in compagnia di mezzo mondo mentre mia madre impastava il tortano e mio padre tagliava formaggi e salumi da metterci dentro. Tutto il resto della cerimonia lo ascolto ogni anno perché spero sempre di capirci qualcosa, di prendere alla sprovvista quel senso, quella sfumatura che penso dovrei saper cogliere ma mi sfugge.

Quest’anno sono andata alla ricerca delle origini precristiane della Pasqua. Il senso è sempre quello. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di celebrare questo momento in cui la Natura si risveglia, il Sole è più caldo e le giornate più lunghe. Ci sono leggende, dei e dee, uccelli feriti trasformati in conigli che regalano uova in segno di riconoscimento, uova che significano rinascita. Insomma storie semplici che per il momento mi bastano.

Delle storie complesse non ne posso più. Questa situazione di emergenza mi ha aiutata a semplificare. Persone che sono sparite perché si sono accorte di avere una famiglia, altre che erano lì per tutti i motivi fuorché quelli davvero importanti, consuetudini cancellate dalla necessità di distanziarci. Ho tolto chili, delusioni, attese, incomprensioni, abitudini e sto cercando di distanziarmi da altro ancora.

Intanto l’impasto lievita, il che non era scontato. Iuppiii.

Glicine

La strada a senso unico è stretta, leggermente in discesa e costeggiata da marciapiedi pieni di gente. Sono le diciannove di un sabato di zona rossa che non fa più paura. C’è traffico. Una signora tiene per mano una bambina e insieme salutano un uomo con la mano. Mi fermo quando la signora fa per attraversare, ma la bambina pianta i piedi a terra, come quando uno sa di star sbagliando strada e cambia direzione. Lascia la mano della signora che resta ferma accennando un sorriso e corre verso l’uomo per abbracciarlo.

Vedi che son qui che tremo, parla, parla, parla, parla con me. Ma forse ho solo dato tutto per scontato e mi ripeto: “Che scema a non saper fingere”, dentro ti amo e fuori tremo, come glicine di notte.

Tolgo il piede dal freno e riprendo a camminare. Ho preso l’abitudine a cambiare in continuazione stazione radio finché non trovo una canzone che mi piace. I tragitti sono diventati brevi e a volte mi capita di beccare solo pubblicità fino a destinazione e mi innervosisco. Potrei mettere musica dal cellulare è vero, ma poi non è bello come trovarla per caso.

Scommetto che ora non prendi più l’abitudine di far sempre come vuoi tu e quando arriva sera mi manca l’atmosfera, non è la primavera. Sembra ieri, sembra ieri che la sera ci stringeva. 

Ho letto che quella cosa per la quale si procrastina un impegno o un’attività per poi occuparsene freneticamente all’ultimo momento si chiama ansia ad alto funzionamento. Significa che da fuori sembra che funzioni bene, hai successo, sei precisa e attenta, mentre dentro hai sei un casino di dubbi, domande, incertezze e paure. Paolo Fox dice che è un momento per me in cui le cose vanno bene, ma costano così tanto in termini di stress che alla fine della giornata sono distrutta e a stento riesco a gioirne.

Dietro di noi vedo giorni spesi su treni infiniti, forse è solo che mi manca parte di un passato lontano come Marte. Tu cosa dirai vedendomi arrivare, quando ti raggiungerò?

Insomma, ha ragione. Mi sembra di prendere per la prima volta le misure al mondo e che sia la prima volta che mi guardo allo specchio e mi rendo conto della vita, la mia. Nel tempo libero mi metto a distinguere le mie ansie da quelle degli altri e a smontare i sensi di colpa. Cerco il Sole e l’aria fresca e mi alleno a sentirmi felice.

Ora che non posso più tornare a quando ero bambina ed ero salva da ogni male e da te, da te, da te.

Allora, dimenticato.

“Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.
Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.”

(William Shakespeare)

La Notte di Natale

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Prima parte, La Notte di Halloween.

Ho fame. Ho le dita congelate. E questa dannata serratura si è bloccata.
Si sta facendo buio ed è saltata la luce. Mi guardo intorno per cercare qualcosa in camera mia che possa aiutarmi. Mannaggia tutto.
Prendo il cacciavite dal cassetto della scrivania e inizio a smontare la serratura. Sono entrata qui per incartare un po’ di regali di nascosto. Tra poco sarà la Mezzanotte. Questa porta raramente viene chiusa a chiave. Forse per questo si è bloccata. Butto un occhio al balcone. La luce naturale scarseggia. Non ricordo come fosse il tempo fuori quando sono entrata, ma adesso l’aria sembra spessa e bianca. Ho provato a chiamare aiuto quando ho scoperto di esser rimasta chiusa in camera mia, ma nessuno mi ha risposto. Non è possibile che non mi abbiano sentita. Quando la corrente elettrica è andata via è calato il silenzio. Porca miseria. Ho freddo e non riesco a fare forza, lo scrocco è a forma di uncino e si è incastrato. Tiro un calcio alla porta. Provo a bussare e a chiamare di nuovo. Solo il vento tenta una timida risposta.
Mi avvicino al balcone. Le lucine blu e rosse che decorano i balconi del palazzo di fronte sono sfocate. Vado a cercare il telefonino. Nessun messaggio. Per un attimo mi manca il respiro quando mi rendo conto che questa Vigilia lui non scriverà. Mi guardo intorno, ma stavolta cerco con gli occhi un appiglio. Non è colpa mia. In fondo non ci ha messo molto a dimenticarmi. Tra il poco e il niente, voleva che scegliessi per il niente, è evidente. Non posso vacillare adesso. Mi siedo sul ciglio del letto. Gli occhi finiscono di nuovo sulle luci di Natale oltre i vetri appannati della mia stanza. Le imploro di restare lì. Di non andarsene. Almeno loro. Solo un momento, ancora. Finisco automaticamente tra i messaggi di un anno fa. Questo però è rimasto senza mittente.
“C’era qualcosa che volevi stasera. Se ti sbrighi sei ancora in tempo. La notte è appena iniziata”. Qualsiasi persona sana di mente seguirebbe le indicazioni provenienti da messaggi anonimi ricevuti durante la notte di Halloween, come no. Non ricordo nulla di quella notte, solo che presi ad inseguire risate di bambini nella nebbia. Mi risvegliai il giorno dopo nel mio letto. Sul telefono trovai un suo buongiorno. È ancora lì. Era il suo solito modo di rispondere senza rispondere. Sbuffai, ma un calore piacevole come al solito si diffuse dalla mano al cuore. Eppure, chissà, quella volta svanì in fretta. Un po’ come la paura di guardare attraverso la nebbia. Il vento annuisce lasciando oscillare le luci sfocate. Mi alzo. Torno velocemente verso la porta. Tiro forte. La porta si apre. L’albero di Natale in corridoio è acceso. Sento rumori di bicchieri, risate, profumi dolci, una luce calda abbraccia tutto il salone. Questa volta penso che la ricorderò, la magia.

Non bastano le strade del mondo.

Quando a Marzo ci fu il cambio dell’ora dimenticai di sistemare subito l’orario al cruscotto dell’auto. Pensai lo faccio domani. Solo che in realtà eravamo in lockdown e l’auto la prendevo una volta ogni dieci giorni. Domani divenne prossima volta. E così via di settimana in settimana.

Insomma sono arrivata a oggi che per sapere che ora è mentre sono alla guida mi sono abituata mentalmente a mettere avanti l’orologio di un’ora e sei minuti di ritardi vari ed eventuali che qualsiasi orologio non collegato a internet accumula per definizione, pur di risparmiarmi la fatica di inoltrarmi nel bosco di menù e sottomenù del cruscotto che mi permetterebbero di mettere in orario l’orologio come farebbe qualsiasi persona normale.

L’altra mattina mentre andavo al lavoro ci riflettevo su e sono arrivata alla conclusione che questa cosa (non) l’ho fatta per dimostrare a me stessa che so resistere alla tentazione di tenere tutto in ordine e di riuscire a tollerare le imperfezioni della vita, le note stonate, le disarmonie. Pochi istanti dopo però ho realizzato che decidere cosa potesse essere una mania e cosa no poteva essere essa stessa una mania e che quindi ero punto e a capo. Ho pensato allora di metterlo a posto ma ormai siamo ad Ottobre e tra poco sarà praticamente di nuovo in orario.

Mi piace pensare che esista un piccolo esercito di persone sparso per il mondo che ogni giorno rende difficile qualcosa di banale, senza un motivo preciso, ma solo assecondando un’innata resistenza a tutta una serie di idee, convenzioni e comportamenti normalmente condivisi dalla maggior parte delle persone che abita da qualche parte vicino al cuore, una specie di bisogno. E’ come se le strade del mondo non bastassero e allora si avverte la necessità di costruirsene altre, a modo proprio.

Lo scorso sabato ho avuto una piccola conferma che forse c’è davvero. Stavo camminando da un’ora quasi e avevo deciso di fermarmi a sedere sulla panchina di un piccolo parco. C’erano diversi bambini e pochi adulti seduti o in giro per i vialetti ricoperti di foglie, sassolini e aghi di pino. Stavo per rialzarmi giacché stando ferma le gambe stavano per urlarmi la stanchezza che non avevo per nulla avvertito durante i tre chilometri e più di passeggiata, quando mi si para davanti una bambina di sette o otto anni, occhi tondi e blu, capelli castano scuro raccolti in due codini ai lati della testa, un impermeabile blu scuro. Aveva l’aria seria di una che stava facendo qualcosa di estremamente importante. Mi ha mostrato un ciucciotto da neonato e mi ha chiesto se per caso avessi visto a quale bambino fosse caduto.

Non ricordo a cosa stavo pensando, però ricordo che all’improvviso mi era sembrato del tutto stupido. Ho cercato di assumere in fretta l’aria un’adulta all’altezza della questione. Mi sono guardata intorno, ma non c’erano carrozzine o neonati in giro. Le dissi che mi dispiaceva ma che non sapevo proprio a chi potesse appartenere. Senza un attimo di esitazione si è rivolta, senza successo, alle persone sedute sulle altre panchine. Poi è andata verso l’altro lato del parco e l’ho persa di vista.

Insomma avrebbe potuto lasciarlo da qualche parte in vista e tornare a giocare e invece, mentre camminava a passi lunghi affondando bene gli scarponcini nel terreno di una strada che conosceva soltanto lei, sembrava davvero non dovesse far nulla che fosse un po’ meno che salvare il mondo.

Giù dalla giostra.

Ci voleva una pandemia affinché scoprissi diverse verità.

Tipo, nelle circostanze in cui ci ha costretti il lockdown ho scoperto che l’uomo che ho amato per diversi anni non è solo e disperato come raccontava a tutti, ma ha una moglie o compagna o comunque una donna molto importante nella sua vita che lo sostiene nei suoi progetti. Ho capito che per lui ero solo una fonte di rifornimento narcisistico, esistevo per pochi minuti o poche ore, giusto il tempo di assicurarsi che ancora provavo dei sentimenti e non me ne ero andata. Poi lasciava i miei messaggi senza risposte e io finivo puntualmente in un vortice di tristezza che diventava rabbia che diventava senso di colpa che diventava di nuovo comprensione, attenzione e amore. Finché così da un giorno all’altro ho deciso di scendere dalla giostra senza nemmeno salutare. Ci avevo già provato altre volte ma passato poco tempo l’idea di non risentirlo più mi distruggeva. Non potevo immaginarmi senza nemmeno quel poco che avevamo. Non mi aveva mai promesso niente ma diceva di avere dei sentimenti per me e io ne avevo bisogno, ma non mi accorgevo di quanto sacrificassi di me stessa ogni volta.

E’ stato come osservare un animale nel suo habitat naturale e allo stesso tempo chiuso in una gabbia e adesso non so più chi è la persona che riuscivo a sentire sulla pelle e nella mente attraverso una connessione unica, antica e solo nostra.

In compenso so meglio chi sono io. Perché finalmente sento di avere della terra sotto ai piedi, di essere più salda, di riuscire a ribellarmi senza pentirmi, di avere diritti e desideri. Dio solo sa quanto avrei voluto vivere con lui tutto questo. Quanto mi sarebbe piaciuto ancora essergli vicina, trascorrere ore a pensare a nuovi modi di parlare del mondo, che ancora non avevo finito di svolgere l’orizzonte che avevo scoperto con lui.

Dunque ci voleva una pandemia per ricevere le risposte che potevano liberarmi dalle domande che si erano intrecciate nella rete sotto la quale ero finita per tutto questo tempo.

L’inconscio, i semi e le storie che tornano a splendere

L’inconscio è capace di fare davvero brutti scherzi.

In realtà di un fatto del genere dovrei essere contenta perché significa che il mio lavoro per riconnettermi con quella parte di me che avevo perso per strada sta funzionando. A volte però la cosa risulta anche inquietante.

E’ successo che l’altra notte in uno dei miei sogni dalle trame piuttosto fantasiose e surreali mi ritrovo sul ciglio di una strada e all’improvviso passa un piccolo autobus a velocità nemmeno troppo bassa, però con un trucco cinematografico degno di un thriller la mia visuale fa uno zoom al rallentatore e vedo, nome di fantasia, Titina. Titina era la mia migliore amica durante i primi anni di liceo, amicizia rovinata da sua madre che vide in me un pericolo ai suoi piani di fare di lei una candidata a qualche premio Nobel. A quei tempi non riuscii a reagire adeguatamente alla cosa, non la presi da parte per chiederle se in quella testa geniale avesse anche qualche briciola di personalità o un pensiero che fosse davvero suo, la vidi semplicemente andarsene pian piano e finire vicino a chi poi l’ha usata davvero.

Ieri sera ho rivisto un’amica per la prima volta dopo il lockdown. Mi dice, così di punto in bianco, che ha sentito il papà di Titina. Premetto che non stavamo parlando dell’argomento e forse non ne abbiamo mai parlato, io stessa non ci tornavo su da anni. Il papà le riferisce che Titina è in Svizzera, dove ho sempre immaginato che sarebbe finita.

Adesso, a trent’anni, posso figurarmi nella mente un dolore sordo. Sommesso, silenzioso, ma costante come il lavoro delle gocce d’acqua che scavano una roccia. Uno pensa che va bene così, che tenerlo per le redini significa gestirlo e controllarlo, ma in realtà ne sta soltanto trattenendo la forza che si sprigiona lo stesso ma più lentamente.

Allora in un periodo di riflessione l’Universo in qualche modo ti aiuta a ritrovare i pezzi, ma forse in questo caso i semi di qualcosa che poi è cresciuto nell’anima, lentamente ma tanto da diventare ingombrante e quindi invisibile se non per quelle volte in cui ti capita di provare la sensazione di essere una specie di impostore, di non essere abbastanza capace, di aver raggiunto degli obiettivi ma grazie alla fortuna o alle circostanze, di non meritarli davvero e che i prossimi sono condizionati da questo, dalla fortuna o dalle circostanze che con il passare degli anni sembrano pure abbandonarti.

Tolta l’ombra di piante indesiderate è tempo che racconti alle mie paure la vera storia di me stessa.

ComeDiari #18: Chilometri di tempo.

Non ricordo il giorno in cui l’ho deciso. Anzi, in realtà non è stata una decisione presa in un giorno soltanto, quindi ricordarlo sarebbe un esercizio inutile della memoria. E’ stato un po’ come quando sei in ritardo alla stazione, il treno è già fermo alla banchina e le porte stanno per chiudersi da un momento all’altro. Allora ti avvicini alla prima, che è l’ultima del convoglio, pronta per salire su. Poi pensi che se affretti il passo forse riesci a raggiungere la porta successiva con il vantaggio di evitare la folla che si è creata in fondo al treno. Arrivi alla penultima porta, ma di nuovo ti stuzzica l’idea che correndo un po’ ce la fai a salire sulla carrozza centrale dove aumentano le probabilità di trovare un posto a sedere. E così via, corri di porta in porta, finché il fischio del capotreno ti ricorda che devi prendere una decisione e salire.

Mi sono ritrovata a correre sulla linea del tempo, di giorno in giorno, senza fermarmi. Non è da me e sinceramente non credevo nemmeno di avere tutto questo fiato. Far mente locale per rendersi conto di quanto fiato sia rimasto nei polmoni è una cosa che di solito fa chi ha deciso da subito quanto lontano vuole andare. Insomma, lo fa chi ha una destinazione. E’ la differenza tra chi viaggia e chi invece scappa e io non avevo idea di dove sarei voluta arrivare.

Ho sempre trovato che la fuga sia un’alternativa tra le peggiori. Sono una che resta fino alla fine, il che però forse dipende più dal fatto che faccio fatica a riconoscerne una e questo è il motivo per cui il mio inconscio ce l’ha a morte con me e mi mette i bastoni tra le ruote in continuazione.

Giorno dopo giorno mi sono accorta di aver messo una distanza tra me e quella brutta sensazione. Una distanza temporale. Quella vera, fisica, c’era già e l’avevo già invano combattuta. Io non mi accorgo nemmeno di quando qualcosa mi ferisce nel profondo. Se me ne accorgo in genere ci metto tempo, altrimenti uso quei cieli neri per appenderci le stelle come più mi piace. Ieri ho fissato un punto azzurro sopra i palazzi della mia città e mi è preso un colpo quando mi sono resa conto che da quel punto l’Universo mi osserva una volta ogni ventiquattro ore e che quindi non è fisso, altroché, il cielo è l’inganno più riuscito della Natura.

La sensazione era ed è ancora che non sarebbe mai cambiato niente.

Sarei rimasta invisibile e incastrata in un eterno eccitante inizio a cui non seguiva niente. Avrei continuato a sperare di vedere, toccare, sentire quella persona così come si era presentata all’inizio. Mi ero ritrovata ad inseguire parole e gesti che esprimevano desideri e sentimenti per me, a dipendere da quelle brevi e intense felicità, intervallate da silenzi lunghissimi, incomprensibili, dolorosi. Mi dicevo ogni volta che forse non avevo usato le parole giuste, che dovevo amarlo meglio. Insomma, che era colpa mia se di nuovo se ne era andato.

Avevo arredato così bene quel cielo che quando sentivo la sua mancanza mi bastava guardare le stelle per sentirmi vicina a lui. Le ripassavo una ad una con lo sguardo, l’avrò fatto decine e decine di volte. Ogni tanto di notte mi capita di risentire la magia che pensavo ci unisse, che lui diceva ci unisse.

Quando mi sveglio però tutte le sensazioni implodono nel petto schiacciate dall’evidenza dell’esperienza. E fa male.

Quando la quarantena ci ha rinchiusi tutti ognuno nella propria tana ho potuto notare che la sua non faceva poi così schifo come raccontava. E la differenza tra ciò che è e ciò che pensavo che fosse si è fatta così evidente che non sono riuscita a fermarmi più. La dissonanza aveva un’unica spiegazione, quel che dice non coincide con quel che è. Lui non esiste. Ho corso ancora e cercando di non guardarmi indietro. In fondo sarebbe stato contro natura restare ancora a lungo immobile nel suo cielo.