Senza Folletti, Senza Pensiero Nuovo. Però, Auguri!

Quest’anno i folletti di WordPress hanno dato forfait, si mormora che gli elfi abbiano dato un party in Lapponia e di tornare qua a lavorare non ne hanno voluto sapere.
Così le statistiche sono andata a vedermele da sola e ho scoperto che Sappiamo fare cose belle è stato il primo articolo dell’anno appena concluso e anche il migliore rispetto a tutti quelli successivi.
Una cosa strana, ma nemmeno troppo. In fondo anche la me di inizio anno è stata la migliore tra tutte quelle che si sono susseguite dopo.

Un anno nuovo deve iniziare con almeno un pensiero nuovo. 

Eppure adesso l’unico che mi viene in mente è poter sapere che non accadrà più. Vorrei che non mi si spegnesse di nuovo la luce proprio nel momento in cui ho da fare cose importanti che riguardano il mio futuro. Forse sono stata io a reagire troppo male, ad accettare poco e a piangere molto. Ho realizzato poche cose e ho litigato molto. Ho pensato più spesso al peggio che al meglio. Mi sono sentita più sola di quanto -forse- lo fossi davvero. Qualche giorno fa ho fatto un giochino su Facebook che creava un tag cloud delle parole che avevo usato di più nel 2016. Tra quelle più digitate c’era Perché, ma anche Imparato. Tanto per dire.

Ho aspettato qualcuno che non aveva segnato in agenda nessun appuntamento con me. Credevo stesse aspettando a sua volta  che si creasse una finestra spazio temporale abbastanza ampia da poterci contenere, abbracciati. Invece no. L’amore guardò il tempo e rise perché sapeva di non averne bisogno. In realtà però, secondo me, stava bluffando. Il tempo, si sa, è relativo. L’amore no, però può stancarsi a furia di stare in piedi a fissare la porta senza mai essere invitato ad entrare e a scaldarsi un po’ le mani. Finisce che gira i tacchi e va via, prima di morire assiderato. Perfino in pieno agosto.

Del 2016, oltre al freddo, ricorderò il white noise tenuto nelle cuffiette per ipnotizzare i pensieri negativi, due viaggi nello stesso posto, tre libri, il rimprovero di una bambina, la tisana allo zenzero che solo a dicembre ho scoperto essere più buona aggiungendoci la cannella, l’inizio della mia avventura con Principesse Colorate e l’iscrizione -udite, udite- in palestra.

Come dite? Il pensiero nuovo?

Ah, non vale glissare parlando dell’anno scorso.

Nemmeno riciclare quello dell’articolo che ho citato.

E’ che ero così occupata a liberarmi di tutte quelle terribili me che non ci ho pensato.

In pratica inizio l’anno senza un pensiero nuovo e senza folletti.

E’ rimasto un sacco di spazio però, il che non è affatto male.

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Passività Strategica

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S. Ziche

Mia cugina cinquenne ha già capito diverse cose della vita molto meglio di me.

In realtà anche a me, alla sua età, sembrava di sapere molto di più su come vanno le cose, come fronteggiare le difficoltà e trovare un senso al frastuono assordante del mondo. Crescendo poi tutte quelle bianche certezze vanno disperse, man mano che gli ostacoli si presentano davanti a noi, feroci e ingombranti. E’ come se ad ognuno di essi dovessimo pagar pegno con una di loro, affinché ci lasci passare in pace verso un ostacolo nuovo e se possibile ancora più esigente. La cosa paradossale è che tutto questo percorso lo facciamo, in fondo, per ritrovare il punto da cui siamo partiti e ci auguriamo di arrivarci con quante più certezze possibili, tra superstiti e nuove di zecca.

L’ultima volta che è venuta da me credo che dal mio sguardo si potessero leggere ancora i resti dell’ultima lunga battaglia, durante la quale avevo cercato di conservare le mie certezze migliori dandone in pasto al nemico qualcuna più debole ma dalla faccia tosta, in modo da poterlo ingannare. I bambini ovviamente, però, non fanno troppo caso al tuo umore, specie quando hanno in testa l’ultimo infallibile piano che hanno elaborato per conquistare il mondo.

O la tua stanza.

Già.

Lei mi adora, ma ancora di più adora la mia stanza, che diventa puntualmente il suo personalissimo Paese delle Meraviglie da esplorare e mettere in disordine. I nostri vent’anni di differenza non fanno assolutamente testo.
Anche se non ci sono giochi, qualsiasi cosa lo diventa all’occorrenza nonostante i miei tentativi di salvare il salvabile, ma soprattutto di mantenere un certo contegno da cugina grande, perché si sa, tutti adorano tornare bambini quando ce n’è l’occasione.

Forse aveva notato che ero poco in vena di giocare o si sentiva particolarmente clemente, non so. Fatto sta che la volta scorsa decise di limitare le sue velleità da piccola conquistatrice alla mia scrivania, prendendo posto alla mia sedia e dedicandosi all’unica attività alla quale mi sentivo in grado di partecipare, ovvero, disegnare.

Mi dai un foglio? 

Non uno qualunque eh. Uno bianco. Grande. Io nel frattempo mi ero sistemata affianco a lei sulla sedia per gli ospiti. Iniziò a prendere tutto ciò che le occorreva dai miei portapenne in maniera ordinata. Una matita, le forbici (con la punta arrotondata, che stanno lì per lei), dei pastelli un po’ provati dal tempo, una penna, un righello, una graffetta (che non si sa mai). Dispose tutto intorno al foglio in maniera tanto precisa che iniziai a guardarla con una certa preoccupazione. Senza curarsi di me cominciò a disegnare con l’aria di chi, di lì a poco, era certa avrebbe fatto impallidire Van Gogh in persona.

Ripeto, non so. Forse è stato tutto un caso. Eppure in quel momento qualche vecchia certezza deve essersi liberata dalla prigionia e aver preso a correre all’impazzata sulla mia scrivania tanto che non potei non notarla e allungare la mano per riprenderla con me. Quando tutto sembra confuso e a pezzi, infatti, si può sempre ricominciare daccapo. Azzerare tutto, smetterla di forzare le cose e lasciare che spontaneamente tutto segua il proprio corso perché alla fine abbiamo tutti, dentro di noi, gli strumenti e le doti che servono per cavarsela in ogni situazione. Nel taoismo viene chiamata passività strategica. 

E così, ripartire dall’essenziale.

Tipo, da un grande foglio bianco.

Cronache Di Un Trasloco #1: Libri In (Di) Viaggio

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Sarà scontato o banale, ma in questi giorni di lavoro frenetico in vista del trasloco ho speso un sacco di tempo soltanto per riporre negli scatoli i miei libri. C’era da spolverarli, riporli con cura, sistemarli almeno per dimensione in modo da ottimizzare gli spazi, far attenzione a non sgualcire le pagine e, ovviamente, davo una sbirciatina a quelli che non prendevo dallo scaffale da un po’. La sbirciatina diventava un sedersi di fianco allo scatolo per sfogliarli, approfittare del momento per finire un racconto lasciato in sospeso troppo tempo prima, riguardare le illustrazioni delle fiabe che ho amato tantissimo e scoprire che, nonostante non le ricordassi a memoria, ne erano rimaste ombre di emozioni da qualche parte dentro di me.
Non è stato esattamente il modo più veloce per sbrigarmela, specie con tutto quel che c’è ancora da fare. C’erano libri regalati, libri amati, dediche, segnalibri comprati e disegnati, orecchiette alle pagine su cui tornare, che spesso poi si dimentica il perché, nonostante quella parola o frase in quel momento sembrava avesse fermato il mondo. E’ stato bello.

In questo periodo la mia mente viaggia in maniera sconnessa nel tempo saltellando tra ricordi di molti anni fa e quelli del passato recente. Mi sono liberata di oggetti che non volevo mi appesantissero inutilmente in questo cambiamento, che in fondo è solo uno dei tanti avvenuti negli ultimi due anni. Ho conosciuto persone e ho capito di avere ancora così tanta paura di dimenticarne altre. In certi momenti torna la rabbia per aver costretto a forza la mia mente a smettere di provare alcune mancanze. Ovviamente lei si è ribellata e adesso non fa che tormentarmi con scenari apocalittici nei riguardi della mia vita sentimentale, non che abbia bisogno di inventarsi granché poi. Così, incastrata in questo limbo tra passato e futuro, il primo un tantino più vivo e in forma del secondo che ce la sta mettendo tutta a guarire, eccitato quantomeno dall’idea che tra poco sarà tutto nuovo e diverso, ho potuto abbracciare lui.

Un nuovo libro.

Uno di quelli che ti capitano al momento giusto, anche se capiterà nello scatolo sbagliato, perché mentre aspettavo il corriere gli altri li avevo già chiusi e adesso se ne sta solo soletto sullo scaffale, abbastanza spaurito. Si chiama “Un ex è per sempre” della disegnatrice che adoro tantissimo Silvia Ziche. Ne ho già parlato una volta, oltre ai suoi lavori per la Disney e Topolino, scrive (disegna) libri che hanno come protagonista un suo personaggio, una donna alle prese con la ricerca dell’uomo della propria vita, Lucrezia. Lasciata dal suo ultimo compagno, Riccardo, che sembrava davvero fosse finalmente quello giusto, inizia un tortuoso percorso fatto di interrogativi sul perché sia finita così e sul come possa dimenticarlo per andare avanti. Ad accompagnarla è proprio Riccardo, sottoforma di fantasmino creato dalla sua mente che la segue ovunque tormentandola ancora. Non rappresenta altro che l’impossibilità e la paura di dimenticare un legame importante ma spezzato bruscamente, raccontate attraverso ironia e comicità come solo Silvia sa fare. Non vedo l’ora di leggerlo e, magari, sarà il compagno giusto per rimettere poi tutto in ordine, sia sugli scaffali, sia nella mente e nel cuore.

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Giochi Di Equilibri (di Nash) Tra Vicini (di Casa e di Stato)

Prendiamo un gruppo di persone. Diciamo che abbiano tutte uno stesso obiettivo da raggiungere e siano in competizione tra loro. Nel 1949 il famoso matematico John Nash dimostrò, chissà se nel modo in cui viene mostrato nel film A Beautiful Mind o no, come fosse incompleto affermare che, secondo le teorie dell’economista Adam Smith, il miglior risultato è quello raggiunto quando ogni persona del gruppo agisce per fatti propri pensando solo al proprio benessere. Per raggiungere davvero il miglior risultato, la miglior soluzione del problema, ogni componente dovrebbe invece agire facendo ciò che è più giusto sia per sé che per gli altri, non ostacolandosi ma raggiungendo così un’equilibrio in cui ciascuno ottiene i benefici desiderati.

Una cosa del genere presuppone che di fondo ci sia collaborazione, pur essendo una teoria che si applica ai ‘giochi non cooperativi’, ovvero in situazioni in cui le persone non si alleano spontaneamente in quanto esistono comunque delle rivalità tra le varie parti.

Eppure, ecco, penso a quante situazioni si potrebbero risolvere in questo modo. Non si tratta di solidarietà e non c’entrano questioni morali. Si parla di benefici quantificabili, di payoffs, di operare ricercando il proprio bene tenendo conto di cosa faranno gli altri per ottenere il proprio.

 Sono sempre stata affascinata dalla teoria dei giochi, anche se non ho ancora grandi conoscenze a riguardo e mentre facevo delle ricerche ho trovato interessanti articoli che parlavano dell’equilibrio di Nash e della questione greca. Solo uno dei tanti casi in cui questa teoria è applicabile. Avrete sicuramente già sentito parlare del dilemma del prigioniero o del dilemma dei coniugi. Quest’ultimo è davvero interessante secondo me per quanto ci è vicino e può essere visto anche come il dilemma del fratelli, dei colleghi di lavoro o dei vicini di casa.

Mettiamo che ci siano due coniugi, A e B.

Mettiamo che ci siano da fare le pulizie in casa. I due decidono nello stesso momento cosa fare, singolarmente.
A pensa che se si mette a lavorare di certo l’altro andrà a riposarsi. B pensa la stessa cosa. A pensa che se va a riposarsi otterrà il suo beneficio e che B non lavorerà mai al posto suo per cui riposerà anche lui. B pensa la stessa cosa.

Risultato, nessuno pulisce casa. Si raggiunge l’equilibrio. Ad A non passa proprio per la testa di alzarsi dal divano, non ha nessun incentivo a farlo finché non ne ha uno anche B. Questo gioco, a differenza del dilemma del prigioniero però, si ripete. Infatti la casa sporca era e sporca resta, il lavoro deve essere fatto per cui295-copia tutta la serie di strategie viene rivalutata. Sia A che B vogliono che la casa sia pulita e nessuno dei due vuol finire per fare tutto il lavoro da solo (ecco si, perché l’ipotesi è che i giocatori siano razionali per cui non esiste né maschilismo né alcuna crociata femminista in atto) e soprattutto non vogliono creare alcun precedente o ‘regola’ per cui uno soltanto dei due farà le pulizie per sempre, per cui scelgono di cooperare. A e B scelgono di aiutarsi a vicenda dividendosi il lavoro sapendo che finiranno prima così e potranno riposare entrambi.

Non è utopia, non è fantasia, solo matematica.

Oggi pensavo che tutte queste belle cose gli economisti europei le sanno molto bene, o dovrebbero e che mentre i capi di Stato perdono tempo a sbirciarsi con la coda dell’occhio per sapere chi tra loro deciderà di muovere il culo per primo per andare a riaprire i confini, centinaia di migliaia di persone stanno ancora lì, sulle banchine delle stazioni, sperando che il loro gioco possa finalmente finire presto. Poi sento i vicini che litigano perché le foglie dell’albero di uno finiscono puntualmente nel cortile dell’altro e mi rendo conto che l’ipotesi che i giocatori siano razionali sia molto, molto più azzardata di quanto si pensi.

picture by http://www.silviaziche.com/

Ooops …!

Avevo più o meno otto anni e mi innamorai dei suoi disegni e della suo senso dell’umorismo grazie alle vignette sul Topolino e diventai poi praticamente matta per la storia a puntate Topokolossal dopo la quale nessuna baguette francese è stata per me del semplice pane, anzi ancora oggi quando sono al supermercato la tentazione di prenderne una e agitarla a mo’ di spada urlando “La baguette catalitica è con te, Tiè!” è decisamente troppo forte. In quel periodo cambiavo idea su cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande almeno una volta a settimana, ma per un bel po’ pensai che sarei diventata anch’io una disegnatrice come Silvia Ziche. Da qualche tempo ho scoperto il sito sul quale pubblica le vignette dedicate ai suoi personaggi, in particolare Lucrezia, alle prese con dilemmi tutti femminili e con la ricerca del suo uomo ideale (che poi basterebbe anche solo che fosse uomo davvero) facendo ironia sui loro difetti, su quelli delle donne e del mondo in generale. Riesce sempre a farmi sorridere e a rimettere sul giusto piano certe questioni regalandole un po’ della leggerezza che a me qualche volta capita di dimenticare prendendo con troppa serietà ciò che invece non ne merita affatto. Ho riportato qui sotto l’ultima vignetta che ha pubblicato che secondo me è geniale e vi invito a visitare il suo sito per trovarne tante altre davvero originali (:

www.silviaziche.com

 

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[tratto da Due, Lizard 2006 – Silvia Ziche]